Pausa estiva

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domenica 19 maggio 2019

L’età straniera in cui siamo tutti immersi

Poco meno di due anni fa usciva per Einaudi Exit West dello scrittore pachistano Mohsin Hamid. Il romanzo immagina l’esistenza di porte segrete sparse per il mondo che permettono al fuggitivo che le oltrepassa di materializzarsi in un altro luogo, lontano dalle guerre e dagli orrori in cui vive.  Un posto dove poter ricominciare, come se l’orrore potesse generarsi da sé e non dalle scelte che ogni uomo difende. Leggendo il nuovo romanzo di Marina Mander (L’età straniera- edito da Marsilio e nella dozzina di attuali candidati al premio Strega) mi è tornato alla mente il romanzo di Hamid per la stessa capacità di costringere il lettore a porsi domande scomode sulla possibilità (e voglia) di difendere la diversità, anche a costo di scoprirla inaccettabile per il proprio sistema di valori. 


L’età straniera è lastricato di prese di posizione che metteranno in difficoltà anche i sostenitori dell’accoglienza che oggi, come me, si sentono mal rappresentati dalle scelte che l’attuale Governo sta compiendo in termini di immigrazione e controllo della sicurezza. Marina Mander ci proietta nel corpo del diciassettenne Leo che si trova a dover dividere la casa (e soprattutto la stanza) con un coetaneo rumeno (Florin) che la madre di Leo (Margherita) ha raccolto dalla strada per aiutarlo a smettere di prostituirsi. L’idea di Margherita è disarmante nella sua ottimistica concezione del mondo. Florin ha bisogno di un esempio ‘normale’ cui ispirarsi per uscire dalla prostituzione e ritagliarsi un ruolo accettabile agli occhi di chi lo osserva e Leo ha bisogno di essere scosso dal piccolo mondo di autocommiserazione e senso di superiorità in cui si è barricato come ogni adolescente che si rispetti. Metterli insieme è il tentativo di Margherita di far del bene a due persone in un colpo solo (“forse potete farvi bene l’un l’altro” dice quando Leo le chiederà sgomento il perché di quella scelta). Non funzionerà. Leo non accetterà l’ingresso di Florin nella sua vita (chi sarebbe pronto a farlo davvero?), rifiutando così il ruolo che sua madre gli impone (“colonialista del bene”) e rovesciando sull’ospite rumeno una serie di epiteti razziali che infastidiranno più di un lettore. Lo tratterà come un animale, portatore di chissà quali malattie, una scimmia tarchiata a cui dà il nome di Iwazaru perché, come una delle tre scimmiette dell’antico adagio «Non vedere il male, non sentirlo, non parlarne», Florin non parla. Non ne scopriremo mai il motivo. Non conosce l’italiano? O, come la scimmia di cui prende il nome, decide di non parlare per non raccontare tutto il male che vede nella vita della famiglia in cui è stato incluso? In ogni caso, il silenzio di Florin farà da specchio a Leo, costretto a osservare se stesso da un diverso punto di vista, provando a far pace con il dolore antico che si porta dentro: la morte del padre, che una mattina ha deciso di mettere fine alla sua vita annegandosi. Leo se ne sente responsabile perché lo ha visto mentre entrava in acqua e non ha fatto nulla per fermarlo. Per questo l’autrice de L’età straniera crea una narrazione parallela al rapporto fra i due adolescenti, lasciando che il lettore osservi quanto accade nella mente di Leo (il romanzo è narrato in prima persona dal punto di vista del ragazzo), dove è in atto un processo continuo alle sue intenzioni che si conclude inesorabilmente con una condanna.  


Come la stessa autrice de L’età straniera ha dichiarato in un’intervista su fahrenheit, il personaggio di Leo non conosce mezzi termini perché non ha mezzi pensieri e come ogni adolescente, ma ancor di più per l’esperienza che ha vissuto, non accetta il compromesso che la vita gli pone costantemente dinanzi. Combatte, ma la sua lotta è tutta interiore. Poche le azioni, pochissimi i tentativi di confrontarsi con Florin, a cui vorrebbe porre tante domande che restano solo nella sua mente, preferendo invece farsi guidare in esplorazioni di una Milano di periferia che lascia sgomenti per la sua distanza siderale dal centro storico. L’autrice si schiera fin dalle prime battute con il suo protagonista, rischiando più di una volta di sovrapporre autore e narratore. Questo genera nel lettore un continuo senso di straniamento, come se Marina Mander non si fidasse appieno di Leo, mettendogli in bocca una lunga serie di giudizi sulla società che lo circonda che avremmo preferito dedurre dai comportamenti e dalle azioni del protagonista, piuttosto che dalla voce camuffata dell’autrice. Questa scelta provoca dei rallentamenti del ritmo narrativo e spinge spesso il lettore a saltare blocchi di pensieri del protagonista per arrivare all’azione. 


L’impressione che resta a fine lettura è che siamo di fronte a un romanzo di formazione con una forte idea narrativa alla base che avrebbe forse avuto bisogno di più tempo per decantare e permettere così la scissione completa dell’io narrante dalle prese di posizione dell’autrice. L’età straniera ha comunque il pregio di metterci di fronte a un tema (la paura dello straniero e della sua diversità) con cui ci confrontiamo spesso in astratto, senza riuscire a immaginare che possa ‘contaminare’ le nostre case. 

domenica 5 maggio 2019

Il Cyrano di Edmond Rostand e di Alexis Michalik

Ci sono serate in cui il cuore si libera dai suoi ormeggi e scala le parole che ci ronzano nella testa, sollevandosi ben più in alto di noi. Da lì ci guarda e ride, di gusto. È questa la sensazione che ho provato uscendo da un vecchio cinema di Milano dopo aver assistito alla proiezione di Cyrano mon amour, pirotecnica ricostruzione delle tre settimane in cui uno scrittore pressoché sconosciuto (Edmond Rostand) scrive una delle pièce teatrali più rappresentate e amante del mondo: Cyrano de Bergerac. È il 27 dicembre del 1897 e il teatro non sarà più lo stesso. 


Conosciuto solo per i suoi fallimenti (testi in versi dalla fine tessitura, ma incapaci di raccogliere l'interesse del pubblico), Rostand riesce a guadagnare la stima della grande Sarah Bernhardt che lo raccomanda all'attore Constant Coquelin, attore della Comédie-Française in declino bisognoso di una commedia con cui passare alla storia. Questo l'incipit carico di eventi da cui parte Alexis Michalik (sceneggiatore e regista di Cyrano mon amour) per disegnare una commedia romantica che strizza l'occhio ai testi di Tom Stoppard (Shakeaspeare in love) e  che racchiude in sé tutta la frenesia creativa che si diffonde come corrente elettrica dietro le quinte di uno spettacolo teatrale in cui l'autore scrive il secondo atto della sua storia, mentre la compagnia sta già mettendo in scena il primo. 


C'è la passione, la gelosia, il tradimento, l'invidia, la depressione e naturalmente l'ingrediente più importante per uno scrittore che si rispetti: la marmorea incoerenza della sua ispirazione che dopo anni di silenzio gli lancia addosso pagine e pagine di narrazione in poche ore. In questa girandola emotiva lo spettatore resterà imbrigliato fin dalla prime battute del film, quando Rostand è costretto ad inventare il famoso monologo sul naso di Cyrano davanti a un Coquelin impaziente che non immagina che l'autore non ha ancora scritto una sola parola del dramma guascone che si trasformerà in una delle più conosciute commedie/tragedie romantiche che la storia del teatro ricordi. 


Chi conosce la storia di Cyrano, scoprirà che Rostand non ha inventato nulla e nello stesso tempo ha fornito alla realtà quella pennellata di parole scintillanti che la trasformano in una necessaria invenzione. Chi invece non conosce le vicende del Cyrano, avrà l'impressione di essere nato con loro, non volendole più abbandonare.