La stanza vuota di Tranströmer
C'è una poesia di Tomas Tranströmer ch e si è abbarbicata al cervello la prima volta che l'ho letta. Ero in una stanza ricolma di cose. Libri per lo più, appollaiati su scaffali azzurri che mal celavano lo sforzo di dover reggere tre (a volte persino quattro) file di volumi che si litigavano una scheggia di luce; la possibilità, infinitesima, che un umano si soffermasse proprio su di loro in quella policromia di dorsi colorati e li salvasse da una morte da asfissia e sovraffollamento. Il proprietario di quella libreria doveva essere un bulimico della lettura. Incautamente aveva messo assieme la più sconfinata e confusa raccolta di narrativa e poesia che avessi visto. Minute e preziose edizioni di Shakespeare di metà ottocento, giacevano accatastate su uno scaffale, stritolate da ardite costruzioni piramidali di narrativa in economica della metà degli anni '50 del Novecento. Libri dall'ampio e protervo formato, raccolte di memorie di viaggia...