Una parola, un verso: trentaduesima – matto
- Senti, - disse l’ometto – io non sono mica giusto. - Cos’ha? - Sono matto. Si mise il berretto. Nick aveva voglia di ridere. - Lei sta benissimo – disse. - No, non è vero. Sono matto. Di’, sei mai stato matto, tu? - No, – disse Nick – com’è quando si diventa matti? - Non lo so, - disse Ad- quando sei diventato matto, mica lo sai come lo sei diventato. Tu mi conosci, no? - No. Questo irresistibile scambio è estratto da un racconto di poche pagine di Ernest Hemingway , intitolato Il lottatore del 1938 e racchiude in sé, con la maestria difficilmente inarrivabile di Hemingway autore di racconti, tutto quello che c’è da sapere sull’essere matto, ossia nulla, nulla di veramente spiegabile. Perché, chi decide che quel comportamento, quella parola, quel tono di voce, quel gesto siano indice chiaro di pazzia? Perché se l’ Ad del racconto di Hemingway sceglie di accogliere uno sconosciuto intorno al suo fuoco e poi divide con lui il suo cibo è subito identificato...