domenica 28 ottobre 2012

Il santo del giorno? Tra i libri.

Oggi domenica 28 ottobre il Santo del giorno è...un attimo prego...ecco, sono già in difficoltà, cosa direbbe Guido, l'immaginifico e puro personaggio dell'ultimo film di Paolo Virzì (Tutti i santi giorni), davanti a questa mia incertezza? Citerebbe sicuramente il motto latino più adatto alla situazione, liberandomi in un attimo del senso di colpa e donandomi al contempo la vista sulla sua smisurata conoscenza e amore per i testi antichi. 
Il problema di questo 28 ottobre è che i Santi del giorno sono più di uno. Ci credereste? Che dite, viene fuori la mia scarsa frequentazione della chiesa? In ogni caso oggi si festeggia San Simone apostolo, conosciuto anche come il Cananeo (Vangelo di Marco) o lo Zelota (Vangelo di Luca), ma anche San Giuda (non l'iscariota, ma l'altro).
Guido sveglia ogni mattina la sua Antonia, illuminandola sul periodo in cui è vissuto il Santo in questione, magari aggiungendo qualche dotta curiosità, che ha per lo più lo scopo di lasciarle qualche attimo ancora per riprendersi dal sonno in cui è svenuta mentre lui lavorava come portiere notturno in un albergo. Perché non solo Virzì ha creato (ispirandosi al romanzo di Simone Lenzi La generazione) un protagonista appassionato di libri e di conoscenza, ma ne ha fatto un vero e assoluto amante della lettura per se stessa e non per le dotte citazioni che quella lettura può donare al suo seguace. Guido ama leggere, Guido ha bisogno di leggere, in latino, tedesco o italiano, poco importa, le lingue non sono che necessari chiavistelli per assaporare l'ebrezza della conoscenza, che più si assorbe, più amplia la visuale su quello che manca e, proprio grazie all'ultimo granello raccolto, si desidera più di ogni altra cosa. Un vizio di pochi e per pochi, un tempo guardato con sospetto ma tenuto in considerazione, oggi ignorato, se non dileggiato. Ma questo a Guido non interessa. Lui ha i suoi libri. Certo, anche Guido ha bisogno di condividere. E per questo c'è Antonia. Aggrovigliata in se stessa molto più di quanto ad un occhio distratto potrebbe apparire Guido, arrabbiata, con poca stima per se stessa e un desiderio: suonare la sua musica davanti ad un pubblico che l'ascolti. Guido del pubblico non ha bisogno e, sebbene capace di integrarsi con disinvoltura in contesti distanti centinaia di volumi da lui, disarmando l'interlocutore con la sua assoluta serenità, Guido non ha bisogno di rivalersi per ciò che non ha avuto, per ciò che qualcuno gli ha tolto, per una vita che odia. Guido fa la vita che vuole fare. 
Ma  Guido non esiste, è un personaggio, non una persona reale. Troppo romantico, favolistico, improbabile. Probabilmente è così, ma che splendore incontrare Guido, e accomodarsi fra i suoi pensieri e osservare con i suoi occhi. E allora grazie a Lenzi che ha avuto l'idea di questo personaggio, grazie a Virzì che ha deciso di fare questo film, grazie a Luca Marinelli che ha interpretato Guido e grazie a chi questo film lo andrà a vedere e, uscendo, sarà preso dall'irresistibile desiderio di andare in libreria, comprare la fila di parole che più gli interessa e finalmente si godrà il più assoluto e gratificante dei vizi: la lettura.

domenica 21 ottobre 2012

Bertolucci può diventare il “Borromini” di Piperno?

Se vi troverete a passeggiare per Roma vicino a Largo di Santa Susanna, in uno degli incroci più caotici del centro storico della capitale, provate a smettere di masticare il tempo, che vi assale come un blob informe pronto a inglobarvi e travolgervi, e sollevate lo sguardo. Intorno a voi, nelle loro armature di travertino, tre imponenti monumenti si contendono quel piccolo spazio, dopo aver subito, chi più chi meno, un piccolo lifting per privarli di alcuni strati di polvere e smog. La facciata della chiesa di Santa Susanna di Carlo Maderno (1595, primo esempio di barocco compiuto a Roma, costruita sui resti di tre ville romane che fronteggiavano le Terme di Diocleziano, lo stesso Diocleziano responsabile della morte della Susanna divenuta poi santa), la fontana del Mosè (o dell’Acqua Felice, da Felice Peretti, ovvero papa Sisto V, inaugurata nel 1587) e la seicentesca facciata di Santa Maria della Vittoria (ad opera di Giovanni Battista Sora, 1626). Tutti e tre i contendenti meritano una visita e soprattutto uno sguardo attento, ma per oggi ci soffermeremo su Santa Maria della Vittoria, perché al suo interno è conservata l’estasi di S.Teresa opera sublime del Bernini e capolavoro del barocco romano (1646). Posizionatevi di fronte a questo mirabile lavoro di cesello, cosa vi viene in mente? A me ha fatto pensare ad Alessandro Piperno e questo potrebbe apparire strano. Cosa centra Piperno con Bernini? Centra. Come nel caso di Bernini, resto ammirato dall’“opera” di Piperno, grato per la costruzione semantica delle sue narrazioni e il profuso utilizzo di fonemi ingiustamente dimenticati, ciononostante i suoi colpi di scalpello precisi e sicuri, costruiti su una tessitura di parole e incisi continui è per me così sinuosamente costruita da farmi perdere il contatto con la storia. Come davanti alle sculture del sommo Bernini, apprezzo il risultato stilistico, ma dentro non si smuove pensiero. Altra cosa è il lavoro del Bernini architetto, che al mio occhio profano appare più leggero e svettante, più innovativo e rischioso, soprattutto se parte dall’esperienza di altri artisti, penso al Borromini per esempio e alle sue invenzioni piroettanti. Lo stesso fa Piperno, il Piperno più osservatore che scrittore, che dice la sua sulla letteratura e sul mondo, in maniera diversa e concreta.

Il prossimo 25 ottobre uscirà al cinema l’ultimo film di Bernardo Bertolucci, Io e te tratto dall’omonimo romanzo breve di Ammaniti (di cui abbiamo parlato anche su imago). Piperno ha incontrato Bertolucci nella sua casa trasteverina e ha scandagliato con rispetto e ammirazione le memorie di uno dei registi più rappresentativi della storia recente del cinema italiano. Richiamando alla memoria del lettore i film più importanti (non soltanto per ritorno in termini di risultato al botteghino o per premi conquistati) di Bertolucci con veloci e suggestive pennellate, Piperno riesce ad accendere l’interruttore della memoria, che in molti di noi vibrerà davanti a qualche titolo “bertolucciano”. Novecento, ricordo la prima volta che l’ho visto dov’ero, cosa ho pensato, la scena che più mi ha colpito, Depardieu così magro e Robert De Niro così giovane, ma già possente, lo stesso vale per titoli come Io ballo da sola e The Dreamers, ma forse più di tutti, L’ultimo imperatore e la scena del lenzuolo zafferano che si solleva per mostrare a un imperatore bambino la fine improvvisa della sua fanciullezza, la sua nuova vita, una vita che poi non avrà mai. L’emozione provata la serbo ancora dentro di me e la lascio viaggiare.

domenica 14 ottobre 2012

Rosso Cina. Una lotta fra Nobel e libertà

Sarà per la bandiera, sarà per il libretto di Mao, sarà per le lanterne di carta che abitano l’immaginario collettivo dopo il film di Zhāng Yìmóu, ma spesso, quando pensiamo a questo "paese-continente", pensiamo rosso.
Probabilmente dall’11 ottobre il rosso e la Cina saranno ancora più inscindibili nella nostra mente.
Giovedì scorso l’Accademia reale svedese ha assegnato il premio Nobel per la letteratura a Mo Yan, scrittore e sceneggiatore cinese, conosciuto in Italia soprattutto per il suo romanzo Sorgo rosso (Einaudi, 2005), che offre una vista sulla storia cinese dagli anni ’20 agli anni ’70 e che ha come scenario unificante il sorgo, cereale dalle spighe vermiglie, tappeto di sangue su cui Mo Yan fa consumare battaglie di ogni tipo. Da questo romanzo, sempre Zhāng Yìmóu, ha tratto l’omonimo film che ha vinto l’orso d’oro al festival di Berlino nel 1988.
Mo Yan
In una delle rare interviste che si trovano in lingua italiana sulla rete, Mo Yan ricorda il suo innamoramento per Italo Calvino e il suo  barone rampante, dimostrando una buona dose di furbizia promozional-territoriale (far sentire agli italiani che viene apprezzato un loro autore anche nella lontana e rossa Cina) e sancendo una delle regole d’oro, anzi rosse (perchè da non violare) per uno scrittore, ossia se si inizia a scrivere pensando che possa arrivare qualcuno che si innamori del proprio libro, lo pubblichi, lo renda famoso e poi ne ricavi addirittura un film, si scriverà qualcosa di orribile. Giusto, ma forse non basta. Qualche giorno fa, su La lettura, è uscito un articolo accorato di Alessandro Piperno sull’ultima opera di Salman Rushdie (Joseph Anton, Mondadori, 2012). Durante l'analisi del memoir di Rushdie, Piperno si sofferma su una riflessione dello scrittore indiano proprio sull'importanza di non diventare prigionieri del bisogno di essere apprezzati o amati da altri per le cose che si scrivono. Ricordando anche che le opere cui si lavora dovrebbero sempre avere un obiettivo che non vada a scontrarsi con la coscienza di chi le scrive, solo così l’autore, che per sua natura avrebbe bisogno di quell’apprezzamento diffuso che deve fuggire, può tentare di vivere in pace con se stesso.
Forse per rispondere in parte a questa necessità, Mo Yan ha lanciato un appello per il suo connazionale Liu Xiaobo, premio Nobel per la pace 2010, attualmente in carcere nel paese rosso, con una condanna a 11 anni per “sovversione”, parola che nella Cina contemporanea può semplicemente significare dire la verità. La Cina è un paese che sta avendo da anni una crescita economica esponenziale, se si guardano i numeri, ma è anche un sistema di governo capace, proprio grazie ai suoi tassi di crescita con cui ottiene “comprensione” dal resto del mondo, di impedire la libertà di parola e di pensiero, con ogni forma di repressione possibile, anche creando una muraglia di censura per controllare e cancellare migliaia di contenuti sulla Rete.
La “colpa” di Xiaobo, come quella di Weiwei o di Huang Qi, è quella di aver lottato per la tutela dei diritti umani o di aver semplicemente posto qualche domanda sul traffico di esseri umani in un paese che sotto il suo sorgo nasconde ancora troppi cadaveri.

domenica 7 ottobre 2012

Siete mai stati alla Mondadori?


Intendo la Mondadori editore e non la libreria Mondadori sotto casa. Io personalmente ho varcato i cancelli di quella strana struttura rettangolare sospesa sull'acqua alle porte dell’aeroporto di Linate, solo qualche giorno fa. E lì, con in mano il mio badge visitatore n.63915811, mentre fissavo perplesso e incantato gli archi di cemento svettanti su centinaia di finestre marroni silenziose, la sensazione che ho avuto era di trovarmi davanti a una delle creazioni di Gaudì (invece opera dell'architetto brasiliano Oscar Niemeyer, realizzata a metà degli anni ’70), sorprendendomi che dietro di me non vi fosse una folla di visitatori che volevano scoprire se, nell'acqua su cui questa costruzione sembra reggersi, ci siano anche i pesci  (e ci sono!). D'altronde i turisti vengono portati a visitare i centri commerciali come parco Leonardo a Roma, perché non dovrebbero venire a visitare la Mondadori, che indipendentemente da quello che si legge e si pensa, esiste dal 1907 e detiene, da sola, più di un quarto dell’intero mercato editoriale del Paese? Mentre camminavo lentamente sulla passerella che collega la terra ferma al palazzo Mondadori, osservavo le carpe che inseguivano piccoli pesci marroni nel laghetto che mi separava dall'ingresso immaginando  carpe-mega-seller Mondadori (vedi le 50 sfumature del colore che preferite di E. L. James, edite in Italia proprio  dalla Mondadori nella collana Omnibus), mentre rincorrevano il pesciolino-autoriale-esordiente, inghiottendone le seppur costipate possibilità di vendita e scacciandolo per sempre dallo scaffale a cui tanto aspirava. Ma si stava facendo tardi e dovevo entrare: quarto piano, narrativa italiana, un immenso open-space, dove a stento si coglie qualche bisbiglio, centinaia, migliaia di libri, a dismisura. 
Impilati in piccole biblioteche metalliche che corrono per l’intero piano come tessere di un infinito domino verticalizzato,  che ho quasi avuto timore di sfiorare per paura che venisse giù, privando i vari editor e redattori della minima intimità per fronteggiare il testo che qualcuno li aveva sfidati a leggere. E poi ingrandimenti di copertine, piccoli gruppetti di persone che discutevano del "pantone" giusto per il blu della “quarta” del libro del giorno, interrogativi morali sull'impaginazione e quindi sulla lunghezza “giusta” da attribuire a un romanzo per soddisfare i lettori e la distribuzione, connubio, a quanto dicono,  difficile da realizzare. E poi naturalmente la possibilità di parlare con una delle figure di punta della narrativa italiana Mondadori: Giulia Ichino. L’editor dell’ultimo premio Strega e dell’ultimo premio Campiello, giusto per inquadrare al grande pubblico il personaggio. Disponibilissima, con cui è stato un piacere confrontarsi, e con questo non vi sto autorizzando a presentarvi in Mondadori con cesti di frutta, dolci, vestiti fatti su misura per lei o la vostra opera omnia per permetterle (che generosi che siete!) di scegliere quale dei succosi tomi da mille pagine pubblicare per primo. Non lo fate! E non soltanto perché lo hanno già fatto prima di voi e quindi non sareste particolarmente creativi, ma anche (e soprattutto) perché prima di trovare l’editor che vi ascolti e supporti/sopporti dovreste avere davvero fra le mani “il romanzo”. Ossia un testo che possa almeno generare un flusso di cinquemila copie per la prima tiratura, che sia trasversale e attuale nelle tematiche trattate, innovativo, creativo, ben scritto, che non si faccia smettere di leggere e che, essendo in un periodo di magra, possa sbaragliare la concorrenza di testi con le caratteristiche di cui sopra che potrebbero essere già arrivati davanti agli occhi di Giulia Ichino, insomma convincerla che siete voi la scommessa del prossimo biennio. Già fatto? Ma che bravi che siete. In ogni caso, prima di impacchettare e inviare, aspettate di leggere l’intervista  con lei, che è in corso di revisione e della cui uscita vi darò pronta notizia. Meglio essere sempre ben informati. Che dite?