domenica 22 febbraio 2015

Le migliori librerie di Roma – parte quinta: La Stanza della Musica

Le note di un pianoforte ci accolgono non appena varchiamo la porta del settimo libraio che incontriamo nel nostro girovagare fra le migliori librerie di Roma. Non dobbiamo stupirci, ne La Stanza della Musica non poteva essere altrimenti. A pochi passi dallo storico Conservatorio di Musica “S.Cecilia” e dalla sua munifica biblioteca (300.000 unità catalografiche fra edizioni musicali, libri, cinquecentine, libretti e incunaboli), in una bolla si silenzio ovattato che poco si addice alla prossimità con Piazza di Spagna, c’è una delle librerie più particolari della capitale dedicata esclusivamente all’editoria musicale e ai suoi devoti adepti.  

Stefano Rostirolla, libraio musicale da sedici anni, ci accoglie fra scaffali ricolmi di spartiti, saggi e raccolte dedicati alla storia della musica e ai suoi interpreti, indicandoci l’angolo più lontano dal pianista per parlare senza disturbarne l’esecuzione. Siamo arrivati durante l’esibizione che inaugura un nuovo progetto di Stefano e proprio da quello gli chiediamo di cominciare a raccontare la sua esperienza e la sua idea di libreria.

«La nostra è una libreria dedicata alla musica e ai suoi appassionati ascoltatori: musicisti, amatori, studiosi. Da dicembre dello scorso anno abbiamo voluto creare uno spazio libero dedicato a chi vuole esibirsi, a chi ha bisogno di mettersi alla prova come musicista davanti a un pubblico. Chiunque può iscriversi e chiunque può venire ad ascoltare. L’ingresso è gratuito perché il primo obiettivo dell’iniziativa è creare un punto d’incontro e confronto fra musicisti e amanti della musica.»

Una stanza per suonare, questo il nome del progetto, proporrà ai suoi visitatori un concerto al mese per curiosare fra i talenti (giovani e non) che il panorama romano offre, dando la possibilità ai musicisti di confrontarsi con un pubblico senza dover sostenere la spesa di affittare uno spazio dedicato, in un luogo quanto mai propizio, frequentato da chi la musica non soltanto la ascolta, ma la ama e la “legge”.

Chiedo a Stefano quanto interesse c’è per l’iniziativa e se le persone trovano il tempo da dedicare alla scoperta di una nuova voce nel campo della musica classica. «Abbiamo appena iniziato, ma c’è molta richiesta e abbiamo già previsto incontri fino a maggio e sono già tutti pieni. È il primo esperimento di jamm session di classica che io conosca e gli amanti del genere ne sentivano la mancanza. È anche un modo per non arrendersi alla crisi economica che si è fatta sentire e tanto.»

E lui? Si è mai arreso? Ha mai desiderato fare un altro lavoro? «Lo deve chiedere a mia moglie. Forse lei a volte l’ha sperato. Io non mi sono mai pentito, amo il contatto con la musica e le persone. Non ho mai smesso di credere nel servizio che offro.» 

La determinazione di Stefano traspare dal suo tono di voce come dalle sue parole, non lasciando spazio a confutazioni. Sorrido e lui alla fine ricambia, ma solo per un attimo, quel tanto che serve a far ricaricare la sua tenacia e ripartire all’attacco: «Anche se l’editoria, ancor di più quella musicale, sta vivendo un periodo molto difficile, non dobbiamo dimenticare il valore di quello che offriamo al lettore. Spesso vengono a chiederci consiglio su un testo particolare, mettendoci anche in difficoltà, non possiamo leggere tutto. Sono molto utili le esperienze di chi ha già acquistato quel testo e torna da noi per raccontarci la sua esperienza. Questo sistema a due vie, fra libraio e lettore, è molto importante per il mio lavoro.»

L’amore per quello che fa e rappresenta Stefano sembra averlo cucito stretto dentro di sé, con note rigorose e passionali al contempo, e lui le esegue così come vanno interpretate, sta al suo ascoltatore coglierne le sfumature, anche dietro le stilettate più nette del suo archetto vocale.

Uscendo da La Stanza della Musica sappiamo che abbiamo piazzato un'altra bandierina sulla mappa delle migliori librerie di Roma, convincendoci che la determinazione e l’iniziativa possono prevale sul più cupo dei mercati.

domenica 15 febbraio 2015

Le migliori librerie di Roma – parte quarta: Anglo American Book Co

Il nostro viaggio fra le migliori librerie di Roma riprende con la Anglo American Book Co, che nasce dall’idea di due librai (Arminio Lucchesi e Dino Donati), che nel 1953 decidono, con l’aiuto di un ammiraglio americano, di dar vita a una libreria specializzata in testi in lingua inglese.

È una decisione rischiosa, che precorre di circa un ventennio l’affermazione dell’inglese come lingua universale nel continente europeo, eppure i primi segnali erano già nell’aria.
Il 1953 è anche l’anno di Vacanze Romane, il film di William Wyler, interpretato da Gregory Peck e Audrey Hepburn che visitano la città eterna “a bordo” del primo modello della storica vespa. L’anno in cui Roma affolla gli schermi statunitensi, iniziando a richiamare a sé una moltitudine di turisti a stelle e strisce, turisti che cercano testi in inglese sulla città eterna, ma anche studiosi, ricercatori, romanzieri.

Roma divenne rapidamente cool e chi ha saputo interpretare questa tendenza è chi ancora oggi, a distanza di sessant’anni, garantisce ai suoi lettori un’offerta di titoli esclusivamente in lingua inglese, che per qualità e scelta (oltre 45.000 volumi) stupisce gli stessi visitatori stranieri.

Anglo American Book Co
Ad accoglierli nella storica sede di via della Vite (a pochi passi da Piazza di Spagna) c’è Cristina Donati, seconda generazione di librai, che fra le pareti dell’Anglo American Book Co ci è nata. Cristina ha iniziato a frequentare la libreria fin da bambina, quando si circondava di pile di volumi e giocava alla libraia, consigliando a clienti immaginari il volume che proprio dovevano leggere. «Sono rimasta intrappolata dal rituale del libro. – ci racconta Cristina - Dall'attesa di un titolo ordinato, al suo arrivo in libreria, fino al momento in cui è possibile toccarlo, sfogliarlo, pensare a chi potrebbe leggerlo. Sensazioni che non si provano quando clicchiamo su uno schermo e ordiniamo un testo.»

Ma chi compra un testo in inglese in Italia, unendo alla difficoltà della lettura i costi di spedizione del libro dagli Stati Uniti o dalla Gran Bretagna? Cristina ci dice che, turisti stranieri a parte, i loro lettori sono studenti di scuole inglesi o bilingue, che si affidano alla libreria per i testi scolastici,  ricercatori, che non trovano il volume cui sono interessati tradotto in italiano e amanti della lingua inglese, che preferiscono leggere Jane Austen nella versione originale. Per questo, pur conservando un’ampia sezione dedicato ai saggi e ai testi scolastici, la libreria mantiene un carattere generalista, con una particolare attenzione ai bambini.

«Mi piace osservare i bambini mentre scelgono i libri – gli occhi di Cristina sorridono mentre lo racconta – Sono così liberi e così desiderosi di conoscere. Soprattutto nella fascia d’età 0-7 anni. Poi c’è un buco, un black hole, da cui sembrano riemergere solo le ragazze qualche anno dopo, mentre i maschi scompaiono.»
Dai racconti di Cristina scopriamo che molto dipende anche dai genitori. «Gli americani e gli inglesi lasciano che i loro figli siano liberi nella scelta. Li lasciano vagare fra gli scaffali fino a che non sono attratti da un titolo, allora la madre o il padre si avvicina, ne leggono un pezzetto insieme e poi, se i bambini sono convinti, lo comprano. I genitori italiani invece si mettono subito in contrapposizione con i loro figli. Vogliono essere loro a scegliere e spesso non lasciano che i bimbi si avvicinino con naturalezza e piacere alla lettura. La lettura diventa un obbligo e così perdiamo tanti futuri lettori

Anglo American Book Co

Prima di salutare Cristina, le chiediamo che impatto ha avuto la crisi economica e l’intensificarsi della concorrenza di piattaforme di e-commerce come Amazon su realtà di nicchia come l’ Anglo American Book Co.
«Capita sempre più spesso che un lettore venga a chiederci informazioni su un testo, noi gliele diamo, cercando di capire i suoi bisogni e di guidarlo fra la possente offerta editoriale in lingua inglese (circa mezzo milione di volumi annui [ndr.]), reperendo a nostra volta informazioni nel nostro network internazionale. Poi al momento dell’ordine, la persona controlla sul suo telefonino e ci dice che preferisce andare su Amazon dove il libro costa meno. Per me è molto triste pensare che non abbia percepito il valore del servizio di consulenza che gli ho appena offerto. Fortunatamente c’è ancora chi apprezza la qualità del nostro lavoro, su questi lettori costruiamo il nostro futuro.»


Prima di uscire da Anglo American Book Co ci fermiamo a curiosare fra gli scaffali di narrativa e critica letteraria e da frequentatori di librerie britanniche ci sorprendiamo, come i turisti americani, della ricchezza dell’offerta, che oltre ai testi pubblicati negli ultimi anni, offre anche qualche piacevole sorpresa nel fuori catalogo. Vorremmo tornare immediatamente da Cristina per chiederle una delle sue preziose consulenze, ma davanti a noi si è materializzata una fila di domande e ci viene da sorridere, sperando che, nel nostro viaggio fra le migliori librerie di Roma, questo tipo di attesa continui a manifestarsi.

domenica 8 febbraio 2015

Norman Rockwell a Roma: l’arte di raccontare la normalità.

Norman Rockwell
Norman Rockwell ha attraversato quasi un secolo di storia americana, raccontando la “normalità” di quattro generazioni di statunitensi: quella nata, come lui, a cavallo fra Ottocento e Novecento, che di guerre mondiali ne ha combattute e temute due; i loro figli, nati fra queste guerre, che hanno imparato a sperare solo da adulti; i “fortunati”, quelli che avrebbero avuto vent’anni nei dorati anni sessanta e alle lotte per la vita avrebbe sostituito quelle per l’identità; e infine chi, proprio a metà dei ’60, si sarebbe trovato a sei anni a combattere per un diritto che sembrava ormai scontato nella “land of freedom”. Il diritto di andare a scuola.

Proprio da quest’ultimo tipo di lotta mi piacerebbe partire per raccontarvi la potenza pittorica di Norman Rockwell, in mostra (per la prima volta in Italia) a Roma a Palazzo Sciarra. Mi riferisco al quadro che fu, com’è accaduto per quasi tutte le opere di Rockwell, prima di tutto un’illustrazione per una delle più importanti riviste americane (Look), creando un forte dibattito sui diritti degli afroamericani.

Il titolo dell’opera The Problem We All Live With (ossia “il problema con cui tutti conviviamo”) è perfetto per la scena che racchiude. Rockwell, partendo da un caso di cronaca, dipinge il primo giorno di scuola di una bambina afroamericana a New Orleans nel 1964. Sebbene la segregazione razziale nelle scuole sia stata formalmente debellata in USA nel 1954, solo nel 1960 iniziano in Louisiana le prime azioni concrete per lasciare che bianchi e neri frequentino le stesse scuole. Arriviamo così al caso di Ruby Bridges che, a sei anni, deve essere scortata da quattro agenti federali per poter arrivare a scuola senza che nessuno la fermi o la insulti. Alla fine Ruby frequenterà una scuola comunque segregata, poiché i genitori degli altri studenti (tutti bianchi) si rifiuteranno di esporre i loro figli al “contagio” di una bimba di colore.

The Problem We All Live With

Norman Rockwell con un’immediatezza rara (che nasce da un attento studio del personaggio e dell’emozione che si vuole suscitare nello spettatore, nonché da numerosi fasi intermedie di lavoro, che lo portano dal bozzetto al quadro definitivo)  ritrae Ruby che “marcia” al passo della sua scorta, evitando per pochi centimetri un pomodoro lanciatole addosso. Nel suo candido vestito, stringendo il suo quaderno con le stelline Ruby ha paura, certo che ne ha. È sola contro un’intera città, le stesse teste della scorta vengono tagliate da Rockwell per enfatizzare la centralità e la solitudine del momento che la bimba sta vivendo. Eppure Ruby continua a camminare. E noi, osservando questo dipinto, a cinquant’anni di distanza, viviamo il racconto della giornata di Ruby con la sua stessa intensità e partecipazione provata dalla protagonista.

Ecco perché questa mostra non è soltanto un modo per entrare a fondo nelle idee e nei valori, più o meno commercializzati e confezionati, di una nazione, ma è soprattutto un viatico per entrare nelle storie dei suoi abitanti dal loro punto di vista. Rockwell ci regala sensazioni visuali che possiamo amare o odiare, ma difficilmente potremo ignorare, s’innestano nelle esperienze più normali dell’essere umano e per questo l’immedesimazione è sempre lì, a girarci intorno. Combatterla sarebbe uno sforzo inutile.


Entrate nei racconti di Norman Rockwell senza preconcetti, nelle sue campagne basate sui buoni sentimenti come nelle sue lotte per i diritti umani, lasciandovi affascinare dalla sua ironia (un’opera per tutte Art Critic del 1955). 

domenica 1 febbraio 2015

Cosa fa di un grande romanzo un magnifico film? Uno sceneggiatore di fronte alla montagna Thomas Pynchon.


Basta un grande romanzo a fare un magnifico film? Certamente no e le varie trasposizioni cinematografiche o televisive di classici come Guerra e Pace, Ragione Sentimento, Lolita, Oliver Twist, fino all’abusatissimo Amleto shakespeariano dimostrano che sebbene la storia narrata possa riverberare sul film la passione di milioni di lettori, sono proprio questi ultimi i giudici più severi della pellicola ispirata al loro romanzo del cuore. 

Paul Thomas Anderson

Per evitare quest’effetto gli sceneggiatori seguono due vie. Possono appiattirsi sulla narrazione del romanzo, garantendo la massima precisione nella trasposizione dell’opera, che viene trattata dallo sceneggiatore come una reliquia, convinto che sarà quella devozione la chiave per assicurarsi il placet degli spettatori-lettori. Oppure riconoscendone il valore e la grande potenza narrativa, possono usarla come fonte d’ispirazione per la loro versione dei fatti
Questa seconda via è la più rischiosa perché può scontentare sia i lettori sia gli spettatori, ma è su questa che si gioca la possibilità di avere un magnifico film. Certo, le difficoltà aumentano se il romanzo prescelto non è un testo universalmente noto, né tantomeno ha una struttura narrativa classica (situazione iniziale, rottura dell’equilibrio, evoluzione della vicenda, scioglimento, situazione finale) ma è frutto della mente paranoide e ipertrofica di uno degli esponenti più importanti del postmodernismo in letteratura
Stiamo parlando di Thomas Pynchon e del suo romanzo Inherent Vice (edito in Italia da Einaudi con il titolo di Vizio di forma). Definirlo un noir è depistare il lettore, così come tentare di racchiudere la trama in poche righe. La storia, come in altri romanzi di Pynchon, è secondaria (e spesso davvero complessa da decifrare). Come sostengono i suoi tanti lettori (qualcuno parla di fan devoti) ciò che conta è il mood che trasmette, quella sensazione che Paul Thomas Anderson (regista e soprattutto sceneggiatore americano di film come Boogie Nights, Magnolia e The Master) definisce «a sweet, dripping aching for the past», ossia una dolce, gocciolante malinconia per il passato. 
È questa nostalgia che ha catturato Anderson portandolo già nel 2010 a pensare a un possibile adattamento del romanzo di Pynchon pubblicato per la prima volta negli USA nel 2009. In un’intervista al The Guardian per promuovere l’uscita in Europa del film (oggi in anteprima nelle sale UK e da fine febbraio in Italia) Anderson si conferma un lettore-fan di Pynchon, innamorato della miscela di humor acido e di caos incontrovertibile di personaggi e storie che spira dai romanzi “pynchani”. 
Scrivere uno script partendo da sensazioni più che da un vero e proprio plot non è stato facile, Anderson aveva già tentato con Vineland e Mason & Dixon ma l’impresa era apparsa subito inarrivabile, poi ha letto Inherent Vice e ha capito che poteva riuscirci. Ha lasciato a lungo il romanzo sulla scrivania sopra un leggio, perché fosse sempre presente nella sua giornata. Ogni tanto andava ad aprire una pagina a caso, leggendo il primo dialogo che incontrava. Poi pensava al personaggio di cui aveva letto e provava a ricostruire la sua storia partendo da quel dialogo. Così è nata la sceneggiatura e così il regista statunitense si presenterà al vasto pubblico di lettori pynchani che proveranno quello che ha sentito Anderson quando ha visto il montaggio definitivo del film: drogati di celluloide che hanno appena finito di godere della loro dose giornaliera, mentre leggevano Raymond Chandler e ascoltavano i Fugs

Cosa fa allora di un grande romanzo un magnifico film? La passione dello sceneggiatore, la sua voglia di osare pur di condividere con gli spettatori le proprie emozioni e, nel caso di Thomas Pynchon, una dose giornaliera di dialoghi apparentemente casuali.