domenica 27 maggio 2012

L’illuminazione? Siamo pronti, ma che sia lenta e duratura.


Cosa spinge un uomo ad iniziare a scrivere? Perché privarsi di tante sezioni della propria vita pur di  rielaborare alcuni spiragli di quella altrui? Necessità di esprimere se stessi, volontà di richiamare l’attenzione dei lettori su uno specifico tema, voglia di notorietà, di essere al centro dell’attenzione senza esporsi fisicamente, ma “soltanto” mentalmente. Tutte risposte possibili e in parte giuste, ma in tempi in cui l’illuminazione, la folgorazione e l’impegno artistico sono così rari, perché ad essi seguono sempre anni di duro lavoro, si deve tentare di fare di più.
Un articolo di Pierluigi Battista, apparso su LaLettura lo scorso 20 maggio, dava una interpretazione molto interessante del successo di pubblico dell’ultimo salone del libro di Torino, successo che sembrerebbe mal sposarsi con il calo delle vendite in Italia e l’emorragia di lettori davanti al quale i dati Nielsen sul primo trimestre 2012 ci ha messo di fronte. Battista sostiene che non sia un’incongruenza, poiché la lettura è (e resterà sempre) un atto individuale, di solitaria e silenziosa concentrazione, mentre l’evento, che sia mostra del libro o altro poco importa, si impronta sulla coralità, sull'applauso, sul potere del parlato e soprattutto del “visto”. Se si legge stesi sul letto di casa propria, chi mai lo verrà a sapere? Ma se si applaude tutti insieme alla presentazione dell’ultimo best seller (ahimè nel 2011/2012 molti “best” autoproclamati e pochi “seller”) la situazione cambia completamente, si assorbe un po’ della ribalta altrui e tanto può bastare. 
In parte condivido la posizione di Battista, l’esigenza di visibilità è diventata la maledizione del nostro tempo, macina, come una schiacciasassi emozionale, ogni azione che si frappone fra il palco e la nostra platea di contatti. Virtuali o inesistenti, non ha importanza, è l’illusione di essere ascoltati che ci appaga. Ed è qui che si nasconde, a mio parere, un’ulteriore evoluzione e un nascente pericolo per la lettura. Se leggere è tentare di ascoltare se stessi attraverso un’altra storia, e questo dimostra come l’esigenza di ascolto non trovando una soddisfazione nella vita reale abbia avuto bisogno di dispensatori di storie (gli scrittori) per cercare un altro mondo in cui esprimersi e sentirsi apprezzati, magari immedesimandosi con il protagonista di turno, l’esasperazione di questo bisogno sembra portare allo sgretolamento della lettura stessa. Perché? Forse perché con l’esigenza di ascolto non è cresciuta anche la capacità di valutare l’importanza, la necessità per gli altri delle cose che abbiamo da dire. Francis Scott Fitzgerald diceva «Non si scrive per dire qualcosa; si scrive perché si ha qualcosa da dire.» La necessità impellente dello scrittore di raccontare e dell’essere umano di raccontarsi dovrebbe essere supportata da una altrettanto impellente necessità di dire davvero qualcosa, di arricchire, di condividere, perché no, di contrastare, ma per arrivare ad uno scopo e non per il puro gusto di mostrarsi in mezzo al pollaio sempre più gremito e urlante che confondiamo a volte con la libertà di espressione.
Sempre Fitzgerald sosteneva che un romanzo per essere considerato tale dovrebbe provocare effetti “lenti ma duraturi” nel lettore. Ecco questo è un altro elemento interessante della nostra corsa all’auto-ascolto. Non si punta più a qualcosa che resti o che cambi, ma a “qualcosa”. Allora ben vengano le migliaia di presenze alle fiere del libro e ben vengano anche i tanti libri pubblicati che si dibattono nello stagno sempre più basso dei lettori italiani alla ricerca anche di un solo compratore che ne giustifichi l’esistenza, ma che la nostra attenzione si fissi anche sui pesci più lenti e silenziosi, che spiccheranno nell'esigenza di prevaricazione che impera, affinché qualcosa di duraturo attecchisca anche in noi e perché no, anche negli scrittori che ci aspettano al varco. 

domenica 20 maggio 2012

Voglia di fuga? Provate con Puskin


Circa duecento anni ci separano da Aleksandr Sergeevič Puskin, una sorta di Byron in versione russa, un uomo la cui vita romantica e spericolata, fu seguita con grande interesse dai suoi contemporanei (spesso più per le sue prese di posizione – reali o presunte - che per le sue opere letterarie). 
Poeta, eroe, fuggitivo, eccessivo e convulso. Fa della fuga una forma d’arte. Dalla sua famiglia, dai suoi presunti doveri, dall'osservanza delle regole, dalla fuga stessa, infine, che ritiene inutile, tanto da sposare (o far finta di sposare) la responsabilità di una vita borghese, di un matrimonio. Eppure sarà proprio il suo amore per la fuga a portare Puskin ad abbandonare Mosca nel 1830 e a scappare a Boldino, con la scusa o l’opportunità della peste, rinchiudendosi in quel sublime stato di solitudine che gli permetterà di scrivere molte delle sue opere più interessanti. Tra queste le sue PiccoleTragedie (trad. di Serena Vitale – Rizzoli 2008), raccolta scoperta da poco a causa di una sfida impostami o offertami (a seconda del punto di vista puskiano che vorrete assumere) da uno scrittore: scrivere una tragedia breve, “piccola” alla maniera di Puskin. Se vi troverete a leggere questa preziosa raccolta, scoprirete un “umor nero” pronto a rallegrarsi persino della pestilenza, scomponendo e rielaborando le regole di Sofocle a suo uso e consumo.  Testi essenziali e asciutti, laconici squarci di vita,  in cui l’eroe si nasconde in una scheggia di parola, posizionata ad arte in mezzo ad un dialogo dall'apparenza banale. Dialogo in cui ci sembra sempre di scorgere l'autore: ribelle in fuga, tumultuoso, invidioso, creativo, ma sempre senza speranze di successo, meritevole di un castigo fatto di solitudine e morte per aver tentato di violare l’inviolabile. Ciononostante sarà al suo fianco che noi lettori ci schiereremo, per il coraggio che nella sua vita e ancor di più nelle opere alla fine ha dimostrato. Non ci resta quindi che armarci di tutto il coraggio romantico che abbiamo sedato negli anni e farlo scoppiare, senza cautele, mi raccomando. L’immobilismo è dietro l’angolo.

domenica 13 maggio 2012

Primavera digitale e mentale? Cento vasche al XXV Salone del libro di Torino.


State fissando il soffitto. Cemento, rotaie di cemento. Pulite, silenziose, attonite. Non avrebbero certo pensato di vedere al posto di ordinate e usuranti catene di montaggio un nugolo di cavallette impazzite, che si affanna a guardare, ascoltare, piluccare emozioni inconsuete in mezzo ad un mare di carta impilata, illuminata, spolverata e sconsolata. Atterriti i libri si uniranno alle travi di cemento de Il lingotto di Torino, domandandosi il perché di tanto frastuono. Undici mesi e mezzo di totale noncuranza e poi tutti qui a toccare lo strano oggetto di colla e carta che racchiude in sé mirabili segreti.  La maggior parte degli sguardi è di sospetto. Correranno, sì correranno, sguardi e orecchie, presi dall’ansia del tempo (poco) e delle cose da vedere e sentire (troppe) e inizieranno a spostarsi dal bianco assoluto di Einaudi, al rosso aggressivo di Feltrinelli, dall’azzurro dissacrante di minimumfax al giallo assorbente di IBS, dove la “primavera digitale”, sottotitolo e traccia dell’edizione 2012 del XXV salone del libro di Torino, esploderà in tutte le sue varianti virtual-accattivanti, cercando di farvi scordare la necessità di una “primavera anche mentale”. E voi? Forse spinti da una vertigine, un misto di gioia incontenibile e spasmi muscolari, a dimostrazione che il vostro corpo non è più in grado di stare dietro al desiderio di andare subito a scoprire quali perle rare si nascondono fra le migliaia di libri presentati in fiera,  vi ritroverete in uno spazio dedicato all’incontro con alcuni autori (esordienti ovviamente). Divisi ordinatamente in semi-esordienti, esordienti, super-esordienti e ultra-super-esordienti, a dimostrazione che in Italia si mantiene questo titolo almeno fino al quinto libro pubblicato, che vi racconteranno come sono riusciti ad essere pubblicati da un editore importante (Einaudi, Guanda e Dalai, per intenderci). L’intervistatrice di dodici anni si cimenterà con una domanda che nessuno che abbia una minima percezione del mestiere della scrittura avrebbe osato fare: “Com’è che vi è venuta l’idea di scrivere un libro e poi farlo pubblicare?” Momento di silenzio atterrito fra il gruppo di esordienti. Momento di silenzio post prandiale fra il pubblico, esiguo e confuso. Prima risposta: “Beh, l’idea non viene all’improvviso, io scrivo da quaranta anni e dopo decenni di rifiuti, lavoro accanito e false partenze, sono riuscita a trovare una persona che credesse in ciò che scrivevo.” L’intervistatrice è assente, pensa alla prossima domanda. Gli altri esordienti sono assenti, pensano a come rispondere in maniera più intelligente e simpatica della collega. Il pubblico è assente, avrebbe voluto sentire una bella storia fatta di fortuna e conoscenze, ma mai di impegno e tenacia. Troppo noioso e faticoso. Meglio cambiare stand, meglio girare un altro po’ in mezzo a tutti quei libri, magari comprarne uno di quelli piccolissimi. I “più piccoli libri del mondo” recita tronfio un cartello sopra uno stand multicolore. Miniature, che sia più facile leggere libri di dimensioni ridotte? Ve lo state chiedendo anche voi, mentre passate le dita su quei dorsi minuti, scoprendo che la maggior parte dei titoli sono dedicati a gatti, arte del giardinaggio e origine dei nomi.  Cambiate stand. Avete bisogno di un libro che vi faccia volare lontano, veloci, più veloci delle cavallette, fra pensieri folti e idee vivaci. E allora? E allora vi tocca, tuffatevi e cercate!  

domenica 6 maggio 2012

La quarta età di Vico


Chissà cosa avrebbe dedotto Giambattista Vico dagli ultimi avvenimenti che hanno toccato la biblioteca dei Girolamini, luogo che lui stesso contribuì a creare nel cuore di Napoli, quando suggerì ai padri oratoriani di ampliare la loro già ricca raccolta di testi sacri, acquistando (era il 1727) la biblioteca di Giuseppe Valletta. Certo non poteva immaginare che poco meno di trecento anni dopo, in una manciata di mesi, un uomo, che ha fra i suoi meriti quello di essere stato Console onorario in Congo (ruolo che deve essere diventato cruciale per essere nominato responsabile di una delle biblioteche di testi rari più importante d’Europa), potesse trasformare un prezioso gioiello per gli appassionati di libri antichi di tutto il mondo in un’accozzaglia di libri abbandonati e in rovina, preclusa agli occhi degli studiosi e dei lettori, un luogo in cui i libri stessi non si trovano più. 
1.500 testi su un totale di circa 150.000 libri rari contenuti nella biblioteca dei Girolamini (conosciuta anche come la biblioteca di Vico dai napoletani) sono infatti "scomparsi", perduti, partiti alla volta di chissà quale compratore carico di soldi ma povero di anima, che ha privato la biblioteca e i napoletani di alcuni dei suoi gioielli.
Marino Massimo De Caro, questo il nome del fantomatico responsabile della biblioteca dei Girolamini, almeno fino allo scorso 19 aprile, quando, a seguito di una azione collettiva di protesta da parte di studiosi e scrittori, lo stesso De Caro è stato costretto a denunciare la sparizione dei volumi e la magistratura ha deciso di mettere i sigilli alla biblioteca. Una delle tante storie del degrado italiano? Forse, ma non per questo l’indignazione deve essere meno profonda. Possibile che nel mare di disoccupazione italica, spesso anche fitto di cervelli funzionanti e perché no, onesti e (vogliamo esagerare) capaci di apprezzare, catalogare e preservare un libro raro e la sua storia, non si sia trovata altra soluzione che affidare uno dei luoghi simbolo dell’arte e della cultura nazionale (spesso fatalmente sconosciuti, perché chiusi al pubblico da decenni) ad un individuo indagato per ricettazione, privo di qualsiasi titolo e competenza, se non quella di essere nel giro della politica (quella con la “p” non minuscola, ma invisibile)?
Forse oltre alle età degli dei, degli eroi e degli uomini (postulate da Vico in relazione all'evoluzione della storia dell'umanità), bisognerebbe aggiungere anche quella della “olitica” (ormai priva di “p”), in cui gli uomini regrediscono dalla ragione al peggiore dei sensi, quello che li porta a desiderare più di tutto il rango di  “console onorario”.