domenica 24 giugno 2012

Una parola, un verso: trentesima - vertiginare


Qualche giorno fa un’amica poetessa ha voluto condividere con me alcuni versi di Gottfried Benn.
Aprèslude (così chiameremo la mia amica, in onore al titolo della poesia che ha voluto donarmi) tiene sempre con sé questi versi e quando l’algida e annoiata volontà altrui la lambisce, lei non si perde d’animo, apre il suo libretto e legge. Questa lettura non l’aiuta a trovare la soluzione ai suoi problemi, né le fornisce una risposta ai troppi interrogativi che, soprattutto in tempi oscuri e densi come quelli che fatichiamo a guadare (sebbene solcati a vertiginose e inconsistenti altezze), la nostra mente elabora. Bensì questi versi le regalano una nuova domanda, più ricca e pesante, così pesante da potersene staccare senza paura, senza rimorso, senza che l’assenza generale del “noi” in cui ci costringe il chiassoso applauso dell’”io” si dipani ancora fra le nostre dita, scontente e sole, seppur costruite per muoversi in gruppo.
E allora riesco a vederla Aprèslude, mentre scende dall’autobus, mentre si incammina verso casa in un pomeriggio in cui il soffio della terra è colla bollente, mentre si ferma, al centro del marciapiede, denso come il tempo, appiccicoso come uno dei tanti doveri che ci trasciniamo dietro, ecco Aprèslude si ferma e lascia che la poesia la solchi, e sia,  mentre altre mani la spingono a destra e a sinistra, contro un secondo che lei ha già regalato a sé.


Aprèslude  

Devi saperti immergere, devi imparare,
una volta è felicità, un’altra vergogna,
non abbandonare, non puoi allontanarti
quando all’ora viene meno la sua luce.

Resistere, aspettare, una volta a fondo,
un’altra sommerso e ammutolito,
curiosa legge, non sono scintille,
non solo - guardati intorno:
la natura vuole le sue ciliegie
anche da pochi bocci in aprile
e conserva la sua frutta
silenziosa fino agli anni buoni.

Nessuno sa dove si nutrono i germogli,
nessuno, se mai la corona fiorisca -
resistere, aspettare, concedersi,
oscurarsi, invecchiare, aprèslude.


Una parola, un verso: trentesima - vertiginare.
vertiginare v. intr. [der. di vertigine] (io vertìgino, ecc.; aus. avere), raro. – Avere le vertigini, provare una sensazione di vertigine, di capogiro: in certi momenti però,tutt’a un tratto, la sua povera testa vertiginava, e il libro le cascava di mano (Capuana).
(fonte: www.treccani.it)
 

domenica 17 giugno 2012

Cinema: lettura visuale.


Andare al cinema d’estate è un'attività recente. Certo, ci sono sempre state le arene all'aperto, ma di solito servivano a proiettare il "meglio" dell’anno appena passato o le retrospettive dedicate al regista o all'attore del momento. Diverso era il discorso per il cinema "normale" (ossia quello proposto al chiuso della sala, al buio, nato per godersi la magia del fascio di luce e i suoni che sorprendono lo spettatore alle spalle, disegnando nuove storie su un semplice lenzuolo). Questo tipo di cinema, un tempo  chiudeva i battenti d’estate. Niente film nuovi in uscita e soprattutto niente sale aperte. Io, la mia adolescenza da cinefilo estivo frustrato me la ricordo così, una sequela di sale chiuse e tutti che volevano andare a mare o a fare sport all’aria aperta (orrore!) invece di gustarsi l’ultimo film di Kiarostami. La gente si sa è strana.
Tutto è cambiato per fortuna, ossia la gente preferisce sempre andare a mare d’estate, ma si dà la possibilità agli animali da “magico buio” (quello della sala cinematografica appunto), come me, di intestardirsi nella loro ricerca di silenzio e nuove storie. E sì, perché altro problema del cinema è che non si può parlare (o almeno non si potrebbe) durante il film, bisogna solo ascoltare e decidere se credere o meno alla storia che il regista ci sta consegnando con mille ansie, come una donna che è costretta a dare il suo ultimo figlio in pasto a delle iene fameliche e rumorose. Insomma il cinema potrebbe essere un ottimo viatico per allevare nuovi lettori. Un primo banco di prova per potenziare uno dei presupposti principali per una sana immaginazione: la capacità di ascoltare una storia. Ascolto attivo intendo. Quello che ci costringe a entrare nel flusso di eventi proposti e ad accompagnare il protagonista nel suo viaggio, riuscendo però anche ad anticipare le sue mosse e l’evolversi della trama, in un sottile gioco a scacchi visivi che il cinema, quello buono, ci sa ancora regalare. Se riusciremo a entrare in questo trip non vorremo più scendere dalla giostra, finché, a un certo punto, inizieremo a essere in disaccordo con il regista e lo sceneggiatore. Saremo pronti, allora, per il cinema senza immagini: il romanzo. Qui avremo molta più libertà, il regista dei segni (lo scrittore) ci potrà guidare fino a un certo punto, poi spetterà a noi. Noi sceglieremo il colore dei capelli, il taglio degli occhi, il modo in cui il protagonista si mette a letto, si lava i denti, fino ad arrivare alle sue profonde paure e reticenze, che lo scrittore ci presenterà racchiuse in un gesto o in una scelta, ma che molto spesso toccherà a noi decodificare e comprendere fino in fondo. E quando avremo la fortuna di trovare un personaggio a cui rimanere affezionati per tutta la vita, allora inizieremo a prolungare la sua storia nella nostra mente, ben oltre le decisioni e le motivazioni del suo creatore. 
La nostra immaginazione allora sarà passata dalla capacità di ascolto attivo a quello critico, fino a giungere alla capacità di creare storie e personaggi paralleli a quelli da cui l’ascolto di cui sopra ci ha fatto partire. Saremo pronti a muoverci senza rete e a quel punto le letture di cui avremo bisogno saranno infinite.

domenica 10 giugno 2012

Sogni proibiti.


Qualche giorno fa mi sono trovato sulla soglia di uno dei miei sogni proibiti.

Qualcosa che si pone a metà strada fra il vivere in una casa in cui tutto, ma proprio tutto (persone comprese), è fatto di cioccolata (comprese le parole che escono dalla mia bocca) e il trovarmi a cena con Peter Cameron, John Maxwell Coetzee, Haruki Murakami e perché no, Francis Scott Fitzgerald, Gertrude Stein, Virginia Woolf e Aleksandr Isaevič Solženicyn, disposti a rivelarmi tutti i loro segreti dell’arte scrittoria e “lettoria”.

Mi riferisco alla possibilità di accedere a una delle più ampie raccolte di prime edizioni, libri rari e incunaboli presenti sulla rete, ossia a http://www.abebooks.it/, piattaforma che permette al visitatore di piluccare fra gli scaffali di migliaia di librerie sparse in tutto il mondo e di farlo in contemporanea, alla ricerca del proprio sogno proibito. All’inizio il pensiero si confonde e le dita tremano sul mouse, mentre scorre le infinite proposte: la prima edizione de La stanza di Jacob di Virginia Woolf del 1922? O Le canzoni del conte Giacomo Leopardi del 1824? E perché non un’edizione originale di A sangue freddo di Truman Capote del 1965? Non ponetevi limiti, la piattaforma abebooks non lo fa. Cosa dite? Quanto costano? Se mi fate questa domanda non siete dei veri maniaci del libro raro. Altrimenti il prezzo non avrebbe importanza, anzi più sarà alto, più sarà grande la soddisfazione di riuscire a far proprio il libro in questione. Vendere casa, sbarazzarsi della macchina, impegnare i gioielli della nonna, nulla sembrerà troppo. Confesso che alla macchina stavo già per rinunciare per una prima edizione di Mrs. Dalloway del 1925, d’altronde camminare leggendo mi è sempre piaciuto. Ma ad un tratto il mio sguardo è stato risucchiato dal viso di Truman Capote e da un oggetto che un libro proprio non era. Il suo certificato di nascita venduto per la modica somma di 30.000 euro. Una prima edizione s’intende. E allora mi sono chiesto: ma i libri rari si vendono perché ci sono molti più appassionati di letteratura di quello che si pensi o perché vogliamo possedere qualcosa che non ha nessun altro? E allora che sia un libro o un pezzo di carta poco importa, basta che altri sappiano che lo abbiamo noi, noi e nessun altro.

Armando Torno, in un suo articolo apparso su lalettura ci aggiornava, proprio pochi giorni fa, sul mercato del libro raro che, a dispetto di quanto sta accadendo a quello del libro “comune”, in contrazione perpetua, continua a evolversi, permettendo ai malati “libromani” (quelli che passeggiano nervosamente davanti agli scaffali stipati di incunaboli, emozionandosi per un possibile futuro contatto, reso impossibile dalla crudeltà dei loro familiari, che gli hanno abilmente sottratto contanti e carte di credito) di accedere a collezioni sempre più vaste, se disposti a vendersi un parente (quello crudele di cui sopra) pur di ottenere l’agognato volume.

Ma i proprietari di tali fortune, questi libri li sfogliano ogni tanto? Ne odorano le pagine, per inebriarsi dei retaggi di colle antiche? Ne sfiorano con palpitazione le copertine per catturare le emozioni delle centinaia di dita che li hanno preceduti? Si fermano a leggere una nota a margine lasciata da una penna sconosciuta? E se non lo fanno e giusto che li posseggano?
Il giudizio lo lascio a voi.

P.S. Il sito comunque vale una visita, Natale è lontano, ma visti i prezzi è meglio iniziare a lavorarsi i parenti ai fianchi e...con largo anticipo.

domenica 3 giugno 2012

Una parola, un verso: ventinovesima - piluccare.


Quando il giorno è troppo chiaro, anche a pochi passi dall'alba e le rondini troppo insistenti, nel silenzio frusciante che incolla le loro ali sopra la mia testa, si contorce in me un sentimento di angoscia che deve trovare la sua strada. Allora inizio a vagare davanti ai libri, che mi squadrano con disappunto, immersi nella loro parabola perfetta. Hanno la loro storia ed è completa e decisa e giusta. Con fastidio, mi trovo a piluccare dal mio grappolo di ansie e scelgo quella che meglio si adatta al libro che la mia mano nel frattempo già ha scelto, sorretta dalla paura che l'errore stia già chiudendo l'accesso ai suoi perché. 


Riscopro così una minutissima gialla paura, racchiusa in 128 racconti, che sembran sospiri, ponti fatti di niente, di ultime parole che non sono speciali, rivelatorie o crudeli, eppure son lì, esistono ancora, mangiano le finte nostre certezze in un attimo quieto, così complesso da gestire. 

La paura di non esser mai stato, si accomoda in me, poltrona già usurata, traballante, pronta a cambiare colore e destino pur di avere sotto rotelle nuove che la muovan lontano, solo un po' più oltre l'idea che si è mossa e tace per non esser risucchiata da un "è tardi, è tardi lo sai".

«Mi sono sempre sentito affannato e fuori posto nella vita. Adesso finalmente riposo tranquillo e in pace nella tomba vicino alla mia. »

«A me di tutte le cose che c’erano nel mondo mi manca solo l’aria.»

«Sono sempre stato un ottimista. E va bene anche così»

«Io sono morto quando ancora si moriva veramente.»

«Il giorno di Pasquetta. E anche il giorno dopo. Sì, perché quando si comincia a morire non si finisce più»

«Quel vago fastidio che era sempre stato il mondo, quel vago fastidio di essere al mondo è finito all’improvviso.»

«L’ultimo mio respiro è stato un respiro da formica. È stato così piccolo che nessuno lo ha notato.»        

«E allora infilai la testa nel mondo come un bambino che infila le mani nella calza della befana.»

Estratti da Cartoline dai morti  di Franco Arminio – 2010, nottetempo editore

Una parola, un verso: ventinovesima - piluccare.
piluccare v. tr. [lat. *piluccare, der. di pilare «pelare»] (io pilucco, tu pilucchi, ecc.). – 1. Staccare a uno a uno i chicchi di un grappolo, per mangiarseli: pl’uva2. fig. letter. Tormentare, affliggere, generalm. in modo continuo, consumare a poco a poco: ov’el sentia la piaga De la giustizia che sì li pilucca (Dante) 
(fonte: www.treccani.it