domenica 27 ottobre 2013

Gli ultimi saranno i primi? Il problema della lettura matematica

Qualche settimana fa l’OCSE ha pubblicato uno studio che ha generato molte polemiche nel nostro paese. Si tratta del Programme for the International assessment of adult competencies (Piaac), con il quale si esamina, con cadenza triennale, i livelli di conoscenze e capacità delle popolazioni adulte (16-65 anni) in tre aree ritenute fondamentali per lo sviluppo di una nazione e dei suoi abitanti: literacy (lettura/comprensione/scrittura di testi), numeracy (comprensione e risoluzione di problemi matematici) e problem solving (utilizzo delle proprie conoscenze linguistiche e matematiche per risolvere problemi inattesi).
Le polemiche sono nate da una frase del nostro ministro del lavoro Giovannini

sulla scarsa “occupabilità” degli italiani. L’OCSE ci dice che l’Italia è al 23° posto per la literacy e al 22° per la numeracy, mentre per il problem solving non è riuscita a completare l’indagine. Davanti a noi oltre al Giappone, primo al mondo sia per capacità di lettura e scrittura dei suoi abitanti che per risoluzione di problemi matematici, troviamo i consueti paesi dell’Europa settentrionale (Finlandia, Svezia, Norvegia, Danimarca), alcune nazioni asiatiche emergenti, come la Corea del Sud, ma anche piccole realtà del sud dell’Europa come Cipro, oltre al blocco anglofilo (Australia, UK, Irlanda, USA). Non va bene per i cugini latini, come la Francia o la Spagna, che condividono con noi le ultime posizioni. In un articolo intitolato Molte storie per analfabeti apparso sul settimanale Internazionale del 18 ottobre, Tullio De Mauro cerca di approfondire la questione, andando oltre le levate di scudi che i sindacati prima e i social network poi hanno issato a difesa della nostra italianità. Fra i vari spunti interessanti offerti da De Mauro c’è il confronto fra il Giappone virtuoso e l’ Italia peccatrice che tentarono di diventare uno stato moderno negli stessi anni dell’Ottocento, con risultati molto diversi. L’Italia diede priorità alla creazione di un esercito e di un’industria militare, il Giappone puntò invece sull’alfabetizzazione generale e all’inizio del Novecento non c’era giapponese privo di licenza elementare, risultato che l’Italia ha raggiunto solo negli anni Settanta. Eppure mentre gli italiani s’indignavano e protestavano per cielo e per twitter, offesi e incapaci di accettare il risultato dell’indagine OCSE, i giapponesi, come ci racconta Yomuri Shimbun, cercavano di capire come potevano ancora migliorare, soprattutto nell’area del problem solving in cui sono risultati “soltanto” decimi. Un modo di vedere le cose che deriva da un concetto di partecipazione collettiva allo sviluppo della nazione che, sebbene in Giappone sia spesso troppo spinto, basta dare una lettura ai romanzi di Haruki Murakami per capirlo, ci dovrebbe insegnare l’arte della tenacia, della visione prospettica e della messa in discussione di noi stessi, abitudine da cui può nascere solo qualcosa di buono (Zygmunt Bauman insegna). Vorremmo evitare di trovarci in un futuro prossimo, mentre stringiamo fra le mani uno smart-phone a comando mentale, che si piega come un fazzolettino di seta nelle nostre tasche, e non sapere cosa farne.


Viene alla mente la frase di Karl Kraus «ci ritroviamo accanto a opere che ci sono costate così tanta intelligenza per inventarle che non ce n’è rimasta più per utilizzarle.» Una previsione sul nostro futuro che rischia, come ha scritto Jonathan Frenzen nel suo Kraus Project (in uscita per Einuadi nel 2014), di passare dall'apocalittico al realistico nello spazio di un pensiero.  

  


domenica 20 ottobre 2013

Un umido pomeriggio per i 90 anni di Calvino.

Faceva caldo. Perché a Roma a metà ottobre c’è ancora il clima di metà giugno, perché quando piove in questa città, che sembra affacciarsi sul fiume Huangpu (quello di Shanghai) e non sul ben più striminzito Tevere, l’umidità ti entra nel cervello oltre che nelle ossa, portandoti a quello che Italo Calvino avrebbe definito uno stordimento leggero, favorevole alle fantasticherie. Tutto sembra ovattato, sospeso, e Roma diventa una delle città invisibili calviniane in cui viaggiare senza muovere un passo, rifugiandosi nell’alienazione e nel convulso immobilismo della città, che diventa luogo perfetto di osservazione dell’altrui nevrosi. Probabilmente Calvino avrebbe gradito questo personale regalo che il clima romano gli offriva lo scorso 15 ottobre, a novant’anni esatti dalla sua nascita, data che in molti hanno voluto festeggiare nel ricordo di uno degli autori italiani più conosciuti, letti (si vendono circa 160.000 copie di libri di Calvino ogni anno) in Italia e all’estero. La Casa delle Letterature di Roma e la rivista Orlando esplorazioni hanno deciso di organizzare un pomeriggio di osservazione condivisa, in cui scrittori, poeti, fotografi e illustratori hanno presentato il risultato della loro personale osservazione dell’universo calviniano a un pubblico foltissimo che ha gremito la sala dell’evento, i corridoi limitrofi e alla fine tutto il porticato che circonda il giardino degli aranci interno alla struttura borrominiana in cui è ospitata la Casa delle Letterature. 
Paolo Di Paolo (in questo caso anche direttore della rivista Orlando esplorazioni) e Maria Ida Gaeta (direttrice della Casa delle Letterature) hanno coinvolto nel progetto Errico Buonanno, Sandra Petrignani, Nicola Lagioia, Paolo Mauri, Chiara Valerio e Rosetta Loy, che si sono alternati nella condivisione delle domande che avrebbero voluto porre a Calvino se fosse stato ancora vivo, lì, pronto ad ascoltarli. Probabilmente senza guardarli, sedendosi, come ha ricordato Sandra Petrignani, nel luogo più lontano dagli oratori, aspettando che si distraessero, presi dalla loro vita, per iniziare finalmente a osservare con precisione scientifica ogni sensazione, desiderio e dubbio che gli avessero offerto, con l’unico obiettivo di farne una nuova storia.


Le illustrazioni e i disegni rimarranno in mostra fino al 25 ottobre presso la Casa delle Letterature, mentre le riflessioni e le domande di scrittori e critici le potremo ritrovare sul numero 4 di Orlando esplorazioni dedicato interamente a Calvino e distribuito gratuitamente in cinquemila copie presso librerie indipendenti, associazioni culturali e scuole in concomitanza degli eventi che saranno dedicati a Italo Calvino nei prossimi mesi.

domenica 13 ottobre 2013

Kafka vs Pita – immaginazioni a confronto.

Un uomo è al centro di una stanza glaciale, è semi nudo e si contorce. Allunga le dita fino allo spasimo e si accartoccia schiena a terra come un insetto, come l’insetto per eccellenza della letteratura del Novecento. Parliamo di Gregor Samsa, un nome che forse non vi dirà niente, eppure è il protagonista di uno dei racconti più famosi degli ultimi cento anni, che tutti conoscono, anche se non l’hanno mai letto. Parliamo de Le metamorfosi di Kafka, del commesso viaggiatore Samsa che una mattina si sveglia tramutato in un orribile insetto e della sublime angoscia che Kafka instilla in ogni suo gesto tentato e mancato, in ogni suo pensiero, in ogni sua realizzata paura.
Ma parliamo anche di un azzardo immaginativo realizzato da Arthur Pita (coreografo dalle origini portoghesi, nato in Sud Africa e divenuto famoso a Londra) con l’aiuto del primo ballerino del Royal Ballet (Edward Watson), trasformatosi in un Gregor Samsa privo di parole, ma soffocato dai gesti che lo spingono a contorcersi fino a esplodere sul palco del Joyce Theater di New York con lo spettacolo the Metamorphosis. È lo stesso Pita a dirci cosa l’ha spinto a scegliere un racconto basato sull'incapacità di affrontare la diversità, invece della “consueta” storia di amori negati da cui nascono molti dei più famosi balletti dell’Ottocento e del Novecento: «Ho realizzato quanto viscerali e potenti fossero le immagini offerte da Kafka e subito ho pensato a cosa avrebbe voluto dire trasformare queste parole in movimento. Dovevo provare.» [1]


Sembra essere la necessità quindi, come ci ricorda 
anche Scott Fitzgerald, a guidare le scelte dello scrittore e in questo caso del coreografo. Eppure, quando Kafka immaginò che il disegnatore Ottomar Starke avrebbe provato a rappresentare visivamente l’insetto, protestò con il suo editore, perché solo all'immaginazione e alle paure di ogni lettore toccava dar forma a quella trasformazione. Forse Kafka non avrebbe gradito il risultato del lavoro di Pita, ma ne avrebbe apprezzato l’arditezza, la voglia di scavare nel corpo di un ballerino come si scava in un melone, cucchiaio dopo cucchiaio, movimento dopo movimento, fino alla buccia, fino alla spina dorsale delle nostre paure.


[1] - Traduzione dall’intervista ad Arthur Pita di Phyllis Goldman, realizzata per il Joyce Theater di New York – settembre 2013.  

domenica 6 ottobre 2013

La valanga dei peppa-children. Il Roma Fiction Fest fra cartoons e libri per bambini.

“La luce si spegne. La sedia m’inghiotte. È rossa e punge. La mamma continua a chiedermi se voglio il succo, ma io non lo voglio, io voglio Peppa! Quando arriva? Aspetta.., sta succedendo qualcosa. Ecco, è lei! Sì, battiamo le mani. Anch’io la chiamo: PE-PPA, PE-PPA, PE-PPA!”
È questo che avranno pensato le centinaia di bambini urlanti che hanno accolto il tour di Peppa Pig (personaggio onnipresente e onnisciente della tv per bambini) alla sua apparizione domenica scorsa al Roma Fiction Fest?
Osservarli mentre l’ansia cresce, le urla si rincorrono e le manine iniziano a muoversi incontrollate, come accadeva alle groupies dei Beatles negli anni ’60, lascia senza fiato.
Il fenomeno Peppa Pig, nata dalla fantasia di Neville Astley e Mark Baker solo una manciata di anni fa (primo episodio trasmesso in UK nel 2004), con i suoi disegni bidimensionali e la struttura narrativa sempre uguale a se stessa, ha guadagnato fans (non possiamo che chiamarli così) in tutto il mondo, diventando spesso il punto di riferimento privilegiato per l’acquisizione della conoscenza da parte del bambino
Cos’è la natura? Perché la notte è buia? Perché è importante riciclare o condividere? Ce lo racconta Peppa, tanto che, se l’incauto genitore prova a offrire una diversa spiegazione al fenomeno in questione, il bambino si irrigidisce, protesta e poi si astrae, pronto a correre fuori di casa e a saltare nel fango, il gesto che secondo Peppa risolve ogni problema, perché saltare nel fango piace a tutti.
È vero che il successo di Peppa Pig ha portato anche a quello dei libri collegati (editi in Italia da Giunti) ed è vero che questo vuol dire che migliaia di piccoli italiani passeranno un po’ più di tempo con un libro fra le mani, ma qualcuno sta pensando a come mettere in discussione il “peppa-pensiero”?
Mentre ascoltavo i cori osannanti alla dogmatica pepposità era questo che mi domandavo. E vogliamo parlare dei ruoli uomo-donna in Peppa pig? Perché
Papà pig è dipinto come un perfetto incapace, che staziona per ore sul divano del soggiorno e non appena viene spinto a fare qualcosa fallisce miseramente? Possibile che il suo contributo familiare si limiti alla rassegnazione per la propria inabilità? E soprattutto, è possibile che il ruolo assegnato a Papà Pig non susciti stupore nei vari nuclei familiari di gazzelle, volpi, elefanti, pecore e asini che frequentano i Pig? Sono i maschi dei maiali a non essere particolarmente svegli (George,il fratellino di Peppa, non fa che giocare con lo stesso dinosauro tutto il tempo), oppure sono i maschi in generale che negli ultimi decenni hanno perso qualche colpo? 
Ai peppa-children l'ardua sentenza.