domenica 27 febbraio 2011

"Al limite della notte" di Michael Cunningham - impressioni - seconda parte

Il pregio di questo libro è quello di riuscire a rendere interessante la normalità.
Peter, prototipo del "sensibile-responsabile" (intrappolato dai suoi sensi di colpa in una vita che sente giusta ma non sua), alla continua ed instancabile ricerca di prove che dimostrino la sua diversità, scopre, “riscopre”, di essere fin troppo normale.

Le sue ansie, le sue paure, le sue contrastanti certezze, i suoi pericolosi dubbi sono presenti anche negli altri. La differenza sembra essere nella gestione di questi dubbi che porterà Peter a mettere in discussione tutta la sua vita, senza mai arrivare a compiere quella scelta definitiva che invidia in suo cognato, venera in sua moglie e teme in sua figlia.
Ma anche questa è un’illusione. La sicurezza degli altri personaggi è una lettura della mente di Peter, apparentemente necessaria a spronarlo a decidere, sebbene del tutto ineficace. Peter è allora normale come tutti gli altri e questa consapevolezza lo logora, costringendolo a creare fantasie che gli dimostrino che non è ancora troppo tardi per essere diverso.

“Al limite della notte” è uno scrigno di metafore e di ricercatezze stilistiche, come spesso accade nei romanzi di Cunningham, dove il non detto che si agita nella mente dei personaggi è il migliore dei dialoghi possibili. Il lettore resterà impigliato nelle dissertazioni silenziose che si rincorrono nella testa di Peter, tanto da provare un fastidio viscerale dalla presenza di alcuni dialoghi “reali”.

domenica 20 febbraio 2011

"Al limite della notte" di Michael Cunningham - impressioni - prima parte

Intrappolato fra le lunghe dissertazioni silenziose del suo protagonista (Peter), Michael Cunningham ci porta “al limite della notte”, al limite del baratro che si chiama scelta e poi ci lascia lì: confusi, depressi, vogliosi e amabilmente dubbiosi.

Le prime pagine del romanzo sono sospese fra il dichiarato e il temuto, invitandoci in un mondo pericoloso, quello del pensiero libero che mal si concilia con la decisione, quello del bilancio esistenziale che mal si concilia con la soddisfazione, quello della messa in discussione dei rapporti interpersonali più importanti, senza i quali non si può vivere e a causa dei quali si inizia ad evaporare, lentamente.

É tutto qui il nodo del libro: la scelta di cambiare vita, lavoro, inclinazione sessuale, bisogni, desideri. Una scelta che, dopo essere stata spinta a forza sotto le responsabilità e le necessità altrui, si conficca in un ricordo innocente e da lì si diffonde nella mente, non lasciando spazio ad alcun piacere. Peter tenterà di ignorarla, come fanno tutti (davvero?), di accartocciarla dietro uno dei tanti desideri infranti, di ingabbiarla nei tempi stretti del lavoro, delle relazioni, persino degli affetti, cercando continuamente un appiglio per non compierla.

Domande. Centinaia di domande ingorgano la mente di Peter.

- Sarà vero che prova attrazione per Erry, il fratello di sua moglie? O lo invidia perché ha tutto quello che Peter ora desidera (libertà, irresponsabilità, affettuoso biasimo da parenti in adulazione)?
-  Sarà vero che il suo lavoro non gli interessa più?
-  Sarà vero che ha sempre finto con le persone che gli sono state vicine?
-  Sarà vero che non riesce più a capirsi?

I personaggi che ruotano intorno a Peter non lo aiutano a trovare l’agognata sicurezza, a dimostrare che la sua scelta sarebbe oggettivamente giusta e quindi attuabile, perché è questo che vuole Peter: un salvacondotto per i suoi sensi di colpa. Non lo otterrà fino alla fine e quando, senza preavviso, sua moglie Rebecca gliene farà intravedere uno, Peter lo ignorerà, indignato dalla presunzione di un altro essere umano che osa dire ciò che lui ha sempre pensato e non è mai riuscito a rivelare.

domenica 13 febbraio 2011

Una parola, un verso: diciassettesima - "temporeggiare"

temporeggiare v. intr. [lat. mediev. temporizare «passare il tempo», der. di tempus -pŏris «tempo»] (io temporéggio, ecc.; aus. avere). – 1. Indugiare, prendere tempo in attesa che giunga il momento favorevole per agire o che la situazione si risolva da sé. 2. ant. o raro. Comportarsi secondo le circostanze e l’opportunità; destreggiarsi.




Raccattare germogli d’idee fra le parole altrui, i gesti trattenuti, le lacrime socchiuse e poi spezzate in giorni a venire. Ore di cui poter ancora parlare, su cui poter ancora costruire una stagione differente. Migliore o peggiore, spesso non è importante, basta che sia altrove. Lontano.


Lontano da una piccola strada stretta e affollata dove sembriamo esser piantati come limoni in mezzo alle canne. Simili le une alle altre, sembrano immobili e ci bloccano il passo, ma quel loro ondeggiare avanti indietro è un’illusione, lo fanno per farci credere che sia meglio aspettare, temporeggiare, fino a che il vento si sarà calmato, fino a che sarà più semplice uscire dal solco senza dar fastidio a nessuno.



E intanto crescono, rapide e silenziose s’infittiscono, rubandoci la terra, schermandoci la luce, sussurrandoci che dimenticare è l’unico modo per scappare.



Sì, scappare.



Altrove, lontano.



Fra qualche giorno,sì, fra qualche giorno lo facciamo.

 

domenica 6 febbraio 2011

Un albero spoglio



Grande e inatteso si erge fra gli spettatori e il soffitto, scorticando parole dalla volta di legno dorato: cadono giù, lentamente, senza curarsi di essere sempre le stesse.
Vengono dall’albero e perciò sono migliori.

Migliori di chi guarda, con il collo teso ad aspettare la novità che accalora, il gesto più forte. Se sia più giusto prostrarsi ad esso o lottare, nervosi e insicuri, affinché il tempo passi e sorregga, nessuno può sentirlo. Nessuno può provarlo.

Immobile il testo dei pensieri ci inonda, strati di un tappeto con troppi buchi, il nostro corpo ne sguscia fuori aspettando una chiamata a cui risponde: “Eccomi, arrivo.”

E non si muove.
 
La sorpresa è un animale sottile, è un’ombra di piacere che si sgretola in bocca, troppo presto.