domenica 31 agosto 2014

LUCE. L’immaginario italiano passa per gli occhi di un popolo.

Luce. Una calda domenica romana di fine agosto. 

Le strade, ancora doloranti per il peso sopportato durante l’anno, sembrano stiracchiarsi al sole, cercando di far passare un po’ del vento che spazza il prato delle grandi aiuole oblique di Piazza Venezia tra le giunture dei loro sampietrini. 


Sopra solo tanti pedoni, in ombrellini e infradito, sembrano procedere più lentamente del solito alla ricerca di un monumento grande e soprattutto all’ombra. Il Colosseo ingabbiato per i restauri o la Colonna Traiana con la sua storia di guerre in Dacia? Il Vittoriano con le sue ascensori di cristallo o i Mercati di Traiano, primi centri commerciali dell’antichità? Servirebbe un po’ d’aria condizionata. In Italia, pensano, ce n’è sempre troppo poca. 

Poi d’improvviso una scala che giunge a un portone. Sembra provenire dall’inferno dantesco o da un film di Tim Burton per la sua austerità gotica. È un museo, d’accordo a Roma ce ne saranno migliaia, ma di cosa esattamente? La foto della locandina, in bianco e nero, sovrappone ritagli di volti e luoghi. 

LUCE. L’immaginario italiano.  Questo il titolo della mostra, in programmaal Vittoriano fino al 21 settembre, che raccoglie, per i novant’anni dell’istituto Luce, filmati, fotogrammi e sonori della penisola, in un Amarcord che di felliniano ha la stessa dolce malinconia per dei tempi in cui il bene era bene e il male era male, senza ripensamenti. 

Il turista che sarà entrato si troverà avvolto da una moltitudine di schermi che proiettano, senza interruzione, frammenti di decenni attraverso i volti della gente. Contadini, pescatori, soldati, madri, figlie. Affaticati, pensierosi, dubbiosi sul proprio futuro, anche quando la voce del regime che sovrastava le loro immagini nei cinegiornali, avvisava lo spettatore che quelle persone erano orgogliose del loro lavoro, perché incanalato in un fine più grande, quello del Duce. 

E se parole e fotogrammi di azioni disdicevoli venivano visionati e censurati, gli occhi delle persone rimanevano e raccontavano. Poi certo, il visitatore andrà avanti, scoprirà i quattro parallelepipedi giganti su cui vengono proiettati gli anni cinquanta e sessanta: la crescita e la speranza, Cinecittà e la dolce vita. E potrà ballare, come ha fatto una bambina, in mezzo alle immagini, convincendosi, per un attimo di essere lì, sostenuto da tutto quell’ottimismo, da tutti quei sorrisi necessari a dimostrare la felicità di un popolo. Ma gli occhi che avrà visto prima di arrivare nel salone saranno ancora saldati nella sua mente quando uscirà e forse gli permetteranno di osservare le rovine della civiltà italica con occhio più benevolo e curioso.   

domenica 3 agosto 2014

Accordo Messaggerie/Feltrinelli. L’opinione di un editore.


La notizia è di due settimane fa: Feltrinelli e Messaggerie Italiane hanno ufficializzato un’intesa per la distribuzione che potrebbe cambiare drasticamente l’intero sistema editoriale. La joint venture Feltrinelli/Messaggerie controllerebbe la distribuzione di 70 milioni di volumi su base annua unendo Messaggerie Libri, Fastbook e Opportunity (che fanno riferimento a Messaggerie) alla realtà Pde (che fa riferimento a Feltrinelli). Alberto Ottieri (AD di Messaggerie) ritiene che questo accordo «aiuterà i piccoli editori indipendenti e anche le librerie ad avere servizi più efficienti.»

Ne parliamo con Giulio Perrone, editore e fondatore della Giulio Perone editore
Cosa ne pensa di questo accordo? Cosa cambierà nella realtà editoriale italiana e quali vantaggi porterà alle case editrici?

Penso sia importante capire quanto spazio, in concreto, questo nuovo soggetto vorrà dedicare alle proposte indipendenti. Non utilizzo la rete distributiva di Messaggerie, ma ritengo che qualsiasi sforzo per favorire il pluralismo e la diversificazione dell’offerta culturale è ben accetto.
Aspettiamo le iniziative che metteranno in campo per giudicare.

Uno degli aspetti che l’AD di Messaggerie ha enfatizzato è la possibilità, grazie a questa join venture con Feltrinelli, di potenziare l’accesso al mercato per le case editrici indipendenti. Sandro Ferri, direttore delle edizioni e/o, ha fatto notare come in questo modo verrà meno anche la competizione fra i due grandi attori della distribuzione in Italia e con essa la possibilità di scelta per gli editori. Qual è il suo punto di vista?

Condivido le perplessità di Sandro Ferri perché ritengo che la competizione fra più soggetti favorisca sempre la diversificazione e la crescita di un mercato, ancor più se si tratta di quello editoriale. Per le case editrici medio-piccole esistono comunque delle possibilità alternative. Io lavoro da dieci anni con un distributore indipendente (ALI) con cui mi trovo molto bene, soprattutto per l’attenzione costante che mostra nei confronti del lavoro degli editori e degli autori.  

Questa alleanza nasce anche per fronteggiare la sfida commerciale di realtà come Amazon, puntando a valorizzare il libro fisico rispetto all’e-book. Pensa sia la strada migliore? Amazon ha lanciato da poco un abbonamento a meno di dieci dollari/mese che permette di accedere illimitatamente alla sua immensa libreria digitale. Esiste davvero per una realtà italiana la possibilità di competere ed è utile farlo?

Amazon ha pregi e difetti come ogni realtà esistente sul mercato. Non è tanto una sfida fra libro fisico ed e-book, quanto la capacità di prendere il meglio da entrambe le opportunità di diffusione di un contenuto. Il problema centrale resta quello dei lettori: come facciamo a farli interessare e affezionare a un progetto editoriale? Come possiamo davvero ampliare la platea di lettori cui rivolgerci, offrendo loro al contempo uno strumento di crescita? Come garantire loro l’attenzione differenziata che meritano? La distribuzione è stata e dovrà sempre essere uno strumento che aiuti l’editore nel garantire il miglior servizio possibile ai lettori.