domenica 2 ottobre 2016

Riscrivere Shakespeare: una prigione secondo Margaret Atwood



La Tempesta di William Shakespeare non è stato la prima opera del bardo che ho scoperto, prima è venuto Amleto e la sua abilità superiore a mettersi in difficoltà e in discussione, poi Romeo e Giulietta di cui ho amato e invidiato più di tutti Mercuzio e la sua severa lealtà oratoria, Molto rumore per Nulla con le geniali giravolte verbali di Benedetto e Beatrice, Il mercante di Venezia, cui collego orfiche esperienze adolescenziali di immedesimazione col vituperato Shylock e il suo desiderio di vendetta (giustizia?).

La Tempesta mi si è parata innanzi solo in età matura, era il World Shakespeare Festival del 2012 a Stratford-upon-Avon. Certo, avevo già visto messe in scena de la Tempesta, a partire da una spettacolare edizione al Globe londinese con un’ieratica Vanessa Redgrave a impersonare Prospero, ma non ero mai davvero entrato in questo testo che, più di tutti i suoi predecessori, incastra teatro nel teatro, giocando fra illusione e realtà, quasi a convincerti che sono le file di poltrone che i nostri occhi insistono a proporci accanto ad essere un’illusione. La vera realtà non può che essere quella ‘finta’, quella di Prospero ostaggio di un’isola sperduta insieme alla figlia Miranda, allo spirito Ariel e al servitore/schiavo Calibano. Una realtà dove le passioni e le paure umane sono talmente vivide da azzerare le nostre. Fu questo che pensai guardando quell’edizione de La Tempesta del 2012 (parte di una Shipwreck Trilogy della Royal Shakespere Company), la cui durata mi è ancora oggi oscura. Ricordo l’inizio con l’immensa vasca trasparente ricolma d’acqua che occupava metà del teatro e ricordo gli applausi alla fine, in una sorta di sindrome di Stendhal che ha fatto nascere nei confronti di questa opera un meraviglioso timore reverenziale misto alla sfida di capirne il segreto.


 


Fra gli accoliti di questa setta contiamo anche Margaret Atwood che ha scelto di riscrivere (folle!) la Tempesta shakespeariana all’interno dell’Hogarth Project, iniziativa con cui si è chiesto ad alcuni autori come la Atwood e Jacobson di misurarsi con la riscrittura di una pièce del bardo per ricordare i 400 anni dalla sua scomparsa.  

In un’intervista al Guardian è la stessa Atwood a raccontare le difficoltà che ha incontrato nello scrivere il suo Hag-seed, letteralmente ‘progenie di strega’ (si fa riferimento a uno dei tanti epiteti con cui Prospero, duca di Milano spodestato dal fratello ed esiliato su un’isola lontana dalle rotte navali, si rivolgeva al suo servitore Calibano), ambientando la storia in una prigione nel 2013, dove si sta rappresentando la Tempesta shakespeariana. «La prima cosa che ho fatto è stata rileggere il testo, poi ho visionato tutti i film e i documentari legati al testo e poi ho riletto la versione integrale. Poi sono venuti i consueti episodi di panico e caos mentale: Come ho potuto essere così folle da pensare di partecipare a questo progetto? Perché ho scelto La Tempesta? È impossibile. […] Calma, calma, mi sono detta di stare calma. Ho letto ancora una volta il testo, questa volta partendo dalla fine. Le ultime tre parole che Prospero dice sono “Rendimi libero”. Libero da cosa? In cosa era imprigionato?» Da qui la scrittrice canadese ha cominciato a sviluppare l’idea per l’ambientazione della sua riscrittura de La Tempesta: una prigione.         


Non vi voglio raccontare come la Atwood ha risolto il problema di uno spirito (Ariel) che comanda i venti nel Ventunesimo secolo, la tecnologia di cui si dispone oggi le ha fornito varie idee, né perché il novello Prospero, Felix Phillips, non sia un duca in esilio ma un ex direttore artistico di un festival teatrale, quello che vi posso dire è che attendo con ansia il 6 ottobre quando Hang-seed uscirà in UK e ancor di più la traduzione italiana.



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