domenica 27 dicembre 2015

La ricetta di Naomi Kawase per respirare ogni attimo che ci passa accanto

Molti ottimi film nascono da un eccezionale libro. Non abbiamo ancora avuto la possibilità di leggere An di Durian Sukegawa, ma il successo del film omonimo tratto dal romanzo di questo autore, all’ultimo Cannes prima e al Toronto Film Festival poi, potrebbe spingere (e ce lo auguriamo) anche un editore italiano a seguire le orme del collega francese Albin Michel (la storica e ricercata casa editrice che pubblica fra gli altri i romanzi di Amélie Nothomb), traducendo dal giapponese la storia della signora Toku. 

Di sicuro la regista Naomi Kawase il libro lo ha letto e ne è rimasta folgorata, trasformandolo in un film uscito da poco nelle nostre sale con il titolo di Le ricette della signora Toku. Ogni gesto dei suoi personaggi sembra in bilico su un burrone di sensi che si muovono nella storia sotto un tappeto di petali di ciliegio. Passeggiarvi sopra sembra facile e dolce, ma l’essere umano ha imparato a ricoprire il dolore di strati di ‘presentabilità' per gli occhi esterni. Ha imparato che la più piccola diversità lo può far esiliare dal gruppo in cui gli è toccato vivere e sa che la vita al di fuori del gruppo può essere assai lunga, oltre che molto dura. La signora Toku di diversità ne sa abbastanza, portandosi dietro deformità dalla fanciullezza, deformità che le hanno negato molti fra i più naturali e scontati diritti degli ‘altri’. Eppure la signora Toku, a 76 anni, è ancora alla ricerca di qualcosa che le possa restituire un pezzetto di gioia. Quel qualcosa lo trova impropriamente in un quarantenne infelice e solo che è costretto a gestire un piccolo forno per ripagare un debito. Il piccolo forno offre ai suoi clienti un unico prodotto: il dorayaki, un dolce composto da due piccoli pancake tenuti insieme da una speciale composto di fagioli rossi (a metà strada fra una marmellata e una purea - l’An del titolo originale del libro e del film). 


Diventato famoso ben al di fuori dei confini nipponici grazie al gatto robot Doraemon, cartone animato giapponese degli anni ’80, ghiotto di questi speciali dolcetti, il dorayaki diventa nel film di Kawase l’unico vero sistema di comunicazione fra diverse solitudini: quella obbligata della signora Toku,  segregata in un sanatorio per decenni, quella voluta di Sentaro, fornaio insoddisfatto che non è goloso di dolci eppure non fa che prepararne e quella da cui non sembra possibile uscire di Wakana, ragazzina che ha come unico amico un canarino giallo che tiene in gabbia per non ritrovarsi senza nessuno con cui condividere le proprie paure. 



Mentre i ciliegi perdono i loro petali, i fagioli rossi si consumano sotto un coperchio di legno e le foglie di olmo si scuotono cercando di dirci che è tempo di partecipare al cambiamento in cui siamo immersi da quando siamo nati, lo spettatore si troverà ad astrarsi, se saprà approfittare del ritmo volutamente rallentato di questo film, cercando di capire dove lo sta portando la propria mutazione.


domenica 20 dicembre 2015

I migliori libri del 2015? L’opinione del The New York Times.



Mettete insieme Michiko Kakutani, Dwight Garner e Janet Maslin e avrete la pagina della critica letteraria del The New York Times, uno dei giornali più influenti nel mondo anglosassone per decretare o far sfiorire un best seller. 

Lo scorso 10 dicembre il giornale americano ha pubblicato un articolo che, partendo dal lavoro dei tre i critici, prova a esprimere un ‘verdetto’ sulla narrativa del 2015 in lingua inglese (comprese le traduzioni da autori non anglosassoni). Chiaramente i tre non sono d’accordo su tutto (su ben poco in realtà), tanto che lo stesso The New York Times ci dice che «non è stato possibile chiuderli in una stanza e fargli scegliere una loro ‘Top 10 list’ dei migliori libri del 2015», così il prestigioso giornale ha preferito presentare al lettore le preferenze dei tre separatamente. Prima la «temibile» Kakutani, poi Janet Mislen e per finire Dwight Garner.

Scopriamo che il caso Elena Ferrante e il suo inarrestabile successo in UK (definita ‘geniale’ dal Telegraph e addirittura ‘tolstoyana’ dall’Independent, portando alcuni critici britannici a paragonarla a Jane Austen in chiave ‘esplosiva’), ha convinto anche gli USA e la Kakutani, che pone il suo The Story of the Lost Child (Storia della bambina perduta - pubblicato in Italia da edizioni e/o) al top della sua classifica personale del 2015, dimostrando che è possibile creare un best seller seriale italiano che riesca a valicare i confini nazionali

E sebbene il mistero che avvolge l’identità dell’autrice (un uomo, una donna o un gruppo di autori che si alternano nella scrittura?) e il caso che attorno a esso è stato costruito ad arte, abbia aiutato la diffusione dei suoi libri, va detto che, pur non brillando per innovazione e puntando più a cullare il lettore nelle sue certezze che a farlo confrontare con i propri dubbi, il libri della Ferrante sono costruiti molto bene, con un impianto narrativo coeso e capace di mantenere elevata la curiosità del lettore per il ‘seguito’. In più speriamo che i romanzi della Ferrante abbiano l’effetto di aumentare l’attenzione degli autori stranieri sulla fiction made in Italy

Assieme alla Ferrante la Kakutani cita M Train  di Patti Smith (edita da Knopf), mémoire sull’amore e la sua perdita, dedicato al marito della musicista e poetessa americana. Un testo che la Kakutani definisce lirico e ‘pittorico’ nel suo flusso narrativo, che parte dalla fanciullezza della Smith, permettendoci così di entrare in ‘comunione’ con la sua idea di mondo. 

Abbiamo poi City on Fire (in uscita con Mondadori con il titolo Città in fiamme), opera prima mastodontica (1.200 pagine) di Garth Risk Hallberg, ambientata nella New York degli anni ’70, romanzo caleidoscopio che si muove su una miriade di personaggi, offrendo al lettore la possibilità di immergersi in una città dove stava nascendo il movimento punk, una città in fiamme che oggi non esiste più. 

Janet Maslin  si sofferma sul successo The girl on the train di Paula Hawkins (La ragazza del treno - edito in Italia da Piemme) . Il libro ha avuto un successo planetario ed è già in produzione un film tratto dal romanzo. Personalmente ho avuto difficoltà a concluderlo e l’ho trovato ricco di banalità, sapevo esattamente dove l’autrice mi avrebbe portato e che strada avrebbe usato per farlo. Due qualità che non amo in un romanzo, ma Janet Maslin non sarebbe d’accordo con me. Altro libro di cui la critica del NYTimes rimane invaghita è The Cartel di Don Winslow (pubblicato in Italia da Einaudi con il titolo de Il Cartello) che, insieme al precedente The Power of the Dog,  rappresenta la conclusione di un’epopea sullo stile de Il Padrino, che ha come sfondo la guerra della droga in Messico e negli USA nell’arco di quarant’anni.


Dwight Garner ci presenta una top list 2015 che sembra preferire di gran lunga biografie e mémoire, soffermandosi sulla storia di James Merril (James Merrill: Life and Art di Langdon Hammer - edito da A. Knopf), biografia letteraria del figlio del cofondatore della Merrill Lynch che è diventato uno dei più importanti poeti americani del Novecento e sul mémoire della fotografa Sally Mann (Hold still: a memoir with photographs), finalista al National Book Award


domenica 13 dicembre 2015

L'uomo davvero consapevole sarà libero di agire? Il punto di vista di Boris Pahor

Conoscere Boris Pahor è come incontrare un secolo di storia: classe 1913, scrittore e libero pensatore sloveno, membro delle truppe partigiane slovene negli anni’40, internato dai nazisti nei campi di concentramento di Dachau e Bergen-Belsen, Legion d’onore del governo francese e Premio Viareggio-Versilia, la sua opera è tradotta in decine di lingue.

Boris Pahor

Quando l’incontro, mi ritrovo davanti a un signore dai capelli bianchi come il ghiaccio della sua terra, infagottato in una sciarpa carta da zucchero, come se si aspettasse a Roma, in un pomeriggio domenicale che vedrà il suo intervento a Più libri più liberi, la stessa bora che batte la sua Trieste. Confrontarsi con lui è come confrontarsi con un’enciclopedia vivente, pronta a dispiegare le proprie pagine se la domanda che gli sarà posta è quella che ritiene giusta, adatta a testimoniare un adeguato livello di conoscenza del mondo da parte dell’intervistatore.

E vi assicuro che qualche brivido il vostro intervistatore l’ha provato nel misurare il valore delle sue domande.
Nel libro Quello che ho da dirvi, pubblicato proprio in questi giorni da nuovadimensione editore, il Boris Pahor sloveno-triestino, fedele alle sue radici geografiche e culturali (egli stesso si definisce «uno sloveno che scrive in sloveno in Italia») si confronta con un gruppo di ragazzi che hanno novant’anni meno di lui e cercano di forare la coltre dei decenni per “servirsi” della sua conoscenza ed esperienza.
E quello che abbiamo provato a fare anche noi, partendo subito con l’attualità sociopolitica in cui ci muoviamo, pensando che un secolo di storia potesse esserci davvero utile per interpretare meglio il presente. 

Come vede Boris Pahor gli ultimi eventi drammatici che hanno toccato Parigi e l’Europa. Eventi che sembrano enfatizzare il forte agonismo che muove gli stati nazionali fra di loro e nei confronti dei migranti che spingono sulle frontiere?
L’Europa è stata sempre dominatrice e colonizzatrice nei confronti degli altri continenti. Questa mentalità rimane ancora salda al potere, anche se sotto altre forme. Il presidente francese farebbe un’opera intelligente se oggi dicesse che quello che è accaduto a Parigi, la morte di questi innocenti, è connesso a ciò che ha fatto la Francia e l’Europa con il colonialismo (geografico prima ed economico poi) ai popoli che ha cercato di controllare. È importante non perdere questa percezione. Questo non vuol dire certo giustificare i fatti tragici di Parigi, ma solo essere consapevole di cosa ha mosso quelle persone a fare ciò che hanno fatto. Così penso che la reazione militare della Francia non cambierà niente. Con i bombardamenti non muoiono solo le persone che hanno organizzato azioni violente contro l’Occidente, ma anche tanti altri innocenti e questo rischia di innescare un movimento circolare. 

Lei ha vissuto l’estremizzazione della diversità, usata come baluardo di un nazionalismo feroce, come quello del fascismo in Italia nei confronti delle minoranze. Pensa stiamo assistendo a qualcosa di simile oggi in paesi come la Francia, dove l’estrema destra sembra irrefrenabile? 
Non ho un’opinione positiva della Francia odierna. Io ho avuto la Legion d’onore in Francia per il mio libro Necropoli in cui ho parlato della vita in un campo di concentramento, ma sia in quell’occasione, sia in altri momenti pubblici, ho evidenziato come la Francia tenda a soffocare le differenze culturali a favore di una propria idea di nazionalismo esclusivo. In questo la Francia è l’ultima in Europa per riconoscimento di rilevanza a lingue autoctone francesi che non siano il francese stesso. Queste lingue “secondarie” non hanno necessità di morire, tanto più se non vogliono morire. Ogni lingua esistente è una ricchezza e va preservata. Quando L’Italia fascista ha iniziato la sua persecuzione nei confronti delle minoranze presenti sul territorio non ha detto agli italiani: “la popolazione slovena deve perdere la lingua e la sua cultura ed essere integrata nella nostra”. Ha detto: “questi sono terroristi che combattono contro il popolo italiano per ferirlo”. Nessuno ha spiegato al popolo italiano che gli sloveni combattevano perché il fascismo aveva iniziato un’aggressione nei loro confronti. Quando ho assistito all’età di sette anni all’attacco, con mia sorella Evelina, all'incendio del Narodni dom (il 13 luglio del 1920, la casa di cultura slovena a Trieste, edificio polivalente, progettato dall'architetto Max Fabiani, simbolo dell'ascesa economica e culturale della borghesia slovena triestina, venne distrutto dalle fiamme della furia squadrista. [ndr]), è nata in me una voglia di rivalsa nei confronti di chi era responsabile di quell’atrocità. L’Occidente parla spesso di terroristi, ma bisogna stare attenti e provare a vedere la cosa sempre da diversi punti di vista. Come si è comportato l’Occidente nei confronti di queste persone negli ultimi decenni? Quando c’è stata l’occasione di prendere e dominare non si è tirato indietro.
Narodni Dom distrutto

Parlava prima di Necropoli, in cui lei ha descritto la condizione dei campi di concentramento. Uno dei meriti di questo libro è quello di far conoscere al lettore la diffusione del sistema del campo non solo nei confronti degli ebrei, ma verso qualsiasi sistema di valori ritenuto «diverso» rispetto a quello Nazifascita e quindi «sbagliato». Quanto è importante per lei che si diffonda questa consapevolezza?

Sembra che tutto il male fatto dai nazisti si limiti alla distruzione degli ebrei, ma accanto a questo orrore ce ne sono stati altri. C’erano anche tutti coloro che resistevano in qualche modo al nazismo. Con i miei libri ho voluto far scoprire anche il resto di questa volontà azzerante. Penso che sia importante per i giovani soprattutto. 

Questo libro nasce dall’incontro con un gruppo di ragazzi e dalle loro domande. Quasi novant’anni li separavano dall’oggetto della loro curiosità, quanto consapevoli li ha trovati del mondo in cui vivono? 

Li ho trovati…sprovvisti. Si arrangiavano, cercando di raccapezzarsi fra quello che io dicevo e quello che avevano imparato fino a quel momento. Pensavano che alcune cose erano più importanti di altre, ma non è sempre così. Noi abbiamo bisogno di giovani bisognosi di conoscere la verità, giovani che si arrangiano da soli e non aspettano la conoscenza proposta dagli altri. 

Pensa che la scuola possa aiutare i ragazzi a essere “meno sprovvisti” di sapere? 
Potrebbe. I ragazzi oggi hanno compreso che possono cambiare la società. Per farlo però non può bastare la conoscenza scolastica. È un punto di vista. Ma un solo punto di vista non è sufficiente. Bisogna andarsi a creare la propria cultura, cercandola in luoghi diversi: nelle biblioteche, in casa degli amici e dei nemici, all’interno dei punti di vista dei perdenti come dei vittoriosi. E poi, bisogna stare attenti ai detentori del potere, del denaro. È lì che si nascondono le bugie più grandi, quelle che interi Paesi possono considerare come l’unica verità. Solo l’uomo davvero consapevole sarà libero di agire.

E lei come è arrivato ad ampliare il suo sistema di saperi?
È successo in seminario. Fu lì che scoprii che bisognava essere due persone in una. Ero un bravo studente, avevo sempre otto in italiano, ecco cosa dovevo essere: un bravo studente italiano. Se non finivamo il liceo non potevamo avere un documento, non esistevamo per il fascismo e non c’era altro tipo di idioma che l’italiano a scuola. Nello stesso tempo non mi fermai al sistema culturale che mi presentavano come unico. Mi procuravo di nascosto libri in sloveno per mantenere salda la mia cultura, cercavo di creare un mio personale sistema di conoscenza. Capii che dovevo combattere il fascismo e non gli italiani. Il primo, ero sicuro, non sarebbe durato per sempre.

domenica 6 dicembre 2015

Dicembre: Più libri Più Liberi, RadioLibri.it e i bilanci da evitare


Ci siamo, è dicembre. Abbiamo fatto di tutto per evitarlo, usando quel lunedì 30 novembre per proteggerci da un mese che non era ancora arrivato e non doveva arrivare. Come il mantello dell’invisibilità di Harry Potter, avevamo ancora quel lunedì, ben piantato nelle nostre agende a dimostrare che non era ancora arrivato il momento per la fine dell’anno. E invece eccolo attorno a noi, ci ha chiuso in un angolo fatto di dolciumi accatastati nei corridoi dei supermercati e strenne natalizie che tentano di sollevare le sorti di un Paese e del suo PIL sempre in affanno.



Guardare in cagnesco, in "orsesco" o in "tigresco" (animali ben più adatti per dimostrare il nostro malcontento), chi sta addobbando gli alberi di Natale nelle vetrine o i bambini che canticchiano a ciclo continuo le canzoncine che toccherà ai loro genitori ascoltare inebetiti alle recite e i saggi di cui saranno disseminati i prossimi giorni, non servirà a nulla. Dicembre è fra noi ed è meglio prepararsi ad affrontare tutte le insidie che ci presenta: la scelta dei regali, i pranzi e le cene con parentame asfittico sempre uguale a se stesso ("l’unica cosa che può cambiare nei pranzi di Natale è il colore dei vestiti dei parenti di turno", parola di Nick Hornby), l’IMU, il divertimento obbligatorio di San Silvestro e soprattutto, se tutto questo non ci fosse bastato e il mix di alcolici e dolciumi ingurgitato non ci avesse stremato, anche il bilancio che ogni fine d’anno presenta. Cosa volevamo fare e cosa abbiamo fatto. Leopardi e Pirandello insegnano: i bilanci sono merce avariata. 

Distraetevi! Provate allora con una passeggiata, magari fra gli stand della quattordicesima fiera della piccola e media editoria, che è in corso al Palazzo dei Congressi a Roma in questi giorni (dal 4 all’8 dicembre). Con i suoi 1.000 relatori, 380 marchi editoriali e più di 300 incontri e interviste con autori, editori ed esperti del settore, offrirà di certo qualche appiglio alla nostra mente per non pensare alla fine dell'anno. Se poi girare fra gli stand e far scorrere fra le mani centinai di libri non dovesse bastare e la nostra mente si rifiutasse di leggere, anche perché nel delirio della fiera non è semplice isolarsi davanti a un buon libro, niente paura: c’è sempre la radio. 

È nata da poco Radio Libri (www.radiolibri.it), una web radio che punta a portare l’amore per i libri e il piacere che il lettore trova nel porsi davanti e dentro l’oggetto libro anche a coloro che non possono, per loro ‘sfortuna’, vivere in continua simbiosi con i mondi paralleli che un romanzo o una raccolta di poesie rappresenta. Questo nuovo soggetto ci permetterà di girare per la fiera con le nostre adorate cuffiette collegate allo smartphone, ascoltando ciò che sta accadendo dalla parte opposta del Palazzo dei Congressi, regalandoci così il dono dell’ubiquità. E se non basta ancora, potremo ascoltare una delle ottanta rubriche che gli ideatori di questo progetto (Matteo Fago, Carlo Mancini e Giorgio Gizzi) si sono inventati per parlare di libri da tutti i punti di vista, parlando di chi i libri li produce, li pubblica, li vende e naturalmente li legge.   

Distratti abbastanza per evitare bilanci pericolosi? Bene, nel caso abbiate ricadute, oggi alle 12:00 in fiera sarà presente Annie Ernaux, alle 14:00 Dacia Maraini, alle 15:00 Carola Susani, Lidia Ravera ed Elena Stancanelli sul concetto di «classico» e alle 16:00 Boris Pahor.