domenica 28 febbraio 2016

Umberto Eco: una vespa in una nursery

«La parola a legioni di imbecilli.» È questa una delle citazioni di Umberto Eco che è stata più ripresa dalla stampa all’indomani dalla sua scomparsa lo scorso 19 febbraio. È il 2015 e nel ricevere una delle tante onorificenze della sua vita, Umberto Eco si rivolge ai giornalisti assiepati nell’Aula Magna della Cavallerizza Reale a Torino e dice: «I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli.» 


Una vespa in una nursery. Il terrore si propaga bloccando ogni movimento. Eco prosegue: «la tv aveva promosso lo scemo del villaggio rispetto al quale lo spettatore si sentiva superiore. Il dramma di Internet è che ha promosso lo scemo del villaggio a portatore di verità» Sguardi vitrei dei giornalisti presenti che vedono il pericolo avvicinarsi. La vespa ce l’ha proprio con loro. Eco prende bene le misure del significato delle sue parole, per un esperto di semiotica è un riflesso automatico, e conclude: «i giornali dovrebbero filtrare con un’equipe di specialisti le informazioni di Internet perché nessuno è in grado di capire oggi se un sito sia attendibile o meno». Gli animi si accalorano. Lavoro, approfondimento, verifica. Non dovrebbe essere una novità del mestiere del giornalista il controllo delle fonti, semmai è la massa di fonti che è talmente vasta da rendere il compito arduo. Arduo, non impossibile. Anche perché è lo stesso Eco a fornire la chiave di lettura di Internet: la conoscenza. La conoscenza è l’unico filtro possibile per distinguere vero da falso, premio Nobel da tuttologo improvvisato, conoscenza che nasce dallo studio prolungato e approfondito di un tema e non può partire dalla Rete ma alla Rete arriva per verificare, confrontare e ampliare se stessa, senza perdere il suo fulcro. E mentre molti giornalisti scappano dalla vespa per poi sostenerla, criticarla, citarla e sorpassarla con la velocità che la Rete sembra imporre, in pochi hanno pensato al pericolo più grande che la ‘vespa Eco’ ha riposto nelle sue parole: l’inaffidabilità dell’intero sistema. 


Se non posso sapere se l’informazione cui attingo è affidabile, come posso considerare affidabile l’intero sistema e di più, se nessuno punterà all’approfondimento e alla verifica delle notizie, inutile perdita di tempo per un pubblico di lettori che ama le cose semplici, ci sarà qualcuno fra cinquant’anni che si accorgerà della differenza, mentre sguazza in una piatta semplificazione di quella che un tempo chiamavano conoscenza? 

Speriamo di sì. È sempre Umberto Eco a sostenere in una famosa intervista con il Guardian: «sono solo gli editori e alcuni giornalisti a credere che le persone vogliano cose semplici. Le persone sono stanche di cose semplici. Vogliono essere sfidate.» Va detto che molti dei suoi lettori lo hanno ampiamente dimostrato. Se andiamo a osservare le vendite dei libri di Umberto Eco (parliamo qui della narrativa) troviamo saldamente al primo posto con milioni di copie vendute in decine di Paesi il suo Il nome della rosa (1980) un libro complesso, erudito, zeppo di citazioni latine e letterarie, dalla trama “appesantita” da riflessioni filosofiche sull’etica, la ricerca del divino, il confine fra bene e male. Un libro che lo stesso Eco ha definito più volte «troppo complicato» nella struttura e nel linguaggio. Eppure quando Eco ha pubblicato, più di vent’anni dopo, un romanzo come La misteriosa fiamma della regina Loana (2004), scritto con un linguaggio molto più semplice e con una struttura narrativa apparentemente più fruibile de Il nome della rosa non è stato seguito dai suoi lettori che per questo Eco definisce «masochisti», desiderosi di quella sfida che i romanzi di Eco, rompicapi multilivello degni di un appassionato di rebus quale era il loro creatore, assicuravano.  

domenica 21 febbraio 2016

I miei dieci libri favoriti: parola di scrittore e di editore


Sono passati solo due mesi da quando Aaron Hicklin, giornalista ed editore americano, fondatore della rivista Out e dell’agenzia editoriale Grand Editorial si faceva fotografare davanti a uno scaffale della sua One Grand, libreria aperta lo scorso dicembre nella cittadina di Narrowsburg nello stato di New York a cento miglia dall’isola di Manhattan.
Aaron Hicklin
Non era una semplice foto ricordo per l’inaugurazione che di lì a pochi giorni avrebbe aperto al pubblico questa libreria, a scattarla un fotografo dello Style Magazine del New York Times, interessato a vedere trasformato in scaffali, libri e cartoncini (con relativi suggerimenti alla lettura) l’idea di Hicklin: presentare ai lettori una selezione di volumi imprescindibili per sviluppare la propria creatività e metterla al servizio dell’eccellenza.


Trovata pubblicitaria per vendere più libri? Ben venga, se ben costruita e utile non soltanto per il librario ma anche per il lettore. Tutto è iniziato la scorsa estate quando Hicklin lanciò la sua idea di presentare una collezione di volumi selezionati da autori, attori, artisti scelti non in quanto celebrità, ma per la considerazione di cui godono nel loro campo per l’alta qualità del loro lavoro e l’innovazione che in esso hanno portato.

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Breat Easton Ellis

A ognuno di loro Hicklin ha chiesto di redigere una lista di dieci libri con cui ritirarsi su un’isola deserta. L’idea, promossa attraverso il network dell’editore e la pagina web di One Grand Books, ha iniziato a montare sui social, tanto da portare l’editore ad affiancare al sito anche una libreria fisica affacciata sul fiume Delaware e piena di circa mille volumi che non colmano in nessun modo i 550 mq dell’One Grand Bookshop. Anche questa una scelta precisa. Molti scaffali sono vuoti, con un bigliettino su cui c’è scritto il nome dell’artista di cui Hacklin spera di avere prima o poi la top ten dei suoi libri preferiti.
E se cartoncini su cui è stato scritto: «waiting for Tom Wolfe list» potrebbero far sospirare speranzosi molti dei visitatori di questa nuova libreria, liste interessanti sono già presenti, a cominciare da quella di Bret Easton Ellis, autore di romanzi come American Psycho e Le regole dell’attrazione, che mette al primo posto Flaubert con L’educazione sentimentale, («my favourite novel about the limits of experience compared to the fantasies of our desires[1]»), seguito da Tilda Swinton, attrice musa del regista Derek Jarman, che parte da Zia Mame di Patrick Dennis, passando per Dickens e arrivando ai versi di Frank O’Hara e Sorley Maclean. Senza dimenticare la scrittrice britannica Sarah Waters, che parte dallo stesso romanzo di Dickens citato dalla Swinton (Grandi Speranze), passando per Jane Eyre, le favole dei Grimm e arrivando a Il talento di Mr. Ripley della Highsmith. E la lista continua ed è dinamica. Questo fattore si ribalta sull’assortimento della libreria One Grand che fa ruotare in suoi titoli in funzione delle “nuove” liste che approdano sulle pagine del sito One Grand Books, subito riprese dal New York Times.

Insomma sembra già una macchina perfetta per produrre utili e lettori. Le due cose non sono necessariamente a scapito della qualità.

A proposito, anche Hicklin ha una sua top 10: Hardy, Levi, Orwell, e Donna Tartt fra gli eletti. Ma lascio a voi scoprire le altre posizioni.


domenica 14 febbraio 2016

Basta una città in fiamme a far sbandare un mercato editoriale?


Ci siamo: il 16 febbraio uscirà anche in Italia Città in fiamme di Garth Risk Hallberg. La città in questione è New York e di questo libro si è iniziato a parlare ben prima della sua pubblicazione in USA lo scorso ottobre con la casa editrice Knopf.

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Tutto è cominciato nel 2013, con un’asta per i diritti di questo mastodontico romanzo di 997 pagine di un autore sconosciuto che insegna scrittura creativa al Sarah Lawrence College, asta che è arrivata alla cifra di 2 milioni di dollari, trasformando Città in fiamme nel caso letterario dell’anno ben prima che fosse possibile leggerlo. Se è vero che a dicembre 2015 il Guardian pubblicava un articolo che ci dimostrava che dal 1999 a oggi i romanzi in lingua inglese diventati best seller sono il 25% più lunghi dei loro predecessori, è ancor più vero che i casi più osannati sono i cosiddetti romanzi seriali (After e sfumature varie in testa) con pochi personaggi ben definiti, le cui storie si intrecciano all’infinito replicando situazioni e relazioni, in una sorta di tiepido limbo narrativo senza scossoni che punta a rassicurare il lettore offrendogli esattamente ciò che si aspetta.

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Garth Risk Hallberg
Città in fiamme di Hallberg però non sembra seguire questo schema. Inizia con un delitto nell’ultima notte del 1976, ma non è giallo, verbalizza il flusso di pensiero dei suoi personaggi arrischiandosi a offrire in ogni capitolo un punto di vista diverso, ma non è un romanzo piscologico; si dilunga in pagine e pagine di particolari sui movimenti punk nella New York anni’70, sul sesso libero, il Vietnam e le proteste violente che divampano nella città, ma non è un romanzo storico o dallo sfondo sociale.  È lo stesso Hallberg che in un’intervista rivela al Guardian che non è semplice definire la sua opera e nei primi quattro anni in cui vi si è dedicato «mi sembrava di avere fra le mani qualcosa di davvero impubblicabile». Paragonato a Donna Tartt e a Marlon James, Hallberg ritiene che molta della fortuna della sua opera dipenda dalla volontà insana di «lavorare a qualcosa di impossibile», senza pensare a quante persone stavano tentando un esperimento come il suo e a quanti romanzi sarebbero usciti in contemporanea parlando di omicidi, New York o i mitici anni settanta.

Michiko Kakutani, temibile critica del New York Times, ha definito Città in fiamme: «a stunning first novel and an amazing virtual reality machine» (un’inattesa e meravigliosa opera prima e una splendida macchina per la realtà virtuale), incitando i suoi lettori a non lasciarsi scappare le mille pagine di Hallberg che riescono a riprodurre (pur se l’autore non l’ha vissuta) il feeling della New York anni ’70 con una «bravura» (Kakutani usa proprio questo termine in italiano) che fa pensare a scrittori come Fitzgerald, Salinger, Price e Dickens.

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Le critiche positive non si contano e qualche giorno fa Paolo Giordano, su La Lettura, in preparazione dell’uscita dell’edizione italiana di Città in fiamme per Mondadori, lodava l’abilità camaleontica di Hallberg, capace di saltare da uno stile narrativo all’altro senza oscillazioni, inondandoci di personaggi, cui riesce ad aderire «così tanto da poterne riportate agilmente il flusso di pensieri».


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Paolo Giordano
Per fortuna qualche voce dissonante c’è, penso a Louis Menand sul New Yorker, che condivide l’idea originale di Hallberg dell’“impubblicabilità” dell’opera, sostenendo che il romanzo ha almeno quattrocento pagine di troppo dovute all’eccesso di dettaglio e di parentesi che l’autore si concede, non pensando al povero lettore.

A questo punto la domanda che serberemo fino a quando non avremo il coraggio di sollevare le 997 pagine di Hallberg sarà: basta davvero una città in fiamme a far sbandare un mercato editoriale?

domenica 7 febbraio 2016

Riscrivere Shakespeare? Possibile secondo la nuova Hogarth Press

A un paio di mesi dai 400 anni dalla scomparsa di William Shakespeare (23 aprile 1616) sta per entrare nel vivo il progetto “Hogarth Shakespeare” che si pone l’ambizioso obiettivo di far riscrivere i testi del bardo ad autori contemporanei che vogliano cimentarsi con l’impresa di pensare come Shakespeare avrebbe scritto The Winter’s Tale, The Tempest o The Merchant of Venice se fosse nato nel 1964 invece del 1564 e si fosse rivolto ai lettori del XXI secolo usando il romanzo invece di una pièce teatrale.


Il progetto prende forma qualche anno fa, nel 2012, quando il marchio Hogarth (di proprietà ora del gigante editoriale Penguin – Random House) viene presentato a Londra e New York come discendente di quell’Hogarth Press fondata nel 1917 da Leonard e Virginia Woolf dal nome dell’edificio in cui iniziarono a stampare a mano alcuni volumi di loro interesse e che in pochi anni, grazie anche al circolo Bloomsbury (circolo culturale che annoverava fra i suoi membri oltre a Virginia Woolf, autori e artisti come E. M. Forster, Lytton Strachey, Duncan Grant, Dora Carrington e Vanessa Bell) divenne editore privilegiato di scrittori, saggisti e artisti che segnarono grandi cambiamenti nella cultura del Novecento. 
Hogarth Press era sinonimo di libertà di espressione e in molti  vi si rivolsero quando in patria non trovarono editori pronti a rischiare con un nuovo approccio letterario (anche James Joyce mandò il suo Ulisse all’Hogarth Press, sebbene con scarsa fortuna) e quando il Telegraph, in un articolo di Hannah Furness del 2013, ha informato i suoi lettori che l’assunto su cui poggiano i capolavori shakespeariani: «they cannot be bettered» (non potrebbero essere migliori di ciò che sono), stava per essere messo in discussione, non poteva esserci un marchio editoriale migliore per lanciare la sfida.


Janette Winterson è stata la prima scrittrice a inaugurare la serie di dieci volumi previsti dal progetto. The gap of time, uscito a fine 2015 e ispirato a The Winter’s Tale, è ambientato ai nostri giorni, trasportando la scena dai regni shakespiariani di Sicilia e di Boemia alla Londra dominata dal mercato azionario e a una città americana che a molti ha fatto pensare a New Orleans con le sue notti infinite e la sua atmosfera ombrosa. Anche i personaggi del romanzo della Winterson cambiano nome, pur conservando la natura, le passioni e le sottigliezze mentali dei personaggi del bardo. E la stessa autrice a dirlo: “la dissonanza fra pubblico e privato, tra ambizione e contemplazione, fra la il proprio sistema di valori e quello della sistema sociale in cui si vive. Ci si avvicina a Shakespeare per questo, per comprendere e analizzare se stessi.” 



Alla Winterson seguiranno nel corso del 2016 Howard Jacobson con Shylock is my name (ispirato chiaramente al Mercante di Venezia), Anne Tyler con Vinegar Girl (ispirato a La bisbetica domata) e Margaret Atwood che si confronterà con La Tempesta

Intanto fra le tante iniziative che segneranno il 2016 per ricordare e a volte sfruttare commercialmente (ma ben venga se servirà a farlo leggere di più) il bardo, quella della Hogarth è quanto mai intrigante e speriamo presto nella traduzione in italiano di questi romanzi che, come ha detto Howard Jacobson sono un “enormously risk thing to do” (una cosa enormemente rischiosa da fare), ma ben venga qualche rischio, il lettore lo nota e sa apprezzarlo.