domenica 27 luglio 2014

Nadine Gordimer, our countryman.


In un articolo, l'ultimo articolo uscito su The New Yorker lo scorso dicembre, Nadine Gordimer consegnava ai lettori il suo ricordo di Nelson Mandela, raccontando come avevano cominciato a scriversi. 

Fu a causa di un romanzo dell’autrice sudafricana: Burger’s daughter (pubblicato in UK nel 1979), arrivato in qualche modo (il libro era stato vietato in Sud Africa) fin nella prigione di Robben Island dove Mandela fu rinchiuso per 27 anni. Mandela rimase colpito dalla storia e scrisse una lunga lettera alla Gordimer che arrivò alla scrittrice tramite l’avvocato George Bizos. Da qui inizia una sintonia non solo letteraria fra due grandi simboli della lotta per la libertà che ha visto protagonista il Sud Africa negli ultimi cinquant’anni.

«I ‘m not a saint, unless you think a saint is someone who keeps on trying.» “Non sono un santo, sempre che tu non creda che un santo sia qualcuno che insista nel provare.”

È una frase di Nelson Mandela, rivelatrice di una delle sue caratteristiche principali: la tenacia.

La tenacia è una dote necessaria per un sognatore che non si accontenti dei propri sogni, ecco perché è una caratteristica fondamentale per uno scrittore. Serve a connettere la necessità di creare universi paralleli rispetto al proprio alla realtà che lo circonda. Serve a raccontare una storia che sia capace di scuotere chi la legge, contribuendo a un cambiamento. 

La tenacia non è mai mancata a Nadine Gordimer, fin da quando era piccola e correva per il bush sudafricano con il suo taccuino stretto fra le mani, pronta a raccogliere tutte le parole che le correvano intorno, come se fossero springboks (specie di antilopi, nonché simbolo della nazionale di rugby sudafricana) e Nadine un ghepardo costantemente affamato. Da quelle corse e da quella caccia alle parole perfette sono nate le storie che hanno offerto per decenni una delle poche viste possibili su un regime basato sull’apartheid (in lingua afrikaans, letteralmente “separazione”) che ha tentato, con altrettanta tenacia, di distruggere ogni voce contraria alla propria. 

La voce Di Nadine Gordimer ha avuto solo un apparente stop lo scorso 13 luglio, quando l’autrice di Buerger’s Daughter e premio nobel per la letteratura, ha lasciato questa realtà per dedicarsi esclusivamente agli altri mondi che la circondavano. Ma la sua anima è sempre lì, in mezzo al bush, a inseguire parole, parole che potremo sempre trovare nei suoi libri e nelle scelte che attraverso questi ci chiedeva di realizzare, scelte che puntavano a dimostrare un altro degli assunti di Madiba: «It always seems impossible until is done.» Ossia “Sembra sempre impossibile finché non viene realizzato.”

Per questo ci rivolgiamo a Nadine Gordimer parafrasando il titolo del suo articolo in memoria di Mandela (Mandela, my countryman), pensando a lei come a una nostra connazionale e un nostro punto di riferimento nel territorio della letteratura.

domenica 20 luglio 2014

Raccontare i ricordi attraverso i sensi. Coe, Carver e Murakami a confronto.

Come raccontate un ricordo? Cosa visualizzate nella vostra testa mentre ne parlate? Un’immagine, uno stato d’animo, una sensazione olfattiva, uditiva, tattile?


Jonathan Coe ha tenuto per quindici anni una raccolta di ricordi in forma esclusivamente musicale, andando a registrare le emozioni che provava in forma di note, guadagnandosi così il titolo di lettore camaleonte ad honorem della nostra vecchia rubrica dedicata alla connessione fra musica, lettura ed emozioni (Musica per lettori camaleonti). 

Ho un amico che collega tutti i suoi ricordi più belli ai dolci. Una sacher di mezzanotte con i compagni dell’università quando finalmente si laureò, tre delizie al limone all’alba con una donna che non è mai riuscito ad avere, degli amaretti molli e dei savoiardi tutti rotti la sera in cui nacque suo figlio. Il racconto inizia sempre con la descrizione minuziosa di cosa stava gustando al momento dell’evento che mi vuole narrare e io, da goloso impenitente e lussurioso, inizio a gustarmi il suo pezzetto di vita cercando di immedesimarmi nelle sue papille. Di solito dopo la condivisione (o ancora meglio durante) mangiamo anche noi un dolce, così sensazione si lega a sensazione e già so che non appena mi ritroverò con quello specifico dolce in mano, scatterà un nuovo ricordo ad allungare la lista di golosità che non dovrei mangiare. 
C’è un racconto di Raimond Carver (Grasso) in cui una cameriera rimane affascinata dalla mole e soprattutto dalla voracità di un suo imponente cliente. A differenza dei colleghi, che non fanno che prendere in giro l’uomo per la quantità di cibo che ingurgita, la donna è colpita dalla gentilezza delle parole e dall’imbarazzo dell’uomo per la propria goduriosa voracità. Carver ci regala un attento uso di aggettivi e verbi connessi al senso del gusto e del tatto che servono a farci apparire sperduto e bisognoso di cure chi apparentemente sembra un gigante.



In Norvegian Wood di Haruki Murakami, finito di scrivere a Roma sotto l’influenza de I pini di Roma di Ottorino Respighi, l’impatto delle sensazioni visive è forte quanto quelle uditive (Murakami ha una lunga storia d’amore con la musica, che si diffonde nei suoi libri in maniera ben più intensa di Coe). Pensiamo alla scena del protagonista Watanabe Tōru che, sul terrazzo del dormitorio dell’università in cui studia, libera la lucciola che teneva in un barattolo di vetro di caffè istantaneo. 

Murakami dissemina la scena di suggestioni visive: la camicia bianca che "fluttua al tramonto come una pelle abbandonata", la luna, anch'essa bianca, i fari delle auto "brillanti fiumi di luce", immagini che ne attivano altre nella memoria del protagonista e nella mente del lettore, che assorbe i suggerimenti di Murakami con naturalezza e incoscienza, dando atto così all'autore di una sapiente padronanza delle suggestioni legate ai sensi.

Se non avete ancora deciso quale senso preferite per raccontare i vostri ricordi, leggete un po' di Coe, Carver e Murakami e l'intuizione di certo giungerà, magari sotto forma di una lucciola.