domenica 20 luglio 2014

Raccontare i ricordi attraverso i sensi. Coe, Carver e Murakami a confronto.

Come raccontate un ricordo? Cosa visualizzate nella vostra testa mentre ne parlate? Un’immagine, uno stato d’animo, una sensazione olfattiva, uditiva, tattile?


Jonathan Coe ha tenuto per quindici anni una raccolta di ricordi in forma esclusivamente musicale, andando a registrare le emozioni che provava in forma di note, guadagnandosi così il titolo di lettore camaleonte ad honorem della nostra vecchia rubrica dedicata alla connessione fra musica, lettura ed emozioni (Musica per lettori camaleonti). 

Ho un amico che collega tutti i suoi ricordi più belli ai dolci. Una sacher di mezzanotte con i compagni dell’università quando finalmente si laureò, tre delizie al limone all’alba con una donna che non è mai riuscito ad avere, degli amaretti molli e dei savoiardi tutti rotti la sera in cui nacque suo figlio. Il racconto inizia sempre con la descrizione minuziosa di cosa stava gustando al momento dell’evento che mi vuole narrare e io, da goloso impenitente e lussurioso, inizio a gustarmi il suo pezzetto di vita cercando di immedesimarmi nelle sue papille. Di solito dopo la condivisione (o ancora meglio durante) mangiamo anche noi un dolce, così sensazione si lega a sensazione e già so che non appena mi ritroverò con quello specifico dolce in mano, scatterà un nuovo ricordo ad allungare la lista di golosità che non dovrei mangiare. 
C’è un racconto di Raimond Carver (Grasso) in cui una cameriera rimane affascinata dalla mole e soprattutto dalla voracità di un suo imponente cliente. A differenza dei colleghi, che non fanno che prendere in giro l’uomo per la quantità di cibo che ingurgita, la donna è colpita dalla gentilezza delle parole e dall’imbarazzo dell’uomo per la propria goduriosa voracità. Carver ci regala un attento uso di aggettivi e verbi connessi al senso del gusto e del tatto che servono a farci apparire sperduto e bisognoso di cure chi apparentemente sembra un gigante.



In Norvegian Wood di Haruki Murakami, finito di scrivere a Roma sotto l’influenza de I pini di Roma di Ottorino Respighi, l’impatto delle sensazioni visive è forte quanto quelle uditive (Murakami ha una lunga storia d’amore con la musica, che si diffonde nei suoi libri in maniera ben più intensa di Coe). Pensiamo alla scena del protagonista Watanabe Tōru che, sul terrazzo del dormitorio dell’università in cui studia, libera la lucciola che teneva in un barattolo di vetro di caffè istantaneo. 

Murakami dissemina la scena di suggestioni visive: la camicia bianca che "fluttua al tramonto come una pelle abbandonata", la luna, anch'essa bianca, i fari delle auto "brillanti fiumi di luce", immagini che ne attivano altre nella memoria del protagonista e nella mente del lettore, che assorbe i suggerimenti di Murakami con naturalezza e incoscienza, dando atto così all'autore di una sapiente padronanza delle suggestioni legate ai sensi.

Se non avete ancora deciso quale senso preferite per raccontare i vostri ricordi, leggete un po' di Coe, Carver e Murakami e l'intuizione di certo giungerà, magari sotto forma di una lucciola.





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