domenica 25 dicembre 2011

Una parola, un verso: ventiseiesima – desiderio…altrui?


In un giorno che per antonomasia è dedicato ai desideri, da ritrovare, inattesi, sotto un albero o più profondi di quanto si potesse immaginare (spinti a forza dietro ai nostri occhi), gli altri (dal latino altĕr, ossia opposto, diverso, contrario) sono sempre e comunque “qualcosa” di lontano, di diverso, “qualcosa” che vuole essere ascoltato ma che noi non vogliamo ascoltare, perché ci sono i nostri desideri da inseguire, possedere, superare e sostituire con nuovi desideri in cui noi siamo sempre, inesorabilmente, al centro.

E gli altri?Fanno lo stesso e aspettano e sperano che i loro desideri siano più veloci e rapaci dei nostri, per riuscire a strattonarli e magari a farli propri, in una corsa al possesso che ci assorbe e ci sgretola, impedendoci, obbligandoci a non fermarci a guardare, ad ascoltare questi maledetti altri che insistono a seguirci dappertutto senza mai parlare. Muovono la bocca, emettono dei suoni muti e noi con loro, ma dove finiscono?
Sotto i piedi del giorno che tutti fanno ancora finta di aspettare.

 
Una parola, un verso: ventiseiesima - desiderio.

desidèrio (ant. disidèrio e desidèro) s. m. [dal lat. desiderium, der. di desiderare «desiderare»] (fonte Treccani).

1. Sentimento intenso che spinge a cercare il possesso, il conseguimento o l’attuazione di quanto possa appagare un proprio bisogno fisico o spirituale.
2. Sentimento della mancanza di cosa necessaria al nostro interesse fisico o spirituale. Quindi anche rincrescimento, rimpianto per l’assenza di una persona o di una cosa.


P.S. Pausa natalizia del blog.
Cari imagisti, imago2.0 si prende qualche giorno di vacatio, la prossima uscita domenica 8 gennaio.
Un 2012 di desideri grandiosi a tutti.

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domenica 18 dicembre 2011

92 giorni di Larry Brown – Provare a salvare la verità, più che se stessi.


Una sedia a dondolo vuota che si riposa e aspetta, riparata da uno dei tanti porticati di legno bianco di cui sono disseminati gli States. È questa l’immagine che l’editore Mattioli 1885 ha scelto per regalarci 92 giorni, un’opera di Larry Brown che è difficile definire, forse perché sembra essere stata trasferita sulla carta direttamente dall’anima dello scrittore, senza passare per i filtri della mente, senza sporcarsi delle paure che in essi risiedono, senza mediazione o ripensamenti. Il lettore sarà turbato e avvinto a questo flusso di parole, depurate di ogni orpello sintattico e di qualsiasi aspirazione a dimostrarsi migliore (tentazione in cui molti scrittori cadono). Si troverà probabilmente a sottolineare frasi non più lunghe di un rigo che spezzeranno il fiato, costringendo il lettore a confrontarsi con Leon Barlow (protagonista e alter ego dell’autore) e con la sua atroce sincerità.
Leon Barlow è uno scrittore che non riesce a farsi pubblicare e racconta 92 giorni dei suoi ostinati e apparentemente autodistruttivi tentativi di essere apprezzato (o per lo meno pubblicato) da un editore. Fino a qui nulla di nuovo. Ma non è la trama il punto di forza di questo testo, bensì le parole. Le poche, pochissime parole che l’autore fa inseguire al lettore, portandolo così dentro la sua storia da averne paura. Siamo di fronte ad un vero scrittore. La sua esigenza di raccontare, di inventare una storia, prevale su qualsiasi altra cosa, tanto da essere costretto a lasciare la famiglia, il lavoro e una parte di se stesso pur di dedicarsi completamente alla sua unica voce, “dimenticando ogni pensiero, i sentimenti e le privazioni”, alla ricerca di una persona giusta che potesse leggere e capire le sue fatiche. 92 giorni riesce a sciogliere le palpebre della coscienza in un grumo appiccicaticcio di pensieri e bisogni selvaggi in cui il giusto scompare e la morte spesso “elude un sacco di controlli, rubando personaggi allo scrittore e sensazioni al protagonista e lasciando il lettore ancora affamato di nuove storie alla fine delle 129 pagine del racconto.
Il lettore allora ringrazierà Mattioli 1885, non soltanto perché ha permesso la traduzione di questo testo (l’unico per ora di Larry Brown in italiano), ma anche perché i generosi margini dell’impaginazione gli permetteranno di circondare le parole di Brown con i propri pensieri, com’è capitato a me. Toccherà allora a noi sederci su quella sedia a dondolo vuota, ad aspettare che Leon Barlow ritorni per tenerci ancora un po’ di compagnia.
Buona lettura.

“Ho i piedi delicati. Non ho mai passato più di tanto tempo a camminare a piedi nudi. Marilyn lo faceva, invece. I suoi piedi erano dannatamente resistenti. Poteva camminare sui chiodi, sulla ghiaia, su qualsiasi cosa. Poteva anche passeggiare su di te come una stronza. Davvero sapeva come farlo.” (da pagina 116 di 92 giorni – Larry Brown)

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domenica 11 dicembre 2011

In-comprensione e patatine. Una parola, un verso: venticinquesima


Sebbene possa far pensare alla possibilità di entrarci dentro (alla comprensione) e quindi di rafforzarla, magari per la propensione all’inglesismo che ormai dilaga (pensiamo ad in  e subito la mente va all’in di inside,  di within o  di involved) questo in  (in questo caso prefisso e non preposizione) risiede nel moribondo latino a cui molti vorrebbero dare il colpo di grazia, a meno di usarlo in sregolate (in entrambi i significati che la nostra lingua concede a questo aggettivo) citazioni, senza accorgersi che rappresenta passato e presente nella sottotraccia semantica del nostro linguaggio.
Anche voi sarete stati spesso alle prese con questo particolare in. Forse anche in questo ultimo fine settimana.  Soprattutto se vi sarete aggrappati con caparbietà a questi (oramai sempre più rari) ultimi giorni di festività, che vi guardavano languidi e goduriosi dai bordi di un giovedì di dicembre ancora troppo lontano dalle feste natalizie. Sarete partiti. Lontano. Dalle manovre di fine anno, dalla mancanza di soldi, di tempo e di possibilità. Avrete schiacciato tutto fino all’inverosimile, insieme ai vostri vestiti, alle mutande (troppe) e ai calzini (sempre troppo pochi), in un bagaglio a mano, divenuto sempre più piccolo ogni anno che passa per stare dietro ai centimetri delle compagnie aeree low cost e sarete corsi all’aeroporto. Avrete passato ore in fila con tutti gli altri, prima al check in e poi al controllo bagagli. Ne avrete avuto abbastanza di girare a zig-zag per non arrivare mai da nessuna parte, mentre la vostra mente non faceva altro che pulsare contro le vostre tempie, chiedendovi una semplice ragione a quel tempo. E sarà stato allora che la prima in-comprensione sarà sbocciata dal vostro sudore e dalle scarpe sbagliate per un viaggio che pochi minuti prima vi era sembrato ancora giusto. Avrà avuto il viso di uno sconosciuto fermo nella fila davanti a voi. Troppo lento nel procedere o troppo veloce a sfilare la sua cintura, vi avrà scoccato uno sguardo a cui non avrete potuto resistere. Uno sguardo che per lui voleva  dire:  “Dio, come vorrei essere a casa, steso a quattro di bastoni sul divano a leggere il Corriere dello sport.” ma che voi avrete subito decodificato come uno sguardo di sfida. Vi sarete fatti sotto allora, pronti a rispondere al successivo sopruso dello sconosciuto, che avrà osato girarsi a guardarvi con biasimo quando il vostro trolley gli sarà salito sui polpacci. E allora sarà accaduto di nuovo. Il vostro trolley gli sarà crollato definitivamente addosso e avrete iniziato a litigare, con la bocca, i gesti ed il sudore che per entrambi sarà aumentato a livelli difficilmente sostenibili. Nel frattempo l’hostess di terra della compagnia low cost vi avrà chiesto, in un inglese perfetto e annoiato, di inserire il bagaglio a mano in un intreccio malefico di tubolari che dovrebbe dimostrare che il vostro trolley sarebbe potuto salire sull’aereo senza pagare alcuna multa, evento pressoché impossibile su una compagnia low cost che si rispetti. E sì, prenderete anche una multa, ma non ve ne accorgerete, perché le in-comprensioni a quel punto saranno sgorgate le une nelle altre, nutrite dalle calde imprecazioni che i vostri compagni di fila avranno iniziato a lanciarvi addosso, intimandovi di spostarvi dall’ingresso del gate, andando a litigare altrove. Tutti quegli orrendi altri avranno avuto ragione, voi lo sapete benissimo e ciononostante li avrete ignorati per rimanere fedeli alla vostra amica in-comprensione, che, si sa, è come un cartoccio di patate fritte acquistato in un fast food. Fanno male, sono decisamente troppo salate e vi faranno pentire tutta la notte di quella scelta, ma non ne potrete proprio fare a meno. Le continuerete a mangiare, con ketchup di rabbia e maionese di rimorsi.
Non esagerate.
Lo so, consiglio stupido.

Una parola, un verso: venticinquesima – incomprensione.
incomprensióne s. f. [comp. di in-2 e comprensione]. – Mancanza di comprensione, incapacità di comprendere i sentimenti, il carattere, o le necessità, le esigenze di un’altra persona o anche di una categoria di persone (fonte Treccani)


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domenica 4 dicembre 2011

La violenta frenata dell’editoria, Amazon e la speranza eBook.


La selezione della specie. È così che Maurizio Costa (Presidente e AD di Arnoldo Mondadori editore dal 2003) definisce uno degli effetti più importanti della rivoluzione digitale in un’intervista apparsa pochi giorni fa su Il Corriere della Sera. La specie ad essere selezionata non sarà quella degli scrittori (a cui dovrebbe essere invece offerta la possibilità di oltrepassare le strette maglie della distribuzione tradizionale, grazie agli incorporei eBook), né tantomeno quella dei lettori, che non potranno che crescere (liberandosi del peso della carta e diventando sempre più centrali e attivi nell’interazione con le case editrici e gli scrittori), ma, udite udite, quella degli editori.


Secondo il capo della Mondadori, chiunque lavora nel campo dell’editoria dovrà necessariamente “ripensarsi profondamente” per tentare di resistere in un mercato in contrazione (si parla addirittura di “violenta frenata” a partire dall’orrido ottobre 2011). La crisi globale che ha visto vacillare le banche e scompaginare i governi, sembra essere giunta nel già non fiorente mondo dell’editoria italiana, costringendo gli editori a ristrutturazioni e a tagli, ma anche (e questa potrebbe essere una buona notizia) ad accelerazioni sul comparto eBook, visto come una delle possibili leve per la ripresa. Certo, a smuovere il mercato ci hanno pensato anche colossi come Google e Amazon.  Quest’ultima ha appena lanciato anche in Italia il suo Kindle Store, con 16.000 eBook in italiano (che si aggiungono ai circa 900.000 in altri idiomi), mettendo sul mercato anche il nuovo lettore portatile di eBook Kindle (a 99 euro), vera leccornia digitale a basso costo in un momento di austerity come quello che viviamo. L’obiettivo di Amazon è quello di diventare il player dominante in un mercato ancora vergine come quello dell’eBook italiano, ma certo Google ed Apple non rimarranno a guardare. E i nostri editori? Per loro, secondo Maurizio Costa, è sempre più necessario ed improcrastinabile un salto culturale, sfuggendo ad approcci autoreferenziali e puntando invece ad immergersi nella realtà circostante. Cercare di capire cosa sta avvenendo, magari un attimo prima che avvenga o che arrivi l’Amazon di turno a decidere come interpretarla. La sfida è stata lanciata.
A proposito di sfide e di maglie troppo strette della distribuzione italiana, c’è chi prova anche strade cartacee in un’ottica digitale di contatto più diretto fra lettore e editore, passando solo per il libraio. Si tratta del nuovo marchio della minimum fax (SUR), che pubblicherà autori sudamericani veicolandoli direttamente tramite le librerie, saltando quindi la distribuzione tradizionale. Il progetto rivolto alle librerie indipendenti, punta a recuperare un rapporto diretto con i librai, da cui minum fax si recherà per raccontare il suo libro.
Il fermento è grande e questo è sempre un buon segno.    

domenica 27 novembre 2011

I libri e i motorini - la parola all'editor

I libri sono come i motorini? E chi fa il motore dei libri, ossia gli scrittori, dovrebbe essere un caparbio meccanico? Sempre a trafficare sotto traccia, con le mani sporche a rubare il mondo, pur di truccare il motore del proprio romanzo e farlo correre più (e meglio) degli altri? Sembrerebbe di sì. Almeno secondo Cristiano Armati, autore del divertente, dissacratorio e utilissimo libro che la Giulio Perrone editore ha appena dato alle stampe: Cose che gli aspiranti scrittori farebbero meglio a non fare ma che invece fanno.

In questo piccolo volume (94 pagine) sono racchiuse alcune richieste che Cristiano Armati, editor di professione e attento osservatore dell’aspirante scrittore per necessità, rivolge a chiunque avesse l’intenzione di cimentarsi con la scrittura con l’idea di veder poi pubblicato il proprio lavoro. Non è un vademecum per scrittori esordienti, quello di Cristiano Armati, non ne ha la pretesa, né tantomeno lo potremmo definire decalogo (e non soltanto perché va ben oltre le dieci regole), si tratta invece di una vera e propria “supplica” rivolta agli aspiranti scrittori, che troppo spesso sembrano ignorare non soltanto le regole di funzionamento di una casa editrice, ma anche (e soprattutto per Armati) i bisogni di colui che può decidere se il loro testo è degno di proseguire la propria strada verso la pubblicazione.

Parliamo dell’editor, quello strano figuro che si aggira fra pile traballanti di manoscritti mal rilegati, scatoloni esausti e buste dalla forma esplosiva, alla ricerca di una “splendida conchiglia” da cui estrarre il romanzo, il saggio, il racconto dell’anno. E sebbene spesso, dopo estenuanti nottate di lettura, rimanga deluso, è capace di ricominciare daccapo, con la stessa caparbietà che richiede ad un autore.

Cristiano Armati, forte di un’esperienza pluriennale presso case editrici come Newton Compton e Castelvecchi, svela al lettore quali dovrebbero essere i requisiti minimi per poter sperare di essere letti da un editor: come rilegare un testo, come spedirlo, presentarlo e perché no, magari anche come scriverlo. Nel farlo apre al lettore le porte di un mondo che lo scrittore esordiente tende a volte a mitizzare o peggio ad ignorare, salvo poi lamentarsi per i risultati non confacenti alle proprie aspettative.

L’iniziativa è da elogiare, quello di cui il lettore e l’aspirante scrittore potrebbero sentire la mancanza, alla fine di questa lettura, è qualche suggerimento in più sulle cose che gli aspiranti scrittori farebbero meglio a fare ma che invece non fanno per catturare l’attenzione di un editor, ma c’è da sperare in un prossimo libro. Nel frattempo il lettore potrà piluccare alcuni succulenti spaccati di vita editoriale, che senza mai forzare troppo la mano sulle ingenuità (vere o presunte) del novello scrittore, Cristiano Armati condivide e ripercorre con ovvio piacere e consolidata passione per un lavoro che, grazie a lui, oggi conosciamo un po’ meglio.

Gli aspiranti scrittori? Un male incurabile secondo gli editor…di cui non si può proprio fare a meno.

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domenica 20 novembre 2011

LaLettura di Ai Weiwei

Se avete comprato Il Corriere della Sera la settimana scorsa, per l’esattezza domenica 13 novembre, avrete ricevuto, insieme al quotidiano, quello che avrete catalogato come uno degli oramai insopprimibili e prolifici inserti di cui anche Il Corriere si è arricchito negli ultimi anni pur di “aggredire” (chiedo subito venia per il linguaggio marketing oriented) nuovi inconsapevoli “segmenti” di pubblico.
Le avrete a stento degnate di uno sguardo quelle cinquanta pagine aggiuntive, che non facevano altro che affaticare il vostro braccio, i più attenti si saranno espressi in una smorfia d’incredulità per l’omone asiatico seduto su una poltroncina al centro del nulla che campeggiava sulla copertina dell’inserto. Ma poco più di questo.
Poi avrete lanciato l’inserto (e forse anche il quotidiano) sul sedile posteriore della vostra auto o nel bauletto del motorino, dove sarà probabilmente rimasto per giorni, intonso, nascosto ai vostri occhi, come tutti i buoni propositi infranti della domenica. Beh, è il caso di andare a ripescarlo! Avete avuto per le mani il primo numero del settimanale LaLettura, coraggioso esperimento de Il Corriere della Sera per rilanciare lo storico mensile (dallo stesso titolo, ma ora presentato con cadenza settimanale) che nei primi cinquant’anni del Novecento il quotidiano milanese offriva ai lettori per diffondere e stimolare il piacere della lettura, puntando sulla diversità di stili e di espressioni artistiche, con l’obiettivo (e qui sta la vera sfida di questa iniziativa) di mettere in discussione presunte certezze, che non solo in campo letterario in Italia si sprecano.   
Solo l’articolo di Paolo Di Stefano, dedicato all’utilizzo della pioggia come momento ispiratore nella letteratura, vale lo sforzo di tirarlo fuori dall’auto e portarvelo a casa. Chiudetevi in bagno, per resistere alle lusinghe serali della TV o alle richieste dei vostri familiari, e leggete. Vi verrà sicuramente voglia di ripetere l’esperimento, magari addirittura con un libro.
A proposito, l’omone in copertina, ammanettato alla sedia, è Ai Weiwei, artista, designer e soprattutto attivista cinese.

domenica 13 novembre 2011

Un inverno con Baudelaire di Harold Cobert

Come spiegare ad un bambino perché si susseguono il giorno e la notte? O perché la sera è cosparsa di stelle e l’alba di rugiada? Philippe Lafosse ha la sua idea: tutto dipende da un amore negato, da due giovani, divisi, perché insieme producevano troppa luce. 
È così che inizia il romanzo di Harold Cobert Un inverno con Baudelaire (elliot edizioni), con una favola narrata dal protagonista (Philippe Lafosse) a sua figlia Claire, con una speranza: ottenere ciò che si desidera, anche se sembra contrario alle più basilari leggi di natura e a tutto ciò che ci circonda, scoprendo che negli altri c’è posto (a volte) anche per un po’ di ascolto. Ma non lasciatevi ingannare da questo incipit, non siamo incappati in un libro per bambini, né in uno dei tanti testi più o meno interessanti e ripetitivi, prodotti sulla scia del Favoloso mondo di Amélie, no, il libro di Cobert  è ben piantato nel contesto sociale in cui viviamo. L’autore ci narra la storia di un uomo qualunque che dopo essere stato cacciato di casa dalla moglie, inizia ad avere difficoltà anche sul lavoro, fino a perderlo, trovandosi senza soldi e soprattutto (o dovremmo dire di conseguenza) senza amici, senza aiuto, sperimentando così la vita del clochard. Sorretto da una serie di telegrafici capitoli in cui si susseguono le giornate di Philippe e la sua rapida ed inesorabile discesa nel sottosuolo del capitalismo, il romanzo di Cobert ci fa conoscere l’inaccettabile e degradante routine delle giornate di un barbone a Parigi, tanto più inaccettabile, degradante e vicina perché comprensibile e percorribile da ognuno di noi in un momento di difficoltà e in un contesto socio economico in cui la linea fra povertà e borghesia è sempre più labile. Lo stile asciutto, l’utilizzo del tempo presente per evidenziare il “qui e ora”, l’esasperata semplificazione del linguaggio utilizzato da Cobert, così come delle giornate e dei (pochissimi) rapporti umani che Philippe riesce ad attivare nel suo nuovo status sociale di barbone, ci consegnano un protagonista in cui sarà facile ritrovarsi e immedesimarsi, con le sue debolezze, abitudini e con l’esigenza forte e silenziosa di essere ascoltato, di continuare ad esistere. Sarà un cane che Philippe incontrerà sulla sua strada a costringerlo a risollevarsi, a continuare a credere nella possibilità di ottenere ciò che si desidera (nel caso di Philippe, sua figlia Claire), ad alimentare la volontà e la speranza del protagonista. Maltrattate, manipolate e soffocate, non scompariranno, tramutandosi in un cane (il Baudelaire del titolo del romanzo) che, come ci ricorda Baudelaire (stavolta il poeta), sarà anche lercio, senza dimora e girovago fra le gole sinuose delle città, ma di esso avremo sempre bisogno.
  
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domenica 6 novembre 2011

Weekend di Andrew Haigh al Festival del Cinema di Roma

Non sappiamo dove siamo, né dove finiremo. Non sappiamo cosa riusciremo davvero a guardare, ad ascoltare o a metabolizzare di questo film attorcigliato intorno a un weekend apparentemente inconsistente e troppo rapido; come quelli che spesso ci troviamo a percorrere nervosi e consapevoli del lunedì che incombe e del tempo che preme per viverci senza che la nostra volontà sia presa in considerazione.
Fin dal titolo di questo film di Andrew Haigh (WEEKEND appunto), imposto allo spettatore con una barriera di lettere bianche che campeggiano sui primi fotogrammi di una periferia inglese alla fine di un venerdì qualunque, lo spettatore comprende che il regista gli sta aprendo un varco su un territorio così vicino a lui da essere spesso trascurabile o meglio invisibile, uno spazio che lo spettatore potrà visitare, ma che non starà a lui giudicare e forse neanche capire del tutto.
Ciò che è probabile è che se avrete avuto la fortuna e l’azzardo di trovarvi a tu per tu, anzi a tu per loro con i due protagonisti di Weekend, non riuscirete a rimanere indifferenti davanti alla loro storia, al loro annusarsi, incontrarsi, sentirsi diversi per ragioni diverse e ciononostante affini, legati, capaci di parlarsi e soprattutto di ascoltarsi. Non potrete non appassionarvi ai tentativi di Russell di superare la sua timidezza con le sue osservazioni continue di un mondo costellato da urlanti parlatori che poco interesse hanno per la sue idee e tanto meno per la sua scelta di vita, né potrete evitare di invidiare Glen per la sua apparente sicurezza, per avere sempre la risposta giusta al momento giusto, per riuscire a tenersi così lontano dagli altri da evitare il dolore. Ed in questo sta la loro vicinanza, nel tentativo di evitare il dolore chiudendosi agli altri, senza riuscire a smettere di desiderare che qualcosa accada e cambi la loro giornata.
Russell e Glen sono inaccettabilmente veri e il fatto che siano due uomini ad essersi trovati e poi innamorati nel film di Haigh non ha alcun peso, potevano essere due etero o due donne, poco avrebbe cambiato o tolto alla storia, che rimane un inno alla nostra comune e innata diversità, che tentiamo spesso di soffocare per adeguarci ad uno standard che, fortunatamente,  non esiste.


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domenica 30 ottobre 2011

Un minuto di rivoluzione con Galileo

Ok, adesso facciamo un minuto di rivoluzione.”

Silenzio. Buio in sala. Il pubblico comincia a domandarsi se sta accadendo l’impensabile: l’attore sta parlando davvero con loro? Ossia, certo che parla con loro, lo spettacolo lo fa per loro, ma sta davvero attendendo una reazione attiva da parte degli spettatori?
Nel buio della sala gli sguardi si cercano invano, i bisbiglii aumentano e finalmente qualcuno parte, un urlo: “BASTA!!!” Ma basta cosa? Delle voci si condensano a fine platea, scricchiolii si susseguono sui palchi, qualcuno si alza in piedi, sta per scendere a fare la sua rivoluzione. Il tempo però è passato e l’indecisione, dote cronica nel popolo italiano, ha vinto anche questa volta. 
O forse no? Già perché Marco Paolini fa iniziare proprio in questo modo il suo monologo sulla vita e gli errori (alcuni provvidenziali) di Galileo Galilei, con una rivoluzione, riferendosi però a quella che il pianeta Terra compie intorno al Sole e che, eccezionalmente, anche il pubblico compirà (in poco più di due ore) attorno alla figura di Galileo Galilei, scoprendo desideri, delusioni e successi di una delle figure più discusse del seicento italiano. In pochi avrebbero pensato di trarre uno spettacolo teatrale, a metà fra il cabaret e l’impianto didattico, da un testo come il Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo che Galileo diede alle stampe nel 1632 e di certo pochissimi avrebbero pensato di poterne ricavare un successo di pubblico e critica come è stato per il progetto ITIS Galileo.
Quindi complimenti a Marco Paolini per il coraggio della scelta, soprattutto in un contesto storico e sociale come quello attuale, che pone davvero poca attenzione alla ricerca della verità assoluta (vera e sublime ossessione di Galileo), relegando i folli che ancora la desiderano a minoranza senza valore, incapace di godere dei favorevoli effetti del compromesso. Per Galileo prima e per Cartesio poi, l’uomo ha in sé tutte le capacità necessarie a snidare la verità sotto le coltri di disinteresse e rassegnazione di cui spesso si ammanta. Paolini sembra mettere in pratica questa lezione per il suo pubblico, guidandolo attraverso le pieghe anguste della storia, a scoprire la caparbietà e le debolezze di un uomo che ha osato innovare, sfidando un sistema di conoscenza reso immobile da centinaia di anni di torpore. E sebbene il monologo di Marco Paolini si spinga, a volte, a ricercare l'aneddoto necessario a rallegrare gli spettatori a discapito della fluidità della storia, uscendo dal Teatro Argentina a Roma, dove l’arte affabulatoria di Marco Paolini sta dando il suo meglio in questi giorni, gli occhi del pubblico si cercheranno, per osservare il riflesso di quella volontà galileiana che sembrava da tempo perduta. 

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domenica 23 ottobre 2011

L'arte di comprimere di Tomas Tranströmer

Comprime grandi quantità di significati in spazi angusti”, così Maria Cristina Lombardi definiva la poesia di Tomas Tranströmer nell’introduzione della raccolta Poesia dal Silenzio edita da Crocetti nel settembre 2001. Quando, qualche mese dopo, sfogliando la rivista Poesia mi trovai di fronte a questo nome con tanto di umlaut (i due puntini sopra la “o” alla tedesca)  la mia attenzione ne fu subito catturata. Sarà stato per la mia vecchia passione per la lingua germanica oppure per la costante attrazione che ha sempre esercitato su di me la possente natura dei paesi nordici, da cui proveniva l’autore dei versi, fatto sta che non potei trattenermi e ordinai il libro all’editore.  Mi colpì? Lo lessi in un fiato? Lo diluii nelle mie fughe pomeridiane in cerca di una luce sempre differente? Zero. Bianco. Nulla di nulla
Fin qui la mia memoria che, come tutte le memorie, chissà perché fissa tanto bene alcuni momenti a discapito di altri, non sempre in ordine di priorità, almeno non della nostra priorità.
Così quando ho appreso qualche giorno fa da una amica e poetessa che proprio a Tomas Tranströmer era stato assegnato il premio Nobel per la letteratura 2011 non si è accesa alcuna lampadina.  Un grande piacere, certo, per la scelta di un poeta da parte della commissione del Nobel (cosa che non accadeva dal 1996 con Wislawa Szymborska), un riconoscimento ad un mestiere quanto mai sconveniente in un sistema sociale come il nostro, basato esclusivamente (o quasi) sulla forma. Ma vuoto completo sulle opere di Tranströmer, tanto da chiederne lumi alla mia amica che, sempre preparata sui poeti (viventi e non), mi diceva che se avevo voglia era possibile recuperare un’edizione delle opere di Tranströmer dell’unico editore che si era impegnato nella loro traduzione in italiano: Crocetti.
Crocetti…Crocetti…fu allora che la mia scassatissima memoria iniziò a lampeggiare, proponendomi come di consueto un’immagine al posto di un ricordo. Stava a me decodificarla: un libro bianco con una coppa antica nella parte bassa della copertina ed un titolo bordeaux nel mezzo e poi…una stanza vuota, priva di mobili, tutta bianca, con il pavimento di quel legno così chiaro che solo nei paesi scandinavi mi è sempre sembrato a casa.
Ho osservato per un po’ il mio ricordo e poi ho fatto come al solito, ho iniziato a rovistare nella mia libreria, ordinata non per autore o per periodo storico, ma secondo una mia variabile e confusa lista delle priorità che mi porta inevitabilmente a spulciare dozzine di libri in essa stipati prima di trovare quello che cerco, il mio tesoro.  In questo caso la raccolta Poesia dal Silenzio di Tomas Tranströmer che non solo avevo comprato, ma avevo letto e riletto, annotando idee, sublimi lemmi e reconditi significati che d’improvviso si palesavano, come il ghiaccio che sembra ammantare giudicante e perfetto le poesie di Tomas Tranströmer, ma che sotto nasconde così tanti strati di emozioni da costringervi a fermarvi quasi ad ogni rigo, poggiando il libro sul sasso su cui vi consiglio di arrampicarvi per leggere le sue poesie. Quando fuori fa freddo e il divano sembra così invitante.  Vi guarderete attorno e avrete bisogno di tutta la razionalità di cui disponete per capire che è cambiato qualcosa in ciò che state osservando e che quel qualcosa è sempre stato lì, pronto ad essere ignorato dalla vostra mente che, ora, inaspettatamente si troverà a perlustrare uno strato diverso di voi stessi.

Il vostro viaggio sarà cominciato. Non resterà altro che riprendere la lettura e il posto sul vostro sasso. Godetevelo.


Stupendo sentire come la mia poesia cresce mentre io mi ritiro.
Cresce, prende il mio posto.
Si fa largo a spinte.
Mi toglie di mezzo.
La poesia è pronta.

Estratto dalla poesia Uccelli Mattutini  di Tomas Tranströmer  –  Echi e tracce 1966 - raccolta Poesia dal Silenzio – Crocetti editore  2001/2008

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domenica 16 ottobre 2011

Un déjà-lu con Patti Smith e Doris Lessing

Vi è mai capitato di imbattervi in un testo che fin dalle prime righe fa scattare in voi una sensazione di déjà-vu anzi di déjà-lu?

A me è capitato con un piccolo mémoire di Patti Smith sull’ultimo numero della rivista New Yorker. Patti, anzi Patricia come insisteva a chiamarla sua madre, ricorda un evento della sua fanciullezza provocato da un’improvvisa sensazione di bisogno che probabilmente ha tormentato ognuno di noi: desiderare così fortemente qualcosa da essere disposti a tutto (o quasi) pur di ottenerla. Tanto che non c’erano sguardi di rimprovero o gesti di diniego dei nostri genitori a spaventarci, perché quel bisogno era improvvisamente divenuto impellente, vitale, assoluto.

Fin qui nulla di nuovo direte voi e avreste ragione se non fosse che il bisogno imprescindibile di possesso della piccola Patricia in questione era rivolto ad un libro. E non ad un semplice libro per bambini o meglio ancora ad un album di figurine (l’unico oggetto ante anni ’90 paragonabile per desiderio ad un contemporaneo videogame), ma uno spesso primo volume di un’enciclopedia con la copertina color crema ed un grosso numero “1” sul dorso ad indicare che quello era solo l’inizio di una sete di conoscenza che evidentemente Patricia aveva già ben sviluppata da piccola e che la portava istintivamente a cercare nuove voci, nuovi lemmi per descrivere se stessa e il mondo che aveva intorno.

L’ardore di questo desiderio e la mancanza di soldi disponibili, portò Patricia a rubare quel librone, nascondendolo dietro la zip della sua giacca di tweed. Il tentativo di far prevalere il suo bisogno sulla "puerile questione finanziaria" non andò a buon fine e Patricia tornò a casa rosa dal senso di colpa e dalla mancata realizzazione del suo bisogno. Ciononostante quel desidero così atipico per un bambino colpì a tal punto sua madre che il giorno dopo le fece trovare quel libro ad aspettarla, rinunciando a qualche scatola di piselli per la dispensa.

Il mio pensiero è allora andato ad un altro piccolo mémoire, questa volta della scrittrice Doris Lessing, che al ritorno da un viaggio in Africa, si trovò a raccontare agli studenti di una ricca ed esclusiva scuola britannica cosa aveva visto. Lo stesso desiderio di conoscenza, la stessa curiosità della nostra piccola Patricia, amplificato da una situazione di carenza diffusa, di cibo, di acqua, di futuro, ma non di curiosità, di vorace necessità di sapere, di immaginare, di conoscere, condensati nel desiderio di qualche libro in più da poter leggere, su cui poter crescere. Il racconto non toccò in alcun modo la platea di ragazzi che ordinatamente era stata allineata per ascoltare un premio nobel. Proprio non riuscivano ad immedesimarsi in quell’astruso vorace bisogno di conoscenza (loro che potevano attingere ad essa in ogni momento e che sempre meno ne approfittavano), suscitando in Doris Lessing più di un interrogativo sul futuro dell’emisfero settentrionale del mondo, intrappolato sempre di più in un involucro di mediocrità sospinta dalla mancanza di curiosità. Harold Bloom, nella prefazione di un suo famoso libro dedicato al Genio, chiedeva al suo lettore se avrebbe mai accettato una sedia sbilenca ed un tavolo tarlato per consumare i suoi pasti. Sicuramente no, rispondeva Bloom per il suo lettore e allora perché questo era disposto ad accettare trame sbilenche e pseudo letteratura tarlata per sostenere la sua mente? Perché si era deciso che la continua proiezione dell’essere umano al miglioramento di se stesso era divenuto fuori moda, anzi da dissuadere, boicottare, affogare in uno stagno di presunta e avida normalità?

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domenica 9 ottobre 2011

La mela morsicata

Su chi sia stato Steve Jobs i media di tutto il mondo occidentale si stanno litigando l’ultimo complimento, gli stessi che spesso lo avevano attaccato, criticato, invidiato, accusato di aver trasformato piccoli oggetti di design in una “mela avvelenata” per i consumatori che, una volta entrati nel mondo Apple, si rendevano conto di quanto fosse chiuso a qualsiasi altra possibilità “non Apple”. Forse per questo manca solo un pezzetto alla mela del logo della famosa azienda di Cupertino? Perché nessuno è mai riuscito ad addentarla fino in fondo?

Certo, chi utilizza i suoi prodotti sa che sono innovativi e facili da usare, così innaturalmente immediati per chi si è formato nel funzionale e strutturatissimo mondo Microsoft e soprattutto sono belli a vedersi, racchiudendo in sé uno dei dogmi che la nostra epoca ha esaltato fino allo svilimento: la forma è sostanza. Sì, perché nella mani di Jobs, una delle menti più creative degli ultimi decenni, la mela è diventata il simbolo non soltanto di un insieme di prodotti dalle elevate performance hi-tech, quanto piuttosto di un modo di pensare: uno status symbol, anzi un apple symbol del tutto immateriale e per questo ardentemente voluto, a cui molti tendevano e soprattutto di cui tutti parlavano. Si poteva essere a favore o contro, ma non si poteva essere allo scuro di cosa stesse accadendo.

Steve Jobs è riuscito a generare una nuova famiglia di consumatori che si è trovata a poter scegliere fra servizi non soltanto nuovi, ma addirittura impensabili. Chi avrebbe mai potuto immaginare alla fine degli anni ’90 che sarebbe bastato un dito per comprare, gustare ed immagazzinare una canzone, un film o un libro? O che sarebbero bastati pochi centimetri di plastica per portarseli dietro dovunque si desiderava? E che soprattutto (e qui sta la genialità della Apple e del suo creatore) mostrare agli altri di possedere tali magici oggetti sarebbe bastato a far annoverare il loro possessore in un gruppo di non convenzionali eletti?

Poco importa alla fine quale versione di i-pad o i-phone si possegga, basta che sopra vi sia la mela giusta, quella morsicata, quella che dichiara al mondo che si è liberi di decidere cosa portare con sé, costruendosi la compilation di contenuti ed emozioni che più aggrada, rendendosi unici e differenti, sebbene tutti "melizzati".

Che poi di tali contenuti non si possa fruire al di fuori del "mondo melico", beh, questo è scontato. Chi vorrebbe più confrontarsi con un barbaromicrosoftiano”, magari ancora incapace di allargare la propria mente con un tocco di dita? Nessuno.

Nel suo famoso discorso all’università di Stanford, Steve Jobs esortò il suo pubblico a trovare ciò che si ama e a perseguirlo, caparbiamente, devotamente e senza permettere al contesto di influenzare le proprie scelte. Solo così, secondo il tycoon della Apple, fidandosi dell’intuito e dell’immaginazione, si può raggiungere la pace interiore e contribuire alla rigenerazione della società attraverso l’innovazione.

Non si può dubitare, oggi, che Steve Jobs si sia attenuto a questo dogma, ricordandoci che l’innovazione è dietro l’angolo (sebbene spesso sia così difficile crederlo, soprattutto per noi italiani), anzi è proprio qui, nelle nostre mani, pronta ad esplodere, a liberarci dai vincoli che, la Apple stessa, a volte tenta di imporci.

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domenica 2 ottobre 2011

Tanta, tanta, ma tanta RABBIA!

Più volte ci siamo trovati a parlare dei nostri dubbi su imago2.0 e più volte siamo arrivati alla conclusione che il vero barbaro, in un mondo di granitici difensori di certezze impalpabili, sia colui che dei dubbi pensa di fare a meno.

Certo, a nessuno fa piacere palesare i propri dubbi davanti ad estranei, è come mostrarsi in costume da bagno ancora bianchicci e con qualche chilo di troppo, non fa bene alla nostra autostima e ci rende facile preda del sarcasmo di chi, i chili di troppo, se li arrotola intorno alla lingua, pronti ad azzannare le imperfezioni altrui, come se la possibilità di ferire un altro essere umano fosse il balsamo migliore alle proprie insicurezze. Spostare l’attenzione su se stessi, colpendo gli altri e dimostrando così la propria inconsistenza. Questo il pensiero che ho distillato due anni fa, quando mi sono trovato impreparato spettatore davanti al “Dio della Carneficina” di Yasmina Reza (commediografa francese di fama internazionale) riadattato in Italia dall’implacabile mano del regista Roberto Andò e concretizzatasi nelle incontenibili fisionomie di Silvio Orlando e Anna Bonaiuto (http://www.adelphi.it/evento/64).
Impreparato perché scoprire che il protagonista dello spettacolo teatrale che si sta guardando non è altro che una fotografia senza veli di se stessi non è piacevole. La storia ideata dalla Reza praticamente non esiste o meglio è tutta nelle teste dei personaggi, due coppie borghesi che si incontrano per risolvere un litigio a suon di scazzottata fra i loro figli. Con le migliori intenzioni (almeno apparenti) le due coppie si incontreranno, cercando di dimostrare ai loro figli (che non sono però coinvolti) che la violenza è qualcosa di barbaro ed irrazionale a cui non si deve far ricorso.., a meno che, ovviamente, l’altro dimostri che è strettamente necessario. Ed è questo che la Reza insiste a volerci mostrare: gli uomini sono solo un groviglio di istinti e pulsioni violente che possono (vogliono) controllare fino ad un certo punto.

Da questa stessa piece Roman Polanski ha tratto un film (Carnage) claustrofobico e ricco di suggestioni, preciso e pericoloso per uno spettatore che inevitabilmente si ritroverà in uno dei personaggi e che sentirà un languore crescente con lo srotolarsi della pellicola a cui non saprà dare un nome. In Carnage, Polanski dosa tutti gli ingredienti di una carneficina: ansia, paura, determinazione, condivisione momentanea, complicità tradita, ironia, sarcasmo e soprattutto tanta, ma tanta rabbia, repressa e compressa, per essere intrappolati in una vita che non si sopporta e per la quale si vorrebbe davvero poter dare la colpa a qualcuno.

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domenica 25 settembre 2011

Una parola, un verso: ventiquattresima - memoria, il punto di vista del "New Yorker"

memòria s. f. [dal lat. memoria, der. di memor -ŏris «memore»].

1. la capacità di ritenere traccia d’informazioni relative a eventi, immagini, sensazioni, idee di cui si sia avuto esperienza e di rievocarle quando lo stimolo originario sia cessato, riconoscendole come stati di coscienza trascorsi; 2. l’atto e il modo con cui la mente ritiene o rievoca singole e determinate immagini, nozioni, persone, avvenimenti; 3. tracce che persone o fatti lasciano nella mente degli uomini; 4. in memoria di, per onorare il ricordo di persone o anche di fatti.

 

Anche l’edizione della prestigiosa rivista giornalistica dal forte taglio letterario New Yorker del 12 settembre scorso è stata dedicata alla memoria dell’11/9 (anzi del 9/11 come lo ricordano gli americani, invertendo rispetto a noi latini giorno e mese in una data), ossia all’attentato che ha colpito le torri gemelle del World Trade Center a Manhattan dieci anni fa. Fra i tanti, forse troppi giornali che hanno voluto ricordare (spesso sfruttare) uno degli eventi più forti che ha colpito le pupille e le memorie di milioni di persone in tutto il mondo, portando alla morte di circa tremila persone in quella insensata mattina, il New Yorker è stato quello che forse ha saputo meglio condensare le paure e le speranze (poche) delle memorie che, a volte con parecchia e comprensibile difficoltà, si sono obbligate a ricordare e soprattutto a riflettere sul 9/11, ponendosi e ponendoci molte domande, alcune doverose, altre particolarmente scomode, ma decisamente necessarie.

Molti dei più rappresentativi scrittori di lingua inglese (americani e non) hanno espresso, in un paio di colonne, il loro punto di vista, partendo dalla memoria personale, dal “dov’ero in quel momento” che tutti noi avremo esercitato lo scorso 11 settembre. Il risultato si condensa in 12 pagine dalla carta molto sottile e leggera, caratteri piccoli e senza fronzoli in cui si fanno spazio dubbi pesanti, di chi ha visto in quel “dies horribilis” il distillato di tutte le nostre paure (dichiarate e non dichiarabili), di chi ha visto i barbari, i diversi (e per questo automaticamente incomprensibili e immediatamente estirpabili) che attaccavano la città che più di tutte ha fatto della diversità di pensiero, religione e cultura la sua essenza. Con quelle torri sono cadute molte delle speranze di convivenza che avevano illuso (?) gran parte degli scrittori che oggi si domandano, dalla pagine del New Yorker, quanto sarà ancora lungo quell’arco che costituisce l’universo morale a cui Martin Luther King si riferiva. Arco che, come ci ricorda Zadie Smith, sebbene sembri essere sempre troppo esteso per farci percepire il cambiamento mentale necessario a rendere possibile ogni convivenza, dovrà piegarsi di fronte alla giustizia. A quella, soprattutto oggi, ben saldi sulla nostra memoria, dovremmo tendere.

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domenica 18 settembre 2011

Cose dell’altro mondo


Il film di Francesco Patierno, il regista di Benvenuti al Sud per capirci, è appena uscito nelle sale con una soggetto che promette di far vedere “cose dell’altro mondo”, il nostro appunto.

La storia è semplice quanto geniale (e non originale, si ispira ad un film di Arau del 2004): scompaiono tutti gli stranieri. Prima dal Veneto, poi dall’Italia intera e con essi si smaterializzano colf, badanti, carpentieri, operai, raccoglitori di frutta e verdura e tutte le persone che spesso (in Veneto sembrerebbe sempre) fanno i lavori che a noi “vecchi” italiani non piace più fare. Le preghiere di un “imprenditur” razzista, qualunquista, volgare e eccezionalmente ignorante (nel senso che ignora tutto ciò che gli sta attorno perché preso solo da se stesso) vengono accontentate e una mattina un piccolo borgo in piena Padania si sveglia in un “day after” di silenzio e incredulità.

La domanda che pervade la città è: “E ora come faccio senza il tizio/a che mi stira, lava, pulisce e bada a quei rimbambiti dei miei genitori o a quei rumorosi dei miei figli?”

Poco importa che fine abbiano fatto queste persone (perché di esseri umani si tratta, anche se tutti sembrano dimenticarlo) e perché questo evento immaginifico sia accaduto. Quello che conta è sostituire la mandria operosa, sebbene crudelmente e necessariamente diversa.

Quando i greci parlavano di “barbaros” si riferivano a qualcuno che non utilizzava la loro lingua, i loro abiti, il loro cibo, il loro (cosa più importante) sistema sociale di regole prestabilite e universali (l’ellenismo). Ma anche perfette e insostituibili? Sembra essere questa l’idea sottostante al film di Patierno, che sceglie uno stile al limite del grottesco e immaginifico per trasportarci in una realtà dove l’unico desiderio che viene esaudito da un’entità superiore (scegliete voi quella che preferite) è quello di odio e intolleranza. Inaspettatamente si apre uno spiraglio fra l’Italia che si “arrangia”, cercando di “fregare” tutto e tutti (soprattutto se più deboli, extra comunitari o terroni non fa molta differenza) ed un possibile universo alternativo, in cui è necessario ricominciare a rimboccarsi le maniche, senza sperare sempre che qualcun altro risolva il problema.

Certo molto è lasciato all’interpretazione o alla creatività dello spettatore (se vi confronterete con chi ha visto il film, vedrete che ognuno avrà distillato il suo personale significato e in molti non sapranno ripetervi una frase o un momento specifico del film che li ha colpiti), ma ciò che è interessante del film non è certo il suo sviluppo e tantomeno il finale o le interpretazioni di Mastandrea o Abatantuono, a volte bloccate in un demagogismo di facciata, condito con un’incertezza di fondo su dove il film volesse davvero andare.

Ciò che conta è che qualcuno abbia sentito il bisogno di mostrarci ciò che vediamo ogni giorno, così normale da diventare invisibile: il silenzio. Il silenzio di centinaia, migliaia di persone che fanno il loro lavoro, magari anche bene, con serietà e professionalità, senza cercare una via più rapida per arrivare a rubare qualcosa ad un altro. E’ questo il silenzio che dovremmo ascoltare ed è a questo silenzio a cui dovremmo tendere.

In un articolo di qualche settimana fa de Il Sole 24 Ore Gianni Toniolo ci raccontava di uno dei tanti casi di silenzio eccellente di cui, (strano ma vero!) è costellato il nostro Paese e di cui ancora ci sorprendiamo o ci beiamo. E allora sembrerebbe il momento di far diventare “cose di questo mondo” quelle che nei nostri “vicini” europei sembrano ovvie, addirittura normali.

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domenica 11 settembre 2011

chi è Howard Jacobson?

Ma chi è Howard Jacobson?

Professore di letteratura inglese nella brumosa Inghilterra, nonché giornalista (columnist per dirla all'anglosassone), documentarista e scrittore.

A questo punto la vostra immaginazione, a meno che non siate fra i pochi italiani che hanno avuto l'opportunità di incontrare dal vivo questo distinto sessantenne (o almeno di leggere uno dei suoi libri), sarà già partita, delineando la figura di un distinto signore alla David Niven, con tanto di ombrello e giacca in tweed, magari anche con la pipa, che disserta dell'innegabile influenza shakespeariana su qualsiasi autore abbia osato scrivere dopo, a volte anche prima, del Bardo.

Sbagliato! Osate di più, con questo autore è assolutamente necessario.

Howard Jacobson si è presentato al Festivaletteratura (www.festivaletteratura.it) di Mantova in camicia di lino e capelli arruffati, invadendo letteralmente i pensieri dei boccheggianti spettatori (la sua presentazione era fissata in un bollente e umidiccio sabato mantovano alle due del pomeriggio) con una miriade di battute "sull'ebraicità" (se mi permettete questo neologismo), affermando di essere stanco dello "scambismo" (secondo neologismo…) fra scrittori ebrei e non. I primi che non sanno essere ebrei e i secondi che farebbero di tutto pur di diventarlo, perché pensano che essere scrittore ed ebreo sia una combinazione decisamente cool.

Cosa significa, allora, per uno dei più autorevoli scrittori ebrei di lingua inglese essere ebreo oggi?

"Sposare una donna ebrea." Almeno questa era la chiave dell'ebraismo secondo il padre di Jacobson, a cui ovviamente va aggiunta l'indissolubile capacità materna di prepararlo sempre al peggio, per poi sorprendersi, quasi infastidirsi, dinanzi all'eventuale meglio che si fosse ostinato ad arrivare.

Da qui Howard Jacobson parte per presentare in Italia il suo ultimo libro (L'enigma di Finkler - vincitore del prestigioso Man Booker Prize in UK), dimostrando un'impareggiabile disposizione all'ironia e soprattutto all'auto-ironia, riuscendo a scuotere gli animi e i sudori del pubblico assiepato a Palazzo Ducale e provocando numerosi applausi a scena aperta, anzi a "battuta aperta".

Accompagnato nella presentazione dall'attento osservatore dell'animo umano, nonché grande attore e drammaturgo, Moni Ovadia, Jacobson ha dimostrato di essere ben più del Philip Roth o del Woody Allen britannico (come spesso è stato etichettato), spiegando che l'indole ironica è insita nell'ebraismo, perché a suo giudizio nasce dalla sofferenza e dall'abitudine a convivere con le cattive notizie.

Dopotutto, ci dice Ovadia, l'ebraismo stesso nasce da una barzelletta: un centenario che mette incinta una novantenne sterile, dando vita ad Isacco (letteralmente "figlio del riso" - la risata di sua madre Sara alla notizia che sarebbe rimasta incinta).

Ma Jacobson non è solo ironia al vetriolo. Le sue parole scuotono il lettore con una miriade di dubbi e domande (spesso senza risposta) e per questo ancor più degne di essere poste, perché contribuiscono a far affiorare i vizi e le (poche) virtù dell'uomo, ma soprattutto la colpa che entrambe spesso possono generare.

Se cercate quindi un libro che vi porti alla parola "fine" senza scossoni, senza farvi capire che siete davvero partiti alla scoperta di qualcosa di diverso, senza che neanche un dubbio si sia infiltrato nella vostra mente, beh, scegliete un'altra guida per il vostro viaggio e decisamente un altro libro.

Per conto mio sto per iniziare il viaggio armato di funi...

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domenica 4 settembre 2011

Il nome giusto

Che gioia trovare un romanzo che sobilli continuamente la voracità di un lettore onnivoro per la “parola”. E che gioiosa e inattesa opportunità l’imbattersi in fonemi dimenticati da buona parte degli italiani (“endiade”, “scotomizzare”, “nisofili”, “adorcismo”, “ierofania”, solo per citarvene alcuni dei più interessanti), che sembrano rivendicare il diritto alla vita (e soprattutto all’utilizzo), in ogni pagina de Il nome giusto di Sergio Garufi.

Il protagonista del romanzo è un uomo che muore in un incidente e rimane bloccato in una sorta di limbo senza conoscerne il motivo. Inizierà così a seguire le persone che compreranno i libri che amava e collezionava “da vivo”, usando le loro storie per raccontarci la sua di storia, in un caleidoscopico rullare di normali e confortanti (per il lettore che vi si ritroverà) errori che lo hanno portato, per puro caso(?), alla morte.

Ma l’interesse per il romanzo di Garufi non nasce dalla trama o dai dubbi e i rimpianti in cui sembra crogiolarsi il protagonista, bensì dalla sapiente miscela di citazioni letterarie, ricostruzioni di dipinti perduti e visite di città d’arte che sanno essere anche vive e pulsanti testimonianze di amori perduti, senza mai cadere nel didascalico.
Tanto che, ad un certo punto, la trama diventerà per il lettore qualcosa di superfluo, se si appassionerà, come è accaduto a me, all’indomabile necessità del Garufi “libromane” di disseminare perfette parole fra le pagine del romanzo. Una sorta di dichiarazione d’amore per la nostra lingua che si mescola ad una necessaria curiosità per l’inconsueto e che mi ha fatto pensare al taccuino che Nadine Gordimer portava sempre con sé durante le sue corse nel bush sud africano e in cui annotava ogni nuova parola di cui si impossessava; poi la custodiva con cura, in attesa di poterla usare nella frase perfetta.

E sebbene il libro sconti, a volte, un eccessivo dilungarsi della storia e dei suoi flashback nel passato del protagonista, rimane il merito di aver proposto un linguaggio nuovo, perché intinto nelle centinaia di vecchie parole che la nostra lingua conserva nel vocabolario, in attesa della nostra frase perfetta.

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domenica 28 agosto 2011

Una parola, un verso: ventitreesima - silenzio.

silènzio s. m. [dal lat. silentium, der. di silens -entis, part. pres. di silēre «tacere, non fare rumore»]. – a. Assenza di rumori, di suoni, voci e sim. “sovrumani Silenzi, e profondissima quïete Io nel pensier mi fingo (Leopardi); b. zona di silenzio, o zona d’ombra, per analogia con le onde luminose, la zona che non può essere raggiunta da segnali; c. il fatto di non parlare o di smettere di parlare per un certo periodo di tempo;
d. il non dare notizia di sé, né per lettera né con altri mezzi di comunicazione.


Silenzio.
a cui non sarete abituati, a cui deciderete di resistere e a cui sentirete di non poter arrivare.
Silenzio, sulle piattaforme di quarzo e granito che disegneranno il suo regno, fra le cime di verde onnipresente, che assalteranno l’occhio e scuoteranno il respiro.
Silenzio, accarezzerà i tetti rossi, i mulini squadrati, l’erba che sembra bosco, il sasso che sembra montagna, l’acqua che sembra padrona, il vento, che sembra dissolversi, assorbito da una costellazione di nuvole basse che non vi sembreranno mai d’accordo sulla strada da percorrere.

Silenzio.
Assoluto signore della zona d’ombra in cui sarete immersi, del vuoto di uomini che costringerà a pensare, che farà rallentare, che inizierà, ingordo, a depredare.
Silenzio, che si farà ascoltare. Droga a cui sarà così difficile rinunciare.
Silenzio, che, inaspettatamente, dopo avervi fatto suo, vi vorrà allagare, esplodere, assorbire, far desiderare, idee, prima troppo lontane per potervi incontrare.

Allora salirete sulla terra che si muove, sull’acqua che aspetta, su una sedia che respira, oltre un’isola che non dovrebbe esistere e un giorno che non dovrebbe essere già finito e insisterà, a cercarvi, in ogni fessura di luce in cui sarete rimasti ad osservare un piccolo veliero aggrappato alle preghiere di una volta di pietra che, da sola, non sapeva restare.

Silenzio,
cuneo di distanza che nessun ritardo potrà spezzare e che voi non potrete più smettere di cercare.

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sabato 30 luglio 2011

Una parola, un verso: ventiduesima - pausa (estiva)

pàua s. f. [dal lat. pausa]. – 1. In genere, arresto, sosta, fermata; 2. Intervallo di silenzio che si fa parlando; 3. In musica, cessazione temporanea del suono; 4. Nel linguaggio medico, pause del cuore, gli intervalli tra un tono cardiaco e l’altro.



imago2.0 vi saluta (eccezionalmente di sabato) e si prende una pausa, solo per l’estate ovviamente. Ritorneremo a disseminare dubbi sul vostro cammino a partire dall’ultima settimana di agosto (con la consueta uscita domenicale). Nel frattempo, non vorrete davvero rimanervene sdraiati “a quattro di bastoni” (gergale per “stesi in panciolle senza inibizioni e rimorsi”) in riva ad un mare congestionato da migliaia di nullafacenti, mentre il vostro cervello si annoia? Come? Non riesco a sentirvi…No?! Certo che no, ne ero sicuro. Per questo vi propongo qualche spunto per una passeggiata a base di libri e di scrittori, che come cavallette assetate di lettori, si spostano in estate fra un evento letterario e l’altro, pronti a firmare autografi anche su una palafitta in mezzo al mare (e non è un esempio casuale)...
Oltre al celebre e sempre più ricco appuntamento del Festivaletteratura di Mantova dei primi di settembre (http://www.festivaletteratura.it - dal 7 all’11, con ospiti che vanno da Baricco a De Luca, dalla Mazzantini a Koch), varrebbe la pena soffermarsi anche su realtà più piccole, ma altrettanto interessanti, magari perché si spingono verso la contaminazioni fra arti e autori. Penso per esempio al Festival di Ravello (http://www.ravellofestival.com - dall’8 luglio al 24 agosto), che mette insieme un interessante programma di musica e letteratura con audaci commistioni fra le due arti sul tema scelto per l’edizione 2011 (il viaggio) . Da ricordare poi il Festival della mente a Sarzana (http://portale.festivaldellamente.it dal 2 al 4 settembre), dove solo l’intervento di Zygmunt Bauman varrebbe un viaggio nelle splendide terre liguri, in questo caso a base di possenti dubbi in mezzo ai quali navigare.  Per gli appassionati dei piccoli borghi, magari con tanto di festival monografico, vi segnalo dal 19 al 21 agosto il FestivalDio di mio padre dedicato allo scrittore John Fante, originario proprio del paesino abruzzese in cui si svolge l’evento (http://www.johnfante.org). Per gli amanti dell’alta montagna, invece, ricordiamo Un libro un rifugio, Festival delle dolomiti in cui non sarà possibile avvicinarsi ad un libro sotto i 1.300 metri (http://www.altabadia.org/1812.pdf).
Insomma le occasioni per generare e soprattutto per ascoltare nuove idee non mancheranno, quindi godetevele e tornate pieni di domande a visitare imago2.0 a partire da domenica 28 agosto.
A presto e grazie per le vostre visite.     

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