domenica 30 ottobre 2011

Un minuto di rivoluzione con Galileo

Ok, adesso facciamo un minuto di rivoluzione.”

Silenzio. Buio in sala. Il pubblico comincia a domandarsi se sta accadendo l’impensabile: l’attore sta parlando davvero con loro? Ossia, certo che parla con loro, lo spettacolo lo fa per loro, ma sta davvero attendendo una reazione attiva da parte degli spettatori?
Nel buio della sala gli sguardi si cercano invano, i bisbiglii aumentano e finalmente qualcuno parte, un urlo: “BASTA!!!” Ma basta cosa? Delle voci si condensano a fine platea, scricchiolii si susseguono sui palchi, qualcuno si alza in piedi, sta per scendere a fare la sua rivoluzione. Il tempo però è passato e l’indecisione, dote cronica nel popolo italiano, ha vinto anche questa volta. 
O forse no? Già perché Marco Paolini fa iniziare proprio in questo modo il suo monologo sulla vita e gli errori (alcuni provvidenziali) di Galileo Galilei, con una rivoluzione, riferendosi però a quella che il pianeta Terra compie intorno al Sole e che, eccezionalmente, anche il pubblico compirà (in poco più di due ore) attorno alla figura di Galileo Galilei, scoprendo desideri, delusioni e successi di una delle figure più discusse del seicento italiano. In pochi avrebbero pensato di trarre uno spettacolo teatrale, a metà fra il cabaret e l’impianto didattico, da un testo come il Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo che Galileo diede alle stampe nel 1632 e di certo pochissimi avrebbero pensato di poterne ricavare un successo di pubblico e critica come è stato per il progetto ITIS Galileo.
Quindi complimenti a Marco Paolini per il coraggio della scelta, soprattutto in un contesto storico e sociale come quello attuale, che pone davvero poca attenzione alla ricerca della verità assoluta (vera e sublime ossessione di Galileo), relegando i folli che ancora la desiderano a minoranza senza valore, incapace di godere dei favorevoli effetti del compromesso. Per Galileo prima e per Cartesio poi, l’uomo ha in sé tutte le capacità necessarie a snidare la verità sotto le coltri di disinteresse e rassegnazione di cui spesso si ammanta. Paolini sembra mettere in pratica questa lezione per il suo pubblico, guidandolo attraverso le pieghe anguste della storia, a scoprire la caparbietà e le debolezze di un uomo che ha osato innovare, sfidando un sistema di conoscenza reso immobile da centinaia di anni di torpore. E sebbene il monologo di Marco Paolini si spinga, a volte, a ricercare l'aneddoto necessario a rallegrare gli spettatori a discapito della fluidità della storia, uscendo dal Teatro Argentina a Roma, dove l’arte affabulatoria di Marco Paolini sta dando il suo meglio in questi giorni, gli occhi del pubblico si cercheranno, per osservare il riflesso di quella volontà galileiana che sembrava da tempo perduta. 

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domenica 23 ottobre 2011

L'arte di comprimere di Tomas Tranströmer

Comprime grandi quantità di significati in spazi angusti”, così Maria Cristina Lombardi definiva la poesia di Tomas Tranströmer nell’introduzione della raccolta Poesia dal Silenzio edita da Crocetti nel settembre 2001. Quando, qualche mese dopo, sfogliando la rivista Poesia mi trovai di fronte a questo nome con tanto di umlaut (i due puntini sopra la “o” alla tedesca)  la mia attenzione ne fu subito catturata. Sarà stato per la mia vecchia passione per la lingua germanica oppure per la costante attrazione che ha sempre esercitato su di me la possente natura dei paesi nordici, da cui proveniva l’autore dei versi, fatto sta che non potei trattenermi e ordinai il libro all’editore.  Mi colpì? Lo lessi in un fiato? Lo diluii nelle mie fughe pomeridiane in cerca di una luce sempre differente? Zero. Bianco. Nulla di nulla
Fin qui la mia memoria che, come tutte le memorie, chissà perché fissa tanto bene alcuni momenti a discapito di altri, non sempre in ordine di priorità, almeno non della nostra priorità.
Così quando ho appreso qualche giorno fa da una amica e poetessa che proprio a Tomas Tranströmer era stato assegnato il premio Nobel per la letteratura 2011 non si è accesa alcuna lampadina.  Un grande piacere, certo, per la scelta di un poeta da parte della commissione del Nobel (cosa che non accadeva dal 1996 con Wislawa Szymborska), un riconoscimento ad un mestiere quanto mai sconveniente in un sistema sociale come il nostro, basato esclusivamente (o quasi) sulla forma. Ma vuoto completo sulle opere di Tranströmer, tanto da chiederne lumi alla mia amica che, sempre preparata sui poeti (viventi e non), mi diceva che se avevo voglia era possibile recuperare un’edizione delle opere di Tranströmer dell’unico editore che si era impegnato nella loro traduzione in italiano: Crocetti.
Crocetti…Crocetti…fu allora che la mia scassatissima memoria iniziò a lampeggiare, proponendomi come di consueto un’immagine al posto di un ricordo. Stava a me decodificarla: un libro bianco con una coppa antica nella parte bassa della copertina ed un titolo bordeaux nel mezzo e poi…una stanza vuota, priva di mobili, tutta bianca, con il pavimento di quel legno così chiaro che solo nei paesi scandinavi mi è sempre sembrato a casa.
Ho osservato per un po’ il mio ricordo e poi ho fatto come al solito, ho iniziato a rovistare nella mia libreria, ordinata non per autore o per periodo storico, ma secondo una mia variabile e confusa lista delle priorità che mi porta inevitabilmente a spulciare dozzine di libri in essa stipati prima di trovare quello che cerco, il mio tesoro.  In questo caso la raccolta Poesia dal Silenzio di Tomas Tranströmer che non solo avevo comprato, ma avevo letto e riletto, annotando idee, sublimi lemmi e reconditi significati che d’improvviso si palesavano, come il ghiaccio che sembra ammantare giudicante e perfetto le poesie di Tomas Tranströmer, ma che sotto nasconde così tanti strati di emozioni da costringervi a fermarvi quasi ad ogni rigo, poggiando il libro sul sasso su cui vi consiglio di arrampicarvi per leggere le sue poesie. Quando fuori fa freddo e il divano sembra così invitante.  Vi guarderete attorno e avrete bisogno di tutta la razionalità di cui disponete per capire che è cambiato qualcosa in ciò che state osservando e che quel qualcosa è sempre stato lì, pronto ad essere ignorato dalla vostra mente che, ora, inaspettatamente si troverà a perlustrare uno strato diverso di voi stessi.

Il vostro viaggio sarà cominciato. Non resterà altro che riprendere la lettura e il posto sul vostro sasso. Godetevelo.


Stupendo sentire come la mia poesia cresce mentre io mi ritiro.
Cresce, prende il mio posto.
Si fa largo a spinte.
Mi toglie di mezzo.
La poesia è pronta.

Estratto dalla poesia Uccelli Mattutini  di Tomas Tranströmer  –  Echi e tracce 1966 - raccolta Poesia dal Silenzio – Crocetti editore  2001/2008

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domenica 16 ottobre 2011

Un déjà-lu con Patti Smith e Doris Lessing

Vi è mai capitato di imbattervi in un testo che fin dalle prime righe fa scattare in voi una sensazione di déjà-vu anzi di déjà-lu?

A me è capitato con un piccolo mémoire di Patti Smith sull’ultimo numero della rivista New Yorker. Patti, anzi Patricia come insisteva a chiamarla sua madre, ricorda un evento della sua fanciullezza provocato da un’improvvisa sensazione di bisogno che probabilmente ha tormentato ognuno di noi: desiderare così fortemente qualcosa da essere disposti a tutto (o quasi) pur di ottenerla. Tanto che non c’erano sguardi di rimprovero o gesti di diniego dei nostri genitori a spaventarci, perché quel bisogno era improvvisamente divenuto impellente, vitale, assoluto.

Fin qui nulla di nuovo direte voi e avreste ragione se non fosse che il bisogno imprescindibile di possesso della piccola Patricia in questione era rivolto ad un libro. E non ad un semplice libro per bambini o meglio ancora ad un album di figurine (l’unico oggetto ante anni ’90 paragonabile per desiderio ad un contemporaneo videogame), ma uno spesso primo volume di un’enciclopedia con la copertina color crema ed un grosso numero “1” sul dorso ad indicare che quello era solo l’inizio di una sete di conoscenza che evidentemente Patricia aveva già ben sviluppata da piccola e che la portava istintivamente a cercare nuove voci, nuovi lemmi per descrivere se stessa e il mondo che aveva intorno.

L’ardore di questo desiderio e la mancanza di soldi disponibili, portò Patricia a rubare quel librone, nascondendolo dietro la zip della sua giacca di tweed. Il tentativo di far prevalere il suo bisogno sulla "puerile questione finanziaria" non andò a buon fine e Patricia tornò a casa rosa dal senso di colpa e dalla mancata realizzazione del suo bisogno. Ciononostante quel desidero così atipico per un bambino colpì a tal punto sua madre che il giorno dopo le fece trovare quel libro ad aspettarla, rinunciando a qualche scatola di piselli per la dispensa.

Il mio pensiero è allora andato ad un altro piccolo mémoire, questa volta della scrittrice Doris Lessing, che al ritorno da un viaggio in Africa, si trovò a raccontare agli studenti di una ricca ed esclusiva scuola britannica cosa aveva visto. Lo stesso desiderio di conoscenza, la stessa curiosità della nostra piccola Patricia, amplificato da una situazione di carenza diffusa, di cibo, di acqua, di futuro, ma non di curiosità, di vorace necessità di sapere, di immaginare, di conoscere, condensati nel desiderio di qualche libro in più da poter leggere, su cui poter crescere. Il racconto non toccò in alcun modo la platea di ragazzi che ordinatamente era stata allineata per ascoltare un premio nobel. Proprio non riuscivano ad immedesimarsi in quell’astruso vorace bisogno di conoscenza (loro che potevano attingere ad essa in ogni momento e che sempre meno ne approfittavano), suscitando in Doris Lessing più di un interrogativo sul futuro dell’emisfero settentrionale del mondo, intrappolato sempre di più in un involucro di mediocrità sospinta dalla mancanza di curiosità. Harold Bloom, nella prefazione di un suo famoso libro dedicato al Genio, chiedeva al suo lettore se avrebbe mai accettato una sedia sbilenca ed un tavolo tarlato per consumare i suoi pasti. Sicuramente no, rispondeva Bloom per il suo lettore e allora perché questo era disposto ad accettare trame sbilenche e pseudo letteratura tarlata per sostenere la sua mente? Perché si era deciso che la continua proiezione dell’essere umano al miglioramento di se stesso era divenuto fuori moda, anzi da dissuadere, boicottare, affogare in uno stagno di presunta e avida normalità?

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domenica 9 ottobre 2011

La mela morsicata

Su chi sia stato Steve Jobs i media di tutto il mondo occidentale si stanno litigando l’ultimo complimento, gli stessi che spesso lo avevano attaccato, criticato, invidiato, accusato di aver trasformato piccoli oggetti di design in una “mela avvelenata” per i consumatori che, una volta entrati nel mondo Apple, si rendevano conto di quanto fosse chiuso a qualsiasi altra possibilità “non Apple”. Forse per questo manca solo un pezzetto alla mela del logo della famosa azienda di Cupertino? Perché nessuno è mai riuscito ad addentarla fino in fondo?

Certo, chi utilizza i suoi prodotti sa che sono innovativi e facili da usare, così innaturalmente immediati per chi si è formato nel funzionale e strutturatissimo mondo Microsoft e soprattutto sono belli a vedersi, racchiudendo in sé uno dei dogmi che la nostra epoca ha esaltato fino allo svilimento: la forma è sostanza. Sì, perché nella mani di Jobs, una delle menti più creative degli ultimi decenni, la mela è diventata il simbolo non soltanto di un insieme di prodotti dalle elevate performance hi-tech, quanto piuttosto di un modo di pensare: uno status symbol, anzi un apple symbol del tutto immateriale e per questo ardentemente voluto, a cui molti tendevano e soprattutto di cui tutti parlavano. Si poteva essere a favore o contro, ma non si poteva essere allo scuro di cosa stesse accadendo.

Steve Jobs è riuscito a generare una nuova famiglia di consumatori che si è trovata a poter scegliere fra servizi non soltanto nuovi, ma addirittura impensabili. Chi avrebbe mai potuto immaginare alla fine degli anni ’90 che sarebbe bastato un dito per comprare, gustare ed immagazzinare una canzone, un film o un libro? O che sarebbero bastati pochi centimetri di plastica per portarseli dietro dovunque si desiderava? E che soprattutto (e qui sta la genialità della Apple e del suo creatore) mostrare agli altri di possedere tali magici oggetti sarebbe bastato a far annoverare il loro possessore in un gruppo di non convenzionali eletti?

Poco importa alla fine quale versione di i-pad o i-phone si possegga, basta che sopra vi sia la mela giusta, quella morsicata, quella che dichiara al mondo che si è liberi di decidere cosa portare con sé, costruendosi la compilation di contenuti ed emozioni che più aggrada, rendendosi unici e differenti, sebbene tutti "melizzati".

Che poi di tali contenuti non si possa fruire al di fuori del "mondo melico", beh, questo è scontato. Chi vorrebbe più confrontarsi con un barbaromicrosoftiano”, magari ancora incapace di allargare la propria mente con un tocco di dita? Nessuno.

Nel suo famoso discorso all’università di Stanford, Steve Jobs esortò il suo pubblico a trovare ciò che si ama e a perseguirlo, caparbiamente, devotamente e senza permettere al contesto di influenzare le proprie scelte. Solo così, secondo il tycoon della Apple, fidandosi dell’intuito e dell’immaginazione, si può raggiungere la pace interiore e contribuire alla rigenerazione della società attraverso l’innovazione.

Non si può dubitare, oggi, che Steve Jobs si sia attenuto a questo dogma, ricordandoci che l’innovazione è dietro l’angolo (sebbene spesso sia così difficile crederlo, soprattutto per noi italiani), anzi è proprio qui, nelle nostre mani, pronta ad esplodere, a liberarci dai vincoli che, la Apple stessa, a volte tenta di imporci.

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domenica 2 ottobre 2011

Tanta, tanta, ma tanta RABBIA!

Più volte ci siamo trovati a parlare dei nostri dubbi su imago2.0 e più volte siamo arrivati alla conclusione che il vero barbaro, in un mondo di granitici difensori di certezze impalpabili, sia colui che dei dubbi pensa di fare a meno.

Certo, a nessuno fa piacere palesare i propri dubbi davanti ad estranei, è come mostrarsi in costume da bagno ancora bianchicci e con qualche chilo di troppo, non fa bene alla nostra autostima e ci rende facile preda del sarcasmo di chi, i chili di troppo, se li arrotola intorno alla lingua, pronti ad azzannare le imperfezioni altrui, come se la possibilità di ferire un altro essere umano fosse il balsamo migliore alle proprie insicurezze. Spostare l’attenzione su se stessi, colpendo gli altri e dimostrando così la propria inconsistenza. Questo il pensiero che ho distillato due anni fa, quando mi sono trovato impreparato spettatore davanti al “Dio della Carneficina” di Yasmina Reza (commediografa francese di fama internazionale) riadattato in Italia dall’implacabile mano del regista Roberto Andò e concretizzatasi nelle incontenibili fisionomie di Silvio Orlando e Anna Bonaiuto (http://www.adelphi.it/evento/64).
Impreparato perché scoprire che il protagonista dello spettacolo teatrale che si sta guardando non è altro che una fotografia senza veli di se stessi non è piacevole. La storia ideata dalla Reza praticamente non esiste o meglio è tutta nelle teste dei personaggi, due coppie borghesi che si incontrano per risolvere un litigio a suon di scazzottata fra i loro figli. Con le migliori intenzioni (almeno apparenti) le due coppie si incontreranno, cercando di dimostrare ai loro figli (che non sono però coinvolti) che la violenza è qualcosa di barbaro ed irrazionale a cui non si deve far ricorso.., a meno che, ovviamente, l’altro dimostri che è strettamente necessario. Ed è questo che la Reza insiste a volerci mostrare: gli uomini sono solo un groviglio di istinti e pulsioni violente che possono (vogliono) controllare fino ad un certo punto.

Da questa stessa piece Roman Polanski ha tratto un film (Carnage) claustrofobico e ricco di suggestioni, preciso e pericoloso per uno spettatore che inevitabilmente si ritroverà in uno dei personaggi e che sentirà un languore crescente con lo srotolarsi della pellicola a cui non saprà dare un nome. In Carnage, Polanski dosa tutti gli ingredienti di una carneficina: ansia, paura, determinazione, condivisione momentanea, complicità tradita, ironia, sarcasmo e soprattutto tanta, ma tanta rabbia, repressa e compressa, per essere intrappolati in una vita che non si sopporta e per la quale si vorrebbe davvero poter dare la colpa a qualcuno.

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