domenica 19 febbraio 2012

Henri Cartier-Bresson: Immagini e Parole


Se non siete ancora del tutto assuefatti alla necessaria perfezione a cui il mondo delle immagini ci ha costretto,  se riuscite a fare una foto anche in bassa definizione, pur di non perdere l’emozione che c’è dietro, se per voi il colore non si valuta solo in megapixel e la luce non si misura solo attraverso il mirino di una reflex digitale, ma anche con gli occhi (vostri e di chi vi sta guardando), allora continuate a leggere questo post.




Bene, per coloro che hanno deciso di proseguire questo viaggio, ecco apparire le sublimi sfumature che solo il bianco e nero a due dimensioni può offrire. Ecco l’opportunità per mettere in moto la vostra immaginazione. In questi giorni e fino al 6 maggio, potrete infatti iniziare a girovagare per Palazzo Incontro a Roma e osservare, leggere e trasformare le 44 fotografie (rigorosamente in bianco e nero) di Henri Cartier-Bresson in ciò che più vi aggrada. Vi avverto però che non sarete i primi, né tantomeno gli unici a provare questo piacere, perché scrittori, critici, fotografi e amici del grande “maestro della luce” si sono già cimentati in questo eccitante esercizio di immaginazione. Vicino alle sue fotografie troverete infatti parole e testi di Aulenti, Balthus, Baricco, Cioran, Jarmusch, Kundera, Miller, Steinberg e Varda in cui si è condensato il loro tentativo di interpretare l’idea che si nascondeva dietro allo scatto di Cartier-Bresson. Confrontatevi allora con questi immaginifici predecessori, ma mi raccomando non fatevi influenzare, almeno non subito. Lasciate che l’arte dell’attesa del momento perfetto, che spesso si nasconde dietro i volti e i sogni catturati da Cartier-Bresson, inizi a dialogare con voi. Sarà lei a scegliere quale immagine sarà il vostro asintoto emozionale.
Buona libertà. E fatemi sapere quale fotografia avete preferito.

La mia immaginazione si è attardata su quella che vi propongo in cima al testo, dove i riflessi di ciò che siamo e di ciò che abbiamo intorno sono più reali e presenti di quello che normalmente siamo portati a chiamare realtà.

Per chi volesse approfondire la storia e le opere di Henri Cartier-Bresson e della “street photography”, segnalo i siti: 

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domenica 12 febbraio 2012

Una parola, un verso: ventisettesima - memento

Anche il poeta, se è un vero poeta, deve ripetere di continuo a se stesso «non so». Con ogni sua opera cerca di dare una risposta, ma appena ha finito di scrivere già lo assale il dubbio”.

Questa frase, inno al migliore fra i dubbi, quello per la propria conoscenza, la si deve a Wislawa Szymborska e fu pronunciata il 7 dicembre 1996 alla consegna del premio Nobel per la Letteratura. Dal giorno successivo buona parte del mondo iniziò a chiedersi chi fosse questa poetessa polacca, perché il prestigioso premio fosse andato proprio a lei e quale fosse il reale valore della sua opera. Soprattutto in Italia, l’assegnazione del Nobel ad un’autrice delle cosiddette letterature “minori”, creò parecchie reazioni di fastidio e sconcerto. Fu definita al tempo «poetessa sconosciuta» da parte della nostra stampa, che evidentemente non seguì il consiglio della Szymborska e non vide nel proprio «non so» una nuova (e in questo caso necessaria) opportunità di conoscenza. Alcuni lettori di quella stessa stampa, invece, quel salvifico dubbio se lo sono posto ed oggi, grazie anche al lavoro attento e affettuoso di Pietro Marchesani (storico traduttore della Szymborska), hanno iniziato a perlustrare il regno “della leggerezza e della domanda” in cui questa poetessa è vissuta e ci ha permesso di vivere grazie ai suoi versi. Dieci giorni fa Wislawa Szymborska avrà deciso che il dubbio che aveva sulla vita non le permetteva più di rimanere su questo lato del mondo e così ha iniziato una nuova esplorazione, di cui non potremo avere però il suo resoconto, stretto in versi attenti al fluire del tempo. Ci resta però la sua opera, il suo memento che ci spinge a cercare nella nostra vita una conoscenza sempre nuova, dubbi sempre nuovi da cui ripartire, non dimenticando, mai, di osservare voracemente anche il piccolo, il minuscolo granello di sabbia che si muove frenetico intorno a noi, per noi, per permetterci di provare a scoprire una nuova emozione. Per questo le saremo sempre grati.

Wislawa Szymborska (luglio 1923 – febbraio 2012)

memento v. lat. [imperat. di meminisse «ricordare», quindi: «ricòrdati!»].  
1. parola adoperata sia come verbo, nel sign. proprio, «ricòrdati» sia come s. m., col sign. di «appunto scritto, promemoria» . 2. Usato come verbo “Memento homo quia pulvis es, et in pùlverem revertèris” (“ricòrdati, uomo, che sei polvere, e in polvere ritornerai”): parole che il sacerdote cattolico pronuncia imponendo sul capo dei fedeli la cenere durante la messa della Feria IV delle Ceneri, in ricordo delle parole con cui Dio formulò ad Adamo, dopo il peccato, la sua condanna al lavoro nel dolore e alla morte (Genesi III, 19); da esse fu poi dedotto anche il motto dei frati trappisti, memento mori «ricòrdati che devi morire». La frase, nella forma abbreviata memento homo, è usata talvolta in contesti non religiosi, come esortazione a ricordare la fugacità della vita.

(fonte definizione: vocabolario Treccani)

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domenica 5 febbraio 2012

Away we go


La ricerca è uno dei temi preferiti da imago2.0.
Ricerca di un nuovo modo di immaginare e di comunicare, di un diverso e (speriamo) sempre più ricco utilizzo della nostra lingua e delle sue architravi espressive (le parole), di un alternativo modo di vivere, di una spigolosa realtà in cui coltivare nuovi e fruttuosi dubbi da cui ripartire. Senza mai fermarsi, senza preoccuparsi di far diventare la ricerca stessa l’obiettivo di tutto il percorso.
Qualche giorno fa i miei occhi si sono trovati avvolti in una storia che sembra condensare il nostro blog in un film. Parliamo di Away we go  (2009, uscito in Italia con il titolo di American Life a dicembre del 2010) luminoso e immaginifico film di Sam Mendes, regista inglese e abile decodificatore della realtà americana,  a cominciare dal suo amatissimo e odiatissimo American Beauty.  I 98 minuti in cui vi inghiottirà Away we go saranno 98 minuti di ricerca, continua, onesta e aperta a qualsiasi risultato possa portare con sé. Una ricerca che parte dal fuori, da tutto ciò che non funziona intorno ai due protagonisti, per arrivare al dentro, alle certezze che due trentenni  indecisi (sul lavoro, sulla famiglia, sul tipo di rapporto che dovrebbe unirli, sulle loro emozioni), in procinto di avere una bambina, inizieranno a soppesare, sminuzzare, razionare e cancellare, man mano che il loro viaggio itinerante fra gli Stati Uniti e il Canada procede. Il dolce, insicuro e puro Burt, sempre al seguito dell’umanissima e profonda Verona, inizieranno a cercare, nei personaggi che incontreranno sul loro percorso, uno dei loro possibili futuri. Raramente ciò che vedranno gli piacerà, a volte li divertirà, molto spesso gli farà solo nascere nuovi dubbi su cui convogliare la loro immaginazione e riflettere insieme; dubbi da cui ripartire per la successiva tappa di questo impeccabile on the road movie che vi porterà (soprattutto se appartenete anche voi alla generazione dei trenta/quarantenni di oggi) ad immedesimarvi nel loro continuo, confuso, sbandato, insensato, necessario girovagare alla ricerca di se stessi. Perché ciò che Burt e Verona faranno in quei 98 minuti è quello che vorreste fare anche voi e che forse, se siete ancora alle prese con un altro essere umano, avrete fatto, magari senza macchina, pancione, con amici meno interessanti e genitori meno assenti. Burt e Verona non si saranno accontentati del silenzio che gli respirava intorno, iniziando a cercare, cercare, cercare, cercare, cercare, cercare…

P.S. piccola nota per i libromani: la sceneggiatura di questo film e i suoi perfetti dialoghi sono stati scritti da due (ovviamente trentenni) scrittori americani Dave Eggers (L’opera struggente di un formidabile genio e Conoscerete la nostra velocità - Mondadori) e Vendela Vida (E ora puoi andare - Mondadori). Per chi volesse cominciare subito la sua ricerca.  

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domenica 29 gennaio 2012

La forma è la nostra migliore sostanza?


Seduti in tredicesima fila, al buio. La mente ancora stretta dal flusso d’ipotesi di vita migliore che vi portate dietro, come uno sciame d’api ubriaco che vi annebbia la vista, ma senza il quale non sapreste vedere. Così presi da voi stessi da non avvertire gli sciami altrui che si innervosiscono per il democratico silenzio imposto dall'attesa; da non vedere un immenso talamo dalle fogge sinuose ergersi sulla sinistra del palcoscenico; da non avvertire il bisbiglio degli attori, a pochi passi da voi; da non riuscire a comprendere perché tutta la luce improvvisa e indisponente che vi restituisce a voi stessi, nei primi momenti dello spettacolo, vi turba tanto.
È una premonizione, è un retaggio dell’istinto animale che vi avverte del pericolo, il più temuto di tutti, quello che conferma le certezze. Quello che dimostra che la forma di realtà che vedrete di lì a poco non è altro che la vostra realtà, uguale e inappellabile e non per questo più veritiera. State per assistere a Tutto per Bene di Luigi Pirandello, messo in scena al teatro Argentina di Roma da Gabriele Lavia. Stiamo per assistere ad uno squarcio di vita, dal sapore Carveriano e dall’incombente crudeltà Macbethiana. Stiamo per conoscere Martino Lori e la sua vita, la sua apparenza di vita, la sua forma modesta e triste di vita, ma ciononostante la sua preferita, perché a quella si è assuefatto e con quella ha convissuto per così tanto tempo da affezionarsi al continuo diniego che da quella si dipana nella sua direzione.
E quando scoprirà che no, non è quella la verità, che forse la conchiglia che si è portato per decenni sulle spalle non è la sua corretta forma, urlerà (forse per la prima volta nella sua vita), attaccherà, proporrà vendetta e nuovi inganni perché quella forma non si sgretoli del tutto nelle parole altrui. Perché se la forma deve essere che sia, ma che venga fatto “tutto per bene”.

Se non avete timore di origliare voi stessi, affacciatevi a questa preziosa finestra, avete tempo fino al 10 febbraio. Poi dovrete trovare un altro pericoloso silenzio a cui aggrapparvi.

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domenica 22 gennaio 2012

"Jack the Dripper". Arte, letteratura e parola in scena a Palazzo Barberini




Se avete in progetto di andare a visitare o a ri-visitare la Galleria Nazionale d’Arte Antica di Roma, ospitata nel seicentesco palazzo che Matteo Barberini (noto con il nome di papa Urbano VIII) fece costruire nel seicento, contribuendo a dare vita ad uno dei momenti di maggiore splendore della Roma post imperiale, non ci potrebbe essere momento migliore.
Per il sesto anno consecutivo è stata organizzata una rassegna culturale (non vi fate spaventare dalla terminologia salottiera d’altri tempi, dietro i parrucconi si nascondono anche buone idee) dal titolo “Il Gioco serio dell’Arte, che si propone di festeggiare alcuni importanti anniversari legati ad artisti come Cage, Pascal, Vespucci e Pollock, parlando di creazione (artistica e di pensiero) e di contaminazione fra arti e linguaggio.
Lo scorso 16 gennaio, all’interno di uno dei simboli dell’inarrestabile grandeur che i Barberini hanno sempre amato e imposto (pensiamo solo ai “direttori dei lavori” che il loro palazzo romano ha avuto negli anni: Maderno, Bernini e Borromini, solo per citarne alcuni), si è tenuto il terzo incontro di questa rassegna (in programma fino a maggio 2012), dedicato a “Jack the Dripper”, ossia a “Jack (Pollock) il gocciolatore”, così definito dai critici del Time magazine per la sua particolarissima modalità di composizione di un quadro. Jackson Pollock amava far sgocciolare la pittura sulla tela, posta orizzontalmente sul pavimento, in attesa che fosse la pittura stessa a prendere la “propria” forma.
L’architrave emozionale su cui è stata costruita la serata dall’abile Massimiliano Finazzer Flory è la diversità e la meraviglia ad essa connessa. Quella che ha probabilmente provato il pubblico nel vedere l’opera Number one (dipinta da Pollock nel 1950) proiettata su un maxi schermo che osava frapporsi fra il pavimento e la monumentale volta affrescata da Pietro da Cortona negli anni ’30 (del Seicento però) o forse quella del grande Salone del Palazzo Barberini, nell’osservare “inorridito” il lavoro di un uomo che ha cercato di rompere ogni patto con la forma del bello per dedicarsi al diverso, al de-forme.
L’evento, nel quale letteratura, danza, pittura e parola si sono date battaglia, ha avuto il merito di osare mettere a confronto gli schemi del bello del pubblico con quelli dei critici, cercando non di allinearli, bensì di incrociarli, gli uni negli altri, aprendo uno spiraglio a nuove possibilità ricettive, speriamo per entrambi. 
Gli ingredienti per farsi tentare non mancano…buona contaminazione a tutti!


P.S. L'ingresso a tutti gli incontri è gratuito.



domenica 15 gennaio 2012

La letteratura del Silenzio secondo Di Stefano


Il silenzio.
Vuoto assoluto dell’anima o sussurro che albeggia dentro e stacca i pensieri, pesanti grappoli di progetti inascoltati?
Domenica scorsa su La Lettura nuovo e interessante progetto de Il Corriere della Sera di cui abbiamo già parlato nel post del 20 novembre scorso  è apparso un articolo di Paolo Di Stefano che ha il sapore delle piccole cose di grande spessore.
Non è un’esperienza nuova per l’autore quella di rovistare nelle sue ampie bisacce letterarie alla ricerca di un inconsueto punto di giunzione fra autori apparentemente molto diversi. Ma è nella diversità che sta la forza del lavoro di Di Stefano, che non si ferma alla prima forma della parola che incontra nel suo cammino di lettore, ma scende di livello, sottotraccia, ancora e ancora, regalandoci delle angolazioni particolarmente precise e a volte del tutto inaspettate su autori come Beckett, Mailer o Proust. Leggere Di Stefano è sempre un piacere. Per gli occhi, che scorrono veloci su parole acuminate, felici di inseguirsi senza affanno e pronte a far scaturire nel lettore nuovi dubbi per quadrate certezze; per la mente, che si affida alla vorace ricerca di Di Stefano, sicura di trovarsi in un territorio inesplorato e per questo più stimolante; per la voce (quella di dell'autore) che troviamo sempre attenta a non diventare essa stessa il centro della narrazione.
E quindi immergetevi nel silenzio di Di Stefano, come fareste in una pozza di acqua cristallina, dove nessun rumore potrà turbarvi e dove i vostri pensieri potranno staccarsi e iniziare a viaggiare, con l’immaginazione naturalmente.

Poi ritornate, mi raccomando, altrimenti non potremo attendere insieme il prossimo viaggio.

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domenica 8 gennaio 2012

Neologismi: ITSO - Inability To Switch Off



Trattandosi del primo post del nuovo anno, sembrava doveroso partire da un neologismo che di istruttivo non ha tanto il significato, quanto la concezione della vita che in esso si nasconde e che qualche sano dubbio dovrebbe farci spuntare. Nel caso di specie, più che di un neologismo, parliamo di un neo-acronimo e della patologia che in esso si nasconde: ITSO. Cominciate a memorizzarlo, perché a noi italiani sembrano piacere molto gli acronimi e le sigle, soprattutto se di origine straniera. E così, grazie all'ITSO, ossia all'Inability To Switch Off (letteralmente all'incapacità di staccare la spina, di disconnetersi) abbiamo cominciato il 2012 imparando un nuovo termine (e questa è sempre una buona cosa) e facendo la conoscenza di Antonio Horta-Osorio e del male sottile che accomuna Antonio a molti di noi.
Per chi non ne avesse sentito parlare (in questi ultimi giorni vari quotidiani hanno ripreso la notizia) questo cinquantenne sorridente ed elegante (avvolto in un immancabile blazer fumo di Londra), a capo di uno degli imperi finanziari più importanti d'Europa (il Lloyds Banking Group), ha dovuto lasciare all'improvviso il suo prestigioso posto di lavoro per ricoverarsi in una altrettanto prestigiosa clinica ed iniziare a disintossicarsi dal lavoro e dagli schermi dei suoi pc, palmari, tablet e smartphone, da cui ormai non riusciva più a staccarsi. E parliamo letteralmente, visto che erano giorni che non abbandonava il suo ufficio (smettendo anche di mangiare e dormire), pur di non disconnettersi dalle sue appendici tecnologiche con l'assurda (ahimè sempre per meno persone) pretesa di riuscire, in questo modo, a tenere tutto sotto controllo, evitando che qualcuno, magari con un "cinguettio" potesse superarlo. E se qualcuno di voi sta immaginando il povero Antonio con in mano il suo blackbarry, mentre interpreta a suo modo Gollum/Smeagol nella trilogia di Tolkien nella sua famosa e famigerata frase ("E' il mio tesssoro", con tutte le "s" che riuscite a pronunciare), chiuso  nel suo ufficio di cristallo, sospeso su una City oscura e inospitale, forse non siete così lontani dalla realtà; con buona pace di Aleksej Grigor'evič Stachanov, la cui dedizione al lavoro si era limitata, in un lontano e evidentemente trascurabile 1935, a raccogliere 102 tonnellate di carbone in poco più di sei ore di lavoro come minatore. Una bazzecola rispetto alle migliaia di mail, sms, twitt e click che avrà realizzato il povero Antonio Horta-Osorio in una sola notte. 
Attenti quindi all'eccesso di connessioni, potreste trovarvi a lavorare troppo...delegando ad una connessione gran parte della vostra vita.

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