domenica 22 ottobre 2017

Tutto è ancora possibile nel mondo di Elizabeth Strout



Con Tutto è possibile, raccolta di racconti pubblicata in Italia da Einaudi (traduzione di Susanna Basso), Elizabeth Strout ci riporta nel mondo di Lucy Barton (protagonista dell’omonimo romanzo pubblicato da Einaudi nel 2016) e nel paesino di Amgash in Illinois, in cui Lucy è cresciuta e da cui è fuggita per trovare la vocazione di scrittrice a New York. È proprio il libro di Lucy Barton, in bella mostra nell’unica libreria di Amgash, ad attivare un flusso di ricordi incrociati nei suoi concittadini. 


Come accade nel romanzo Lucy Barton, anche in questa raccolta di racconti la Strout fa fare ai suoi personaggi una corsa accidentata fra i loro ricordi, lasciando che rimbalzino sulle loro vite ‘comuni' e apparentemente ben organizzate, come biglie d’acciaio in un flipper fatto di carne. E non c’è scampo per le emozioni dei personaggi che si amplificano in un gesto su cui la Strout punta il microscopio, risucchiando nel buco nero della memoria e del rimpianto intere vite. Ma dopo il rifiuto, la rabbia e il dolore, i suoi personaggi trovano sempre un appiglio per tornare alla luce, acciaccati ma consapevoli e più forti. E sono i personaggi femminili, come spesso accade nelle storie della Strout (pensiamo alla sua eroina più famosa: Olive Kitteridge), quelli su cui la scrittrice punta più spesso il microscopio. Personaggi che la voce narrante ci presenta come trincerati in una mediocre normalità da cui non vogliono uscire, ma che inaspettatamente superano, raggiungendo il punto di non ritorno nelle loro vite. E nel farlo sono pronte a gestirne le conseguenze, dimostrando così una forza interiore che lascia il lettore ammirato e atterrito. Per creare questa alchimia narrativa la Strout non esita a usare lunghi flashback, che si intrecciano gli uni sugli altri, congelando il flusso temporale della storia principale, mettendo a dura prova il ritmo della narrazione. Ma il punto di rottura narrativo, a differenza di quello emotivo, non viene mai oltrepassato, portando il lettore a seguire le staffette di ricordi dei personaggi senza riuscire a staccarsene.


Fra i vari personaggi presentati al lettore dalla Strout, Patty Nicely, protagonista del racconto Mulini a vento, merita una menzione speciale. Donna amabile, come il suo cognome, tutor psicologico in un liceo, vedova di  Sebastian, uomo altrettanto amabile, morto cercando di dare il minor fastidio possibile, percorre una vita senza sussulti. Poi una sensazione si impossessa di lei, «la sensazione di avere un pezzo di caramella gialla, tipo una mou, appiccicata in fondo alla bocca». Una sensazione dolcemente fastidiosa, su cui la Strout costruisce un possibile futuro alternativo per Patty. Un futuro che parte dai suoi ricordi e le fa capire che il marito che aveva amato e odiato, perché incapace di avere rapporti intimi con lei, privandola così di una maternità a lungo idealizzata ed esponendola alle voci del paese («la gente non vede l’ora di sentirsi superiore agli altri»), era «la sola guaina» capace di proteggerla dal mondo. E allora la paura di aver sprecato tutta la propria vita si asciuga, lasciando posto alla consapevolezza di poter fare ancora qualcosa per gli altri, di essere nicely nonostante tutto. 


Ecco che il lettore ha una rivelazione: il panico che guizza in corpo ai personaggi della Strout, «come un pesce in risalita del torrente», è lo stesso che si dimena nello stomaco di tutti noi quando torniamo a casa la sera e un gesto compiuto migliaia di volte ci aggredisce con «una differenza pressoché insostenibile». La nostalgia ci invade e ci annulla. Ma è proprio in quel momento che la Strout ci viene in soccorso, dimostrandoci che a prescindere dall’età, dalla forza o dalle nostre certezze, tutto è ancora possibile.


domenica 15 ottobre 2017

L’anno della post verità

Alzi la mano chi non si è mai imbattuto sulla Rete o sui media nella parola post-truth (post-verità)?

L’Oxford dictionary ha dichiarato ‘post-verità’ parola dell’anno, inserendola a pieni voti nella lista di lemmi contenuti nelle sue prestigiose pagine. Ma cos’è esattamente la post-verità? Il britannico dizionario la definisce come “un aggettivo che identifica una situazione in cui i fatti oggettivi sono meno determinanti nell’influenzare l’opinione pubblica rispetto alle emozioni o alle opinioni personali”. Il suffisso ‘post’ non si riferisce quindi al concetto temporale del ‘dopo’, ma assume un significato valoriale. ‘Post’ diventa sinonimo di ‘superato’. La post-verità è un luogo in cui preferiamo vivere, un posto dove la verità, quella ‘oggettiva’, sostenuta da fatti verificabili e dalla voglia/necessità di approfondire un’idea o una posizione prima di dichiararsene ‘certi’, non solo non esiste, ma diventa priva di rilevanza


Grazie alla post-verità siamo andati oltre la vecchia, noiosa e verificabile verità, costruendoci decine, migliaia di scenari alternativi dove sentirci a nostro agio. E se personaggi come Donald Trump riescono ad inglobare con la loro post-verità un intero pianeta, portando il concetto di fake news a nuovi e inattesi trionfi, la post-verità mania sta assumendo dimensioni universali, tanto da attirare l’attenzione di studiosi, scrittori, filosofi, critici e soprattutto influencer, la versione fake dei precedenti. Cloni di Paris Hilton e Chiara Ferragni, capaci di influenzare milioni di like (leggi persone?), non perché portatori di una conoscenza o di un’idea, ma solo della loro post-verità in cui è vitale comprare questo o quel cosmetico per ottenere successo nella vita. Non è più necessario dover inventare una qualsivoglia motivazione che giustifichi un’azione: lo dice Chiara, io lo faccio. Da post-verità a dogma in un colpo solo. Chissà che invidia proverebbero i ‘buoni’ vecchi dittatori di una volta, di fronte a tale disponibilità all’indottrinamento.   


L’effetto post-verità è diventato talmente virale che anche un critico letterario integerrimo come Michiko Kakutani, potentissima e temutissima responsabile della pagina letteraria del New York Times, dispensatrice, soprattutto prima dell’avvento della post-verità, di successi e flop letterari, decide di lasciare il suo ruolo di chief book critic, dopo quasi 40 anni (entrò nella redazione Cultura del NYT nel 1979), per scrivere un libro che si intitola, pensate un po’, The death of truth. Un testo con cui Kakutani cercherà di capire come la post-verità sia diventata concetto chiave del nostro tempo e perché il suo Paese abbia scelto consapevolmente di essere guidato da un uomo (Donald Trump) che detiene lo scettro degli inveterati 'post-veritiani' (con una media di ben 4,6 fake news al giorno). 


E noi? Quale sarà la nostra scelta? Poco importa se abbracceremo il vangelo della post-verità per ciondolare fra le nostre stesse fake news satolli e sicuri di noi stessi. Che la post-verità sia la chiave per la beatitudine? 

domenica 8 ottobre 2017

Se la colazione vale più di Tiffany: cinema e letteratura a confronto

 

Letteratura e Cinema sono amanti di vecchia data. Il loro rapporto mi ha sempre ricordato quello fra Rossella e Rhett in Via col vento (penso soprattutto alla versione cinematografica del 1939 con Clark Gable e Vivien Leigh): inevitabile e tumultuoso. Sono molti i casi di romanzi che hanno trovato la loro definitiva consacrazione grazie alla trasposizione cinematografica, riempiendo, nella mente dello spettatore, lo spazio lasciato dallo scrittore all’immaginazione del lettore. Se infatti prima del 1939, chi leggeva Via col Vento di Margareth Mitchell avrebbe potuto farsi un’idea personale della bizzosa, impaziente ed egocentrica Rossella (che poteva differire da quella stampata nella mente dell’autrice che all’epopea degli O’Hara aveva dedicato dieci anni di lavoro), dall’uscita del film, per tutti Rossella è divenuta la ‘fastidiosa’ brunetta dai boccoli corvini e dalle labbra carnose impersonata da Vivien Leigh. Se questo sia un bene o un male è tutto da dimostrare, ma ha aperto la via a iperboliche discussioni fra i sostenitori delle due arti. 

In questa decennale guerra delle due rose, merita un posto d’onore la trasposizione cinematografica di un romanzo di Truman Capote, ambientato a New York negli anni cinquanta, che racconta la storia di uno scrittore promettente che non è riuscito a mantenere le promesse e una ragazza dal carattere caleidoscopico che per rilassarsi va a fare colazione all’alba, in abito da sera, davanti alle vetrine di Tiffany. Parliamo di Colazione da Tiffany, romanzo che Truman Capote dà alle stampe nel 1958 e da cui, nel 1961 Blake Edwards trae il film omonimo che trasformerà la sua protagonista (Audrey Hepburn) in un’icona senza tempo, personificazione di una donna emancipata e anticonvenzionale che segnò un secolo. 


A distanza di più di cinquant’anni dall’uscita del film, si trovano richiami continui alla sua protagonista su riviste, poster, borse e campagne media a prescindere dalla latitudine e dal contesto culturale. Tutti abbiamo ben stampata in mente l’immagine di Audrey Hepburn che si muove dividendo la folla di sconosciuti che le riempiono casa con il suo lungo bocchino nero. Galleggia come se stesse passeggiando pensierosa in una biblioteca di notte e non in una folle festa che solo l’arrivo della polizia potrà sedare. Le donne di molte generazioni l’hanno ammirata e invidiata, senza mai riuscire a odiarla, desiderando solo essere come lei. 


Notizia di pochi giorni fa è che la Holly Golightly mania ha compiuto l’ennesimo salto generazionale e in un asta di Christie’s a Londra lo script di Colazione da Tiffany con le annotazioni di Audrey Hepburn è stato battuto per 630.000 sterline, sette volte il prezzo stimato prima dell’asta, contribuendo a far raggiungere alla più ampia esposizione e vendita di oggetti personali dell’attrice mai organizzata la somma di 4.600.000 sterline. E se lo script è andato in mani sconosciute, molti degli oggetti venduti sono stati acquistati da ventenni e trentenni di oggi, disposte a sborsare 500 sterline per un paio delle decine di scarpe ‘modello ballerina’ indossate da Audrey/Holly, dimostrando che lo stile Hepburn è ancora attuale a distanza di quasi sessant’anni. 



Merito a Capote per aver creato questo personaggio o dell’adattamento di Hollywood? La Holly di Colazione da Tiffany immaginata dall’autore di A sangue Freddo fu infatti pesantemente rimaneggiata da Blake Edwards perché fosse in linea con le aspettative del ‘grande pubblico’, con tanto di happy ending sotto la pioggia con gatto senza nome annesso. Scelta che Capote non gradì, avendo immaginato per la ‘sua’ Holly la separazione da Paul (lo scrittore in crisi coprotagonista del romanzo) e un viaggio per il Brasile in solitaria. Il pubblico di tre generazioni ha adorato il finale hollywoodiano, ma siamo proprio sicuri che l’happy ending sia un bisogno imprescindibile? E se anche lo fosse, non varrebbe la pena di provare a sorprenderlo questo ‘grande pubblico’? 



domenica 1 ottobre 2017

I migranti del tempo di Mohsin Hamid


La copertina dell’edizione Einaudi del nuovo romanzo di Mohsin Hamid (Exit West, traduzione di Norman Gobetti) è la foto di una porta di legno inghiottita da dune di sabbia. Fa pensare a una vecchia porta, con il bianco della vernice che lascia spazio al truciolato e ai segni di innumerevoli mani che l’hanno afferrata con tutta la forza che avevano pur di fuggire. Un gate per un’altra realtà, per un luogo in cui della porta rimangono solo i cardini nudi, perché finalmente si è al sicuro. 
È questo l’obiettivo dei due protagonisti della storia di Hamid: sentirsi al sicuro. Nadia e Saeed vivono in una città mediorientale in cui è in atto una guerra. Si incontrano e si innamorano perché dell’amore hanno bisogno per convivere con l’orrore che in una manciata di pagine l’autore gli rovescia addosso: violenze, massacri, paura di vivere abbastanza per essere parte di essi. La morte diventa un vulcano che erutta stragi e dolore a ogni angolo di strada, come se volesse convincerci che è naturale solo perché accade ogni giorno, come se l’uomo avesse la capacità di discernere fra morte e morte, stabilendo quale sia la più ‘naturale’. 



Poi la speranza. Il romanzo ci racconta di porte segrete sparse per il mondo che permettono a chi le oltrepassa di materializzarsi in un altro luogo, lontano, dove poter ricominciare, come se l’orrore potesse generarsi da sé e non dalle scelte che ogni uomo difende. E così Nadia e Saeed pagano il loro salato biglietto e attraversano la porta, prima si ritrovano a Londra, in uno dei tanti sobborghi germogliati attorno alla vecchia città per contenere milioni di profughi e poi a San Francisco, nell’ennesimo campo di contenimento. Da cittadini diventano migranti, rifugiati «alla deriva in un mondo in cui si poteva andare dovunque e non trovare niente». Ma Nadia e Saeed qualcosa la trovano: se stessi. Si scoprono però molto diversi da ciò che pensavano di essere e il loro amore, che forse non era mai esistito, si lascia consumare dalla fame di cambiamento per Nadia e dalla malinconia del passato per Saeed.


Acclamato dalla critica anglosassone (Zadie Smith l’ha definito un romanzo «straordinario») per la capacità di far entrare il lettore nelle sensazioni di una coppia qualsiasi di migranti che si trova a dover attraversare una porta da cui non c’è ritorno, almeno dal punto di vista emotivo, Exit West colpisce soprattutto per il tentativo dell’autore di giocare su due livelli, trasformando di continuo la storia di Nadia e Saeed da centrale a secondaria per poi farla tornare in primo piano, pur di creare degli squarci da cui il lettore possa spiare altre storie che si stanno compiendo in quello stesso momento. Storie che avrebbero potuto prendere il posto di quella di Nadia e Saeed e questo non avrebbe fatto perdere forza alla narrazione. Il lettore si troverà quindi ad annusare sensazioni e privazioni di due uomini fra Amsterdam e il Brasile, che riescono a comunicare pur non parlando la lingua dell’altro. Lo fanno con lunghe pause, «come due antichi alberi non si accorgono dei minuti o delle ore che trascorrono senza vento». Ma potrà anche perdersi fra le memorie di una anziana signora di Palo Alto che non riuscirà mai ad attraversare una delle porte perché le basta viaggiare nei suoi ricordi: «Siamo tutti migranti attraverso il tempo». 


Mohsin Hamid è riuscito con Exit West, come con il suo precedente Il fondamentalista riluttante (sempre pubblicato da Einaudi nel 2007 e finalista del Man Booker Prize), a toccare e direi stritolare un nervo scoperto, forse il nervo scoperto, dell’Occidente e di fatto di tutto il pianeta, portando il lettore a porsi della domande e soprattutto a cercare delle risposte e questo, nel panorama letterario contemporaneo, non è poco. Dispiace per la voglia dell’autore di dare troppo spesso spiegazioni e approfondimenti sulla sua visione e su quella dei suoi due protagonisti, che è naturale e giusto che ci siano, ma che il lettore preferirebbe scoprire da solo, magari attraverso un’azione, una parola o un silenzio, piuttosto che con una dettagliata spiegazione di ciò che ogni personaggio sta pensando. Il ritmo ne risente e il lettore rimane un po’ deluso da un romanzo che comunque merita di essere letto e discusso.



domenica 24 settembre 2017

Overdose da playlist: come (e se) resistere alla necessità di rendere eccezionale ogni momento


Musica per pensare, per andare a lavoro, per rilassarsi, per correre, per leggere, per scrivere, per mangiare e per fare l’amore. Spotify insegna che se si è in cerca di una ‘playlist’ che ci aiuti a realizzare una qualsiasi delle infinite azioni che un essere umano può compiere, c’è qualcuno che ne ha avuto bisogno prima di noi e ha confezionato una raccolta di brani adatti allo scopo. 


Il colore e il sapore emotivo che la musica può dare a un frammento del nostro vivere è noto fin dall’antichità, quando i poeti/cantori greci accompagnavano la declamazione delle loro opere con il suono della Lira, ma solo nel XXI secolo la musica sembra essere diventata compagna imprescindibile di ogni nostra azione. E se guardando film come American Beauty, Once e Begin Again non possiamo che concordare sul potere della melodia, che può far diventare interessante la più insulsa delle azioni: camminare per strada, aggiustare un aspirapolvere, guardare una busta che viene sospinta in aria dal vento, è davvero possibile o necessario che ogni attimo della nostra giornata debba essere eccezionale? Davvero abbiamo bisogno di essere sempre e comunque persone speciali che vivono momenti speciali? E così facendo, non rischieremo, a un certo punto, di annullare del tutto la nostra sensibilità per overdose emotiva? 


Qualche giorno fa sono andato a uno dei 140 concerti che il festival MITO Settembre Musica ha organizzato fra Milano e Torino nei 18 giorni dell’edizione 2017. Ho scelto un duo molto particolare: Ödön Rácz (primo contrabbasso dei Wiener Philarmoniker) e Stephan Koncz (superbo violoncellista dei Berliner Philarmoniker). Adoro questi due strumenti quando suonano all’unisono, sono generatori di intuizioni. Stanno lì a scavare, pizzicando i tendini del sentire umano, finché non generano un’emozione acerba e viva. Un attimo di gioia pura. Quella che ho provato ascoltando la Sonata n.4 in sol maggiore di Jean Baptiste Barrière, ma quando il concerto è finito e mi sono trovato a percorrere una Milano appena ritinteggiata da un temporale, ho sentito la mia mano correre alla tasca del giubbotto per tirare fuori le cuffiette e connettermi al mio ‘personale’ ripetitore di piacere (lo smartphone). Ho cercato la sonata su Spotify convinto, sperando di non trovarla. Chi oggi si dichiarerebbe follower di un violoncellista francese del XVIII secolo? Ma la app nero verde ha subito spento il mio desiderio di unicità, rivelandomi che la sonata che cercavo era non solo disponibile, ma aveva già qualche centinaia di appassionati che l’avevano inserita in varie playlist. Ho schiacciato play e per un attimo ero di nuovo in compagnia di Rácz e Koncz, ma ero anche per strada, passeggiando per la città odorosa di asfalto bagnato e armonie inconsuete. Il duo era nella mia testa e io nella loro, una cosa sola. Gioia pura, eppure, a ogni passo, i contorni di questa emozione sfumavano, come se all’improvviso tutti gli altri follower di Barrière si fossero connessi alla mia mente, desiderosi di provare la stessa emozione nello stesso momento in cui la provavo io. E qualcosa si è spento. Ho staccato le cuffie dallo smartphone, lasciando che la città entrasse in scena a dichiarare chiuso il mio attimo di gioia. 



Overdose emotiva, basterà calarsi in una lettura in solitaria (possibilmente ‘sconnessa’ da ogni altro device che non sia la propria immaginazione) per liberarsi dalla dipendenza da gioia esclusiva? 



domenica 17 settembre 2017

La famiglia d’oro di Salman Rushdie e l’America dell’era Trump



L’uscita di un nuovo romanzo di Salman Rushdie è sempre un evento letterario, lo è ancor di più se l’autore decide di confrontarsi con il passaggio dall’era Obama a quella Trump, in un’America che sembra voler far il verso a La fiera delle vanità di William Makepeace Thackeray (scrittore inglese di origine indiana, come Rushdie, che fotografò senza pudori la società inglese del XIX Secolo). Ne The Golden House, appena uscito per Penguin-Random House in Usa e UK, Rushdie racconta la storia di enigmatico miliardario di origine indiana (Nero Golden) che si trasferisce, il giorno dell’insediamento di Barack Obama alla Casa Bianca, al “the Gardens”, un’esclusiva residenza nel Greenwich Village a New York.  Con lui tre figli (Petronio, Lucio Apuleio e Dioniso), ricolmi di segreti, presunte doti artistiche e succose ossessioni. La loro storia ci viene narrata dal punto di vista di Renè, giovane e ambizioso film-maker, che li osserva con una dedizione che sfocia nell’ossessione alla Hitchcock.



Fin qui quello che è dato sapere della storia (odio chi fa spoiling), ma come accade spesso nei romanzi di Rushdie, in the Golden House c’è molto di più di una cronaca delle vicende di una ricca famiglia dagli oscuri natali negli anni che portano dall’elezione di Obama a quella di Trump. Questo testo apre tutta una serie di ‘scomode’ finestre sulla società contemporanea.

Si parla della fame di ‘nuove’ certezze della classe media americana, quella che ha votato Donald Trump, non per l’egocentrismo dei democratici o per l’incremento esponenziale della disparità economica, ma perché desiderosa di certezze assolute a cui appigliarsi come l’ultima zattera inespugnabile in un oceano di informazioni continue dalla dubbia origine.



Si parla di filosofia e di sinderesi, riferendosi al principio secondo cui ogni essere umano nasce con il bisogno di sapere cosa sia giusto e cosa sia sbagliato. Secondo Rushdie, intervistato da Emma Brockes del Guardian: «Abbiamo bisogno di sapere quali sono confini del bene e del male per poter funzionare nel mondo. Non penso che sappiamo fin dalla nascita ciò che è giusto o sbagliato, ma penso che abbiamo in noi il desiderio di scoprirlo […] Penso che il grande confine (fra bene e male ndc) sia non tollerare chi vorrebbe distruggere il mondo solo perché garantisce a tutti di essere accettati. È l’errore commesso in Germania negli anni della nascita del nazismo. È ciò che ha permesso a questa ideologia di crescere fino a vincere le elezioni per poi abolirle».


L’autore, conosciuto dal grande pubblico grazie ai suoi Versi Satanici (1988), ma entrato nella storia della letteratura contemporanea grazie al suo immaginifico Figli della mezzanotte (1981, vincitore del Booker Prize) non risparmia critiche ad alcune manie della società contemporanea, a cominciare dall’identità, tema che è diventato predominante a livello globale, fino a esondare nelle nostre vite, ricoprendo di verdetti preconfezionati le nostre idee. In televisione, sulla Rete, in pubblicità, dovunque si parla di identità, ciò che cambia da paese a paese è la sua declinazione. In America diventa subito di genere, in UK, complice anche l’effetto Brexit, nazionale, in India è stata e sarà ancora per molto religiosa.  Tutti tendono a far prevalere il proprio concetto di identità su quello altrui, senza pensare alle conseguenze.

Con un linguaggio ricercato fino alla dannazione, paragonato con palese ironia dal New York Times a “un salto da Cirque du Soleil in una rete che solo l’autore può vedere”, the Golden House si presenta come una sfida per il lettore. Una sfida che aspettiamo con ansia di affrontare e, perché no, vincere.

domenica 10 settembre 2017

La voce dei numeri: le emozioni secondo Daniel Tammet


Di che colore, odore, sapore, consistenza è un numero? E qual è la sua voce?


Se non ci avete mai pensato è il momento di iniziare, perché c’è qualcuno che già lo fa da ben 38 anni e con enorme piacere. Parliamo di Daniel Tammet (nome d’arte per Daniel Paul Corney), scrittore, traduttore e matematico inglese, autore del saggio biografico Born on a blue day (tradotto in italiano da Rizzoli nel 2008), in cui Tammet racconta una nuova matematica in cui i numeri non solo hanno una forma e un colore, ma anche una consistenza e una loro voce. Con essa sono capaci di generare sensazioni al pari o (dal punto di vista di Tammet) superiori perintensità a quelle prodotta dalle parole. Scettici? Il punto di vista di un nerd con l’ossessione per la matematica che non comprende l’armonia prodotta da una fila di parole scelte con cura? Ampliate il punto di vista e immaginate.


È quello che risponde sempre Tammet a chi gli chiede come può essere sicuro che l’’11’ sia un numero amichevole, il ‘5’ abbia lo stesso suono di un applauso, il ’39’ sia grumoso come la custard (crema inglese per guarnire i dolci) e l’89’ abbia la lievità e la consistenza di una nevicata. Immaginate. Certo, la mente di Tammet è speciale, è geniale e lo è perché autistica. È quindi dotata di un sistema di interconnessioni molto superiore a quello di un altro essere umano. È iperconnessa e quindi ogni sollecitazione (colori, odori, rumori, tatto) è amplificata all’ennesima potenza. Questo spesso vuol dire doversi chiudere in se stessi perché tutto fuori è ‘troppo’ intenso, ma in rari casi di autistici ad ‘alto funzionamento’ come Tammet significa portare questo modo di percepire le cose all’esterno: «Quando moltiplico due numeri fra loro, vedo forme e trame. L’immagine inizia a cambiare, a evolvere e una nuova forma emerge dalla loro simbiosi». È così che Tammet visualizza la soluzione di una moltiplicazione. Sono i numeri a fornirgli la soluzione, non sta a lui cercarla. Numeri così costituiti hanno emozioni e personalità e, da questa descrizione, chi potrebbe metterlo in discussione?


Negli ultimi decenni l’autismo, anche grazie alla narrativa e al cinema (Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte di Mark Haddon è uno dei casi letterari più noti, senza tralasciare Rain Man per il cinema o la serie TV Atypical, appena sbarcata su Nexflix) è uscito dal limbo in cui era recluso, iniziando a essere percepito non solo come qualcosa di possibile, ma addirittura comprensibile, aiutandoci a capire limitazioni e genialità di questa condizione, senza dimenticare che, come ogni essere umano, anche una persona autistica ha bisogno del contatto con gli ‘altri’, anche se utilizza una lingua (emotiva e sensoriale) completamente diversa.

La grande potenza degli scritti di David Tammet sta nel farci da traduttore simultaneo fra i nostri numeri e i suoi, fra il nostro modo di vedere il mondo e il suo, un luogo dove una persona può non emettere alcuna emozione e un silenzio esserne colmo. Sarà perché l’autore stesso è un provetto traduttore, sarà perché parla 11 lingue, ma scoprire che il mondo dei numeri ha una sua intrinseca sfera emotiva di cui qualcuno ci può narrare, riempie di gioia e curiosità per un territorio cui possono accedere solo pochissimi esploratori. Almeno per ora.