domenica 10 dicembre 2017

L’arte di farsi ‘gabbare’? Alessandro Piperno mette a confronto Flaubert e Stendhal in una lotta all’ultima ossessione



«La risorsa migliore del lettore è l’autoinganno», parola di Alessandro Piperno che nel suo ultimo lavoro, Il manifesto del libero lettore, ricorda che se quest’ultimo non disponesse l’animo ad essere ‘gabbato’ dallo scrittore, oggi avremo ben poco di cui parlare quando discorriamo di letteratura. Ma più il lettore si fa ‘gabbare’, più diventa difficile ‘gabbarlo’, perché alla ricerca di nuovi stratagemmi, nuove iperboli semantiche e soprattutto nuovi punti di vista da cui osservare le storie che al fine son sempre le stesse. Da Omero al 2017 la famiglia, l’amicizia, l’amore e il suo fedele compagno odio, la ricerca di un senso nella vita e in se stessi, il viaggio fisico e mentale, si rincorrono come temi perpetui e interconnessi nelle storie che gli scrittori ci narrano  e a cui noi vogliamo credere. Davanti a questo compito si possono prendere diverse strade, spesso antitetiche, come quelle scelte da due autori francesi di cui proprio Alessandro Piperno, a Milano per un incontro organizzato dalla Casa del Manzoni, ha parlato a un gruppo di ‘gabbati cronici’ della lettura di cui ho avuto il piacere di fare parte. 


Gli scrittori in questione sono Gustave Flaubert e Marie-Henri Beyle, in arte Stendhal. Due autori che hanno interpretato la scrittura e il periodo storico in cui sono vissuti (XVIII-XIX secolo) in modo profondamente differente. Flaubert non scrive per raccontare delle storie, ma per cercare attraverso la scrittura uno stile, lo stile che differenzierà ciò che scrive da qualsiasi altro autore, identificando in maniera immediata e univoca il suo lavoro. Per questo la forma, il ritmo, la melodia del suo narrare prevale sul contenuto stesso della narrazione. Come ci ricorda Piperno, Flaubert sa, in ottica michelangiolesca, che la forma giusta per la sua storia è davanti a suoi occhi, è una sola e sta a lui trovarla attraverso l’abnegazione totale alla dea scrittura. E se Flaubert impiegava anche un mese per scrivere tre righe e una volta completata una pagina, trascorreva lunghe notti a eliminare da esse tutto ciò che non doveva esserci (a cominciare dai pronomi relativi), il lettore oggi può godere di tale ossessiva ricerca dello stile perfetto leggendo le pagine di Madame Bovary. 


La domanda da porsi è: ne valeva la pena? O meno provocatoriamente: c’era bisogno di dedicare la propria vita alla scrittura in maniera monacale e assoluta come ha fatto Flaubert per avere uno stile riconoscibile? A questa domanda può rispondere Stendhal che invece usava la scrittura per arrivare alle persone. Paragonato a Flaubert, Stendhal è sciatto, enfatico, iperbolico. Scrisse La certosa di Parma in soli 52 giorni di auto reclusione in una stanza di Parigi, dopo aver visitato a lungo l’Italia per documentarsi sulla famiglia Farnese. Lo fece di getto, utilizzando anche dei copisti a cui dettava il testo, tanto la sua ispirazione (termine che Flaubert odiava) era forte e dirompente. Dopo averlo finito, lo offre subito alle stampe, ricevendo una recensione da Honoré de Balzac in cui  l’autore di Papà Goriot saluta questa opera come un evento letterario, pur rammaricandosi della lingua ‘corriva’ usata da Stendhal, cui consiglia una attenta revisione. Revisione che non è mai avvenuta perché per Stendhal era la storia a dover prevalere sulla lingua. E lui non poteva rinchiudersi in una stanza per due anni a rivedere il suo lavoro perdendo così l’occasione di vivere,  trovando nel mondo esterno l’ispirazione per altre storie. Se leggiamo le pagine di Stendhal anche noi ‘gabbati cronici’ notiamo subito la differenza con Flaubert, non potrebbero essere più distanti, eppure con Stendhal siamo subito dentro la storia, la sentiamo pulsare come difficilmente ci capiterà con Flaubert, schiavo dello stile. 



Mentre Alessandro Piperno conclude la sua narrazione a cavallo tra due secoli e inizia a sistemarsi la giacca di tweed, cercando la via più rapida per tornare alla scrivania, che sono certo lo attende, ci rendiamo conto che non sappiamo quale fra l’idea di scrittura  ‘flaubertiana’ e ‘stendhaliana’ sia quella che predilige, anche se il sospetto che un flaubertiano convinto che tenti di rubare qualche dritta a Stendhal rimane. 

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domenica 3 dicembre 2017

La Malura di Carlo Loforti


Leggere Malura, romanzo di Carlo Loforti (edito da Baldini & Castoldi), non è stato un compito semplice, ma si è dimostrato un ottimo esercizio per mettere in discussione le proprie idiosincrasie. In Malura si parla di Sicilia (e anche un po’ di Calabria) e ciò attiva tutta una serie di stereotipi su una terra rovente e caotica, ricca di tradizioni musicali, enogastronomiche, linguistiche e comportamentali che ha generato geni indiscussi della nostra letteratura (Pirandello per me fra tutti), foraggiando ahimè anche molta letteratura di ‘genere’, che poco si distingue dai sistemi seriali monodimensionali a cui la televisione ci ha abituato. Il rito sociale è così diventato macchietta, la ricchezza fonetica e semantica si è tramutata in tic grottesco e la straripante tradizione culinaria siciliana si è ridotta a elemento puramente decorativo. Per questo avvicinarsi a un testo che fa della sicilianità la sua essenza fondante è diventato rischioso, il lettore smaliziato è ormai appostato a ogni angolo di pagina per cogliere sul fatto l’ennesimo clone di Camilleri. 


Partiamo subito da una buona notizia: il protagonista (Mimmo Calò) non è un investigatore/ poliziotto/PM/avvocato/signore anziano con la passione per i misteri. È  un radiocronista ex-carcerato, che si ritrova, alla fine della sua pena, come di solito si trovano le persone nella sua situazione: solo. Lo incontriamo davanti al carcere dell'Ucciardone, dopo tredici mesi di detenzione per una "leggerezza". Nessuno dei suoi cari ad attenderlo: la moglie Barbara, «clessidra umana,  programmata per mettere ansia», lo ha lasciato, la figlia Carla lo rifiuta, il suo migliore amico Pier Francesco sembra averlo dimenticato. 
L’unica compagna che gli resta sempre vicina è la malura, l’ora cattiva, quella della crisi profonda, in cui basta una scelta per portarti a compiere l’ennesimo errore. Ed è proprio questo sentimento, questa versione cruda, sguaiata e vorace della saudade di Tabucchi e di Pessoa, che Loforti sparge senza paura sul percorso del lettore, come sale grezzo in una tempesta di neve emotiva in cui Mimmo, insieme ad altri due prigionieri della malura (il padre del protagonista e l’amico ritrovato), sembra muoversi senza una direzione precisa, con il solo obiettivo di sopravvivere. 


Inizia così un viaggio che porterà i tre personaggi dalla Sicilia alla Calabria, alla ricerca di una ragione per continuare a stare insieme. Su una scassatissima Ritmo dell'88, con la musica dei Pooh, Mietta, Zucchero e Bob Dylan in sottofondo, Loforti mette in scena una sequela di situazioni tragicomiche (minacce, furti, litigate, innamoramenti) fino alla rivelazione definitiva, forse un po’ troppo semplicistica, che i viaggi, come gli esami, non finiscono mai («Siamo tutti piume di serenità con lo scirocco a 120 km orari»).



I personaggi di Malura, descritti da Loforte con uno stile asciutto e sarcastico, sono innumerevoli e diversissimi: dai mafiosi come Santoro, che speculano sul calcio scommesse, alle ‘femmine allupate’ come Giovanna e Paola, fino alle madri anziane desiderose di un'ultima occasione e alle figlie dispettose, opportuniste e maliziose («avere una figlia è come trovarsi nel bel mezzo delle giostre medioevali, è tutta una serie di prove pericolose per conquistare il suo cuore, nelle quali potete morire da un momento all'altro»). E se questo offre al lettore una caleidoscopio umano a cui aggrapparsi durante la tempesta, si ha spesso l’impressione che alcuni personaggi meritassero un maggiore approfondimento. Ma la Malura è così, concede al lettore un morso o due di tutte le storie che avrebbe da narrare e non di più. Lo vuole affamato, forse per potersi rimproverare di non aver mai assaggiato lo "sfincione" (pizza siciliana molto lievitata con pomodoro e cipolla), di non aver mai visitato Pollina («un paese infilato fra le nuvole») o Gioia Tauro, dove Mimmo si accorge che «la vita comincia quando rinunciamo a qualcosa, scoprendo che falliremo. Rincorrere è inutile, studiare soluzioni è inutile, disperarsi è ancora più inutile».        

domenica 26 novembre 2017

L’ingordigia di se stessi

Era il 2010 e Alessandro Baricco scriveva un articolo su La Repubblica datato 2026: «Ci crediate o no, questo articolo l'ho scritto nel luglio 2026, cioè fra sedici anni. Diciamo che mi son portato un po' avanti col lavoro. Prendetela così». Questo l’incipit invitava il lettore ad abbandonarsi alle abilità divinatorie di Baricco sulla lotta fra profondità e superficialità, che avrebbe visto, senza alcun dubbio, la seconda vittoriosa. 


Questa certezza, che oggi, ben prima del 2026, sembra essersi definitivamente compiuta, veniva presentata dal ‘preside’ della scuola Holden come naturale in una realtà in cui: «Viaggiamo velocemente fermandoci poco, ascoltiamo frammenti e mai tutto, scriviamo nei telefoni, non ci sposiamo per sempre, guardiamo il cinema senza più entrare nei cinema, ascoltiamo reading in rete invece che leggere i libri, facciamo lente code per mangiare al fast food, e tutto questo andare senza radici e senza peso genera una vita che ci deve apparire estremamente sensata e bella». Ritornavano in campo i suoi ‘barbari’, suoi perché anche lui sosteneva di farne parte, che surfeggiando su un’immensa biblioteca virtuale, foraggiata dalle loro stesse ‘superficiali’ e incontrollate (perché prive di verifica e a getto continuo) informazioni, avevano eliminato non solo l’approfondimento come valore, ma lo avevano depredato anche del senso che in esso ‘gli antichi’ riponevano, distinguendo fra bagliore effimero di una casuale e apparente conoscenza e faro luminoso di verità, basata su una continua verifica e messa in discussione delle certezze conquistate in anni di studio. 


Pochi giorni fa, a nove anni dalla data in cui l’autore di Novecento aveva profetizzato il crollo dell’ultimo totem del vecchio e polveroso mondo pre-barbari (la profondità), Jonathan Franzen, in un saggio sul Guardian, fa il punto a un anno esatto dalla vittoria di Donald Trump alle elezioni per la presidenza degli USA. La situazione che l’autore de Le Correzioni dipinge parte da uno scoramento che vira presto nell’incredulità di chi si trova a contemplare uno stadio ulteriore della vittoria della superficialità: la creazione di un sistema auto-generato e personale di verità in cui, a partire dal Presidente Trump, fino al ‘comune’ twitteraio impazzito, chiunque può modificare a suo piacimento la realtà, trasformando desiderio in verità assoluta. 


L’ingordigia di se stessi è tale da diserbare ogni stimolo esterno, liquidandolo come falso, inutile o peggio noioso, perché porterebbe con sé la necessità di un approfondimento per verificarlo. E quindi niente ‘like’ per la nota dissonante, affidandoci all’algoritmo dei social (che tutto vede e tutto dispone) che, dopo un paio di incursioni fortuite di pensiero difforme nel nostro universo personale, ci blinderà in un sistema chiuso e gioiosamente auto-centrato in cui vivere, come direbbe Baricco: «l'emozione semplicemente illuminandola, e non riportandola alla luce». Il passaggio luminoso è così rapido da permetterci di ignorare tutto e il suo contrario a seconda di dove ci porterà il nostro piacere. Il problema è che, senza la difformità di pensiero, il nostro concetto di piacere sarà assai deludente, ma noi, grazie alla vittoria della superficialità, non ce ne accorgeremo.

domenica 19 novembre 2017

Klimt Experience: perché Andy Warhol aveva ragione


Legenda vuole che la frase profetica di Andy Warhol: «nel futuro tutti saranno famosi per 15 minuti» sia stata suggerita all’artista newyorkese da un suo amico fotografo, mentre Warhol stava commentando la fastidiosa necessità dei suoi contemporanei di doversi sentire a tutti i costi al centro dell’attenzione. A distanza di cinquant’anni, si può dire che la profezia di Warhol si sia avverata, sebbene l’ utilizzo dei social ci abbia portato a ridurre sensibilmente il quadratino di celebrità che ci aveva assegnato il padre della Pop Art. I minuti sono diventati secondi e il recinto di celebrità cui possiamo accedere in maniera ‘democratica’ è misurato dal tempo di scrolling che i milioni di social-umani connessi impiegheranno a far sparire dallo schermo del loro smartphone la nostra esternazione. 
Il momento comunque c’è stato e qualcuno potrebbe anche averne goduto, poiché ‘l’esserci’ è un cancro che divora il nostro spazio e il nostro tempo per regalarlo a icone di persone che conosciamo spesso solo attraverso i ‘like’ che concediamo loro. Vero, eppure il dubbio che la nostra dipendenza da condivisione abbia anche dei lati positivi permane. Dopo tutto era sempre Warhol a dire: «uno è compagnia, due è folla e tre è un party» e chi siamo noi per mettere in discussione la sua parola? 


Per fare un test, ho deciso di partecipare a una delle tante esperienze collettive da ‘protagonista’ di cui la nostra vita sembra essere colma. No, niente condivisione di video su Facebook, lo so, è normale, è divertente ed è facile, ma sono proprio queste tre parole, messe in fila, a rendermi diffidente. La mia sperimentazione si è rivolta alla mostra Klimt Experience al Mudec di Milano. È stata la prima volta che sono andato a vedere una mostra in cui non fosse esposto nemmeno un quadro o un disegno del pittore a cui quella mostra era dedicata. Ma i pubblicitari ci insegnano che sono le assonanze a incantarci, si parlava infatti di ‘experience’ e  non di ‘exhibition’ e quindi niente quadri, chi ha mai parlato di quadri? Bensì ‘esperienza’. 


Entro così in una grande sala quadrata dalle pareti oscure, un palcoscenico chiuso da tutti i lati, immerso nel silenzio. Insieme a me e decine di persone che si guardano intorno perplesse alla ricerca di un senso, entra anche mio figlio di quattro anni che mi sfugge dalle mani in un decimo di secondo per andarsi a sedere beatamente per terra. La musica si anima intorno a noi, lui è già steso a pancia sotto, si regge la testa con i pugni chiusi e aspetta la magia. È come se fosse sul suo letto, a recitare storie di cui sono protagonisti i Pjmasks, strani personaggi a metà fra eroi mascherati e bambini che lui adora. Mi vorrei stendere vicino a lui, ma qualcosa mi frena, anche se i miei compagni di esperienza non sembrano farsi alcun problema. A osservarli dall’alto ho l’impressione di essere a un pic nic al buio. Tutti seduti a gruppetti su un prato di moquette a domandarsi chi doveva portare la ‘pappatoria'. Poi le luci si accendono. Eravamo venuti per Klimt, giusto? I suoi quadri, le sue foto, le strade in cui passeggiava, la Vienna dei primi del ‘900 in cui viveva; senza dimenticare i filosofi, gli architetti, i musicisti con cui Klimt ha condiviso uno dei periodi più interessanti per l’Austria prima del fango delle due guerre. Tutto viene sovrapposto, musicato e condiviso da 30 proiettori laser montati intorno alla stanza. 
Suggestioni sensoriali, diffuse a 360° intorno a noi, trasformano quel luogo neutro in un varco emozionale di cui possiamo usufruire, sentendoci parte di una moltitudine di intenti ancora pulsante a distanza di un secolo. E se alcuni influencer e molti giornalisti hanno gridato allo scandalo per questa iniziativa, bollandola come una ‘commercializzazione dell’arte’, l’idea non è molto diversa da quella di alcuni editori che hanno fatto delle riproduzioni di opere d’arte la ‘killer application’ del loro modello economico (un esempio per tutti quello di Skira). Si deve ancora dimostrare che questo abbia nuociuto alla diffusione della conoscenza e dell’amore per l’arte stessa, senza considerare che le tecnologie di cui oggi disponiamo non si limitano a proporci una riproduzione di un’opera d’arte, ma ci fanno saltare dentro di essa, con un percorso che coinvolge udito (musica che si diffonde nell’ambiente durante la proiezione) e tatto (le immagini si muovono, mutando dimensione e punto di vista intorno allo spettatore, che può così provare a toccarle). 


I nativi digitali per eccellenza, i bambini, l’hanno adorata. Ho osservato mio figlio entrare immediatamente in simbiosi con le immagini, iniziando a rincorrerle per la sala, condividendo la sua meraviglia con gli altri piccoli partecipanti all’esperienza Klimt. Era curioso, gioioso e libero. E non sono emozioni che l’arte dovrebbe suscitare nell’animo di chi l'osserva? 
Uscendo dalla sala, dopo più di un’ora ininterrotta di proiezione, mio figlio mi ha detto: «che bello papino, lo rifacciamo?» È stato in quel momento che ho capito che sarà questa la ‘mostra’ che ricorderà fra quelle in cui l’ho trascinato nella sua infanzia, inginocchiandomi vicino a lui per bisbigliargli all’orecchio la storia magica che si nascondeva (con ampie licenze poetiche)  dietro quel quadro o quella fotografia. E se l’ego paterno ne è uscito un po’ ammaccato, un’idea si è fatta strada nella mia testa: e se fossi stato sempre io a sbagliare? Il lettore in solitaria, il sostenitore dei pochi ma buoni, l’amante dei viaggi per il gusto di osservare in disparte l’altro, il cercatore di domande sempre nuove nelle maglie del silenzio: tutto sbagliato se non lo si mette al centro di un’esperienza da condividere (in fretta). 
Atterrito da questo pensiero ho percorso la strada verso casa, mentre mio figlio mi riproponeva il quesito che più di ogni altro sovrasta la mia attuale vita di genitore: quale dei Pjmasks è il più forte? Secondo mio figlio è Gattoboy, non c’è storia. Io sostengo da tempo Geco, ma cosa direbbe un padre iperconnesso? Dovrei andare a controllare i ‘like’ dei vari personaggi (sono certo che esiste più di una pagina dedicata a questo cartoon)? Condividere subito la domanda con il popolo della Rete? E se questo diventasse il mio unico secondo di celebrità, lo vorrei davvero usare per Geco? 



Lascio a voi la risoluzione del quesito, rassicurato da un’altra massima Andy Warhol: «la vita è troppo breve per prendersela per un errore».     

domenica 12 novembre 2017

Il succo della storia secondo Tom Stoppard


Quando penso a Tom Stoppard e alla sua sconfinata produzione drammaturgica, la prima immagine che si consolida nella mia mente è la partita a badminton (in cui si usano domande al posto del volano), che Rosencrantz e Guildestern disputano nel testo che prende il nome dalla scelta di William Shakespeare di liquidare in una battuta i due amici-nemici di Amleto: «Rosencrantz e Guildenstern sono morti». Se il bardo ne decreta la prematura, benché meritata fine, nell’atto V scena II dell’Amleto, Stoppard dedica loro un’intera, travagliata, immaginifica e spudorata pièce che, a distanza da cinquant’anni dal suo debutto in Scozia, conserva tutta la sua energia e attualità. 


Ricordo che avevo la stessa età di Tom Stoppard quando debuttò con questo testo al National Theatre di Londra (29 anni), quando andai a spiare per la prima volta all’Haymarket Theatre Ros e Guil (così Stoppard ne addolcisce nomi e desideri) alle prese con il limbo temporale in cui il loro secondo creatore li intrappola, costringendoli a vedere la loro storia che si ripete. Ma l’idea di Stoppard non si ferma a questo primo livello di teatro nel teatro, osando creare un’ulteriore vista per noi, che guardiamo Ros e Guil ingabbiati in uno dei loro battibecchi semantici, mentre intorno a loro si dipana la storia di Amleto cui attendono di prendere parte, infastiditi da una strana compagnia di attori. Gioia pura. Ricordo le risate, la sfida raccolta per chi tenta di tenere il passo con le giravolte dialettiche in lingua inglese, l’energia che mi portai a casa mentre uscivo malvolentieri dal teatro e mi soffermavo a fissare le foto dei due protagonisti, infilati in un paio di botti da birra, ad aspettare il loro prossimo pubblico. 

Di qualche giorno fa la notizia dell’assegnazione del David Cohen prize alla carriera (uno dei più prestigiosi premi letterari per autori viventi di nazionalità inglese o irlandese) a Tom Stoppard che, all’età di 80 anni, ha dichiarato al giornalista del Guardian che era andato a intervistarlo: «Surely not yet», sostenendo di non essere ancora pronto a diventare un santino drammaturgico da tirare fuori a inaugurazioni e anniversari. Lui scrive ancora, sta lavorando a un nuovo testo ispiratogli, come sempre, dal suo presente, anche se non dai temi che sentirebbe più vicini alla propria sensibilità: «Io scrivo per i miei contemporanei e per i posteri, benché come diceva Lytton Strachey: ‘Cosa hanno fatto mai i posteri per me?’ […] eppure non mi sento ispirato dagli eventi che mi circondano come vorrei. La creatività non funziona così. La scintilla che ti ispira, che ti dà l’elettricità e il succo di cui hai bisogno per scrivere, non proviene necessariamente dai temi da cui vorresti che provenisse. È questa la parte difficile». 


Così, mentre aspettiamo che l’ispirazione faccia pace con Stoppard o lui con lei (su chi sia il più difficile ho dei seri dubbi), ci possiamo godere uno dei suoi spettacoli in giro per la Gran Bretagna e il mondo o magari leggerli, scoprendo così una delle peculiarità di Stoppard e di pochi altri autori teatrali del Novecento (Pirandello, Pinter, Hare): la capacità di nascondere nelle loro pagine piccoli gioielli narrativi altrettanto preziosi di quelli scoperti mentre si è seduti nell’oscurità protettiva di un teatro. 


domenica 5 novembre 2017

Future Library: capsula del tempo per scrittori


Quattro scrittori intrappolati in una capsula del tempo. 
La capsula però non è un grosso bulbo metallico in cui sono stati rinchiusi i corpi degli scrittori per far vedere alle generazioni future come si vestivano i narratori del XXI secolo, ma un’entità organica in continua evoluzione, in cui gli autori (e soprattuto le loro storie) rimarranno nascosti e protetti per cento anni.



Non è l’incipit di un romanzo di fantascienza, ma ciò che sta accadendo in una foresta che ancora non esiste in Norvegia per mano di Kate Paterson. Tutto è iniziato nel 2014, quando Kate, artista scozzese che fa dell’interazione fra il pianeta Terra e l’uomo il fulcro delle sue opere, ha lanciato il progetto Future Library, quello che lei stessa ha definito: «un’opera d’arte che respira. Organica, vivente, capace di dispiegare la sua essenza per oltre 100 anni». La libreria che si propone di costruire la Paterson sarà pronta solo nel 2114, quando i mille alberi piantati nel 2014 a Nordmarka, l’immensa area naturale che circonda Oslo, saranno abbastanza grandi per essere tagliati e triturati, tramutandosi così nei cento libri che l’artista scozzese ha deciso di mettere a disposizione dei lettori del prossimo secolo. 


Ma quali autori scegliere? Il progetto Future Library prevede che venga designato uno scrittore all’anno, garantendo il più possibile la diversità culturale e stilistica degli autori, guardando all’attenzione che hanno dimostrato nelle loro opere e nella loro vita per i temi legati al rispetto e alla convivenza fra esseri umani, nonché al legame che questo equilibrio ha con l’ecosistema in cui viviamo. Fino a ora sono stati scelti quattro scrittori, già chiusi nella capsula del tempo con cui abbiamo iniziato questo post: Margaret Atwood, David Mitchell, Sjón e pochi giorni fa Elif Shafak. Più note al pubblico di lettori le battaglie ambientaliste dell’autrice canadese Margaret Atwood e gli slanci futuristici e futuribili dei suggestivi personaggi del britannico David Mitchell (autore fra gli altri dello sconfinato, immaginifico e necessario L'atlante delle nuvole), meno forse le poesie del scrittore islandese Sjón (nome d'arte di Sigurjón Birgir Sigurðsson), che gli appassionati della cantante Björk ricorderanno come l’autore di molte sue canzoni (tra cui I've Seen it All, tema del film di Lars von Trier Dancer in the dark) e le battaglie per libertà di espressione dell’autrice turca Elif Shafak, che come ha ricordato Kate Paterson: «lavora da tempo per dissolvere ogni tipo di barriera: culturale, geografiche, politica, idologica, religiosa e spirituale, abbracciando e impersonando una pluralità di voci». 



L’autrice de La bastarda di Istanbul e di Tre figlie di Eva (entrambe pubblicati in Italia da Rizzoli) ha rilasciato da poco un’intervista al Guardian in cui racconta la sua esperienza liberatoria nel prendere parte alla Future Library, riuscendo così a fare a meno di qualsiasi vincolo autore-lettore. Elif sa, come i suoi tre compagni di capsula, che non sarà più fra noi quando qualcuno potrà leggere la sua storia: «Scrivo per persone che non potrò mai incontrare e allo stesso tempo scrivo per me stessa. Non devo più pensare alla loro reazione, devo solo scrivere perché credo in ciò che sto facendo». E qui forse che si nasconde il lato meno evidente del progetto Future Library. Protetti dai ritmi lenti di una foresta in divenire e liberati dall’interconnessione forzata del nostro tempo, gli autori scelti per essere intrappolati in questa capsula del tempo potranno tentare l’impensabile: scrivere solo per il loro diletto. Alessandro Piperno gradirebbe, chissà che Kate Paterson non pensi a lui nei prossimi anni.


domenica 29 ottobre 2017

Il manifesto del libero lettore (e scrittore): quando il diletto di Alessandro Piperno diventa anche il nostro


Aspettavo da tempo un testo di Alessandro Piperno che riprendesse e ampliasse gli articoli usciti negli anni sul supplemento culturale de Il Corriere della Sera (la Lettura), ‘camere con vista' sulla vita e le opere di grandi autori dell’Ottocento e del Novecento, che ho imparato ad aspettare come un piccolo dono domenicale alla mia sete di scrittura appassionata. L’incipit de Il manifesto del libero lettore (sottotitolo: otto scrittori di cui non so fare a meno), da poco pubblicato da Mondadori, parte proprio da uno dei suggestivi articoli di Alessandro Piperno, riprendendo l’aneddoto di un accumulatore seriale, nonché «stimabile slavista», che a cinquant’anni decise di ridurre drasticamente la sua sconfinata collezione di libri, non per un repentino cambio di personalità o perché in cerca della certezza che solo una conoscenza ridotta può assicurare, ma per una semplice questione di spazio. «I libri proliferavano in casa come canneti in una palude. Aveva più libri che ricordi». Ci rivela Piperno e per questo lo slavista arrivò a una decisione drastica: avrebbe conservato solo cento volumi della sua biblioteca. Un esercizio di selezione e valutazione che prometteva di stravolgere tutti i canoni letterari esistenti, con buona pace di Harold Bloom


Non vi racconterò come e se il nostro accumulatore seriale risolse il suo dilemma, anche perché neanche Piperno lo fa, ma questa storia deve servirci da monito: questo tipo di ossessione può facilmente farci varcare la linea invisibile fra libero lettore e lettore professionista. Il secondo «compulsa romanzi allo scopo di confermare le proprie idee sul romanzo», perdendo così il piacere «primigenio» di leggere un libro da dilettante («Il libero lettore è un dilettante, e come tale aspira al diletto»). Il libero lettore invece divide «i romanzi che producono endorfina da quelli che fanno venire l’emicrania» ed è questa l’unico tipo di classificazione che lo accompagna durante la sua vita di sconfinati piaceri: ecco la ricetta per il vero edonismo intellettuale. Sono solo a pagina 13 e già sono prigioniero di Alessandro Piperno, me ne accorgo perché inizio a rallentare la lettura de Il manifesto del libero lettore, comprendendo subito che sono in un territorio degno di Bohumil Hrabal, che considerava ogni frase al pari di una caramella da gustare lentamente fino a scoprire se al suo interno si nascondeva il retrogusto di Schiller o di Goethe, un luogo in cui pochi autori sono capaci di farti entrare, ma che il libero lettore riconosce al primo assaggio. 



E così inizio a immedesimarmi o a scontrarmi (il viaggio che ne deriva è altrettanto formativo e intrigante) con la visione ‘piperniana’ degli otto autori a cui il sottotitolo di questa raccolta di riflessioni fa riferimento: Tolstoj, Flaubert, Stendhal, Austen, Dickens, Proust, Svevo e Nabokov. Non perché siano i più importanti o i più significativi romanzieri degli ultimi due secoli e mezzo (rispetto a cosa e a chi poi?), ma perché sono quelli che il Piperno libero lettore ha letto e amato. Ne voglio ricordare due in particolare: il Charles Dickens affabulatore egocentrico, che usa le similitudini come un fioretto davanti al quale è impossibile rimanere impassibili e la Jane Austen «schiava di due padroni» (la fiaba virtuosa e il romanzo realista), che racchiude in questo conflitto il suo inferno e la sua astuzia. Ma Il manifesto del libero lettore è ricolmo di aneddoti e suggestioni da conservare nel cassetto più alto di quella scrivania dei ricordi a cui ci sediamo quando le nostre giornate diventano troppo pesanti per essere portate da qualche parte. È un libro che ci ricorda l’arte della libertà (nella lettura e nella scrittura) e il diletto che in essa si nasconde.