domenica 14 gennaio 2018

Il giovane robot di Sakumoto Yosuke

Il primo post del 2018 di imago2.0 ci porta nel mondo di un giovane robot. Ci riferiamo a quello creato dalla mente di Sakumoto Yosuke, scrittore trentaquattrenne che da più di quindici anni combatte con la schizofrenia e con la profonda sensazione di diversità (nella sua accezione più negativa) che questa malattia ha piantato nella sua anima. Come spesso accade ai ‘diversi’, la lettura prima e la scrittura poi, sono diventati per Sakamoto il luogo della ricerca di un mondo ‘più aperto’ del proprio in cui trovare un posto.


Tutto è iniziato con la pubblicazione sul portale CRUNCH MAGAZINE di estratti della storia di un robot dalle fattezze umane così perfette da sembrare un qualsiasi quindicenne e frequentare la terza media in una scuola giapponese (il sistema scolastico nipponico prevede 6 anni di elementari, 3 di medie e 3 di superiori). Tezaki Rei (questo il nome del robot) inizia così a osservare la valanga di pubescenza con cui si trova a convivere e, da bravo robot, raccoglie ogni tipo di informazione per decifrare le regole di quel sistema sociale. Missione tutt’altro che facile e non solo per un robot. L’amicizia, l’amore, la paura, l’irruenza e la caparbietà che scandiscono le giornate di un adolescente ci vengono descritte da Rei come rompicapi che fanno surriscaldare i suoi circuiti, rischiando di farne fallire la missione: solo decodificando questi comportamenti, il professor Mojima Jiro, esperto di robotica, potrà produrre il robot perfetto che servirà al meglio gli esseri umani (Asimov insegna). Andando avanti nella storia, il lettore scoprirà che proprio la necessità di voler soddisfare ogni aspettativa degli esseri umani che ha di fronte, porterà il giovane robot a deluderli. Rei (che in giapponese significa zero) capirà che annullarsi pur di piacere agli altri (perché fin dall’inizio sembra questa la sua missione) può portare solo all’autodistruzione. Il giovane robot entrerà in crisi e inizierà a porsi le domande su se stesso che aveva sempre evitato, rivelando una natura molto più umana delle persone con cui si confronta. 


Il giovane robot è un romando di formazione che riesce, fin dalle prime pagine, a far tifare il lettore per il suo protagonista, sfatando molti falsi miti sulla competitività del sistema educativo e sociale giapponese, ma è anche un osservatorio privilegiato sulla società che ci circonda e sul desiderio di piacere che l’attanaglia, desiderio che, se non soddisfatto, porta alla flagellazione (di se stessi o degli altri), risucchiando nel silenzio ogni possibilità di vivere il presente. Solo quando entrerà in scena Sago, ragazza innamorata del giovane robot che si interesserà a lui per quello che nasconde e di cui si vergogna, Rei si riapproprierà della sua vita e il lettore scoprirà che, in perfetto stile pirandelliano, niente è come sembra.



Con uno stile essenziale, che abolisce ogni gioco linguistico, Sakumoto riesce a far percepire in ogni pagina la necessità di raccontare questa storia che nasce sì dalla sua esperienza personale di solitudine, ma diventa ben presto universale, trasformandosi in passione, rivalsa, bisogno di condivisione. Sentimenti che tutti abbiamo provato e combattuto, non solo nell’adolescenza. Il lettore è sempre dalla parte di Rei e per questo è disposto a sopportarne anche le ossessioni, a cominciare da una sfrenata passione per il pingpong, unita alla necessità di descriverne con improvvisa e tenace precisione ogni scambio e ogni regola, a scapito del ritmo della narrazione. Il protagonista del romanzo Il giovane robot (pubblicato in Italia da edizioni e/o – traduzione dal giapponese di Costantino Pes), con la sua abilità di funambolo delle emozioni che cerca di evitare ogni contatto con gli esseri umani riuscendo solo a peggiorare la situazione, e la sua caparbietà nell’esplorare mondi paralleli che solo lui può vedere, sembra uscito fuori dalle pagine di un romanzo di Lewis Carroll o di Diana Wynne Jones ed è quindi perfetto per trasformarsi in un personaggio di un film di Hayao Miyazaki. Chissà che non lo diventi. 

domenica 17 dicembre 2017

Tempo di Libri riparte da Andrea Kerbaker


Nuove date, nuova location, nuovo approccio, la seconda edizione di Tempo di Libri, la fiera internazionale dell’editoria di Milano, si presenta ai giornalisti de Il Corriere della Sera  attraverso le parole di Riccardo Franco Levi (presidente dell’Aie - Associazione italiana editori) e Andrea Kerbaker (il suo nuovo direttore). Dopo lo scontro titanico con il Salone Internazionale del libro di Torino del 2017 (senza esclusioni di colpi bassi da entrambi i lati) che portò a una rottura fra grandi e piccoli editori, i primi (tutti attorno all’Aie) presenti solo a Milano e i secondi (schierati con Torino) presenti solo al Lingotto, Milano riparte leccandosi le ferite imparando dagli errori e cambiando registro. I toni sono, almeno apparentemente, più morbidi nei confronti del Salone di Torino, ma la voglia di primeggiare sull’avversario non più dichiarato rimane, almeno nelle parole del presidente dell’Aie, che punta a far diventare Milano la capitale italiana del libro. Per farlo il duo Levi-Kerbaker ha deciso di cambiare le date (da aprile dello scorso anno, troppo a ridosso del Lingotto, all’inizio di marzo), la location (dalla sede della Fiera di Rho a quella di Fieramilanocity vicino al nuovo complesso di City Life) e gli orari (altra grossa pecca della prima edizione), prolungati fino alle 22:00. 


La novità che ci porta a sperare in un approccio più orientato ai visitatori della Fiera che alla sfida con Torino è la scelta del direttore di Tempo di Libri: Andrea Kerbaker. Milanese doc, 57 anni, scrittore, professore alla Cattolica, collaboratore de Il Corriere della Sera, collezionista di libri (ne possiede più di 30.000 volumi, molti dei quali conservati nella sua Kasa del Libro) è soprattutto lettore appassionato e creatore di eventi culturali (ricordo ancora le sue felici intuizioni su un ciclo di eventi al Colosseo durante la giunta Veltroni) che puntano a far vivere l’arte e la letteratura al visitatore in maniera inclusiva e coinvolgente, cosa di cui abbiamo molto bisogno per tentare di incrementare il numero sempre più esiguo di lettori appassionati (più che ‘forti’ io vorrei che fossero appassionati) in Italia. E quindi ben venga l’idea di silenziare la fiera per alcuni minuti per diffondere i versi di Leopardi per celebrare i duecento anni de L’infinito, così come i percorsi di autore, che daranno la possibilità ai visitatori di avere come anfitrione uno scrittore che parlerà di libri in mezzo ai libri, e il rapporto stretto che Kerbaker sta intessendo con la Buchmesse per avere a Milano uno spazio internazionale. Se l’obiettivo, come racconta Kerbaker, è  far sì «che la gente abbia voglia di venire» a Tempo di Libri, tutte queste iniziative saranno benvenute, siamo disposti ad accettare anche lo spazio yoga e l’oroscopo, se messi in un angolino dalle luci soffuse, l’importante è che una volta attirati i visitatori, l’offerta di contenuti, questa volta letterari, sia tale da far uscire le persone dagli stand con qualche libro in mano e la voglia di leggerlo. 


L’augurio che facciamo a Tempo di Libri e al suo nuovo direttore è proprio questo: comunicare alle persone la gioia assoluta che si può nascondere dentro le pagine di un libro. Raccontare che è unica, perché ogni lettore mette in quello che legge un pezzo di sé e questo farà la sua esperienza diversa da quella di qualsiasi altro lettore che si confronta con quelle stesse pagine. Ma quell’esperienza sarà anche un volano per creare amicizie, sfide e alleanze con chi avrà seguito i protagonisti della storia che avremo letto, senza considerare i meravigliosi dubbi che, incrociando le dita, il mondo creato dall’autore avrà saputo suggerirci. 

L’appuntamento con Tempo di Libri è a Milano dall’8 al 12 marzo 2018, lo aspettiamo speranzosi.

domenica 10 dicembre 2017

L’arte di farsi ‘gabbare’? Alessandro Piperno mette a confronto Flaubert e Stendhal in una lotta all’ultima ossessione



«La risorsa migliore del lettore è l’autoinganno», parola di Alessandro Piperno che nel suo ultimo lavoro, Il manifesto del libero lettore, ricorda che se quest’ultimo non disponesse l’animo ad essere ‘gabbato’ dallo scrittore, oggi avremo ben poco di cui parlare quando discorriamo di letteratura. Ma più il lettore si fa ‘gabbare’, più diventa difficile ‘gabbarlo’, perché alla ricerca di nuovi stratagemmi, nuove iperboli semantiche e soprattutto nuovi punti di vista da cui osservare le storie che al fine son sempre le stesse. Da Omero al 2017 la famiglia, l’amicizia, l’amore e il suo fedele compagno odio, la ricerca di un senso nella vita e in se stessi, il viaggio fisico e mentale, si rincorrono come temi perpetui e interconnessi nelle storie che gli scrittori ci narrano  e a cui noi vogliamo credere. Davanti a questo compito si possono prendere diverse strade, spesso antitetiche, come quelle scelte da due autori francesi di cui proprio Alessandro Piperno, a Milano per un incontro organizzato dalla Casa del Manzoni, ha parlato a un gruppo di ‘gabbati cronici’ della lettura di cui ho avuto il piacere di fare parte. 


Gli scrittori in questione sono Gustave Flaubert e Marie-Henri Beyle, in arte Stendhal. Due autori che hanno interpretato la scrittura e il periodo storico in cui sono vissuti (XVIII-XIX secolo) in modo profondamente differente. Flaubert non scrive per raccontare delle storie, ma per cercare attraverso la scrittura uno stile, lo stile che differenzierà ciò che scrive da qualsiasi altro autore, identificando in maniera immediata e univoca il suo lavoro. Per questo la forma, il ritmo, la melodia del suo narrare prevale sul contenuto stesso della narrazione. Come ci ricorda Piperno, Flaubert sa, in ottica michelangiolesca, che la forma giusta per la sua storia è davanti a suoi occhi, è una sola e sta a lui trovarla attraverso l’abnegazione totale alla dea scrittura. E se Flaubert impiegava anche un mese per scrivere tre righe e una volta completata una pagina, trascorreva lunghe notti a eliminare da esse tutto ciò che non doveva esserci (a cominciare dai pronomi relativi), il lettore oggi può godere di tale ossessiva ricerca dello stile perfetto leggendo le pagine di Madame Bovary. 


La domanda da porsi è: ne valeva la pena? O meno provocatoriamente: c’era bisogno di dedicare la propria vita alla scrittura in maniera monacale e assoluta come ha fatto Flaubert per avere uno stile riconoscibile? A questa domanda può rispondere Stendhal che invece usava la scrittura per arrivare alle persone. Paragonato a Flaubert, Stendhal è sciatto, enfatico, iperbolico. Scrisse La certosa di Parma in soli 52 giorni di auto reclusione in una stanza di Parigi, dopo aver visitato a lungo l’Italia per documentarsi sulla famiglia Farnese. Lo fece di getto, utilizzando anche dei copisti a cui dettava il testo, tanto la sua ispirazione (termine che Flaubert odiava) era forte e dirompente. Dopo averlo finito, lo offre subito alle stampe, ricevendo una recensione da Honoré de Balzac in cui  l’autore di Papà Goriot saluta questa opera come un evento letterario, pur rammaricandosi della lingua ‘corriva’ usata da Stendhal, cui consiglia una attenta revisione. Revisione che non è mai avvenuta perché per Stendhal era la storia a dover prevalere sulla lingua. E lui non poteva rinchiudersi in una stanza per due anni a rivedere il suo lavoro perdendo così l’occasione di vivere,  trovando nel mondo esterno l’ispirazione per altre storie. Se leggiamo le pagine di Stendhal anche noi ‘gabbati cronici’ notiamo subito la differenza con Flaubert, non potrebbero essere più distanti, eppure con Stendhal siamo subito dentro la storia, la sentiamo pulsare come difficilmente ci capiterà con Flaubert, schiavo dello stile. 



Mentre Alessandro Piperno conclude la sua narrazione a cavallo tra due secoli e inizia a sistemarsi la giacca di tweed, cercando la via più rapida per tornare alla scrivania, che sono certo lo attende, ci rendiamo conto che non sappiamo quale fra l’idea di scrittura  ‘flaubertiana’ e ‘stendhaliana’ sia quella che predilige, anche se il sospetto che un flaubertiano convinto che tenti di rubare qualche dritta a Stendhal rimane. 

Link a Sul Romanzo

Link a minima&moralia

domenica 3 dicembre 2017

La Malura di Carlo Loforti


Leggere Malura, romanzo di Carlo Loforti (edito da Baldini & Castoldi), non è stato un compito semplice, ma si è dimostrato un ottimo esercizio per mettere in discussione le proprie idiosincrasie. In Malura si parla di Sicilia (e anche un po’ di Calabria) e ciò attiva tutta una serie di stereotipi su una terra rovente e caotica, ricca di tradizioni musicali, enogastronomiche, linguistiche e comportamentali che ha generato geni indiscussi della nostra letteratura (Pirandello per me fra tutti), foraggiando ahimè anche molta letteratura di ‘genere’, che poco si distingue dai sistemi seriali monodimensionali a cui la televisione ci ha abituato. Il rito sociale è così diventato macchietta, la ricchezza fonetica e semantica si è tramutata in tic grottesco e la straripante tradizione culinaria siciliana si è ridotta a elemento puramente decorativo. Per questo avvicinarsi a un testo che fa della sicilianità la sua essenza fondante è diventato rischioso, il lettore smaliziato è ormai appostato a ogni angolo di pagina per cogliere sul fatto l’ennesimo clone di Camilleri. 


Partiamo subito da una buona notizia: il protagonista (Mimmo Calò) non è un investigatore/ poliziotto/PM/avvocato/signore anziano con la passione per i misteri. È  un radiocronista ex-carcerato, che si ritrova, alla fine della sua pena, come di solito si trovano le persone nella sua situazione: solo. Lo incontriamo davanti al carcere dell'Ucciardone, dopo tredici mesi di detenzione per una "leggerezza". Nessuno dei suoi cari ad attenderlo: la moglie Barbara, «clessidra umana,  programmata per mettere ansia», lo ha lasciato, la figlia Carla lo rifiuta, il suo migliore amico Pier Francesco sembra averlo dimenticato. 
L’unica compagna che gli resta sempre vicina è la malura, l’ora cattiva, quella della crisi profonda, in cui basta una scelta per portarti a compiere l’ennesimo errore. Ed è proprio questo sentimento, questa versione cruda, sguaiata e vorace della saudade di Tabucchi e di Pessoa, che Loforti sparge senza paura sul percorso del lettore, come sale grezzo in una tempesta di neve emotiva in cui Mimmo, insieme ad altri due prigionieri della malura (il padre del protagonista e l’amico ritrovato), sembra muoversi senza una direzione precisa, con il solo obiettivo di sopravvivere. 


Inizia così un viaggio che porterà i tre personaggi dalla Sicilia alla Calabria, alla ricerca di una ragione per continuare a stare insieme. Su una scassatissima Ritmo dell'88, con la musica dei Pooh, Mietta, Zucchero e Bob Dylan in sottofondo, Loforti mette in scena una sequela di situazioni tragicomiche (minacce, furti, litigate, innamoramenti) fino alla rivelazione definitiva, forse un po’ troppo semplicistica, che i viaggi, come gli esami, non finiscono mai («Siamo tutti piume di serenità con lo scirocco a 120 km orari»).



I personaggi di Malura, descritti da Loforte con uno stile asciutto e sarcastico, sono innumerevoli e diversissimi: dai mafiosi come Santoro, che speculano sul calcio scommesse, alle ‘femmine allupate’ come Giovanna e Paola, fino alle madri anziane desiderose di un'ultima occasione e alle figlie dispettose, opportuniste e maliziose («avere una figlia è come trovarsi nel bel mezzo delle giostre medioevali, è tutta una serie di prove pericolose per conquistare il suo cuore, nelle quali potete morire da un momento all'altro»). E se questo offre al lettore una caleidoscopio umano a cui aggrapparsi durante la tempesta, si ha spesso l’impressione che alcuni personaggi meritassero un maggiore approfondimento. Ma la Malura è così, concede al lettore un morso o due di tutte le storie che avrebbe da narrare e non di più. Lo vuole affamato, forse per potersi rimproverare di non aver mai assaggiato lo "sfincione" (pizza siciliana molto lievitata con pomodoro e cipolla), di non aver mai visitato Pollina («un paese infilato fra le nuvole») o Gioia Tauro, dove Mimmo si accorge che «la vita comincia quando rinunciamo a qualcosa, scoprendo che falliremo. Rincorrere è inutile, studiare soluzioni è inutile, disperarsi è ancora più inutile».        

domenica 26 novembre 2017

L’ingordigia di se stessi

Era il 2010 e Alessandro Baricco scriveva un articolo su La Repubblica datato 2026: «Ci crediate o no, questo articolo l'ho scritto nel luglio 2026, cioè fra sedici anni. Diciamo che mi son portato un po' avanti col lavoro. Prendetela così». Questo l’incipit invitava il lettore ad abbandonarsi alle abilità divinatorie di Baricco sulla lotta fra profondità e superficialità, che avrebbe visto, senza alcun dubbio, la seconda vittoriosa. 


Questa certezza, che oggi, ben prima del 2026, sembra essersi definitivamente compiuta, veniva presentata dal ‘preside’ della scuola Holden come naturale in una realtà in cui: «Viaggiamo velocemente fermandoci poco, ascoltiamo frammenti e mai tutto, scriviamo nei telefoni, non ci sposiamo per sempre, guardiamo il cinema senza più entrare nei cinema, ascoltiamo reading in rete invece che leggere i libri, facciamo lente code per mangiare al fast food, e tutto questo andare senza radici e senza peso genera una vita che ci deve apparire estremamente sensata e bella». Ritornavano in campo i suoi ‘barbari’, suoi perché anche lui sosteneva di farne parte, che surfeggiando su un’immensa biblioteca virtuale, foraggiata dalle loro stesse ‘superficiali’ e incontrollate (perché prive di verifica e a getto continuo) informazioni, avevano eliminato non solo l’approfondimento come valore, ma lo avevano depredato anche del senso che in esso ‘gli antichi’ riponevano, distinguendo fra bagliore effimero di una casuale e apparente conoscenza e faro luminoso di verità, basata su una continua verifica e messa in discussione delle certezze conquistate in anni di studio. 


Pochi giorni fa, a nove anni dalla data in cui l’autore di Novecento aveva profetizzato il crollo dell’ultimo totem del vecchio e polveroso mondo pre-barbari (la profondità), Jonathan Franzen, in un saggio sul Guardian, fa il punto a un anno esatto dalla vittoria di Donald Trump alle elezioni per la presidenza degli USA. La situazione che l’autore de Le Correzioni dipinge parte da uno scoramento che vira presto nell’incredulità di chi si trova a contemplare uno stadio ulteriore della vittoria della superficialità: la creazione di un sistema auto-generato e personale di verità in cui, a partire dal Presidente Trump, fino al ‘comune’ twitteraio impazzito, chiunque può modificare a suo piacimento la realtà, trasformando desiderio in verità assoluta. 


L’ingordigia di se stessi è tale da diserbare ogni stimolo esterno, liquidandolo come falso, inutile o peggio noioso, perché porterebbe con sé la necessità di un approfondimento per verificarlo. E quindi niente ‘like’ per la nota dissonante, affidandoci all’algoritmo dei social (che tutto vede e tutto dispone) che, dopo un paio di incursioni fortuite di pensiero difforme nel nostro universo personale, ci blinderà in un sistema chiuso e gioiosamente auto-centrato in cui vivere, come direbbe Baricco: «l'emozione semplicemente illuminandola, e non riportandola alla luce». Il passaggio luminoso è così rapido da permetterci di ignorare tutto e il suo contrario a seconda di dove ci porterà il nostro piacere. Il problema è che, senza la difformità di pensiero, il nostro concetto di piacere sarà assai deludente, ma noi, grazie alla vittoria della superficialità, non ce ne accorgeremo.

domenica 19 novembre 2017

Klimt Experience: perché Andy Warhol aveva ragione


Legenda vuole che la frase profetica di Andy Warhol: «nel futuro tutti saranno famosi per 15 minuti» sia stata suggerita all’artista newyorkese da un suo amico fotografo, mentre Warhol stava commentando la fastidiosa necessità dei suoi contemporanei di doversi sentire a tutti i costi al centro dell’attenzione. A distanza di cinquant’anni, si può dire che la profezia di Warhol si sia avverata, sebbene l’ utilizzo dei social ci abbia portato a ridurre sensibilmente il quadratino di celebrità che ci aveva assegnato il padre della Pop Art. I minuti sono diventati secondi e il recinto di celebrità cui possiamo accedere in maniera ‘democratica’ è misurato dal tempo di scrolling che i milioni di social-umani connessi impiegheranno a far sparire dallo schermo del loro smartphone la nostra esternazione. 
Il momento comunque c’è stato e qualcuno potrebbe anche averne goduto, poiché ‘l’esserci’ è un cancro che divora il nostro spazio e il nostro tempo per regalarlo a icone di persone che conosciamo spesso solo attraverso i ‘like’ che concediamo loro. Vero, eppure il dubbio che la nostra dipendenza da condivisione abbia anche dei lati positivi permane. Dopo tutto era sempre Warhol a dire: «uno è compagnia, due è folla e tre è un party» e chi siamo noi per mettere in discussione la sua parola? 


Per fare un test, ho deciso di partecipare a una delle tante esperienze collettive da ‘protagonista’ di cui la nostra vita sembra essere colma. No, niente condivisione di video su Facebook, lo so, è normale, è divertente ed è facile, ma sono proprio queste tre parole, messe in fila, a rendermi diffidente. La mia sperimentazione si è rivolta alla mostra Klimt Experience al Mudec di Milano. È stata la prima volta che sono andato a vedere una mostra in cui non fosse esposto nemmeno un quadro o un disegno del pittore a cui quella mostra era dedicata. Ma i pubblicitari ci insegnano che sono le assonanze a incantarci, si parlava infatti di ‘experience’ e  non di ‘exhibition’ e quindi niente quadri, chi ha mai parlato di quadri? Bensì ‘esperienza’. 


Entro così in una grande sala quadrata dalle pareti oscure, un palcoscenico chiuso da tutti i lati, immerso nel silenzio. Insieme a me e decine di persone che si guardano intorno perplesse alla ricerca di un senso, entra anche mio figlio di quattro anni che mi sfugge dalle mani in un decimo di secondo per andarsi a sedere beatamente per terra. La musica si anima intorno a noi, lui è già steso a pancia sotto, si regge la testa con i pugni chiusi e aspetta la magia. È come se fosse sul suo letto, a recitare storie di cui sono protagonisti i Pjmasks, strani personaggi a metà fra eroi mascherati e bambini che lui adora. Mi vorrei stendere vicino a lui, ma qualcosa mi frena, anche se i miei compagni di esperienza non sembrano farsi alcun problema. A osservarli dall’alto ho l’impressione di essere a un pic nic al buio. Tutti seduti a gruppetti su un prato di moquette a domandarsi chi doveva portare la ‘pappatoria'. Poi le luci si accendono. Eravamo venuti per Klimt, giusto? I suoi quadri, le sue foto, le strade in cui passeggiava, la Vienna dei primi del ‘900 in cui viveva; senza dimenticare i filosofi, gli architetti, i musicisti con cui Klimt ha condiviso uno dei periodi più interessanti per l’Austria prima del fango delle due guerre. Tutto viene sovrapposto, musicato e condiviso da 30 proiettori laser montati intorno alla stanza. 
Suggestioni sensoriali, diffuse a 360° intorno a noi, trasformano quel luogo neutro in un varco emozionale di cui possiamo usufruire, sentendoci parte di una moltitudine di intenti ancora pulsante a distanza di un secolo. E se alcuni influencer e molti giornalisti hanno gridato allo scandalo per questa iniziativa, bollandola come una ‘commercializzazione dell’arte’, l’idea non è molto diversa da quella di alcuni editori che hanno fatto delle riproduzioni di opere d’arte la ‘killer application’ del loro modello economico (un esempio per tutti quello di Skira). Si deve ancora dimostrare che questo abbia nuociuto alla diffusione della conoscenza e dell’amore per l’arte stessa, senza considerare che le tecnologie di cui oggi disponiamo non si limitano a proporci una riproduzione di un’opera d’arte, ma ci fanno saltare dentro di essa, con un percorso che coinvolge udito (musica che si diffonde nell’ambiente durante la proiezione) e tatto (le immagini si muovono, mutando dimensione e punto di vista intorno allo spettatore, che può così provare a toccarle). 


I nativi digitali per eccellenza, i bambini, l’hanno adorata. Ho osservato mio figlio entrare immediatamente in simbiosi con le immagini, iniziando a rincorrerle per la sala, condividendo la sua meraviglia con gli altri piccoli partecipanti all’esperienza Klimt. Era curioso, gioioso e libero. E non sono emozioni che l’arte dovrebbe suscitare nell’animo di chi l'osserva? 
Uscendo dalla sala, dopo più di un’ora ininterrotta di proiezione, mio figlio mi ha detto: «che bello papino, lo rifacciamo?» È stato in quel momento che ho capito che sarà questa la ‘mostra’ che ricorderà fra quelle in cui l’ho trascinato nella sua infanzia, inginocchiandomi vicino a lui per bisbigliargli all’orecchio la storia magica che si nascondeva (con ampie licenze poetiche)  dietro quel quadro o quella fotografia. E se l’ego paterno ne è uscito un po’ ammaccato, un’idea si è fatta strada nella mia testa: e se fossi stato sempre io a sbagliare? Il lettore in solitaria, il sostenitore dei pochi ma buoni, l’amante dei viaggi per il gusto di osservare in disparte l’altro, il cercatore di domande sempre nuove nelle maglie del silenzio: tutto sbagliato se non lo si mette al centro di un’esperienza da condividere (in fretta). 
Atterrito da questo pensiero ho percorso la strada verso casa, mentre mio figlio mi riproponeva il quesito che più di ogni altro sovrasta la mia attuale vita di genitore: quale dei Pjmasks è il più forte? Secondo mio figlio è Gattoboy, non c’è storia. Io sostengo da tempo Geco, ma cosa direbbe un padre iperconnesso? Dovrei andare a controllare i ‘like’ dei vari personaggi (sono certo che esiste più di una pagina dedicata a questo cartoon)? Condividere subito la domanda con il popolo della Rete? E se questo diventasse il mio unico secondo di celebrità, lo vorrei davvero usare per Geco? 



Lascio a voi la risoluzione del quesito, rassicurato da un’altra massima Andy Warhol: «la vita è troppo breve per prendersela per un errore».     

domenica 12 novembre 2017

Il succo della storia secondo Tom Stoppard


Quando penso a Tom Stoppard e alla sua sconfinata produzione drammaturgica, la prima immagine che si consolida nella mia mente è la partita a badminton (in cui si usano domande al posto del volano), che Rosencrantz e Guildestern disputano nel testo che prende il nome dalla scelta di William Shakespeare di liquidare in una battuta i due amici-nemici di Amleto: «Rosencrantz e Guildenstern sono morti». Se il bardo ne decreta la prematura, benché meritata fine, nell’atto V scena II dell’Amleto, Stoppard dedica loro un’intera, travagliata, immaginifica e spudorata pièce che, a distanza da cinquant’anni dal suo debutto in Scozia, conserva tutta la sua energia e attualità. 


Ricordo che avevo la stessa età di Tom Stoppard quando debuttò con questo testo al National Theatre di Londra (29 anni), quando andai a spiare per la prima volta all’Haymarket Theatre Ros e Guil (così Stoppard ne addolcisce nomi e desideri) alle prese con il limbo temporale in cui il loro secondo creatore li intrappola, costringendoli a vedere la loro storia che si ripete. Ma l’idea di Stoppard non si ferma a questo primo livello di teatro nel teatro, osando creare un’ulteriore vista per noi, che guardiamo Ros e Guil ingabbiati in uno dei loro battibecchi semantici, mentre intorno a loro si dipana la storia di Amleto cui attendono di prendere parte, infastiditi da una strana compagnia di attori. Gioia pura. Ricordo le risate, la sfida raccolta per chi tenta di tenere il passo con le giravolte dialettiche in lingua inglese, l’energia che mi portai a casa mentre uscivo malvolentieri dal teatro e mi soffermavo a fissare le foto dei due protagonisti, infilati in un paio di botti da birra, ad aspettare il loro prossimo pubblico. 

Di qualche giorno fa la notizia dell’assegnazione del David Cohen prize alla carriera (uno dei più prestigiosi premi letterari per autori viventi di nazionalità inglese o irlandese) a Tom Stoppard che, all’età di 80 anni, ha dichiarato al giornalista del Guardian che era andato a intervistarlo: «Surely not yet», sostenendo di non essere ancora pronto a diventare un santino drammaturgico da tirare fuori a inaugurazioni e anniversari. Lui scrive ancora, sta lavorando a un nuovo testo ispiratogli, come sempre, dal suo presente, anche se non dai temi che sentirebbe più vicini alla propria sensibilità: «Io scrivo per i miei contemporanei e per i posteri, benché come diceva Lytton Strachey: ‘Cosa hanno fatto mai i posteri per me?’ […] eppure non mi sento ispirato dagli eventi che mi circondano come vorrei. La creatività non funziona così. La scintilla che ti ispira, che ti dà l’elettricità e il succo di cui hai bisogno per scrivere, non proviene necessariamente dai temi da cui vorresti che provenisse. È questa la parte difficile». 


Così, mentre aspettiamo che l’ispirazione faccia pace con Stoppard o lui con lei (su chi sia il più difficile ho dei seri dubbi), ci possiamo godere uno dei suoi spettacoli in giro per la Gran Bretagna e il mondo o magari leggerli, scoprendo così una delle peculiarità di Stoppard e di pochi altri autori teatrali del Novecento (Pirandello, Pinter, Hare): la capacità di nascondere nelle loro pagine piccoli gioielli narrativi altrettanto preziosi di quelli scoperti mentre si è seduti nell’oscurità protettiva di un teatro.