domenica 22 aprile 2018

Se Jo Nesbø prova a riempire i ‘buchi’ di William Shakespeare

Vi abbiamo già parlato in passato dell’affascinante azzardo della  Hogarth Press 2.0: chiedere a autori contemporanei di riscrivere testi Shakespeariani. L’idea nasce nel 2012, quando il marchio della ‘nuova’ Hogarth (di proprietà del gigante editoriale Penguin – Random House) viene presentato a Londra come discendente dell’Hogarth Press fondata da Leonard e Virginia Woolf. La piccola casa editrice fondata nel 1917 che è riuscita in pochi anni a diventare il punto di riferimento di scrittori, saggisti e artisti della prima metà del Novecento, a cominciare dai membri del circolo culturale di Bloomsbury (oltre a Virginia Woolf, autori e artisti come E. M. ForsterLytton StracheyDuncan GrantDora Carrington e Vanessa Bell).


A distanza di 18 mesi dall’uscita della versione di Howard Jacobson de Il mercante di Venezia, viene pubblicata la riscrittura del Macbeth da parte del mago del thriller scandinavo Jo Nesbø. L’attesa era grande e le 446 pagine dell’edizione della Hogarth non sembrano tradire le aspettative. Nesbø sposta l’azione dalla Scozia dell’XI secolo a quella degli anni ’70 del XX secolo, scegliendo come setting per il ‘suo’ Macbeth una città (the Capitol) preda dell’alcolismo, del gioco d’azzardo e del traffico di droga, molto simile (anche se mai direttamente citata) alla Glasgow di quegli stessi anni. Un luogo che lo stesso Nesbø descrive costantemente coperto da una cappa di fuliggine e veleno: «the soot and the poison that lay like a costant lid of mist over the town», nel rispetto della più classica tradizione macbethiana. Nella storia ideata dallo scrittore scandinavo, Macbeth è un poliziotto di una squadra swat, Duncan è il capo della polizia e Malcom è il suo vice. La polizia è in guerra permanente con Ecate, non la regina delle streghe creata dal bardo, ma un oscuro signore della droga. Saranno proprio tre ‘scagnozze’ di Ecate a giocare il ruolo che fu delle streghe, tentando Macebth affinché prenda il posto di Duncan, lasciando alla loro ‘organizzazione’ campo libero per lo spaccio di una nuova droga: the brew (l’infuso). Non manca la Lady Macbeth di turno, nel romanzo di Nesbø semplicemente ‘Lady’, che fornisce al protagonista il piano per uccidere Duncan. L’effetto complessivo è affascinante, soprattutto per gli amanti del genere di cui Nesbø è maestro, e ci fa ricordare ancora una volta come in Shakespeare si possa trovare anche il progenitore del genere poliziesco


In un articolo del New York Times, James Shapiro, storico professore della Columbia University e uno dei massimi esperti viventi della poetica del bardo, ci ricorda che la prossimità di Shakespeare e in particolare del Macbeth al poliziesco è fatto noto. Già nel 1937 James Thurber pubblicò sul New Yorker un racconto dal titolo The Macbeth Murder Mystery (Il mistero dell’assassinio di Macbeth): la storia di un’appassionata lettrice di Agatha Cristie che compra una copia del Macbeth pensando sia un giallo e anche quando si rende conto che ha per le mani una ‘vetusta’ tragedia shakespeariana, non riesce a smettere di leggerla pur di sapere chi è il vero mandante dell’assassinio di Duncan. E se Shakespeare è stato insolitamente avaro su questo tema (possiamo dire con certezza chi ha fatto nascere nella mente di Macbeth l’idea di uccidere il suo re?), Nesbø sembra voler riempire tutti i buchi, almeno nella sua rivisitazione, e per farlo non esita a dilatare la storia, ordendo una trama così articolata da diventare un puzzle con cui i suoi ammiratori (al pari della lettrice della Cristie) non si sottrarranno, pur di conoscere tutti i retroscena che Shakespeare aveva deciso di omettere.


Ciò che resta, alla fine di questa spedizione made in Nesbø nelle viscere del bardo, è la sensazione, la stessa profonda e pervasiva che guida la versione originale della storia, che alla base di tutta la vicenda ci sia qualcosa di disperatamente malvagio che continua a pulsare in attesa del prossimo cuore dubbioso da occupare. 

domenica 15 aprile 2018

E se il prossimo governo lo facessimo scegliere a Shakespeare?


Tutto è iniziato con una tempesta e non poteva essere altrimenti. La pioggia stava cercando di perforare l’asfalto di Milano da giorni, tentando di fiaccare la voglia di fare dei suoi abitanti che scorre nelle viscere della città a ciclo continuo, autoalimentandosi, come fanno i canali dei navigli interrati all’inizio del Novecento. Impresa donchisciottesca: nessuno può fermare Milano, neanche la pioggia. Tuttalpiù può creare un setting perfetto per l’inizio di un testo shakespeariano, con tanto di vento a confondere suoni e contorni delle persone e delle cose, costringendo i passanti a staccarsi dai loro smartphone per mettersi ad ascoltare se stessi: talento chiave di tutti i personaggi del bardo. 


Se poi il vento ci spingesse in una libreria dove, proprio in quella stessa sera, si tiene uno degli incontri di un club shakespeariano, nulla potrebbe salvarci da uno scavo in profondità nelle nostre paure. Ma la sorpresa, Shakespeare insegna, è sempre in agguato ed entrando nella libreria tempo ritrovato scopriamo che lo scavo è sì già in atto, ma in luoghi che avremmo pensato impermeabili a qualsiasi emozione, sconforto o senso di colpa: le anime dei politici

A cominciare da un libricino esile nella forma, ma sfrontatamente ambizioso nei contenuti, scritto qualche anno fa da Marco Follini (Io voto Shakespeare edito da Marsilio nel 2012) in cui l’ex politico democristiano, poi diventato ex piediessino, affronta con abilità da appassionato conoscitore del bardo la dicotomia fra l’idea di politica di Macchiavelli e quella di Shakespeare. Il primo approccio, scelta obbligata della nostra classe politica (a giudicare dalle loro parole, azioni e scelte), è guidato da un realismo assoluto e senza scrupoli in cui nulla di ciò che può essere fatto per realizzare il proprio scopo (o per nominare un questore in più alla Camera) va ignorato, pena il prevalere del nostro avversario. Il secondo mette in campo astuzie ed efferatezze altrettanto (o ancor più) feroci, ma nel bel mezzo dell’azione, fa nascere, nella mente del suo primo attore, il dubbio, forse una reminiscenza di coscienza, persino (e tremo a digitare questa parola in tal consesso) una ‘morale’. Questo perché le persone (e quindi anche i politici) sono valigie con doppi e tripli fondi di emozioni e non si sa mai quante ne possano contenere prima di scoppiare. 



Follini si schiera dalla parte del bardo e chi non vorrebbe seguire il suo esempio? Shakespeare ha fatto della politica (non solo quella che lui definisce ‘policy’, intesa come modo di fare e soprattutto di tessere intrighi, ma anche ‘politic’, usato come sinonimo di equilibrio e di incorruttibilità) la base delle sue opere: dall’arte del governo e dell’oratoria dell’Enrico V, all’astuzia delle pause dell’Enrico IV, fino all’’indecisione apparente dell’Amleto, arrivando al tarlo della colpa del Macbeth. Ed è proprio da Macbeth che parte Enrico Reggiani, moderatore arguto dello Shakespeare club, per farci scoprire quanto sia ancora vivo il pensiero del bardo nella politica. Sì, persino nella vituperata e anestetizzata politica italiana, in cui twitter e piattaforme dai richiami a filosofi settecenteschi declinano il balletto di fake news cui siamo sottoposti quotidianamente, possiamo trovarci a contemplare un novello Macbeth-rottamatore dai natali toscani che vede avverarsi profezie funeste che le streghe disseminate nel suo stesso partito hanno tessuto per lui per anni. Ad accompagnarci in questo viaggio è l’articolo di Stefano Folli su Repubblica che rievoca Macbeth (il dannato per eccellenza) pur di mandare al potere politico, come sapeva fare così bene proprio Shakespeare, l’ennesimo avvertimento. E poco importa se tale memento risulterà di parte o non ascoltato, l’importante è che continui a rinnovare l’esercizio di mettere e mettersi in discussione, tanto caro allo scrittore di Stratford.     

domenica 8 aprile 2018

La mente di un giovane uomo secondo Carlo Carabba


La neve. Questo a prima vista, pardon lettura, può sembrare il protagonista del primo romanzo di Carlo Carabba Come un giovane uomo (edito da Marsilio). La neve dei primi ricordi dell’io narrante, legata a una storica imbiancata dei sette colli negli anni ’80 e quella che si ripete venti anni dopo, quando il protagonista di questo romanzo (a metà fra il mémoire autobiografico e il flusso di coscienza) si deve confrontare con la morte improvvisa di un’amica. Ma la neve è solo uno specchio che riflette il mondo, è la finestra da cui si affaccia Mrs. Dalloway per cercare se stessa, la nebbia attraverso cui deve farsi strada Ulisse per ritrovare la sua idea di Itaca. È il secondino che con il suo manto spesso e ovattato ostenta silenzio dove si cela ribollir di emozioni, costringendo l’io narrante (e con esso il lettore) a scavare nella propria mente alla ricerca di un senso al proprio viaggio. Ed è a poche badilate dall’inizio degli scavi, che scopriamo che la neve ha, fin dalle prime pagine, ceduto il passo e il timone della storia ai flussi di coscienza del protagonista che si trovano così nel triplo ruolo di autori, narratori e personaggi di questa storia, che azzera trama e ritmo in favore di geyser linguistici in continua lotta fra di loro.


Il lettore, scopertosi su un’arca senza timone o forse con troppi timoni (il risultato è il medesimo), è preda dell’inciso ossessivo e del periodare costruito su infiniti anelli di subordinate (quello che si potrebbe definire uno tsunami ipotattico per gli amanti dei rapporti sintattici). E se da un lato questo flusso nasce dalla volontà apprezzabile di proporre un modus scrivendi che si distacchi dalla tradizione narrativa anglosassone a cui la gran parte degli autori contemporanei italiani fa riferimento, dall’altro converge su una versione proustiana del linguaggio che potrebbe rendere arduo il compito del lettore, a meno di dimostrasi un amante devoto del flusso di coscienza usato come strumento di ricerca nell’io (e in questo caso infatuarsene).



La scelta di costruire questo complesso castello di trame e snodi temporali paralleli, che richiama alla mente anche un recente filone cinematografico (un esempio per tutti il film Inception di Christopher Edward Nolan del 2010, in cui il protagonista Dominic Cobb estrae segreti dalle menti delle persone mentre queste dormono, infiltrandosi nei loro sogni. Film cui c’è nel romanzo un riferimento diretto) potrebbe mettere in difficoltà anche il lettore più smaliziato, soprattutto nella parte centrale del romanzo, dove la discontinuità dei flussi narrativi sembra dominare la scena. Sarebbe un peccato, perché alcune idee ed intuizioni sono sicuramente interessanti e possono attivare un percorso di riflessione del lettore condiviso con il protagonista/narratore. Penso, ad esempio, alla sensazione di scoramento che prende ogni essere umano quando raggiunge, dopo anni di soprusi e duro lavoro, ciò che ha sempre agognato e si rende conto che, da quel momento, la sua vita è priva di senso. Carabba riesce a descrive in poco più di una pagina e in maniera assai efficace questo salto nel vuoto servendosi di Wile E. Coyote, il personaggio della Warner Bros che insegue per anni il suo road runner (per gli italiani beep-beep). Allo stesso modo sono efficaci alcuni incisi di mondo esterno che l’autore usa come gancio per preservare l’io narrante e il lettore dalla furia di subordinate che dominano la scena: «L’arrivo dell’auto di Davide, che comparve all’altro lato dell’incrocio dove lo stavo aspettando, fu la fune che seppe trarre i miei pensieri fuori dalle sabbie mobili in cui lentamente affondavo».


domenica 1 aprile 2018

L'ultimo viaggio


Immaginate di trovarvi su una piccola barca a remi, in una notte senza luna e senza stelle. Scorrete lenti sulle acque di un lago che ha le sembianze di un oceano di pece di cui non riuscite a mettere a fuoco i confini. Non siete soli sulla barca, ma nessuno parla. Intorno a voi c’è un silenzio assoluto, snervante. Avreste voglia di urlare, di immergere le braccia in acqua per vedere se è reale, ma non osate farlo. Respirate, prima piano, poi sempre più fragorosamente. Inspirate paura, espirate attesa. Non siete su una vera barca, ma state facendo un viaggio, nel reame più angusto dei vostri ricordi. È questo uno dei momenti più intensi del film L’ultimo viaggio, in cui il regista e sceneggiatore Nick Baker-Monteys ci dimostra quanto sia rischioso e semplice navigare liberamente fra ricordi e rimpianti, regalandoci dei personaggi vivi e meravigliosamente contraddittori. 



Sulla sfondo della guerra civile ucraina del 2014, si dipana l’ultimo viaggio del berlinese Eduard Leander (il film ha come titolo originale Leanders letzte Reise - L’ultimo viaggio dei Leander) che all’età di 92 anni decide di mettere fine alla sua lotta con se stesso, per partire in treno da Berlino a Kiev pur di trovare l’amore della sua vita da cui è separato da più di sessant’anni. Ad accompagnarlo sua nipote Adele e un ragazzo ucraino che ha conosciuto in viaggio (Lew). Inizia un percorso di scavo nella memoria del protagonista e in una pagina di storia che si tende a dimenticare: lo sterminio dei cosacchi in Unione Sovietica negli anni ’40. Un genocidio cui Eduard ha preso parte come comandante della Wehrmacht. Quando l’avanzata nazista verso l’Est sembrava ancora inarrestabile, i tedeschi con i loro alleati italiani, promisero ai cosacchi una terra in cui vivere liberi dal giogo sovietico, se gli avessero aiutati a sconfiggere il nemico comune. I cosacchi combatterono lealmente a fianco dei tedeschi, ma quando l’esercito nazista fu costretto a ritirarsi, i cosacchi furono abbandonati al loro destino. 


Eppure non è questo ricordo a animare gli incubi di Eduard, ma l’aver abbandonato il suo primo e unico amore. Amore cosacco che è riuscito a far nascondere prima di essere catturato dai sovietici, salvandole così la vita. Dopo aver passato sette anni in un Gulag, Eduard è libero nella sua Germania. Decide però di barattare l'amore in cambio di una vita ‘tranquilla’ con una moglie tedesca che non sarà mai in grado di amare. Di questa storia, sua nipote Adele non ha mai saputo nulla, perché Eduard l’ha conservata nella sua memoria per decenni, come punizione per non aver seguito l’unica strada che valesse la pena di seguire.  



Con atmosfere che ricordano Ogni cosa è illuminata di Jonathan Safran Foer l'utilizzo continuo della camera a mano e di carrellate ipnotiche in presa diretta da treni e auto in movimento, Baker-Monteys risucchia lo spettatore nel cervello dei suoi protagonisti, regalandoci una rara opportunità di guardare dentro noi stessi provando a non rabbrividire.

domenica 25 marzo 2018

L’Iliade al tempo dei social


L’origine e l’epilogo di tutte le storie, L’Iliade di Omero, ritorna a esercitare il suo fascino nel più raccolto dei teatri che costituiscono il circolo magico del teatro Piccolo a Milano: il Teatro Studio Melato. Questo, fra tutti gli spazi messi a disposizione del più antico teatro stabile d’Italia, è il mio preferito. Con la sua forma cilindrica, che richiama alla mente i teatri elisabettiani, permette agli spettatori di circondare il palcoscenico, diventando parte integrante dell’azione. Se a questo si unisce una pièce come quella scritta da Giovanna Scardoni per Iliade, mito e guerra, capace di sintetizzare in poco più di un’ora e mezza l’opera omerica senza dissiparne l’eredità narrativa, la sensazione di essere parte di qualcosa di vero e importante è assicurata. In questo piccolo gioiellino, diretto da Stefano Scherini e interpretato da un battagliero, ammiccante e spregiudicato Nicola Ciaffoni (nelle parti di divinità e semi-umani eroi), si va però ben oltre la semplice rievocazione. Nella migliore tradizione del teatro, il pubblico è parte più che attiva del testo, chiamato a interpretare questo o quel ruolo sul palco, piuttosto che a supportare l’entusiasmo o il dolore del personaggio di turno con le debite esternazioni. 


Tutto parte da un’altra rivisitazione della storia omerica, quella di Heinrich Schliemann che, nel suo La scoperta di Troiaracconta la propria esperienza come archeologo dilettante in Turchia, dove con il testo omerico aperto sul canto II e VII (la battaglia tra Achei e Troiani), inizia a verificare gli avvenimenti epici nel luogo in cui dovrebbero essere avvenuti. Muovendosi su un terreno polveroso, sferzato dallo stesso vento che ha sfiorato il volto di Ettore, Achille, Agamennone ed Elena, Schliemann cerca, con orologio e metro alla mano, riscontri che lo possano mettere sulla strada del ritrovamento della città mitologica per antonomasia: Troia.


Poco importa se Schliemann avesse trovato o meno la ‘vera’ Troia, qui ciò che conta è la ricerca e i pensieri (e con essi i personaggi) che  si affollano nella sua mente durante questa ricerca. È Nicola Ciaffoni a dargli voce, intervallando i momenti salienti della battaglia per la conquista di Troia con intermezzi che sembrano usciti dal cassetto delle idee di Boncompagni dei tempi d’oro. Così scopriamo che lo sponsor del concorso di bellezza fra Atena, Afrodite e Giunone è il meleto degli Dei o che Apollo è diventato un divo a metà fra Brad Pitt e una rock star, con tanto di giubbotto di pelle e voce alla Ligabue, ma d’altronde la parola ‘divo’ discende da ‘divus’ ossia ‘divino’ in latino e chi è più divino di un Dio?



E non pensiate che questa scelta abbia uno scopo dissacratorio, perché è proprio l’amore indiscriminato per l’Iliade e le storie in essa narrate a portare il trio Scardoni, Scherini, Ciaffoni a percorrere ogni strada possibile per scuotere il popolo dei social, affinché si possa rendere conto che le storie che trovano sintetizzate e preconfezionate in Rete, sono una sintesi impoverita e assai deludente dell’oceano di narrazioni che conserva ancora per noi il capolavoro omerico: “Iliade - ci dice Scherini - è parola altissima e straordinaria. Nei versi di Omero c’è un movimento continuo che ci porta da un piano di cruda realtà ad uno di sublime poesia e viceversa. La messa in scena restituisce la lotta di un uomo, di un attore, con la parola e con se stesso: una vera battaglia continua con le parole di Omero, con la propria coscienza di fronte alla guerra e con i propri fantasmi.”

domenica 18 marzo 2018

Le danze di guerra (alla banalità) di Sherman Alexie


Il lettore è una persona intelligente. Potrebbe essere il sottotitolo di Danze di guerra (edito da NNE edizioni e tradotto da Laura Gazzarini), raccolta di poesie, riflessioni e racconti, con la quale Sherman Joseph Alexie ci fa entrare nel suo mondo interiore di poeta, alla ricerca di quella “ipofisi dell’anima” che regola e sregola le nostre emozioni più profonde. Nel farlo Alexie parte da un presupposto nient’affatto scontato in letteratura: le persone che leggeranno i suoi scritti e lo accompagneranno in questo viaggio sono intelligenti, desiderose di scoprire e scoprirsi, capaci di mettersi in discussione, con una buona dose di autoironia. L’autore confida nello spirito arguto del lettore, disseminando i suoi racconti e le sue poesie di innumerevoli parole matrioske che nascondono, per chi vorrà cercarle, punti di osservazione del nostro mondo e relative bisacce di domande. 



In Danze di guerra, Alexie, offre al lettore, come in tante sue opere (una menzione speciale al romanzo Diario assolutamente sincero di un indiano part-time, in cui il tema della diversità è affrontato dal punto di vista di un ragazzino indiano con problemi di pronuncia che decide di andare in una scuola di ‘bianchi’ tutt’altro che accoglienti), la possibilità di entrare nella cultura precolombiana americana (l’autore è nato nella comunità indiana di Wellpinit nello stato di Washington) scoprendone tradizioni, pregiudizi e rivendicazioni, ma soprattutto affinità con la nostra cultura, soprattutto nella necessità di sentirsi diversi e accettati al contempo.   



Utilizzando le parole come fossero scalpelli per intagliare emozioni, Alexie scava dentro in se stesso (molto di quanto leggiamo è autobiografico), ma soprattutto scava dentro il lettore, attivando una sensazione che proprio chi legge allena ogni volta che sceglie di spegnere il mondo esterno e tuffarsi in altrui narrazioni: il piacere. Perché non potremmo definire in modo diverso le piccole gemme letterarie che l’autore ci dona narrandoci di giornate ‘comuni’ dentro le quali, a chi sa osservare, si possono nascondere momenti in cui diventiamo Amleto, Medea, Peter Pan, solo per un attimo, ma tanto può bastare. 


È difficile scegliere nel paniere di storie che Sherman Alexie ci regala: il confronto con la parte selvaggia e letale di noi stessi nel racconto Furto con scasso; l’odio e l’amore per la tradizione familiare di cui ognuno di noi è portatore nel racconto che dà il nome alla raccolta (Danze di guerra); il personaggio di cui tutti si innamoreranno (Paul Nondimeno) nella ballata a lui dedicata, disposto a tutto pur di non essere dimenticato; il botta e risposta alla Tom Stoppard in Catechismo. Senza dimenticare il tema dell’amicizia che non si può mai perdere del tutto, anche se tradita per paura, nel racconto spielberghiano Il figlio del senatore, di cui dovremmo consigliare la lettura nelle nostre scuole per far capire quanto possa essere forte la lusinga dell’integrazione. 



E le danze di guerra di Alexie ci faranno sentire sperduti e fragili, come l’antilope più debole del branco, “quella sfigata spelacchiata che avanza arrancando con un cartello che recita: MANGIAMI! SONO ZOPPA!”, l’autore sarà lì a tenerci compagnia, con un cartello ancor più grande del nostro al suo collo, ricordandoci che, come scrisse Francis Scott Fitzgerald: “ciò che contraddistingue una mente superiore è la capacità di contenere due idee opposte allo stesso tempo”.

domenica 11 marzo 2018

Sindrome da Tempo di Libri

Osservare sempre. Oh, sì, è la prima regola di un narratore e mai quello che ci vene proposto di guardare, perché è ai bordi della nostra vita che si annidano le storie più interessanti. 


Così, mentre il fiume di persone che era appena riemerso con me ieri dall’uscita della metro Lotto si dirigeva a uno degli ingressi di firemilanocity, dove si stava svolgendo la seconda edizione della fiera internazionale dell’editoria Tempo di libri, io mi fermavo sotto la pioggia. Siamo in quel pezzo di Milano che racchiude la torre Unicredit di piazza Gae Aulenti, il Bosco Verticale di Boeri, le torri Isozaki e Hadid del Citylife, e la nuova sede della Fondazione Feltrinelli progettata Herzog & de Meuron a Porta Volta. Grattacieli e palazzi di cristallo che hanno trasformato (e in parte creato) lo skyline della città, donandole un aspetto di un bozzetto di Miyazaki, soprattutto quando una mistura di nebbia, pioggia e smog li avvolge alla base, sospendendoli a metà strada tra cielo e terra, rivelando così a chi li osserva il loro potere attrattivo. Sono rimasto qualche minuto a osservare la torre Hadid decomporsi dalla base, inibendo l’automatismo che mi avrebbe portato di lì a un secondo a estrarre il mio iPhone dalla tasca per trasformare l’emozione in condivisione compulsiva, come se solo nel rendere pubblica una nostra emozione essa prendesse vita. 


Mi è tornata alla mente un’intervista di almeno dieci anni fa a Nadine Gordimer, in cui l’autrice de Il conservatore e de La figlia di Burger raccontava della sua infanzia in Sud Africa. Da piccola per lei tutto era fonte di meraviglia, ogni scoperta si trasformava in emozione e l’emozione in racconto. La luce assoluta e onnipresente che aveva intorno le dettava una storia e stava a lei metterla su carta per non perderla. Per farlo al meglio aveva imparato a osservare tutti i particolare di una scena in silenzio, salvandola nella sua memoria per attingervi quando era necessario. Ho pensato che potevo fare a meno di una foto digitale, affidando quel ricordo alle mie scassatissime retine da miope. Beh, Nadine Gordimer aveva ragione: mi basta chiudere gli occhi e l’immagine è lì. La luce è lì, meno spavalda di quella sudafricana certo, ma capace di attivare (forse perché mediata dalla  nebbia) una sospensione di sensi e di giudizio che nessuna immagine digitale potrà regalarmi. La mia pelle, i miei muscoli, le mie ossa, le sento anche adesso muoversi in quella luce, abbandonarsi a lei e ai suoi racconti. Centinaia di storie, sospese in quella nebbia, in attesa che io ne accolga almeno una. 



In uno degli incontri del fittissimo calendario di Tempo di libri, perché non sono rimasto in stato di trance tutto il giorno a un incrocio a impregnarmi di pioggia, Marco Missiroli, raccontando della sua scoperta di Dino Buzzati, racconta della sua adolescenza, quando, timidissimo guardava gli altri ballare alle feste, senza mai riuscire a imitarli. Fu allora che capì che sbagliava. Non doveva guardare la pista, ma quello che le stava intorno: nella diversità di punto di vista avrebbe trovato i suoi simili e le storie che sarebbe toccato a lui raccontare. Un puro caso mi direte. Gli scrittori sono un gruppetto di ossessivi compulsivi che trovano in rituali morbosi e in epifanie improvvisate il senso della loro diversità e cercano di farlo passare per arte. Forse mi sono solo imbattuto in una rara variante di sindrome di Stendhal che, non a caso, era uno scrittore.