domenica 15 luglio 2018

Non siamo ancora pronti a diventare un prodotto, parola di Mark Rothko

Se vi capitasse di visitare la Tate Modern a Londra, andate al secondo piano, dove ci sono le rotazioni delle collezioni permanenti della grande galleria di arte moderna che la città ha ricavato riqualificando una centrale elettrica. Sul vostro percorso apparirà una stanza con le luci soffuse dove sono appesi grandi dipinti dalla forma quadrata in cui il rosso nelle sue varianti più sanguigne e cupe si fronteggia con neri dagli accenti violacei. Al centro delle sala ci sono due panche di legno, sedetevi su quella che preferite, fate silenzio, osservate e ascoltate, quei quadri hanno molto da raccontarvi. 


Si sono fatti compagnia fin dalla nascita. Fin da quanto il loro creatore, Mark Rothko, ormai cinquantenne, li ha creati su commissione per il Four Season di Park Avenue a New York fra il 1958 e il 1959, quando la sua opera aveva iniziato ad attirare l’interesse dei collezionisti per i suoi luminosi arancioni e gialli, in un periodo in cui un gruppo di autori che potremmo definire genericamente ‘espressionisti’ (pensiamo a Pollock, Gottlieb, de Kooning, Still, Kline, Newman e Motherwell) prendeva possesso della scena artistica e culturale americana. Rothko, faceva parte del movimento Colorfield Painting, ovvero pittura delle campiture, in cui ad assumere il ruolo centrale è la forza scaturita dal colore e le emozioni che esso suscita. Niente soggetto, paesaggi, volti, forme, linee, solo colore. Per capire come queste tele si sarebbero parlate e cosa avrebbero comunicato alle persone con cui sarebbero entrate in contatto, Rothko aveva ricreato nel suo atelier, una palestra dalle finestre oscurate, lo stesso setting del Four Season, utilizzando dei carrelli su cui fissare le tele perché potessero muoversi nello spazio e fronteggiarsi mentre lui le completava. I colori che furono scelti però non erano più appartenenti alla calda tavolozza dei gialli e degli arancioni, ‘colori brillanti e allegri’ per cui la committenza lo aveva scelto, ma a un universo di rossi bruni, marroni e neri. Influenzato dalla sua visita alla biblioteca laurenziana di Firenze, con le sue finestre oscurate per proteggere i volumi e rendere l’atmosfera delle sale più adatta alla riflessone, Rothko decide che anche le sue opere dovranno essere immerse nella penombra e nel silenzio. Gli stessi colori scuri scelti sono funzionali a precludere ogni via di fuga al pensiero dell’osservatore, che non ha così altra scelta che mettersi al cospetto dei suoi demoni interiori. 


Come narrato nel superbo testo teatrale di John Logan ispirato proprio a questa fase creativa di Mark Rothko (Red), una pièce che andrebbe letta più di una volta come esercizio di scavo nelle voci che popolano la nostra mente, i due anni che sono serviti per completare questa serie di dipinti, hanno rappresentato per l’artista una vera e propria discesa negli inferi, durante la quale mettere in discussione tutte le sue certezze e quelle della società che lo circondava. Una società che sembrava, già allora, solo alla ricerca della propria continua auto-soddisfazione perdendo in significato: «A tutti piace tutto oggigiorno. - decreta il Rothko di Logan - Gli piace la televisione e  la musica, la soda pop e lo shampoo, persino i Cracker jack. Ogni cosa si trasforma in un’altra e tutto è carino e bello e likable. […] dov’è il giudizio che separa ciò che mi piace da ciò che rispetto?»  


Mentre siete seduti a osservare quelle fastidiose finestre nell’oscuro che Rothko ha preparato per voi e la vostra narrazione mentale prenderà il sopravvento, risucchiandovi in un gorgo di domande scomode, non cercate il vostro smart-phone, non pregate affinché entri qualcuno nella sala e vi distragga con una risata, non convincetevi che il fish and chips che avete ingurgitato prima di entrare alla Tate si stia trasformando in un Alien che sta dilaniando il vostro stomaco, respirate e ascoltate i colori, vi diranno che non siete ancora pronti per diventare un prodotto da promuovere, che non siete disposti a far evaporare la vostra anima pur di avere un like in più



A proposito, alla fine Rothko ha restituito i soldi della commessa al Four Season, per questo oggi i dipinti si trovano alla Tate. Si può superare la linea della likabilità e tornare indietro. 

domenica 8 luglio 2018

Jonathan Franzen e lo scrittore un-social

Qualche giorno fa stavo leggendo un romanzo in cui il protagonista inizia a documentarsi sugli scrittori che hanno tentato il suicidio. Ciò che lo attrae non è il motivo che li ha spinti a fare questa scelta, quanto il metodo che hanno utilizzato per porre fine alla loro vita. Hemingway, Pavese, Plath, Woolf, molti sono gli scrittori che hanno voluto decidere quando e come chiudere con la loro vita. Mi sono domandato subito quanti di noi riuscirebbero a fare lo stesso con il loro profilo sui social che oggi sembra rappresentarci molto più del nostro involucro di carne e ossa. 


Ognuno rinchiuso nella sua bolla di ‘amici’ preselezionati dalla Rete per farci conoscere solo chi la pensa come noi, chi ha le stesse idee, passioni, valori, tanto da illuderci che l’umanità non è altro che un nostro riflesso, che siamo la maggioranza e la maggioranza ha sempre ragione. Sentirsi accettati è importante, è uno dei primi bisogni che sviluppa un essere umano, fin da bambino, da quando registra ogni sbalzo emotivo dei genitori per tentare di essere in assonanza con loro. Ma cosa succede se questo meccanismo diventa l’unica base delle nostre decisioni? Cosa accade se la nostra autostima dipende esclusivamente dal numero di like che riceviamo dai nostri contatti sui social? 


Domande che un giornalista de The New York Times ha posto pochi giorni fa a Jonathan Franzen nella sua casa di Santa Cruz mentre parlavano di birdwatching.  L’autore de Le correzioni è alle prese con il suo nuovo romanzo, di cui rigorosamente non vuole parlare, e ha appena concluso la stesura dell’adattamento per lo schermo del suo quinto romanzo (Purity), ma è del rapporto fra uomo e social che ci parla, affermando il suo diritto a non uniformarsi all’esigenza di essere sempre e irrimediabilmente connessi alla Rete: “Non sono mai stato un grande fan di una società strutturata sul sistema consumistico, ma ho fatto pace con questo, poi però è successo che ogni individuo è diventato un prodotto che egli stesso cercava di vendere […] Questa mi è sembrata una cosa molto preoccupante sia come individuo sia come membro del genere umano. […] Viviamo immersi nella paura di perdere market share come persona”.  E questo mal si adatta con la vita di uno scrittore che, per Franzen, dovrebbe avere come missione raccontare storie scomode e difficili, creando una frattura con il pensiero dominante. L’unico modo che abbiamo per difenderci è, secondo l’autore di Libertà, quello di creare un filtro intorno a noi (fatto di pensiero critico) che ci permetta di leggere chiaramente gli input che ci invadono dal mondo esterno. Solo in questo modo possiamo generare idee che non siano influenzate da qualcuno che è costantemente intorno a noi sotto forma di algoritmo e ci restituisce solo feedback che confermano quello in cui già crediamo: “per scrivere bene o semplicemente per essere una persona degna di questo nome abbiamo bisogno di dubitare delle nostre certezze […] di provare empatia per persone che hanno una prospettiva molto differente dalla nostra”.  Un tempo speravamo che fosse proprio la Rete a offrirci questo tipo di apertura, ma nei fatti ciò non è accaduto e dobbiamo ricominciare a prenderci carico di questa responsabilità. 


Il rischio che ci palesa Jonathan Franzen è quello di trovarci di fronte a certezze così granitiche e diffuse da non poter nemmeno ipotizzare di metterle in discussione. Come dice spesso Donald Trump: “the people know best”. Non conta ciò che dicono i giornalisti, gli scrittori o chiunque non la pensi come lui, è il popolo (solo quello che lo sostiene ovviamente) a conoscere la verità. Il problema è capire se qualcuno si è preso davvero il disturbo di ascoltarlo invece di spaventarlo con notizie preconfezionate, per poi vendergli ciò di cui 'ha bisogno' per sentirsi sicuro. 

domenica 1 luglio 2018

La libertà di cercare l’orrore secondo Pietro Grossi

«L’orrore non sta nella consapevolezza della sua esistenza, ma nella sua capacità mimetica». In questa frase è racchiuso il gorgo in cui Pietro Grossi risucchierà i lettori con il suo nuovo romanzo (Orrore - edito da Feltrinelli). Lo farà utilizzando la sua maestria nel bilanciare ritmo e indagine psicologica, forgiando una storia difficile da catalogare, sospesa fra il thriller psicologico e il romanzo di formazione (anzi di evoluzione).
Abbiamo incontrato Pietro Grossi per entrare nelle viscere di una storia che, fin dalle prime pagine, vibra di una forte inquietudine, un’inquietudine che divora il protagonista e lo porta a seguire le tracce di un mistero.



Siamo di fronte a una ricerca diversa da quella che abbiamo trovato ne II Passaggio (Feltrinelli - 2016), non solo per esiti, ma anche per morbosità. Il protagonista di questa storia sembra essere spinto dal desiderio di legittimare le sue ombre invece di reprimerle. 

Penso che questo romanzo rappresenti un’evoluzione rispetto a Il Passaggio. Ogni nuovo romanzo dovrebbe esserlo rispetto al precedente. In entrambe le storie il protagonista è alla ricerca di se stesso, ma mentre ne Il Passaggio c’è una presa di coscienza molto forte, qui è l’abbandono a prevalere. Il protagonista di Orrore fugge dalla luce, dalla serenità, dalla famiglia che ha costruito, dalla nuova vita che ha contribuito a creare, per scegliere l’ombra, convincendosi che in quella scelta ci sia qualcosa di necessario. E quindi sì, è un libro che parla di una ricerca che ha però come traguardo l’autodistruzione.

Da dove nasce l’idea? Un fatto di cronaca? Un racconto fra amici, come accade al protagonista? Una pura invenzione?

L’idea nasce da una storia vera, autobiografica, il primo capitolo del libro è esattamente ciò che è accaduto a me a luoghi invertiti, ero appena rientrato negli Stati Uniti dall’Italia. Durante una cena con amici, con mio figlio di tre mesi, una persona che non vedevo da molti anni mi ha raccontato di questa strana casa, mostrandomi, come accade nel romanzo, le foto dell’orrore presunto scoperto al suo interno. È da lì che è partita l’onda nera che mi ha portato a scrivere. Mentre tornavo a casa dopo la cena, ho cominciato a chiedermi cosa sarebbe successo se mi fossi fermato a indagare. Come spesso accade, invece di farlo in prima persona, ho riempito le mie mancanze scrivendo ed è nata questa storia. 


Allora anche lei è stato attratto dalla capacità mimetica del male come il protagonista. Si nascondeva da qualche parte con un amico per leggere i giornaletti dell’orrore invece di quelli porno, come racconta il protagonista di Orrore

Un po’ sì, l’aneddoto che racconto nel romanzo è successo anche a me. Con un mio amico compravamo o rubavamo giornaletti con le storie d’orrore, ci nascondevamo da qualche parte e le leggevamo avidamente. Erano gli anni ’80 e in televisione davano un sacco di film dell’orrore che non facevano molta paura, con le dovute eccezioni. Penso a L’esorcista, un film che guardai di nascosto disobbedendo a un preciso ordine di mia madre. È l’unico film che mi suscitò una forte inquietudine e popolò i miei incubi per mesi. L’orrore, l’oscuro, il macabro mi hanno sempre attirato. Non leggevo molti libri quando ero ragazzo, ma fra i primi ricordo i racconti di Edgar Allan Poe in lingua originale. Mi affascinarono. 

Poe, Lovecraft o entrambi? 

Poe, senza dubbio. Com’è da Poe questo romanzo che è un po’ un horror a metà. 

È per questo che ha deciso di non raccontare i tre giorni in cui il protagonista è tenuto prigioniero nella casa dell’orrore? Molti lettori si arrabbieranno per questa ‘mancanza’.

Li ho immaginati più volte. Avevo in mente un’atmosfera alla Hannibal, per l’esattezza la scena in cui in una cena viene staccata la calotta cranica agli invitati mente sono ancora coscienti. Alla fine però ho deciso di non scriverla perché la storia era un’altra. Il fulcro del libro non è la presenza dell’orrore, ma la sua ambiguità. L’orrore non è la consapevolezza del male, ma la sua inconsapevolezza, il fatto che possa essere difficile da definire, da scoprire. Se pensiamo al più grande orrore di cui abbiamo memoria nella storia recente, mi riferisco all’olocausto nella seconda guerra mondiale, anche in quel caso l’orrore non sta nella follia di Hitler, ma in ciò che un’intera nazione e un continente hanno ignorato. Questo è il vero orrore. Ecco perché nel mio romanzo non ho voluto dare indizi chiari su dove e come stesse agendo il male.  


Il percorso che fa il protagonista, attraverso le paure e le ombre che popolano la sua mente, mi ha ricordato più volte le fasi di una mutazione. Avevo in mente un serpente che cambia pelle di continuo per far uscire fuori la sua vera natura. Avevo in mente Kafka e la sua metamorfosi. Fino a che, durante uno degli appostamenti davanti alla casa del mistero, il protagonista sembra avere un’epifania sensoriale che lo porta a sentirsi prima albero fra gli alberi e poi roccia fra le rocce. L’annullamento della propria umanità è l’unico modo per trovare la pace?

Sono pagine che mi sono molto divertito a scrivere. Sono pagine misteriose. Lì ci sono delle domande e delle sfumature più ampie di quello che riesco a spiegare. Sembrerebbe un momento di grandissima luce interiore, ma è al contempo il momento dell’abbandono, in cui il protagonista mette fine a tutto quello che era prima. È quindi il momento più luminoso e il più oscuro del romanzo. 

C’è un interessante utilizzo delle metafore nel suo romanzo. Mi ha colpito per esempio l’utilizzo frequente della metafora della lama (per il vento, per la luce) che ricorre nel libro quasi volesse mettere in allerta il lettore per ciò che accadrà alla fine della storia. Quanto ha lavorato sulla lingua?

Molto, ho lavorato sulla parola, sul periodo, sulla pagina perché i segni interni contribuissero a dare una sensazione sinistra, macabra, comunque in linea con la narrazione. Adesso che me lo fa notare l’utilizzo di questa metafora effettivamente si incastra molto bene nell’atmosfera generale del testo, anche se non era voluta. Sulla lingua io lavoro tanto per aggiustarne ritmo e musica, anche se il grosso dei meccanismi scaturisce dalla prima stesura. Per questo le dò tanta importanza. Fondamentale è la collocazione precisa del narratore. Il libro è nato quando ho sentito quella storia dal mio amico, ma solo perché questo evento si è combinato con la scoperta di una voce molto precisa che era quella di un padre che, da un luogo di reclusione, cercava di spiegare la sua versione dei fatti a un figlio che non vedeva da anni. È questo che ha dato il via alla storia: una voce forte e precisa del narratore che mi faceva compagnia. Questo ha forgiato anche la lingua. 


«Non viviamo per confrontarci con il novantotto per cento dell’umanità, ma con noi stessi». Ci dice e si dice all’inizio della storia il protagonista. Un proposito che si dimostrerà pericoloso, portandolo a confrontarsi con una parte di se stesso che aveva abilmente evitato fino a quel momento: l’orrore che si nasconde dentro tutti noi. Dove sta il confine, se esiste, fra giudizio personale e collettivo? E fino a che punto ci si può spingere senza danneggiare gli altri?

È una domanda chiave. Fino a che punto possiamo spingerci per soddisfare la nostra esigenza di libertà? Il protagonista del libro abusa di questa libertà perché non tiene conto degli effetti delle sue scelte sulle persone che lo circondano e lo amano. L’orrore di questo libro non è la storia del protagonista, né le sue esplorazioni nell’oscurità, ma le conseguenze che queste decisioni hanno sugli altri, a cominciare da sua moglie e soprattutto da suo figlio. Tanto che mi sono chiesto se questa storia non è che una parte dell’intera narrazione. Ho già abbastanza chiara l’immagine di questo bambino che ormai diciottenne riceve un plico in cui suo padre gli racconta la sua versione dei fatti.

Ci sarà quindi una seconda parte della storia?

Me lo sono domandato. Per ora no. Penso che la storia si esaurisca qui. In ciò resto fedele al tema che più mi spinge a scrivere e che è centrale nei miei romanzi: la rivelazione. Anche in questo caso il protagonista è in cerca di una rivelazione. La trova, anche se oscura e distruttiva, per questo non penso di proseguire con la narrazione.

Mi ha colpito un momento del romanzo in cui il protagonista, dopo essersi intrufolato nell’abitazione del possibile proprietario della casa misteriosa, si mette seduto alla scrivania e descrive, scrivendolo, tutto ciò che ha visto e sentito con una dovizia di particolari da vero segugio o da vero scrittore. Quanto sono importanti i particolari nel suo lavoro? 

Moltissimo. A me capita di prendere appunti spesso nei miei viaggi o comunque quando osservo cose o situazioni che ritengo interessanti indipendentemente dal fatto che possano esserlo per la storia che sto scrivendo in quel momento. Anzi di solito non sono connessi alla storia a cui sto lavorando, che esce fuori in modo istintivo. Ricordo, per esempio, che stavo lavorando a un libro (Incanto - Mondadori 2013) ambientato in Scozia senza mai essere stato nel luogo (Edimburgo) che stavo descrivendo. Poi, parlando con un amico, mi resi conto che il posto che avevo in mente assomigliava più a Glasgow che a Edimburgo e così l’ambientazione cambiò. Quando andai, solo dopo aver completato la prima stesura, a fare un sopralluogo, mi resi conto che molte delle cose che avevo  raccontato erano identiche alla realtà che trovai ad aspettarmi, anche se non avevo mai visitato quella città. La letteratura aveva dimostrato, ancora una volta, di essere divinatoria. Mi trovo molto spesso a scrivere di cose di cui non ho una conoscenza precisa, non dovrei averla, eppure quando vado a fare dei riscontri scopro di essere stato molto accurato. Ritornando alla sua domanda, porto sempre un quaderno con me. Lo faccio da quando ritrovai una vecchia mail in cui descrivevo un evento che mi era passato di mente e si aprì una bolla di memoria dentro che mi sorprese. Da allora non ho mai smesso di prendere appunti. 


Ha avuto dei libri sul comodino a cui fare riferimento, mentre lavorava a questa storia? 
Mentre scrivevo la prima stesura no, ho riletto alcuni libri nel periodo della revisione. Poe, Cuore di tenebra di Conrad, c’è sempre una buona scusa per rileggere Conrad. Stephen King, per capire dove si radica l’orrore nella lingua.

Grazie a Pietro Grossi per la sua disponibilità e alla prossima intervista.   


Link a sulromanzo.


domenica 24 giugno 2018

A ciascuno il suo punto di osservazione delle stelle


Viviamo tutti immersi nel fango, ma alcuni di noi guardano le stelle. Questo, fra i preziosi aforismi di Oscar Wilde, è il fulcro da cui parte Todd Haynes per costruire la ‘sua’ stanza delle meraviglie (il film Wonderstruck, in italiano appunto La stanza delle meraviglie, presentato a Cannes nel 2017 e uscito solo adesso nelle nostre sale), convinto che solo guardando a cosa succede lontano da noi possiamo provare a capire cosa accade intorno a noi. 



Il regista di Lontano dal paradiso, parte dal libro omonimo di Brian Selznick (autore di Hugo Cabret, da cui Scorsese ha tratto un film nel 2011) per raccontare la storia di due bambini che si trovano a compiere un viaggio in solitaria verso New York a distanza di cinquant’anni l’uno dall’altro (Rose negli anni ’20 e Ben negli anni ’70). Entrambi sono alla ricerca di un mondo diverso da quello in cui vivono, un mondo in cui Rose ha una madre che le vuole bene e non l’ha abbandonata per fare l’attrice a New York e in cui Ben, orfano di madre, ha ancora un padre che vorrebbe stargli accanto, anche se lui non l’ha mai conosciuto. Per questo Rose e Ben partiranno alla ricerca di una realtà alternativa in cui possono essere ancora felici. Una realtà silenziosa, perché entrambi i bambini sono sordi e questo gli permette di percepire ciò che li circonda in modo completamente diverso dagli ‘udenti’. 



Non ci sono rumori e voci a prendere il sopravvento nelle loro giornate, decidendo a chi o a cosa prestare attenzione. Ed è proprio con questo ovattato incedere nelle due New York (reso magistralmente dalla fotografia di Edward Lachman) che Rose e Ben ci fanno entrare nella loro percezione della realtà e pian piano il ritmo, che ci è sembrato fin troppo lento nella prima parte del film, diventa perfetto per poter osservare le ‘meraviglie’ che si annidano nelle scene da film muto che Haynes ci offre. E se, in alcuni momenti, ci sembra che lo stesso Haynes se ne renda conto, compiacendosene un po’ troppo, ora sappiamo di assistere a un film in cui trama e ritmo sono secondari. È l’immagine, gli scatti, le carrellate che il regista ci offre a diventare auto-significanti. Penso per esempio alla scena che si svolge nel museo del Queens, dove Ben scopre l’immenso plastico della città di New York cui la nonna si è dedicata per decenni e in cui ha nascosto i frammenti della sua vita o alle visite parallele delle stesse sale del museo di storia naturale in cui Rose e Ben sentono per un attimo più vicina la loro idea di mondo.  




Il punto di osservazione che Todd Haynes sceglie per avvicinarsi alle stelle è certamente mirabile, poetico, profondo, ma sembra fare tabula rasa di quello dei personaggi, che esistono e si muovono per dimostrare la sua tesi, perdendo in spessore, apparendo in maniera assoluta e incontestabile buoni o cattivi, senza sfumature. È un peccato che forse nasce da quanto Haynes sentiva necessaria questa storia e che non ci fa dimenticare la sequenza di versi in immagine che il regista di Io non sono qui e Velvet  Goldmine ha creato per noi con un tocco lieve e smisuratamente immaginifico.

domenica 17 giugno 2018

Premio Strega 2018 e l'arte di farsi domande


Il 13 giugno a Casa Bellonci si è consumato il rito delle votazioni per la cinquina del LXXII Premio Strega. C’era molta attesa dopo il cambio di regolamento del Premio e il responso ha subito scatenato la ricerca della polemica perduta, sport preferito dei giornalisti, perché sport preferito dei lettori (almeno secondo i giornalisti). Dall’esclusione di Carlo Carrabba (responsabile editoriale narrativa Mondadori) e del suo romanzo d’esordio Come un giovane uomo (Marsilio), alla presenza di 3 donne nella cinquina, vista come tentativo di sedare la polemica sulla scarsa presenza femminile fra i vincitori del premio (dieci scrittrici su settantuno edizioni), organi di stampa e blogger hanno fatto di tutto per montare almeno una piccola polemica intorno alla LXXII edizione dello Strega, relegando a poche righe di riassunto le trame e soprattutto le possibili motivazioni che hanno portato il comitato direttivo degli Amici della domenica a scegliere proprio quei cinque scrittori fra i dodici preselezionati. Su imago2.0 partiremo invece dal presupposto che ai lettori possano interessare i libri, forse ancor più dei loro autori, perché quando parliamo con un amico di un romanzo che abbiamo letto entrambi (esperienza di rara e incontaminata bellezza), ci confrontiamo sulla storia, sui personaggi, sul finale, su quanto abbiamo trovato di noi stessi in quella versione alternativa della realtà in cui abbiamo avuto la possibilità di intrufolarci. Non ci interessa se l’autore è un uomo o una donna, se è bianco, nero, giallo, fumatore o salutista, un adoratore della barba a punta con le mèche o un eremita che vive in privazione continua della luce solare dall’età di dieci anni. Quello che a noi interessa è che sappia creare una bella storia


Fra i romanzi della cinquina, vorrei citarne due, cominciando da La ragazza con la Leica (Guanda) di Helena Janeczek che ci porta nel mondo di Gerda Taro, fotografa tedesca  esperta in reportage di guerra. Attraverso il racconto di 3 persone che l’anno conosciuta e amata, la Janeczek concede al lettore la possibilità di viaggiare nel tempo e nello spazio (dalla Germania alla Francia, dagli anni ’30 agli anni ’60 del Novecento) osservando la protagonista attraverso 3 diversi punti di vista (lo spasimante borghese, l’amica militante e il fidanzato rivoluzionario). Il romanzo gira intorno alla domanda che ogni fotografo, scrittore e perché no, ogni uomo dovrebbe porsi: cosa rende unico uno sguardo?  La Janeczek è una scrittrice che spinge il lettore a mettersi in discussione perché è la prima a farlo con se stessa tentando così di attingere” a quella ricchezza di possibilità nel calarsi dentro le menti e le anime dei personaggi” prerogativa unica della letteratura.  


Un attenzione particolare merita anche Marco Balzano e il suo Resto qui (Einaudi), in cui il lettore è messo di fronte a un’altra domanda (non meno complessa di quella che pone la Janeczek): fino a che punto si è disposti a difendere quello in cui si crede?  Anche in questo caso facciamo un salto all’indietro: 1921, Alto Adige, i fascisti impediscono agli abitanti del luogo di parlare quella che fino a quel momento era stata la loro lingua (il tedesco). Da qui parte la storia di Balzano e i suoi protagonisti, a cominciare da Trina, una maestra che non si piega al regime e inizia una lotta fatta di poche vittorie e molte delusioni per difendere quello in cui crede. Trina incontrerà Erich e con lui inizierà una battaglia ancor più grande per difendere il suo paese (Curon Venosta) che sta per essere sommerso per permettere la costruzione di una diga. Il finale che disegna l’autore per i suoi personaggi è lieto (sebbene ‘falso’ se confrontato con la cronaca dei fatti) e questo pone al lettore un’altra ostica domanda: sarebbe stato possibile fare qualcosa per invertire finzione e realtà? 


Entrambi i romanzi, così come altri due dei cinque finalisti (Questa sera è già domani di Lia Levi – edizioni E/O e La corsara. Ritratto di Natalia Ginzburg di Sandra Petrignani – Neri Pozza), utilizzano la storia del Novecento come specchio per mostrare al lettore il presente e le domande che ci pone ogni giorno. Domande a cui possiamo anche non rispondere, consapevoli però che rimarranno lì ad aspettarci.


domenica 10 giugno 2018

Il viaggio intono al mondo e alle paure di Arthur Less durerà ben più di 80 giorni



Se fino a allo scorso aprile avessimo fatto un sondaggio fra i lettori italiani, chiedendo loro di Andrew Sean Greer, in pochi sarebbero riusciti a citare uno dei suoi romanzi. Poi è arrivato il 16 aprile 2018, giorno in cui è stato assegnato il Premio Pulitzer per la Fiction proprio a Andrew Sean Greer per il suo ultimo lavoro (Less - edito in Italia da La nave di Teseo - traduzione di Elena Dal Pra) e tutto è cambiato. L’autore de Le confessioni di Max Tivoli (love story ispirata al racconto di F. S. Fitzgerald Il curioso caso di Benjamin Button, diventata best seller in USA nel 2004) non si aspettava questa vittoria e quando la notizia gli è arrivata era in Italia alla Fondazione Santa Maddalena di cui è il direttore. È proprio in neo vincitore che ci racconta in un’intervista per Il Corriere della Sera che questo luogo, diventato grazie al lavoro (e la disponibilità economica) di Beatrice Monti della Corte e di Gregor von Rezzori un piccolo paradiso incastonato nel cuore della Toscana dove sono stati ospitati molti scrittori americani (da Bruce Chatwin a Zadie Smith, da Michael Cunningham a Edmund White), è il posto perfetto per allontanarsi dal mondo e dalla sua ansia per la velocità, riuscendo così a decodificare quello che era successo. Andrew Sean Greer e il suo personaggio e alter ego (Arthur Less) erano appena entrati nella storia della letteratura americana, almeno in quella i cui confini vengono disegnati dai premi e dalle onorificenze ricevuti.



Less è la storia di uno scrittore alle soglie dei cinquanta (come lo stesso Greer, 48 anni il prossimo novembre) che non è mai riuscito a raggiungere il livello di notorietà che desiderava e dopo essere stato più volto ignorato da critica e pubblico, viene a sapere dal suo agente che il suo ultimo romanzo è stato rifiutato dall’editore cui Less è legato da vecchia amicizia. Nello stesso periodo, viene a sapere che il suo ex fidanzato si sta per sposare. Al colmo della disperazione e dell’autocommiserazione (arte in cui Arthur Less eccelle), il protagonista del romanzo di Greer decide di partire per un rocambolesco giro del mondo in 80 giorni dal sapore più donchisciottesco che verniano, in cui Arthur è costretto, suo malgrado, a fare i conti con il passato e tutte le occasioni che non ha saputo o voluto cogliere. Armato degli stereotipi che tutti noi utilizziamo, ma a cui non ammetteremmo mai di credere, Less inizia a saltellare fra Berlino e Parigi, Torino e il Marocco, fino a giungere in Giappone, passando per l’India, tutto pur di non trovarsi in quella San Francisco dove si sta celebrando il matrimonio dell’uomo che amava (e che forse ama ancora) e che si è lasciato scappare senza avere in cambio qualcosa. E sta qui forse il punto nodale del romanzo. Non tanto in quello che tutto noi ci lasciamo scappare nella vita (o da cui scappiamo), ma se alla fine otterremo qualcosa in cambio dalla vita per temperare il nostro rimpianto.  Non vi svelo il finale, né se Andrew Sean Greer vi fornirà una risposta, ciò che vi posso assicurare è che di domande non sarà avaro, costringendo il lettore a sovrapporre le memorie e i bilanci di Arthur Less ai propri e i bilanci non sono mai piacevoli, seppure necessari per riprendere in mano la barra del timone della nostra vita e scoprire che (come ci confida lo stesso protagonista): «la cosa che più voglio al mondo è essere voluto».   




Con uno stile colloquiale, senza essere plastificato, Greer offre al lettore la possibilità di entrare nel flusso di coscienza del protagonista, che spesso è così preso dalle sue digressioni, da perdersi interi blocchi di ‘realtà’ che gli passa accanto, deliziandoci con siparietti comici basati sui coraggiosi e goffi esperimenti linguistici che Less mette in campo per non passare per il consueto americano che non parla altra lingua all’infuori della propria (per chi ha un po’ di conoscenza del tedesco saranno da non perdere le peripezie berlinesi). Alla fine di questa lettura, che scorrerà via fin troppo velocemente, lasciandovi il dubbio che l’autore l’abbia levigata un po’ troppo, resterete con un grappolo di frasi nella testa su cui meditare e se Less non entrerà nella storia letteraria (che il tempo di solito riesce a livellare anche se blindata da truppe armate di premi), ha il merito di far pensare il lettore, costringendolo spesso a interrompere la lettura e a guardarsi dentro.  

domenica 3 giugno 2018

Odore di casa



Ci sono pochi luoghi al mondo in cui sentirsi davvero a casa. Posti in cui ogni cosa che vedete, odorate, toccate vi fa sentire al sicuro. Ebbene quel posto per me ha pareti di carta e personaggi di inchiostro e si chiama biblioteca. Che sia una piccola e indipendente arroccata su ripiani Ikea o una immensa e autoreferenziale disposta su spessi scaffali di quercia, trovarmici di fronte mi instilla quella speciale euforia che vedo in mio figlio di quattro anni quando corre libero in un LEGO store. Non è tanto per ciò che potrà fare davvero suo, quanto per la promessa di meraviglia infinita che quel luogo regala. Lo vedo scorrazzare beato fra scaffali e teche a velocità crescente, come se le gambe fossero in gara con gli occhi per incamerare il maggior numero di emozioni che solo quel luogo può offrire. 

Allo stesso modo io corro con le dita a sfiorare i dorsi che si spingono gli uni con gli altri sugli scaffali (ne sono sicuro) pur di essere scelti e riportati alla vita da chi li navigherà senza timore di perdersi fra le loro storie. Ma cosa accade se i libri intorno a voi sono centinaia di migliaia, disposti su più file, come gendarmi del più folto esercito di mercenari mai esistito, pronti a dimostrare tutto e il suo contrario pur di essere sollevati dalla vostra mano?
Ebbene a me è accaduto (e accade ogni volta mi rifugio) nel luogo che più di tutti mi dà una sensazione di serenità e di meraviglia a Milano: la biblioteca Braindense. Nascosta nei labirintici porticati settecenteschi del palazzo che ospita la Pinacoteca di Brera, l’accademia delle Belle Arti e fa da sponda all’orto botanico, è facile passare davanti al cancello polveroso che permette l’accesso ala biblioteca Braidense senza accorgersene. Eppure salendo il severo scalone progettato da Piermarini (glorioso e glorificato architetto del XVIII secolo, a cui si deve anche il teatro alla Scala di Milano) vi troverete di fronte a un portone di legno scuro con ante di vetro. Appoggiate saldamento il palmo della vostra mano e spingete, state per oltrepassare il confine di un mondo di meraviglie che avrebbe fatto innamorare Lewis Carroll. 
Fra pareti che hanno ospitato l’antico ordine degli umiliati (a partire dal 1150) e poi il nascente ordine dei gesuiti (a partire dal 1570) e soffitti avvoltati degni di un palazzo di una grande corte europea, disegnati dal Piermarini per Maria Teresa d’Austria, sono conservati centinaia di migliaia di libri (la biblioteca a oggi ha un patrimonio di più di un milione e mezzo di volumi). Dai manoscritti agli incunaboli, passando per autografi, cinquecentine e ‘normali’ volumi, siete appena entrati in uno dei più antichi database che Milano possa offrire. Restate fermi, assorbendo, nel silenzio che vi avvolge, l’odore di noce stagionato, di carta consumata e di inchiostro secco, convinti che basterebbe uno scricchiolio a svegliare i folletti che di certo vivono fra gli scaffali che ricoprono ogni superficie che vi circonda. Ma la voglia di avvicinarvi a tale incanto è più forte del rischio di trovarvi imprigionati in uno di quei volumi: un paio di passi ed entrate nella Sala Maria Teresa. 

Intorno a voi, a spintonarsi sugli scaffali in radica su più livelli, 24.000 volumi vi osservano domandandosi a che cosa serve quello strano sacco di carne al centro della sala e come diavolo si farà a sfogliarlo. Sollevate la testa alla ricerca di un alleato, ma il lampadario di cristallo, portato in questa sala dopo la distruzione del palazzo reale durante la seconda guerra mondiale, ha visto cose ben più interessanti di voi per prendersi il disturbo di far suonare le sue centinaia di gocce e distrarre i libri, ma dopotutto siete lì per parlare con loro. 



Vi avvicinate a uno scaffale per lasciare che i vostri polpastrelli scorrano sui dorsi avanti e indietro. Sentite le loro voci, milioni di storie si sovrappongono, ognuna intenta a dimostrare quanto sia più interessante delle altre e tutto questo per voi. Siete il più fortunato sacco di carne che esista al mondo, il lampadario, geloso, ha preso a dondolare, producendo il suono di un ghiacciaio che scricchiola, ma di voi resta solo l’involucro, la vostra mente sta correndo a perdifiato nel salone godendo della promessa di meraviglia infinita che quel luogo regala.