domenica 21 maggio 2017

Le nostre anime di notte secondo Kent Haruf



Scrivere una storia è un’operazione suicida. L’anima dell’autore è su una piccola imbarcazione, di notte, al centro del più burrascoso degli oceani (la trama), compresso fra compagni di viaggio che sembrano essere stati messi al mondo solo per creargli problemi (i personaggi). All’orizzonte una serie di iceberg giganti che sta all'autore decidere di circumnavigare o evitare, dando vita al ritmo narrativo. Il Titanic insegna quanto sia difficile da prevedere la presenza di un iceberg, le sue dimensioni, la sua pericolosità o mobilità. Eppure è questo che fa uno scrittore. Quando arriva sulla sponda del lettore apparirà riposato e sorridente, come se avesse appena fatto la cosa più naturale del mondo. La storia che ha narrato non poteva andare che a quel modo, il verosimile è diventato vero più perfetto perché privo di tutte le noiose pause del reale e arricchito da colpi di coraggio e di viltà che il lettore vorrebbe far subito suoi.



Una dimostrazione pratica di questo genere di imprese ce la offre Kent Haruf (scrittore americano che ha raggiunto la notorietà a 56 con il suo Canto della pianura con cui è stato anche finalista al National Book Award) nel suo Le nostre anime di notte (EnneEnne Editore, Milano 2017). Poco più di 160 pagine di perfette virate narrative nel più piccolo oceano che esista, una minuscola e polverosa cittadina del Colorado, accartocciata su se stessa, dove nulla dovrebbe accadere.


Eppure una storia c’è e non appena Haruf, con la sua padronanza dell’essenziale, ce la svela, ne veniamo attratti come falene da un manto di stelle che sembra essersi avvicinato così tanto alla Terra da poter essere toccato. Le stelle in questione, sono quelle di Addie Moore e Louis Waters, due anziani vedovi che decidono di fare quanto di più sconveniente ci sia, affermare che hanno ancora voglia di provare emozioni, condividerle, raccontarsele. Ed è forse qui uno dei segreti di questo romanzo: ognuno dei due personaggi ha decine di narrazioni al suo interno e non tutte vengono percorse dall’autore. Egli però le mostra, con la stessa delicatezza che avremmo noi se ci cadesse fra le mani il primo fiocco della prima neve: immobili a contemplare la meraviglia.


Leggere Le nostre anime di notte regala al lettore la stessa sospensione emotiva che abbiamo quando sentiamo di aver conosciuto una persona che potrebbe diventare importante nella nostra vita. Per un attimo vorremmo abbandonarla per sempre per paura di scoprire che ci deluderà. È quell’attimo che ci mostra Haruf e noi ne siamo ammaliati. Questo libro crea una poesia del movimento narrativo, trasformando l’essenzialità di una parola ‘comune’ in un distillato di sensazioni amplificate, come se il lettore potesse avvicinare il naso al bordo della cittadina dove Haruf ha nascosto i suoi personaggi per annusarne l’essenza.

Anche per questo Le nostre anime diventa una droga soave da cui non è possibile sganciarsi, possiamo solo immaginare la fatica e la precisione di ogni colpo di remo che Haruf ha spinto nelle acque narrative intorno agli iceberg di Addie e Louis, ciò che sappiamo è che ogni frase asciutta, ogni aggettivo mancante e ogni narrazione interrotta (per lasciare spazio alla nostra immaginazione) non è casuale. 


Se avessi la fortuna un giorno di poter scegliere un’anima di cui essere il co-pilota in questa insensata e irrinunciabile traversata notturna che è la scrittura, quella Kent Haruf sarebbe fra le mie preferite.  

domenica 14 maggio 2017

C’è ancora speranza nel cambiamento? I nuovi eroi di Dave Eggers

La mia passione per Dave Eggers parte da lontano, dai tempi del suo secondo romanzo (Conoscerete la nostra velocità – 2002), testo che ho amato più de L'opera struggente di un formidabile genio, romanzo d’esordio del 2000, entrato nella mitologia letteraria statunitense delle opere prime (best seller del «New York Times», candidato al Premio Pulitzer, apprezzato da autori poco inclini ai complimenti come David Foster Wallace). Conoscerete la nostra velocità colpiva per una scrittura lucida e disarmante, incastonata nel tema dominante di Dave Eggers (ogni autore si dice lavori sempre attorno allo stesso tema): la ricerca di se stessi attraverso il viaggio.

 
Dal 2002 Eggers ha scritto molti titoli, ibridando prosa e saggistica, con alcune incursioni nella sceneggiatura, senza dimenticare mai di confrontarsi con la realtà sociale, economica e politica che lo circondava (fra gli ultimi romanzi: Il cerchio del 2014 e I vostri padri, dovesono? E i profeti, vivono forse per sempre? del 2015, entrambi editi in Italia da Mondadori).
 

Con Eroi della frontiera, Eggers racconta una terra ricca di suggestioni come l’Alaska, lontana dalla visione magica e picaresca dei cercatori d’oro, definendola un «Kentucky freddo ma con i prezzi di Tokio», in cui i suoi personaggi cercano il più difficile dei tesori: la felicità.
 
Per trovare la “sua” felicità, arriva in Alaska a bordo dello Chateau (un vecchio camper) anche Josie, con i due figli Paul e Ana. Sono alla ricerca di una nuova vita in cui Josie non è più un’odontotecnica, inseguita dai sensi di colpa e da una causa giudiziaria, né è la compagna di Carl, incapace come marito e come padre («un invertebrato con la cacarella»). In un luogo dominato dai grandi spazi, in cui la Natura prevale con la violenza del clima, del fuoco e delle tempeste, Josie sente di poter essere, per la prima volta, artefice del proprio destino.
 

Attorno a Josie si muove una vera e propria corte dei miracoli, tratteggiata con occhio empatico e benevolo da Eggers: la sorella Sam, l'amica Deena, il campeggiatore, il vecchio Charlie, che accompagna i ragazzi a vedere lo spettacolo del Mago di Lussemburgo, e soprattutto Paul e Ana, i figli di Josie. Paul «aveva ciglia spettacolari, che incorniciavano occhi azzurro ghiaccio [...] occhi da prete glaciale». Un bambino ragionevole, dolce e responsabile, che sa prendersi cura di sua sorella. Ana, cinque anni, «una minaccia continua al contratto sociale [...] non stava mai ferma, nemmeno quando mangiava, un animale con gli occhi verdi ed un'esplosione di capelli rossi». Figli non facili da gestire, come tutti i figli: «navi da guerra senza memoria».

 

L’occhio dell’autore si accomoda sulle spalle di Josie, seguendola nei suoi tentativi di cambiamento, indipendentemente dal loro esito. Crea per lei un ottimismo a tutti i costi, una tenacia che sfocia nella testardaggine, tutto pur di sostenere il coraggio di mettersi in gioco (che Dave Eggers ha sempre apprezzato nei suoi personaggi), rischiando ogni presunta certezza che il mondo le ha offerto. Josie ha tutto quello che serve per farcela, le sue cose più preziose: i figli, i soldi in un sacchetto di velluto, qualche vestito e un DVD di Tom e Jerry in spagnolo.

 


Eggers, con Eroi della frontiera, sembra proporre al lettore un varco fra le profezie catastrofiche che dipingono il nostro futuro e quello dei nostri figli come segnato irrimediabilmente, mostrando una terra in cui «c’è un domani» e se, come per Josie, è necessario qualche bicchiere in più di chardonnay per metterla a fuoco, non è uno scotto così alto da pagare.


domenica 7 maggio 2017

Le Anime Scalze di Fabio Geda e la palestra del romanzo



Incontro Fabio Geda nella sua città, in piazza Borgo Dora a Torino. Siamo in un luogo molto speciale dell’antica capitale dei Savoia, è qui che centinaia di ragazzi e non solo affollano le aule della Scuola Holden di Alessandro Baricco per trovare il loro modo di fare scrittura. Ed è qui che Fabio mi aspetta appoggiato alla sua bicicletta nera. Mi ricorda subito Ercole, il quindicenne protagonista del suo ultimo romanzo Anime scalze (Einaudi) che, con la sua fedele bici nera, percorre chilometri per trovare se stesso.
Iniziamo a camminare per Borgo Dora, dove il sabato si tiene uno dei mercati più grandi e suggestivi di Torino, e coraggiosamente ci fermiamo a bere una birra seduti all’aperto, mentre un vento, stupito di scoprirsi ancora minaccioso a fine aprile, ci danza intorno.
Mi piacerebbe cominciare a parlare di Anime scalze, proprio da Ercole, un ragazzo nato in una famiglia complicata, con una madre che ha abbandonato i suoi figli e un padre che è rimasto con loro solo fisicamente, inzuppando la sua mente nell’alcol. Il lettore è subito rapito da questa storia e prima ancora dal suo protagonista. Quando lo segue ancora piccolo mentre si infila a letto, rannicchiandosi a fissare le crepe da cui, Ercole ne è certo, usciranno dei mostri pronti a succhiarlo a morte come se fosse una caramella, ecco è quello il momento in cui mi sono detto: “Ecco, Ercole mi ha fregato”.

Da dove è partito Fabio Geda per creare questa storia e il personaggio di Ercole? E come è nata la scena iniziale del romanzo in cui Ercole è sul tetto di un edificio con un fucile in mano e la polizia che lo assedia?
La storia di Ercole nasce proprio da questo incipit. Mi è venuto in mente tantissimi anni fa. Il tetto di un capannone su cui si era asserragliato un adolescente che aveva con sé un bambino molto piccolo e sotto c’era la polizia che gli intimava di scendere. Non sapevo chi fosse il ragazzo, chi fosse il bambino e la relazione che c’era fra loro. Avevo solo la percezione che l’adolescente stesse difendendo il bambino e che lo facesse per difendere anche una parte di sé. Ma da quest’idea alla storia la strada è stata lunga. Parecchi anni dopo quest’intuizione, a casa di mio fratello, mi sono imbattuto in un libro fotografico di Mike Brodie e leggendo le prime righe della sua biografia mi si è aperta un’immagine e da quell’immagine è nata la storia. Ho cominciato a scrivere e non mi sono più fermato fino a quando non sono arrivato a Ercole, così come lo potranno scoprire i lettori.
In ogni storia c’è un evento, spesso rappresentato da una persona, che sconvolge l’equilibrio del protagonista e fa muovere tutto l’impianto narrativo. In questo caso è Viola. L’amore, il primo amore di Ercole. È lei che fa tornare a casa Ercole, dopo il loro primo incontro, in uno stato di beatitudine che lei descrive molto bene, come se avesse «nella testa l’aurora boreale e nello stomaco un tuffo in piscina». È la prima volta che Fabio Geda racconta un amore adolescenziale?
Sì, volevo che ci fosse una storia d’amore in questo libro perché non ne avevo mai raccontata una fra adolescenti. I miei personaggi erano sempre stati troppo impegnati nelle loro battaglie o nelle loro fughe. Forse avevo paura di scriverla e invece questi personaggi nella mia testa hanno cominciato a muoversi e ho capito che si stavano davvero innamorando. Sono due tipi di adolescenti molto diversi fra loro. Ercole nasce dalla mia esperienza di anni di educatore in ambienti difficili, Viola è la classica ragazzina di buona famiglia, piena di sogni, passioni e gioia di vivere che incontro spesso quando sono nelle scuole a parlare di libri. Sono due tipi molto diversi e farli contaminare a vicenda è una delle ricchezze di questa storia. Vi si nasconde anche una speranza: mi piacerebbe che questi due mondi si incontrassero davvero e spesso nella realtà.


Il tema dei talenti, spesso sprecati o sprecabili, ricorre nel romanzo. Ercole disegna per esorcizzare le sue paure, è bravo ma né la famiglia né la scuola lo aiutano a coltivare la sua vena artistica. Il talento è un hobby “sfoga pensieri”, così come è accaduto per sua nonna, una pittrice. «Non tutti possono permettersi di avere cura dei propri talenti. È questa la verità». Lo dirà a Ercole sua madre, parlando della nonna del protagonista che, pur essendo molto brava, aveva smesso di dipingere, assorbita, precettata dai suoi doveri. C’è un modo per sfuggire a questa chiamata al dovuto che schiaccia il voluto?
Sta dicendo una cosa verissima, su cui non avevo riflettuto. Mi sta svelando qualcosa che è uscito in modo inconsapevole. Probabilmente c’era quest’esigenza dentro di me, ma non l’ho preimpostata. Credo nasca da una riflessione che faccio spesso con i ragazzi delle scuole, quando mi chiedono come si fa a diventare scrittore e se volevo diventare scrittore fin da ragazzo. Ai ragazzi dico che loro sono in un’età in cui scoprono i loro talenti e saranno chiamati a coltivarli caparbiamente nel resto della loro vita. Gli dico che io non avevo idea che avrei fatto lo scrittore nella vita e quando ho cominciato a capire che avevo una certa capacità di scrivere non osavo sognare di poter fare solo quel lavoro per vivere. Sapevo di avere un certo talento narrativo, non sapevo ancora con quale forma potevo esprimerlo al meglio, ma non ho mai smesso di coltivarlo. Quello che conta è l’allenamento, partendo però da una base di talento. Penso che a furia di fare questo discorso mi sia entrato dentro. Questo è un libro che possono leggere tutti, ma mi piacerebbe che fossero soprattutto i coetanei dei protagonisti di questa storia a leggerla e a non rinunciare a coltivare i loro talenti.

Parliamo di Asia. Sorella maggiore di Ercole, sempre pronta a difenderlo e a sostituirsi a due genitori assenti. Una donna che ha le labbra come quelle di una statua, «un taglio nel marmo», che tiene strette dentro di sé tutte le emozioni che incontra sul suo cammino, proprie o altrui, convinta che basti perderne una per andare in frantumi. È grazie a lei che Ercole capisce che nessuno, neanche sua sorella, è indistruttibile e che in una famiglia si può imparare dagli altri indipendentemente dal ruolo che hanno. È proprio così?
L’idea che adulti e ragazzi si educhino a vicenda è molto presente nel libro. Credo ci sia un grosso equivoco nel linguaggio utilizzato per descrivere l’evoluzione della vita di un uomo. Abbiamo una parola per alcune fasi della vita ma non per altre. Usiamo “infanzia”, “adolescenza”, “giovinezza”, ma poi passiamo subito all’età “adulta” che copre venti/trent’anni della vita di un uomo, ma dentro quell’adulto ci sono molte sfumature che non possiamo ignorare. Una persona di trenta è molto diversa da una di quaranta che, a sua volta, è molto diversa da una di cinquanta. Questo perché non esistono ragazzi e adulti. Tutti siamo in divenire. Con questo libro volevo raccontare che la relazione fra ragazzi e adulti funzionerebbe molto meglio se entrambi percepissero la controparte come una realtà in divenire. Sono tutte persone e nessuno arriverà mai a uno “stadio” stabile del suo sviluppo. Spesso noi ci “vendiamo” ai ragazzi come qualcuno che sa, che è statico, ma è un errore. Gli adolescenti soffrono spesso per questo, vedendo gli adulti come qualcuno che si è fermato e questo li allontana. Perché allora creare delle barriere su qualcosa che non è neanche vero?

Ercole è un fine osservatore di cose, situazioni e persone. Si lascia cadere sul sedile di un autobus a caso e va in giro per la città a osservare le persone, «la complessità degli uomini». È un’abitudine che mutua dal suo creatore? Se andassimo sui mezzi pubblici di Torino incontreremmo anche Fabio Geda che ci osserva?
Uno dei ricordi più forti che ho della mia adolescenza è il viaggio in pullman verso il liceo. Mi sedevo vicino al finestrino e osservavo la città che si risvegliava. È una cosa che ho sempre amato fare. Una cosa che faccio quando sono in una città che non conosco. Prendo un autobus a caso, senza sapere dove va, mi siedo e osservo, fino al capolinea e poi indietro al punto di partenza. Questo mi ha permesso di scoprire cose che non avrei mai scoperto, affinando la mia capacità di osservazione. Non l’ho mai fatto nella mia città, come fa Ercole, ma è bello pensare che lui si senta straniero nella sua città e quindi lo viva in questo modo.

Nel suo precedente romanzo Se la vita che salvi è la tua trattavi il tema dell’inquietudine di una generazione di 35-45enni che non sapeva più dialogare con il mondo che la circondava, perché formata su logiche, sistemi socio-economici e aspettative che non esistono più. Per questo il protagonista del romanzo, Andrea Luna, fuggiva. Con Anime scalze siamo alle prese con una nuova fuga, c’è la stessa inquietudine in Ercole? E i nostri adolescenti stanno vivendo un cambiamento traumatico come quello che hanno vissuto i loro genitori?
I ragazzi non sono cambiati. La scoperta di se stessi, dell’altro sesso, il bisogno di affrancarsi dalla famiglia, tutto è uguale a venti o trent’anni fa. Sono i genitori a essere molto cambiati nei loro confronti. Riescono meno bene della generazione precedente a nascondersi dietro allo status di “adulto”. Sono spesso incerti e indefiniti come l’adolescente. Quindi l’autorevolezza la devono conquistare sul campo, con i fatti, con le risposte che convincono e vengono comprese dal ragazzo come da un adulto. Oggi abbiamo due tipi di ragazzi: quelli annichiliti dall’ansia per il loro futuro che noi gli abbiamo trasmesso e quelli che invece sono già consapevoli, troppo consapevoli. Hanno dovuto capire cosa fare della loro vita prima di quanto abbiamo fatto noi. La loro lotta è più dura della nostra. Se pensiamo a ciò che leggono i ragazzi nella fascia di età 14-18, ai primi posti ci sono saghe che raccontano futuri alternativi sempre caratterizzati da virus letali, terremoti sociali, economici, politici, libertà fondamentali ignorate. Questo ci deve far pensare.
Pensa che la letteratura per ragazzi sia vissuta ancora in Italia come letteratura di serie B?
Purtroppo è così, anche se è molto più difficile scrivere per ragazzi che per adulti. Scrivere per ragazzi, dove per ragazzi intendo fascia 11-14, vuol dire creare protagonisti in cui si possano ritrovare. Se creo una storia con un protagonista adolescente credibile, con un buon ritmo e una buona storia, piacerà. Bisogna conoscere i ragazzi di oggi, muoversi in mezzo a loro e così ritrovare il se stesso ragazzo, senza imitarli, scimmiottarli. La cosa più importante e difficile è trovare la propria voce da ragazzo e usarla per comunicare a tutti, adulti compresi, con una lingua alta, solida, in modo che i ragazzi attraverso la lettura della tua storia possano arricchire il loro linguaggio.

Anche in questo libro ci sono molti riferimenti alla pittura. Nel suo romanzo precedente il protagonista rimaneva in estasi a fissare Rembrandt, in Anime scalze ci sono riferimenti a colori e disegni che materializzano le emozioni. Quanto è importante l’aspetto visivo per Fabio Geda?
Molto. Sono decisamente un visivo. Ragiono, invento storie per immagini. Le mie parole sono un tentativo di dare vita a quelle immagini. Tutti i miei libri sono scritti come se davanti ai miei occhi ci fosse quella specifica scena.
Ha mai pensato di scrivere per il cinema?
Mi piacerebbe moltissimo. Non ho ancora avuto il tempo. Nel 2017 festeggio i miei primi dieci anni da autore pubblicato. In questi dieci anni volevo giocarmi la carta narrativa del romanzo in modo potente. Ogni mio romanzo è una palestra, un laboratorio per capire se posso fare cose diverse, situazioni diverse. Mi piacerebbe ora provare la strada del cinema, vedremo.
Il bilancio di questi primi dieci anni?
Non avrei mai pensato di potermi dedicare esclusivamente alla scrittura. Ho realizzato il mio sogno. Partendo da un talento e dall’empatia che è una mia caratteristica fondamentale. Capisco come le azioni si trasformano in narrazioni senza bisogno di altro.
Leggeva qualcosa mentre scriveva Anime scalze? So che ha sempre dei libri feticcio sulla scrivania mentre scrive.
Di solito sì, ma non questa volta. Avevo in testa i miei primi romanzi e da quelli sono partito, come se dovessi riscrivere oggi alcune emozioni di allora, con la mia esperienza. Non sono d’accordo sull’idea che un autore scriva le cose migliori da giovane. Perderà in irruenza, ma guadagnerà in ricchezza, esattezza e potenza narrativa.

domenica 30 aprile 2017

I gauchos insopportabili di Roberto Bolaño


Adelphi ha pubblicato a inizio anno una raccolta di racconti e riflessioni di Roberto Bolaño che prende il nome da uno degli scritti che la compongono (Il gaucho insopportabile).  Si tratta di un insieme di scritti eterogenei, i primi cinque sono racconti, gli ultimi due sono estratti da conferenze dello scrittore cileno che ha fatto prima del Messico e poi della Spagna la sua casa. Consegnato in questa forma dallo scrittore al suo editore spagnolo poche settimane prima di morire, Il gaucho insopportabile ci fa entrare in un territorio dove immaginazione e scrittura sembrano in continua lotta per sintetizzare schegge di poesia che Bolaño conficca nei suoi racconti e nelle sue riflessioni, sfidando il lettore a estrarle per vedere se l’intero castello letterario verrà giù.

I

n ogni racconto si nasconde l’autore che regala ai personaggi che crea le sue domande più intime. Lo vediamo fin dal primo racconto (JIM) in cui al sesto rigo il lettore affronta la domanda: «Che cos’è la poesia, Jim?» e poi qualche rigo più in basso tentativi di risposte: «Lessico, eloquenza, ricerca della verità. Epifania […] cerco lo straordinario per dirlo con parole normalissime». E inevitabilmente un’altra domanda: «Tu credi che esistano parole normalissime?» Bolaño avvisa il lettore di ciò che lo aspetta. Non ci saranno trame serrate o dialoghi rivelatori nei suoi racconti e spesso il flusso di coscienza dei suoi personaggi (che non fa altro che ricalcare quello del loro creatore) conquisterà troppo spazio, trasformando la narrazione in puro fondale per le domande cui l’autore sente di non potersi sottrarre: il significato della vita, le ragioni per cui valga viverla, se ciò che è giusto per sé debba prevalere su ciò che è giusto per gli altri.



Domande, certezze abbattute, ricostruite, abbattute nuovamente. Accade nel racconto Il gaucho insopportabile, in cui Hector Pereda, avvocato irreprensibile e perfetto padre di famiglia, rifiuta la vita che ha preservato per anni, rifugiandosi nel deserto insieme ai gauchos, dove si troverà ad osservare notti buie «come la bocca di un lupo». Lo stesso tema ritorna ne Il viaggio di Alvaro Rousselot, uno scrittore argentino alla ricerca di un successo che non arriva mai. Dopo l’ennesima delusione Alvaro partirà per Parigi alla ricerca di un regista che (Alvaro ne è sicuro) ha plagiato un suo romanzo per farne un film. Lo fa perché ha paura che la sua passione per la scrittura si sia atrofizzata, mossa solo dal desiderio di diventare famoso e non da una reale necessità a scrivere. Necessità che Bolaño mette in discussione: «Diventiamo tutti vittime dell’oggetto della nostra adorazione, forse perché ogni passione tende – più velocemente delle altre emozioni umane – alla sua fine, forse per un’eccessiva frequentazione dell’oggetto del desiderio». Dubbio che si amplifica quando Alvaro incontrerà il piccolo editore che ha tradotto un romanzo di Rousselot in francese. «Da Camus in poi l’unica cosa che interessa qui sono i soldi» gli dirà l’editore, eppure sarà proprio in quel momento che Rousselot capirà di non essere andato a Parigi alla ricerca della fama né di un nuovo romanzo, ma solo di qualcuno capace di ascoltarlo.


Stile giornalistico e descrizioni di emozioni smussate si alternano a periodi in cui le frasi sono tentativi di bloccare il pensiero, funzionali in alcuni racconti, meno riusciti e baroccheggianti in altri. Questo può confondere e demoralizzare anche il lettore più scaltro, ma ogni lettura è un viaggio e (come ci ricorda proprio Bolaño) Baudelaire diceva: «Per il bambino innamorato delle mappe e delle stampe – e noi diremmo anche per il lettore -  l’universo è pari alla sua immensa voglia».

domenica 23 aprile 2017

Succhiare una frase come una caramella, l’intuizione di Bohumil Hrabal



Avete mai provato a succhiare una frase come se fosse una caramella? Ognuno avrà le sue preferite e difficilmente cederà ai gusti altrui. Se siete persone da liquirizia, non sarete amanti del limone, se siete tradizionalisti che succhiano fino all’ultima goccia il ripieno denso delle ‘Rossana’, sarete incapaci di adattarvi a una ‘Dietorella’ dalla consistenza di un grumo di silicone. L’intuizione di Bohumil Hrabal (poeta, romanziere, adoratore di libri ed esperto succhiatore di frasi altrui) è proprio quella di considera una frase al pari di una caramella.



Non va letta, ma succhiata, a lungo, per soppesarne ogni sfumatura e capire se siamo golosi di Schiller o Goethe, infastidendoci per la durata eccessiva del retrogusto delle frasi di Kant o per la gommosità nascosta dentro un avverbio usato da Nietzsche. È quello che fa Hanta, protagonista del poema in prosa di Hrabal dal titolo Una solitudine troppo rumorosa (edito in Italia da Einaudi), che, nel ventre di un vecchio palazzo di Praga, lavora alla distruzione di migliaia di libri destinati al macero, ma prima di darli in pasto alla sua fidata pressa, ne assapora ogni sfumatura di gusto, scegliendone alcuni da salvare, poiché in essi si nascondono le sue frasi preferite. Hanta allora ha due opzioni: rubare i libri o nasconderli intatti al centro di uno dei suoi cubi di carta macerata, così da mantenere l’illusione della distruzione.

Entrambi i metodi nascondono delle insidie.



La casa di Hanta è diventata una trappola mortale: «Ogni giorno a sera mi porto a casa nella borsa i libri e la mia casa al secondo piano di Holesovice è colma di libri e solo di libri, piena la cantina e la soffitta non è bastata, la mia cucina è piena, la dispensa e il gabinetto pure, solo i passaggi per le finestre e i fornelli sono liberi, in gabinetto c’è solo quello spazio sufficiente per potermi sedere, sopra il vaso del water, all’altezza di un metro e cinquanta, già ci sono le travi e le tavole e sopra fino al soffitto si ergono libri, cinque quintali di libri».

I suoi cubi di carta compressa preservano alcuni libri dalla distruzione, ma la possibilità che qualcuno scopra che al loro interno c’è una caramella tutta da succhiare è davvero minima, sebbene Hanta non manchi in creatività, decorando i lati dei cubi di carta da macero con ritratti di Rembrandt.




Quello di cui è sicuro il protagonista di questo piccolo gioiello letterario è che non può fare a meno di succhiare, costringendo anche il lettore a cercare nuovi gusti in nuove frasi, come se fosse dipendente dal pensiero acuminato. Risposte il protagonista della raccolta di frasi di Bohumil Hrabal non ne offre, ma se, come me, siete amanti del gusto dolce e piccante di una domanda forgiata con cura, Una solitudine troppo rumorosa non vi deluderà.

Scoprirete che gli uomini sono come olive, che balene e libri hanno una cosa in comune, che un topo che rosicchia un libro non è sempre un male e che è possibile amare un oggetto fino in fondo solo quando è stato distrutto.

E allora leggete e siate golosi. Di caramelle e di frasi. Provate e riprovate gusti, marche, dimensioni e forme inconsuete, l’unica cosa che le calorie che assorbirete faranno crescere sarà il vostro cervello. In più gli involucri delle frasi da succhiare (i libri) sono di carta e non di plastica, come quelli delle caramelle, così ingolosirete la mente senza inquinare.

domenica 16 aprile 2017

Un minuto intero di beatitudine e forse anche due con Louise e Renée al teatro Piccolo di Milano


«Un minuto intero di beatitudine! È forse poco per colmare tutta la vita di un uomo?»

Lo chiedeva Fëdor Dostoevskij ne Le notti bianche. La risposta è ovvia per chi decide di isolarsi in una grande stanza buia a osservare quali emozioni saranno in grado di suscitare i singolari individui che fanno della realtà finzione e della finzione realtà. Uomini e donne che noi chiamiamo attori. Sostantivo che trova la sua etimologia nel vocabolo latino ‘actore’ che deriva da ‘actus’, participio passato di ‘àgere’, letteralmente ‘mettere in moto, far andare avanti un'azione’.
Ed è proprio questo che fanno Isabella Ragonese e Federica Fracassi in scena fino al 30 aprile al teatro Piccolo di Milano con Louise e Renée, pièce nata da un adattamento di Stefano Massini dell’unico romanzo epistolare di Honoré de Balzac (Memorie di due giovani spose, testo del 1842, pressoché introvabile nelle librerie italiane). Servendosi di una scena nuda, in cui solo dei candidi pannelli mobili scandiscono il mutare di spazio e tempo, le due attrici mettono in moto tutti i loro sensi, amplificando nei loro dialoghi e nei loro gesti le aspirazioni, i fallimenti e le domande che i due personaggi creati da Balzac vivono nella Francia della prima metà dell’Ottocento.


Due donne che si incontrano in un convento dove hanno vissuto la loro fanciullezza e da cui usciranno per tornare a casa e non incontrarsi mai più. Eppure la loro amicizia, quella basata su una spietata necessità di dirsi sempre la verità, quella «capace di ridere dei mostri altrui», resiste. Iniziano a scriversi raccontando quanto il ‘fuori’ sia diverso da quello che avevano immaginato chiuse in un convento. Lo fanno come lo possono fare due donne, senza risparmiarsi, pronte ad ascoltare, condividere, comprendere, motivare, ma anche ad attaccare con estrema e strategica violenza l’amica che prova a deviare dal patto che hanno firmato.


E lo stesso autore dell’adattamento teatrale (Stefano Massini) a raccontarcelo: «Su un ring di lucidissima crudeltà, si tiene di fatto un’inchiesta sull’essere donna, sulla contraddizione dell’amore, sulla disperazione di una socialità negata. […] Spietato analista della condizione umana, Balzac come pochi altri ha saputo puntare la lente del microscopio sul labirinto della femminilità». In giorni in cui i teatri restano vuoti e l’attore tiene il punto per rispettare il testo da cui la sua vita dipende, il teatro Piccolo, gremito anche di martedì sera, fa ben sperare sulla capacità che più amo nell’essere umano: mettersi in discussione.

Peccato però che, almeno nella platea del martedì, il 90% del pubblico fosse femminile. Testi come questi, possono rappresentare una svolta nella comprensione delle donne, perché entrano nelle loro anime con un’ansia di scoperta che non trova pace, che le divora per restituircele molto più simili a noi uomini di quanto ci sia stato insegnato o di quanto ci piaccia ammettere.  

domenica 9 aprile 2017

I difetti fondamentali di Luca Ricci (e non solo)

Nell’autunno del 2015, durante un pranzo a Milano, la Rizzoli ha avuto l’ardire di proporre l’improponibile (almeno per il mercato editoriale italiano), ossia chiedere a un autore, Luca Ricci, di scrivere una raccolta di racconti. 


È lo stesso autore a dire che questa proposta «è l’equivalente culturale di Frau Blücher in Frankenstein Junior». Ve la ricordate? Nel film di Mel Brooks bastava pronunciare il suo nome perché i cavalli nitrissero spaventati. Allo stesso modo basta citare la parola ‘racconto’ per far imbizzarrire gli editori, assai preoccupati dal risultato commerciale di questo genere. Rizzoli avrà indossato dei copri orecchie spessi prima di presentarsi all’incontro con l’autore, perché dopo circa un anno ha pubblicato I difetti fondamentali, raccolta di quattordici racconti di Luca Ricci. Tema: gli scrittori e aspiranti tali. Cinici, repressi, depressi, dispersi, incapaci di orientarsi nel mondo ‘reale’ e quindi rinchiusi in un cantuccio, emotivo o fisico, con la speranza che il brutto sogno del mondo esterno si esaurisca in fretta. 

Con questa raccolta, Luca Ricci prende in esame molti dei problemi e dei ‘vizi’ dello scrittore contemporaneo, abbiamo quindi l’invidioso, l’eccitato, lo stregato (dal premio omonimo), il rifiutato, il solitario e naturalmente il folle. E lo fa senza voler dare un giudizio in merito, aprendo delle feritoie da cui il lettore può sbirciare la vita dei personaggi, scegliendo di valutarli come meglio crede. 


Fra i miei racconti preferiti c’è l’affittacamere. Storia di un aspirante scrittore che, dopo il trentacinquesimo rifiuto opposto dagli editori al suo romanzo, trasforma la casa della sua fanciullezza in un bed & breakfast. Dopo le prime pagine che Ricci sembra usare come una sorta di riscaldamento per il lettore prima di fargli affrontare l’emotivo che si nasconde dietro ogni cinico che si rispetti, la narrazione si infiltra nella memoria dell’affittacamere, mostrando al lettore cosa si cela dietro ogni mattonella, angolo o fantasma che solo l’affittacamere può percepire. Qui la narrazione è viva, solida, coinvolgente, capace di costringere il lettore a staccarsi dalla pagina per pensare ai suoi di fantasmi: «nel bagno non riecheggiano i pianti isterici di chi tra noi della famiglia, a turno, ci si andava a chiudere dentro? E le vomitate alcoliche nella tazza? E gli attacchi gastrointestinali? E i cicli mestruali che lasciavano un odore di sangue rancido nel bidet? […]  Tutti i passi felpati fatti per non disturbare la depressione di mio padre, le crisi isteriche di mia madre, lo scontento di mia sorella […] Ma adesso tutto il dolore è stato imbacuccato nel prêt-à-porter di Ikea. I vecchi mobili sono spariti dentro la pancia di Apecar e camion, si sono dispersi in mercatini da quattro soldi o nelle cantine di antiquari senza scrupoli. Adesso al posto di tanti ricordi ci sono questi armadi e letti e comodini neutrali come pezzi di Lego. Le mensole sono come punti di sutura per le ferite dei muri. Certi posti non si dovrebbero affittare, perché ci si resta in contatto pur non potendoli più abitare pienamente, perdendone l’esclusiva, compromettendone la sconcia intimità». 

A un certo punto però, accade qualcosa, l’autore sembra accorgersi di questa bellezza e cede alla tentazione di estenderne i contorni oltre le pagine che merita. Questa tentazione, in cui Ricci è caduto anche in altri racconti, fa innervosire il lettore che, dopo una epifania narrativa, come quelle che l’autore è indubbiamente capace di costruire, non accetta prolungamenti puramente estetici. Peccato, perché alcuni passaggi di questa raccolta di racconti resteranno stampati nella vostra memoria per precisione e grazia stilistica, ma forse è proprio questo a mettere in difficoltà il resto della narrazione.


Nel racconto Lo stregato, rappresentazione della splendida rovina in cui si dibatte la narrativa italiana, Ricci fa dire allo scrittore in attesa dell’esito delle votazioni del premio Strega: «deve pensare allo scrittore come a un tizio che non ha vertigine della frase, e che può sporgersi tranquillamente dall’alto di quanto ha scritto senza provare paura, per prendere fiato e riattaccare a salire scrivendo». Ecco, per questa visione ‘cognettesca’ della scrittura sono grato come lettore a Luca Ricci.