domenica 17 giugno 2018

Premio Strega 2018 e l'arte di farsi domande


Il 13 giugno a Casa Bellonci si è consumato il rito delle votazioni per la cinquina del LXXII Premio Strega. C’era molta attesa dopo il cambio di regolamento del Premio e il responso ha subito scatenato la ricerca della polemica perduta, sport preferito dei giornalisti, perché sport preferito dei lettori (almeno secondo i giornalisti). Dall’esclusione di Carlo Carrabba (responsabile editoriale narrativa Mondadori) e del suo romanzo d’esordio Come un giovane uomo (Marsilio), alla presenza di 3 donne nella cinquina, vista come tentativo di sedare la polemica sulla scarsa presenza femminile fra i vincitori del premio (dieci scrittrici su settantuno edizioni), organi di stampa e blogger hanno fatto di tutto per montare almeno una piccola polemica intorno alla LXXII edizione dello Strega, relegando a poche righe di riassunto le trame e soprattutto le possibili motivazioni che hanno portato il comitato direttivo degli Amici della domenica a scegliere proprio quei cinque scrittori fra i dodici preselezionati. Su imago2.0 partiremo invece dal presupposto che ai lettori possano interessare i libri, forse ancor più dei loro autori, perché quando parliamo con un amico di un romanzo che abbiamo letto entrambi (esperienza di rara e incontaminata bellezza), ci confrontiamo sulla storia, sui personaggi, sul finale, su quanto abbiamo trovato di noi stessi in quella versione alternativa della realtà in cui abbiamo avuto la possibilità di intrufolarci. Non ci interessa se l’autore è un uomo o una donna, se è bianco, nero, giallo, fumatore o salutista, un adoratore della barba a punta con le mèche o un eremita che vive in privazione continua della luce solare dall’età di dieci anni. Quello che a noi interessa è che sappia creare una bella storia


Fra i romanzi della cinquina, vorrei citarne due, cominciando da La ragazza con la Leica (Guanda) di Helena Janeczek che ci porta nel mondo di Gerda Taro, fotografa tedesca  esperta in reportage di guerra. Attraverso il racconto di 3 persone che l’anno conosciuta e amata, la Janeczek concede al lettore la possibilità di viaggiare nel tempo e nello spazio (dalla Germania alla Francia, dagli anni ’30 agli anni ’60 del Novecento) osservando la protagonista attraverso 3 diversi punti di vista (lo spasimante borghese, l’amica militante e il fidanzato rivoluzionario). Il romanzo gira intorno alla domanda che ogni fotografo, scrittore e perché no, ogni uomo dovrebbe porsi: cosa rende unico uno sguardo?  La Janeczek è una scrittrice che spinge il lettore a mettersi in discussione perché è la prima a farlo con se stessa tentando così di attingere” a quella ricchezza di possibilità nel calarsi dentro le menti e le anime dei personaggi” prerogativa unica della letteratura.  


Un attenzione particolare merita anche Marco Balzano e il suo Resto qui (Einaudi), in cui il lettore è messo di fronte a un’altra domanda (non meno complessa di quella che pone la Janeczek): fino a che punto si è disposti a difendere quello in cui si crede?  Anche in questo caso facciamo un salto all’indietro: 1921, Alto Adige, i fascisti impediscono agli abitanti del luogo di parlare quella che fino a quel momento era stata la loro lingua (il tedesco). Da qui parte la storia di Balzano e i suoi protagonisti, a cominciare da Trina, una maestra che non si piega al regime e inizia una lotta fatta di poche vittorie e molte delusioni per difendere quello in cui crede. Trina incontrerà Erich e con lui inizierà una battaglia ancor più grande per difendere il suo paese (Curon Venosta) che sta per essere sommerso per permettere la costruzione di una diga. Il finale che disegna l’autore per i suoi personaggi è lieto (sebbene ‘falso’ se confrontato con la cronaca dei fatti) e questo pone al lettore un’altra ostica domanda: sarebbe stato possibile fare qualcosa per invertire finzione e realtà? 


Entrambi i romanzi, così come altri due dei cinque finalisti (Questa sera è già domani di Lia Levi – edizioni E/O e La corsara. Ritratto di Natalia Ginzburg di Sandra Petrignani – Neri Pozza), utilizzano la storia del Novecento come specchio per mostrare al lettore il presente e le domande che ci pone ogni giorno, cui possiamo anche non rispondere, ma non ignorare.


domenica 10 giugno 2018

Il viaggio intono al mondo e alle paure di Arthur Less durerà ben più di 80 giorni



Se fino a allo scorso aprile avessimo fatto un sondaggio fra i lettori italiani, chiedendo loro di Andrew Sean Greer, in pochi sarebbero riusciti a citare uno dei suoi romanzi. Poi è arrivato il 16 aprile 2018, giorno in cui è stato assegnato il Premio Pulitzer per la Fiction proprio a Andrew Sean Greer per il suo ultimo lavoro (Less - edito in Italia da La nave di Teseo - traduzione di Elena Dal Pra) e tutto è cambiato. L’autore de Le confessioni di Max Tivoli (love story ispirata al racconto di F. S. Fitzgerald Il curioso caso di Benjamin Button, diventata best seller in USA nel 2004) non si aspettava questa vittoria e quando la notizia gli è arrivata era in Italia alla Fondazione Santa Maddalena di cui è il direttore. È proprio in neo vincitore che ci racconta in un’intervista per Il Corriere della Sera che questo luogo, diventato grazie al lavoro (e la disponibilità economica) di Beatrice Monti della Corte e di Gregor von Rezzori un piccolo paradiso incastonato nel cuore della Toscana dove sono stati ospitati molti scrittori americani (da Bruce Chatwin a Zadie Smith, da Michael Cunningham a Edmund White), è il posto perfetto per allontanarsi dal mondo e dalla sua ansia per la velocità, riuscendo così a decodificare quello che era successo. Andrew Sean Greer e il suo personaggio e alter ego (Arthur Less) erano appena entrati nella storia della letteratura americana, almeno in quella i cui confini vengono disegnati dai premi e dalle onorificenze ricevuti.



Less è la storia di uno scrittore alle soglie dei cinquanta (come lo stesso Greer, 48 anni il prossimo novembre) che non è mai riuscito a raggiungere il livello di notorietà che desiderava e dopo essere stato più volto ignorato da critica e pubblico, viene a sapere dal suo agente che il suo ultimo romanzo è stato rifiutato dall’editore cui Less è legato da vecchia amicizia. Nello stesso periodo, viene a sapere che il suo ex fidanzato si sta per sposare. Al colmo della disperazione e dell’autocommiserazione (arte in cui Arthur Less eccelle), il protagonista del romanzo di Greer decide di partire per un rocambolesco giro del mondo in 80 giorni dal sapore più donchisciottesco che verniano, in cui Arthur è costretto, suo malgrado, a fare i conti con il passato e tutte le occasioni che non ha saputo o voluto cogliere. Armato degli stereotipi che tutti noi utilizziamo, ma a cui non ammetteremmo mai di credere, Less inizia a saltellare fra Berlino e Parigi, Torino e il Marocco, fino a giungere in Giappone, passando per l’India, tutto pur di non trovarsi in quella San Francisco dove si sta celebrando il matrimonio dell’uomo che amava (e che forse ama ancora) e che si è lasciato scappare senza avere in cambio qualcosa. E sta qui forse il punto nodale del romanzo. Non tanto in quello che tutto noi ci lasciamo scappare nella vita (o da cui scappiamo), ma se alla fine otterremo qualcosa in cambio dalla vita per temperare il nostro rimpianto.  Non vi svelo il finale, né se Andrew Sean Greer vi fornirà una risposta, ciò che vi posso assicurare è che di domande non sarà avaro, costringendo il lettore a sovrapporre le memorie e i bilanci di Arthur Less ai propri e i bilanci non sono mai piacevoli, seppure necessari per riprendere in mano la barra del timone della nostra vita e scoprire che (come ci confida lo stesso protagonista): «la cosa che più voglio al mondo è essere voluto».   




Con uno stile colloquiale, senza essere plastificato, Greer offre al lettore la possibilità di entrare nel flusso di coscienza del protagonista, che spesso è così preso dalle sue digressioni, da perdersi interi blocchi di ‘realtà’ che gli passa accanto, deliziandoci con siparietti comici basati sui coraggiosi e goffi esperimenti linguistici che Less mette in campo per non passare per il consueto americano che non parla altra lingua all’infuori della propria (per chi ha un po’ di conoscenza del tedesco saranno da non perdere le peripezie berlinesi). Alla fine di questa lettura, che scorrerà via fin troppo velocemente, lasciandovi il dubbio che l’autore l’abbia levigata un po’ troppo, resterete con un grappolo di frasi nella testa su cui meditare e se Less non entrerà nella storia letteraria (che il tempo di solito riesce a livellare anche se blindata da truppe armate di premi), ha il merito di far pensare il lettore, costringendolo spesso a interrompere la lettura e a guardarsi dentro.  

domenica 3 giugno 2018

Odore di casa



Ci sono pochi luoghi al mondo in cui sentirsi davvero a casa. Posti in cui ogni cosa che vedete, odorate, toccate vi fa sentire al sicuro. Ebbene quel posto per me ha pareti di carta e personaggi di inchiostro e si chiama biblioteca. Che sia una piccola e indipendente arroccata su ripiani Ikea o una immensa e autoreferenziale disposta su spessi scaffali di quercia, trovarmici di fronte mi instilla quella speciale euforia che vedo in mio figlio di quattro anni quando corre libero in un LEGO store. Non è tanto per ciò che potrà fare davvero suo, quanto per la promessa di meraviglia infinita che quel luogo regala. Lo vedo scorrazzare beato fra scaffali e teche a velocità crescente, come se le gambe fossero in gara con gli occhi per incamerare il maggior numero di emozioni che solo quel luogo può offrire. 

Allo stesso modo io corro con le dita a sfiorare i dorsi che si spingono gli uni con gli altri sugli scaffali (ne sono sicuro) pur di essere scelti e riportati alla vita da chi li navigherà senza timore di perdersi fra le loro storie. Ma cosa accade se i libri intorno a voi sono centinaia di migliaia, disposti su più file, come gendarmi del più folto esercito di mercenari mai esistito, pronti a dimostrare tutto e il suo contrario pur di essere sollevati dalla vostra mano?
Ebbene a me è accaduto (e accade ogni volta mi rifugio) nel luogo che più di tutti mi dà una sensazione di serenità e di meraviglia a Milano: la biblioteca Braindense. Nascosta nei labirintici porticati settecenteschi del palazzo che ospita la Pinacoteca di Brera, l’accademia delle Belle Arti e fa da sponda all’orto botanico, è facile passare davanti al cancello polveroso che permette l’accesso ala biblioteca Braidense senza accorgersene. Eppure salendo il severo scalone progettato da Piermarini (glorioso e glorificato architetto del XVIII secolo, a cui si deve anche il teatro alla Scala di Milano) vi troverete di fronte a un portone di legno scuro con ante di vetro. Appoggiate saldamento il palmo della vostra mano e spingete, state per oltrepassare il confine di un mondo di meraviglie che avrebbe fatto innamorare Lewis Carroll. 
Fra pareti che hanno ospitato l’antico ordine degli umiliati (a partire dal 1150) e poi il nascente ordine dei gesuiti (a partire dal 1570) e soffitti avvoltati degni di un palazzo di una grande corte europea, disegnati dal Piermarini per Maria Teresa d’Austria, sono conservati centinaia di migliaia di libri (la biblioteca a oggi ha un patrimonio di più di un milione e mezzo di volumi). Dai manoscritti agli incunaboli, passando per autografi, cinquecentine e ‘normali’ volumi, siete appena entrati in uno dei più antichi database che Milano possa offrire. Restate fermi, assorbendo, nel silenzio che vi avvolge, l’odore di noce stagionato, di carta consumata e di inchiostro secco, convinti che basterebbe uno scricchiolio a svegliare i folletti che di certo vivono fra gli scaffali che ricoprono ogni superficie che vi circonda. Ma la voglia di avvicinarvi a tale incanto è più forte del rischio di trovarvi imprigionati in uno di quei volumi: un paio di passi ed entrate nella Sala Maria Teresa. 

Intorno a voi, a spintonarsi sugli scaffali in radica su più livelli, 24.000 volumi vi osservano domandandosi a che cosa serve quello strano sacco di carne al centro della sala e come diavolo si farà a sfogliarlo. Sollevate la testa alla ricerca di un alleato, ma il lampadario di cristallo, portato in questa sala dopo la distruzione del palazzo reale durante la seconda guerra mondiale, ha visto cose ben più interessanti di voi per prendersi il disturbo di far suonare le sue centinaia di gocce e distrarre i libri, ma dopotutto siete lì per parlare con loro. 



Vi avvicinate a uno scaffale per lasciare che i vostri polpastrelli scorrano sui dorsi avanti e indietro. Sentite le loro voci, milioni di storie si sovrappongono, ognuna intenta a dimostrare quanto sia più interessante delle altre e tutto questo per voi. Siete il più fortunato sacco di carne che esista al mondo, il lampadario, geloso, ha preso a dondolare, producendo il suono di un ghiacciaio che scricchiola, ma di voi resta solo l’involucro, la vostra mente sta correndo a perdifiato nel salone godendo della promessa di meraviglia infinita che quel luogo regala. 

domenica 27 maggio 2018

L’uomo non è un punto, ma una macchia, parola di Philip Roth


La copertina del primo libro di Philip Roth che ho comprato, la ricordo ancora. Un’edizione economica Einaudi, dove il candore che contraddistingue la casa editrice dello struzzo era interrotto da una foto sfocata di un uomo, in piedi, disperso in una landa artica in cui l’azzurro era predominante. Un azzurro dall’anima oscura. Il titolo del libro era La macchia umana, era così che mi sentivo anch’io a quel tempo: una macchia sfocata, ricolma di desideri che non osava tentare di realizzare, bisognosa di ottemperare alle innumerevoli attese altrui. Così raccolsi il libro da una muraglia di volumi e iniziai a leggere: “Fu nell’estate del 1998 che il mio vicino Coleman Silk – che prima di andare in pensione, due anni addietro, era stato per una ventina d’anni professore di lettere classiche al vicino Athena College, dove per altri sedici aveva fatto il preside di facoltà – mi confidò che all’età di settantun anni aveva una relazione con una donna delle pulizie trentaquattrenne che lavorava al college”. L’incipit mi riempì di incauto ottimismo: avevo tempo fino a settantun anni per giocare d’azzardo con la mia vita. Continuai a leggere fino a che la mano di un collega, con cui ci eravamo rifugiati in un desertico centro commerciale ai confini sud di Roma, ruppe la bolla in cui Philip Roth mi aveva risucchiato. Bisognava andare, la pausa pranzo stava finendo e dovevamo infilarci in una macchina parcheggiata sotto il sole di un inizio agosto per tornare nel nostro cubo di vetro e cemento nel mezzo della landa desolata che, nell’estate del 2003, separava la Cecchignola da Torricola. 


Il mio collega aveva bisogno di parlare, per quell’insana abitudine che hanno le persone di dover comunicare a ogni costo ai propri simili che non hanno nulla da dire. Aveva una voce squittente, capace di graffiarti lo stomaco ogni volta che pronunciava una ‘t’ o una ‘v’ e pronunciava molte ‘t’ e ‘v’. Il termometro dell’auto segnava una temperatura interna di 48° e non esiste definizione adeguata a descrivervi il torrente di sudore che scorreva incessante dalla mia nuca, tenuta in ostaggio da una cravatta di seta, alle mie caviglie, seviziate da un paio di calze di cotone alte fino al ginocchio. Eppure nessuna di queste vessazioni del corpo era paragonabile al dubbio che in quel momento mi divorava, un dubbio che aveva appena invertito il rassicurante pensiero che mi aveva portato a comprare quel maledetto romanzo: dove aveva trovato la forza un settantunenne per rischiare il biasimo collettivo pur di assecondare un suo desiderio? E se io non riuscivo a seguire il suo esempio a ventotto anni, come potevo pensare di farcela a settantuno? Non solo quel libro non mi avrebbe aiutato a sedare la mia ansia, ma l’avrebbe alimentata, fino all’autodistruzione. Dovevo liberarmene, ma non prima di averlo  letto. 



Fu così che entrai nella macchia più oscura e perfetta che uno scrittore può regalare a un lettore: uno stato di dubbio permanente. Un dubbio che non porta all’illuminazione, ma alla fuga, al conflitto, alla lotta con se stessi e alla fine al cambiamento. È grazie a questa fastidiosa sensazione che possiamo mettere e metterci in discussione, partendo dal mezzo preferito di Roth per esplorare la realtà: noi stessi. È attraverso Nathan Zuckerman, il personaggio che l’autore userà in altri otto romanzi oltre a La macchia umana, scrittore la cui carriera prosegue in parallelo a quella di Roth, che l’autore di Pastorale americana si mette (e ci mette) in discussione e lo fa così bene da farci credere che non ci sia di meglio al mondo. 


La macchia umana è una lettura che consiglio a chi vorrebbe vivere in un mondo fatto a sua immagine e somiglianza, dove tutto è chiaro e immediato: rapporti, emozioni, scelte, valori, risultati. Ogni evento viene analizzato, valutato e classificato in pochi secondi, senza bisogno di tornare sulle proprie decisioni. Chi ha un diverso punto di vista è semplicemente in errore e quindi ignorato. Oggi che la paura dell’incertezza trasforma gli italiani in assertori dogmatici di quanto viene offerto loro da una piattaforma che porta il nome di un uomo che fece del dubbio la linfa di molte sue opere (mettendo in discussione ciò che per gli altri era inattaccabile), è ancora più importante ricordare che l’uomo non è un punto, ma una macchia di idee e dubbi che si diffondono intorno a lui rifiutando ogni certezza. 

Buona lettura.


domenica 20 maggio 2018

Adoro il cambiamento

Odio stare fermo. Dipenderà dal fatto che nella mia famiglia il valore si misurava dal numero di nuove sfide con cui ci si confrontava. Nuove scuole, lavori, città, amici: ciò che contava era fare e per fare bisognava muoversi. La stasi, non oso nemmeno pronunciare il lemma fatale e abbietto che gli altri esseri umani usano come sinonimo ('riposo'), semplicemente non era contemplata: c’era la preparazione a un cambiamento, la sua gestione e infine la noia che portava immediatamente a dover cercare una nuova prova con cui confrontarsi. 


Il fallimento? Poteva capitare, ma dipendeva dall’impegno e dal lavoro investiti in ogni impresa: non ce l’hai fatta? La prossima volta cerca di impegnarti di più. Tolstoj, in Anna Karenina, diceva: “Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a suo modo”, ebbene la mia era infelice per quello che non era ancora riuscita a fare. 
Lo so, a sentirlo raccontare vi fa venire voglia di sedervi in poltrona con le gambe stese su un tavolino a gustarvi un gelato, ma questo solo perché non siete nati nella mia famiglia. Non è colpa vostra, ma potete ancora mettervi d’impegno e cambiare. Quindi alzatevi da quella poltrona, mollate il gelato, che l’estate si avvicina e con essa la prova costume, e ripetete con me: Adoro il cambiamento.


Sì, dovete farlo davvero. Anche se non ne avete nessuna voglia e a mare non ci andrete. Ancor di più, se vi state godendo il vostro meritato riposo (ossimoro immondo) e vedete nel cambiamento solo una gran fatica. Come diceva sempre mio padre: “La vita è sacrificio”, quindi rifiutare il sacrificio è rifiutare la vita. Mio padre è sempre stato molto abile con i sillogismi, soprattutto con quelli che comportavano una sana dose di sofferenza (da infliggere agli altri). Sarà per l’educazione gesuitica che gli è stata impartita o per la famiglia in cui è cresciuto, che considerava un pregio mettere in evidenza le innumerevoli debolezze altrui, fatto sta che una giornata non sembrava completa senza che una delle sue massime si fosse conficcata nella mia bisaccia di sensi di colpa. 



La gioia ti rende avido, il sacrificio soddisfatto”. È quindi imperativo analizzare l’ambiente in cui vivete, identificare la cosa che meno di tutte vorreste fare e farla. Sarà difficile, sarà faticoso, prosciugherà ogni vostra energia, ma se riuscirete a portarla a termine vi sentirete soddisfatti e potenti. Sempre che qualcuno non vi faccia notare che potevate metterci un po’ meno tempo ed evitare tutte quelle imprecisioni. In quel caso vi sentirete solo depressi e stanchi. Non vi arrendete: “Le grandi imprese vengono eseguite non con la forza ma con la perseveranza”, parola di Samuel Johnson che con mio padre condivideva la passione per le frasi ad effetto (e ad ostacolo). Basterà cercare qualche altra cosa che proprio non vi va da fare ed ecco che il gioco ricomincerà, ancora e ancora, fino a che avrete respiro o fino a che un sano esaurimento non vi avrà privato di ogni stimolo. Ma niente paura, ci sono gli psicofarmaci. Una breve terapia e sarete pronti a ricominciare daccapo. E allora ripetete con me: Adoro il cambiamento. 

domenica 13 maggio 2018

Torino 31: una viaggio nella ‘sublime’ discordia


Come ricorda Alessandro Piperno nel suo petit mémoire nell’articolo di apertura dello speciale de La Lettura dedicato alla 31° edizione del Salone Internazionale del Libro di Torino, in corso in questa settimana al Lingotto, “Cedere alla tentazione di distillare l’essenza di una letteratura nazionale può esporti a figuracce. Se si tratta di quella francese il ridicolo è garantito”, ma il ridicolo è stata base solida per costruire decine di romanzi nella storia della letteratura (un esempio recente il Premio Pulitzer a Less di Andrew Sean Greer) e forse Nicola Lagioia (direttore del Salone) pensava a questo quando ha scelto proprio la Francia come paese ospite per il salone. 


In una edizione ricca di eventi, con un forte sapore cinematografico (molti, moltissimi i momenti dedicati a registi-scrittori o a scrittore-sceneggiatori, da Guadagnino a Saviano, da Bertolucci ad Ammaniti, passando per Tornatore), dovuto anche alla lunga esperienza del suo direttore come giurato del festival del cinema di Venezia, l’edizione 2018 del Salone del Libro si apre alla pacifica (se mai è stata possibile) invasione dei cugini d’oltralpe, che arrivano compatti e ammantati di quella discordia sublime che ha sempre caratterizzato il mondo letterario francese. E se solo un ingenuo può pensare che i rapporti fra scrittori siano improntati sul fair play, l’invidia si trasforma in rabbia e la rabbia in dileggio a velocità accelerata nella terra di Flaubert, Proust, Verlaine, Pascal, Balzac e Montaigne. Dipenderà dall’attenzione che è riservata in questo Paese al libro (pensate alla convinzione che i parigini hanno che nella loro capitale ci siano più librerie che nell’intero nord America, presunzione che passeggiando per le strade di Parigi vi troverete seriamente a ponderare) o dall’impegno che essere uno scrittore in Francia comporta ben più che in altri Paesi, fatto sta che nella ville lumière il narcisismo autoreferenziale potrebbe essere innalzato a sport nazionale.  



Eppure questo non ha in alcun modo ridotto l’attenzione e il rispetto che la popolazione ha sempre coltivato per i suoi autori, anzi li ha rafforzati. Quale governo italiano ha usato uno scrittore come parte integrante del suo schieramento politico? E non come ‘semplice’ ministro dell’Istruzione, ma come braccio destro, capo della propria comunicazione (un tempo si chiamava senza paura ‘propaganda’, senza che questa parola fosse automaticamente legata a regimi dittatoriali). Mi riferisco ad André Malraux, autore de La condizione umana (Premio Goncour nel 1933), mecenate e amico di artisti come Pablo Picasso, Marc Chagall, Georges Braque, Jean Cocteau, André Gide e Max Jacob, nonché punta di diamante dei governi di De Gaulle e creatore di quella grandeur culturale che ha diffuso la percezione di una Francia incubatrice di artisti, capace di difenderli e valorizzarli come nessun altro paese europeo. 



In cambio i francesi si attendono dai loro autori impegno civile, politico, sociale, culturale, perché uno scrittore dovrebbe essere un parafulmini emozionale che assorbe ciò che lo circonda (paura, violenza, speranza, dubbi, gioia) e lo trasforma in energia a basso costo economico, ma ad alto fabbisogno cognitivo. Un modello che potremmo provare a importare anche in Italia.  

domenica 6 maggio 2018

La selva oscura di Nicole Krauss è anche la nostra


Sono particolarmente affezionato al marchio editoriale Guanda. In sua compagnia ho incontrato autori cui sono rimasto legato da profonda riconoscenza per essersi cimentati, senza compromessi, con la ricerca più difficile e cruciale per un essere umano: quella di se stesso. Una ricerca insistente e impietosa, a prescindere da quello che porterà alla luce. Anche Selva oscura, il nuovo romanzo di Nicole Krauss (appena pubblicato da Guanda, nella traduzione di Federica Oddera), non si sottrae a questo paradigma, preparando un viaggio in una selva disegnata da un appassionato seguace dell’autoanalisi freudiana che alterna la lettura di Kafka a quella del Talmud. Il risultato è un prezioso marchingegno letterario che si muove su due binari paralleli: la terza persona, con cui il narratore ci racconta la storia di Jules Epstein, ricchissimo e volitivo avvocato ebreo che senza alcuna ragione apparente decide di liberarsi di tutti i suoi averi (nonché della famiglia) per sparire nel nulla, e la prima persona, con cui una scrittrice americana ebrea di Brooklyn racconta la sua fuga dal matrimonio e da se stessa.



Le due vite si sfioreranno in un albergo a Tel Aviv, sorta di passaggio segreto emozionale, dove Epstein è stato visto per l’ultima volta e la scrittrice cerca un’ispirazione per una storia che sente di dover narrare, senza conoscerne confini e personaggi. In perfetto stile kafkiano (l’autore de La metamorfosi è richiamato più volte nel romanzo, fino ad apparire come presenza indagatrice nella stanza della scrittrice), il romanzo della Krauss si confronta con i demoni che ognuno di noi nasconde nelle selve della propria mente e lo fa senza sconti per aspirazioni, sogni, valori e punti “fermi” che ci ostiniamo a conficcare nella vita a dimostrazione della nostra capacità di controllarla.


La Krauss non dà soluzioni per i travagli interiori dei personaggi e in questo sta la forza della sua narrazione che si concede, a volte in maniera un po’ auto-celebrativa, di lasciare il campo ai flussi di coscienza (a cominciare da quello della scrittrice, con cui la Krauss condivide età, origini, situazione familiare e turbamenti). Flussi che si rincorrono durante la narrazione come onde del Mediterraneo alla ricerca di una risacca in cui sparire.


Selva oscura è anche uno scrigno di conoscenza e di citazioni (più o meno palesi) estratte dalla cultura e dalla letteratura ebraica, che permette ai lettori di provare a immedesimarsi nelle contraddizioni e nelle ferree incertezze degli ebrei contemporanei. Uomini e donne che si confrontano con i dogmi di una cultura che li costringe a resistere, sempre e comunque, a prescindere dai loro desideri. Questo li fa sentire sempre un po’ a “parte” rispetto a “tutti gli altri” di cui invidiano e cercano l’apparente attitudine alla felicità, come direbbe Kafka: «Quando sono in mezzo a loro non sono felice, ma sulla soglia della felicità». Eppure questa tensione continua a ciò che potrebbe essere (e forse non sarà mai) non erode di un solo granello la speranza che si riverbera inalterata dai personaggi di Kafka a quelli della Krauss: «il mero raggiungimento della soglia richiede una predisposizione alla speranza e a un intenso desiderio. La porta esiste. C’è un modo per salire o per passare al di là».


Selva oscura è un romanzo che pretende attenzione e messa in discussione di se stessi, ma ripagherà il lettore con guizzi narrativi inattesi di grande bellezza, con cui la Krauss aprirà finestre temporanee su altre versioni dei suoi personaggi, legittimate a chiedere uno spazio tutto per loro, uno spazio che non esiste e che pure apparirà necessario per rivelare le infinite vite alternative che nascondiamo in noi stessi e che potremmo un giorno liberare con un volo inaudito di farfalle arancioni in una notte di luna piena.
L’invito allora, mentre leggerete Selva oscura, è di lasciarvi liberare, anche se questo porterà con sé un profondo senso di dolore e di malinconia cui non eravate preparati (quando lo si è?). Lasciate che questa emozione si depositi, «continua, lieve e ininterrotta, come se dentro di voi scendesse la neve».

Link a Sul Romanzo