domenica 23 luglio 2017

Luglio? Libromercato e mitologia editoriale



E sì, l’estate è il momento ideale per cambiare casacca non soltanto per calciatori, ma anche per direttori editoriali, editor e intere case editrici che in questi mesi stanno riconfigurando il loro assetto proprietario in vista delle sfide dell’autunno. La grande fusione Mondadori-RCS ha avuto come effetto positivo la riattivazione di un mercato che, solo pochi mesi fa, sembrava destinato a vegetare in un asfittica e continua recriminazione verso quello che non aveva: lettori forti, storie di qualità, best seller, internazionalità, un sistema concorrenziale equilibrato. Nulla è cambiato: solo il 5,7% dei lettori italiani legge più di un libro al mese e la percentuale di italiani che legge almeno 3 libri all’anno non supera il 20%, mentre gli editori nostrani continuano a dare la caccia a uno scorbutico e cangiante grosso animale dal vello d’oro chiamato best seller, credendo che, come quello rubato da Giasone, sia in grado di sanare tutte le ferite del mercato editoriale italiano in un sol colpo, pardon titolo.


Il mercato italiano del libro rimane piccolo e chiuso su se stesso, con autori spesso più interessati al loro profilo facebook che alla solidità delle storie che danno alle stampe, eppure, citando un autore che ha rinnovato con la sua scrittura la sceneggiatura internazionale (James L. Brooks): Qualcosa è cambiato. O almeno sembra stia cambiando a giudicare dai movimenti che si stanno succedendo a ritmo accelerato nell’editoria italiana. Partiamo dall’agguerrita e abilissima Elisabetta Sgarbi e dalla sua Nave di Teseo che ha da poco acquisito il 95% di Baldini & Castoldi, storica casa editrice milanese fondata nel 1897, guidata da Alberto Rollo (ex-direttore letterario della Feltrinelli), che si appresta a lanciare a settembre l’inedito di Giorgio Faletti (L’ultimo giorno di sole) a 15 anni dalla pubblicazione di Io uccido. Proseguiamo con la nuova joint venture fra De Agostini e l’iberica Planeta (primo editore internazionale di libri in lingua spagnola) che punta a rilanciare la case editrice romana fondata nel 1901 dal geografo Giovanni De Agostini e per questo ha chiamato l’ex editor della narrativa Rizzoli Stefano Izzo alla guida della rinascente collana di narrativa italiana.  E se non bastasse questo a far sperare in qualcosa di più di un semplice ‘libromercato’, osserviamo cosa accade in casa HarperCollins, una delle realtà editoriali più importanti al mondo, le cui radici partono dal lavoro dei fratelli Harper a New York nel 1817, dove è arrivata da poco Sabrina Annoni come direttore editoriale, dopo una lunga esperienza in De Agostini, Mondadori e RCS, con l’obiettivo di far uscire 60 titoli all’anno di cui almeno il 60% di narrativa.


Se a questo uniamo l’attesa per la riorganizzazione dello storico marchio Bombiani, fondato da Valentino Bompiani nel 1929, acquisito a fine 2016 da Giunti e affidato all’ex editor Mondadori Giulia Ichino, nonché la rivitalizzazione di Marsilio, anch’esso uscito da poco dal controllo Mondadori- RCS, che ha affidato la narrativa italiana a Chiara Valerio, appena uscita dalla sua esperienza di curatrice della prima edizione di Tempo di Libri, potremmo cominciare a pensare che l’asfissia stia per esaurirsi in se stessa, come dovrebbe essere, e forse tutto questo movimento porterà a nuove idee e (perché no) alla scelta di autori non di best seller, ma capaci di portare nuove sfumature alla narrativa italiana, speriamo non di grigio!

domenica 16 luglio 2017

Un innamoramento a prima lettura: La quarta parete di Sorj Chaladon


«Ti amo non per chi sei, ma per chi sono io quando sono con te». È facile estendere la sintesi che Gabriel García Márquez fa dell’amore alla lettura. Se pensiamo ai libri che abbiamo amato, ci potremmo rendere conto che non è la storia in sé o uno dei suoi protagonisti a legarci indissolubilmente a quel titolo, ma ciò che abbiamo provato mentre lo leggevamo. Amiamo i libri non per i libri in sé, ma per chi diventiamo mentre siamo con loro


È quello che mi è accaduto leggendo La quarta parete di Sorj Chaladon (Keller editore), in cui il teatro, con la sua capacità di far apparire dal nulla (e con la stessa naturalezza distruggere) la parete che divide spettatori e attori per la reciproca salvezza mentale e morale, è il protagonista di un romanzo in cui due ragazzi (Georges e Samuel) cercano di mettere in scena l’Antigone di Jean Anouilh tra le strade di una Beirut in guerra


Per realizzare questa folle impresa sarà necessario patteggiare una tregua di poche ore e scegliere un cast che possa dare voce a tutte le fazioni in campo. Antigone assume così le sembianze di una palestinese sunnita, Emone è impersonato da un druso dello Shuf, Creonte, re di Tebe e padre di Emone, da un maronita e le guardie da sciiti. Tutto pur di realizzare il sogno di Samuel (regista greco scappato alla dittatura che «temeva le certezze, non le convinzioni»), diventato missione per Georges (adoratore del teatro, «un gigante che ferisce a morte tutto ciò che colpisce»), pronto a trasformare l’impossibile in normalità pur di realizzare l’idea dell’amico, sua antitetica metà: «Lui l’allegria, io la tristezza. Lui il cuore in primavera, io la gola in autunno».  


La narrazione, ambientata nel 1982 in Libano, è quanto mai attuale, portandoci a osservare un fondale fatto di orrore quotidiano che potrebbe essere quello dell’Afghanistan o dell’Iraq dei nostri giorni. Eppure non riesce a intaccare (ed è qui la scommessa più rischiosa e interessante del romanzo) le convinzioni dei due protagonisti.  Con un ritmo incalzante, costruito su un continuo avanti e indietro dai ricordi di Georges, come se il tempo fosse un elastico che l’autore stringe fra pollice e indice, tendendolo e rilasciandolo a suo piacere, La quarta parete attrae il lettore nelle sue maglie senza possibilità di fuga. Lo fa con parole di seta, davanti alle quali restiamo storditi e compiaciuti, spettatori soddisfatti di un prestigiatore narrativo così bravo da convincerci della normalità del mosaico narrativo che ha costruito per noi.

Sorj Chalandon è stato per trent’anni corrispondente di guerra per Liberation, annotando e distinguendo sul suo taccuino fatti e emozioni: «In Libano il mio taccuino era aperto su due pagine, su quella destra scrivevo i fatti, registrando la realtà come la vedevo; su quella sinistra annotavo invece le emozioni e le reazioni più intime a quello che avevo vissuto. Questo libro (La quarta parete ndc.) raccoglie tutte le pagine sinistre dei miei taccuini» [1]
Dobbiamo essere grati a quelle pagine sinistre, perché ci hanno regalato un libro su cui sarà impossibile per il lettore non sottolineare passi e annotare riflessioni, ponendosi domande sulla quarta parete dietro cui ci nascondiamo per illuderci che la vita che ci scorre davanti non sia anche un frammento della nostra. 


 [1] - estratto da un’intervista a Sorj Chalandon per il Premio Letterario Tiziano Terzani, assegnato nel 2017 a La quarta parete – fonte: Adnkronos. 

domenica 9 luglio 2017

La più amata? Pareri discordi anche in casa Ciabatti


(Intervista a Teresa Ciabatti pubblicata su Sul Romanzo il giorno prima dell'assegnazione del Premio Strega)


La più amata (Mondadori) di Teresa Ciabatti, finalista nell’edizione2017 del Premio Strega, è forse il libro più discusso dell’anno per la capacità della narratrice di mettere a nudo quella che i più hanno interpretato come la sua vita (di ragazzina prima e giovane donna poi) alle prese con un padre ingombrante.
Ma è davvero così? Oppure il romanzo si fonda sulla decisione dell’autrice di farsi sostanza da cui partire per costruire ogni personaggio? Da qui abbiamo iniziato il nostro scambio con Teresa Ciabatti.
Mi piacerebbe iniziare dalla frase che lei ha inserito in apertura del suo romanzo. È una citazione da Pastorale americana di Philip Roth: «Rimane il fatto che, in ogni modo, capire bene la gente non è vivere. Vivere è capirla male e poi male e, dopo un attendo esame, ancora male». Ne La più amata, mi è sembrato di scorgere lo stesso approccio nel disegnare i personaggi, a partire da se stessa. Capirli male e poi perseverare, enfatizzando tutti i comportamenti che confermano questa visione. È così?
Ammesso che ci sia corrispondenza fra voce narrante e autrice – quanta? Ha importanza? – le due, una dentro, l'altra fuori dal romanzo, compiono lo stesso movimento che ripetono con ostinazione. Tentativi per scoprire il vero, anni e anni di tentativi, fino alla resa, ovvero l'ammissione che la verità è impossibile, e La più amata ne è la prova: alterazione della verità, manipolazione forse psicotica, di sicuro parziale, spesso fasulla. Sulla quarta di copertina c'è scritto «un'autofiction sincera», non lo è.


La figura di suo padre, Lorenzo Ciabatti, domina questo romanzo, come se il narratore avesse deciso di farne il suo Everest, agognato e irraggiungibile. Lo stuolo di assistenti, pazienti e concittadini che lo onorano si unisce ai suoi familiari, che fanno di tutto per essere amati da Lorenzo, senza mai avere il coraggio di avvicinarsi a lui veramente. Lo osservano, lo giudicano, lo temono, ma non riescono mai a rompere la barriera invisibile e spessa che li separa. Ci provano davvero e lui glielo avrebbe mai permesso?
La vicinanza è una questione di istanti. Per quanti istanti siamo realmente vicini a qualcuno? Che sia nostro padre, nostra madre, nostro figlio. Con questo romanzo ho provato a sperimentare le variazioni continue di distanza, cercando di cogliere l'attimo di massima vicinanza, quasi di sovrapposizione. In prossimità, al quasi vicino, il romanzo rallenta. Rallenta sui gesti di tenerezza, sul resto procede veloce, quasi per accumulo. Accumulo di situazioni, giorni, anni, persone, oggetti. In questo libro conta molto la proprietà, è tutto appropriazione indebita. Lo è il libro in sé: io che mi appropprio della vita dei miei genitori e la racconto a mio piacimento.
 
Nelle descrizioni di Lorenzo, il lettore percepisce un occhio giudicante che non perdona, come se un fiume di risentimento scorresse sotto la struttura narrativa del romanzo decidendone il percorso. Andando avanti nella lettura però ci si rende conto che questo astio si irradia a chiunque venga a contatto con Lorenzo, diventando un virus cui nessuno sa opporsi. Questa debolezza congenita viene giudicata dall’io narrante con maggiore durezza?
Non c'è risentimento. O meglio c'è quanto ci sono amore e gratitudine. È lo sguardo mutevole, la perenne oscillazione del'io narrante tra dubbio e illusione a dare forse l'idea di giudizio. L'io narrante giudica, e un attimo dopo assolve. Attribuisce colpe, poi se le prende. Tutto dura pochissimo, le posizioni conquistate vengono subito ribaltate. Il presupposto dunque è una voce inquieta, non credibile, che rende ogni cosa incerta. Se stessa, il padre. Persino la testolina di polistirolo: è un giocattolo?


C’è un momento nel romanzo in cui lei ricorda quando Lorenzo Ciabatti raccontava un aneddoto della sua esperienza in USA, favoleggiando di incontri con attrici come Marilyn Monroe. La Teresa Ciabatti personaggio chiedeva a suo padre: «Le somiglio un po’?» Suo padre la scrutava con molta attenzione, come se non l’avesse mai vista prima, e ogni volta le rispondeva: no. C’era realmente l’intenzione di ridimensionare le aspettative di una figlia senza rendersi conto del dolore che poteva generare?
Non può essere dolore scoprire di non somigliare a Marilyn Monroe. La risposta sincera – tipica di chi si rapporta ai bambini come se fossero adulti (giusto, sbagliato?) – diventa addestramento al mondo. Rientra nell'educazione, non quella intenzionale, ma quella spontanea legata al carattere dei genitori, l'impronta. 
Questo romanzo deriva dalla domanda «somiglio a Marilyn Monroe?», e dalla risposta «no».
 
Leggendo il romanzo si ha l’impressione che lei abbia preso in mano l’album di famiglia e, fermandosi su ogni foto, abbia creato un frammento della storia. È così che ha ricostruito gli eventi che hanno preceduto la sua nascita?
Ho pochissime foto dei miei genitori, e anche di me bambina. Scrivere La più amata è stato ricostruire immagini che non c'erano, riprendersi la memoria.

Arriviamo a Francesca, sua madre. Pura, buona, ottimista. Lei scrive: «per Francesca Fabiani ogni cosa è bene». All’inizio della narrazione sua madre appare il monolitico antagonista di suo padre, eppure anche lei ha delle colpe. Prima fra tutte quella di non essersi opposta a suo padre? Mi viene in mente l’episodio della corsa in auto e del vestito verde di Pierre Cardin.
Francesca Fabiani non è il bene, tanto quanto Lorenzo Ciabatti non è il male. Non c'è opposizione netta, ma continuo scambio di ruoli, andirivieni reciproco fra bene e male. L'intera famiglia, quasi come un unico corpo, ondeggia tra luce e ombra.
 
Come si sta preparando per la serata finale del Premio Strega?
Volevo comprarmi un vestito verde. Non l'ho fatto.

domenica 2 luglio 2017

Premio Strega 2017: a 4 giorni dal verdetto




«L’attesa è una catena che unisce tutti i nostri piaceri». Parola di Charles-Louis de Montesquieu. Chissà se la penseranno allo stesso modo i cinque finalisti del Premio Strega 2017 che, fra 4 giorni, scopriranno chi fra loro potrà sollevare la mitica bottiglia di liquore beneventano, diventando lo scrittore italiano più urlato dai media e dalle fascette del libro vincitore della LXXI edizione del più famoso premio letterario italiano.

Ecco i nomi (e cognomi) che fanno parte della magica cinquina (nell’ordine decrescente di voti ottenuti per entrarvi): 
Paolo Cognetti, con Le otto montagne (Einaudi);
Teresa Ciabatti, con La più amata (Mondadori);
Wanda Marasco, con La compagnia delle anime finte (Neri Pozza);
Alberto Rollo, con Un’educazione milanese (Manni);
Matteo Nucci, con È giusto obbedire alla notte (ponte alle Grazie) 


Pronostici, vaticini e analisi storiche degli autori (e soprattutto delle case editrici) premiati negli ultimi anni, ci assicurano che la partita si giocherà tutta ai primi due posti in classifica e quindi in casa Mondadori (sua anche Einaudi), ma quest’anno Stefano Petrocchi, direttore della Fondazione Bellonci, promette colpi di scena. 


Per la LXXI edizione dello Strega è cambiato il sistema di voto dopo anni di polemiche sulla possibilità per i grandi editori di influenzare il risultato del premio. Ai 400 voti degli Amici della domenica, si aggiungeranno non solo i 40 lettori forti selezionati dall’ALI e i 20 voti delle biblioteche di Roma, ma anche 200 voti espressi da studiosi, traduttori e intellettuali italiani e stranieri selezionati da 20 Istituti Italiani di cultura all’estero. Basterà a rompere gli equilibri editoriali? Vedremo, ci piace pensare che questa iniezione di voti possa aumentare l’attenzione su cosa dovrebbe essere valutato in questo premio: i libri, indipendente da chi li ha scritti e da chi li ha pubblicati. 
Veniamo allora ai due romanzi favoriti. 




Le otto montagne è ormai un caso letterario (anche internazionale, con diritti venduti in più di trenta Paesi) e si è già aggiudicato il Premio Strega Giovani, conquistando il maggior numero di voti in una giuria composta da ragazzi tra i 16 e i 18 anni. È «la storia di due amici e una montagna», così la definisce l’autore che, con questo libro, punta a far uscire la montagna da uno stereotipo di luogo incantato per trasformarla in fondale vivente, spesso decisivo, nella storia di un’amicizia tutta al maschile. Sulle orme di Twain, London Stevenson, senza dimenticare chi della montagna ha fatto il protagonista di una storia inimitabile (Thomas Mann), Cognetti trasforma ogni arrampicata del protagonista in un gate fra il ‘fuori’ e il ‘dentro’, dimostrando che l’immagine che abbiamo di noi stessi è spesso assai diversa dai bisogni che ci spingono a prendere le nostre decisioni.

La più amata è un caso letterario che si fonda sulla capacità dell’autrice (Teresa Ciabatti) di farsi personaggio. Non solo nel suo romanzo autobiografico (è lei La più amata del titolo), ma anche all’esterno, alimentando, con la sua vita di estremi e apparenti ‘false partenze’, l’insaziabile sete di vita vissuta che i media (e noi dietro di loro) autoalimentano. In questo romanzo, Ciabatti passa in rassegna i propri ricordi come se fossero fotografie scolorite e sconosciute, da cui provare a inventare una storia che rappacifichi i suoi demoni. L’esperimento non è completamente riuscito. La narrazione prosegue spesso per ridondanze, accompagnata da una prosa fin troppo neutra. 

In attesa del 6 luglio, quando al Ninfeo di Villa Giulia a Roma sarà proclamato il vincitore del premio Strega 2017, noi lettori non possiamo far altro che ricordare agli autori l’idea di scrittura che difendeva Kafka, estremista dell’autodisciplina e per nulla amante dell’autore-personaggio: «Non è necessario che tu esca di casa. Rimani al tuo tavolo e ascolta. Non ascoltare neppure, aspetta soltanto. Non aspettare neppure, resta in perfetto silenzio e solitudine. Il mondo ti si offrirà per essere smascherato, non ne può fare a meno, estasiato si torcerà davanti a te».  

domenica 25 giugno 2017

San Siro: Io, Tiziano e alre 49.999 persone



Io non amo il calcio. Sarebbe più corretto dire che non lo conosco. A casa mia il calcio era visto alla stregua dei giochi gladiatori, un intrattenimento che si basava sulla necessità ‘presunta’ di ogni essere umano di scaricare rabbia e gioia come se non vi fosse un domani.

L’idea che ne avevo era stretta in un paio di righe degli Annales di Tacito in cui si descriveva la sanguinosa faida nata fra pompeiani e nocerini nel 59 a.C. durante uno scontro fra gladiatori. Vere e proprie tifoserie avverse, per loro passare dall’orrore verbale a quello fisico era naturale, tanto che lo stesso Tacito descrive le mutilazioni che i tifosi si infliggevano a vicenda come un passaggio necessario per difendere l'onore dei 'loro' campioni. È inutile dirvi che questa convinzione non mi aprì le porte delle relazioni sociali. Essere l’unico che non scambiava le figurine dei calciatori, che non giocava a calcetto e che non aveva alcuna idea di cosa sia un fuori gioco, ha influito sul mio livello di popolarità, privandomi di quel senso di appartenenza su cui si fondano le tifoserie. 


Poi è arrivato San Siro e un concerto, in una sera di giugno milanese in cui ti senti come Wile E. Coyote, il personaggio dei cartoni della Warner Bros, fermo con sguardo rassegnato ad aspettare che l’ennesima incudine di afa di schiacci la testa. In quei momenti qualsiasi miraggio è benvenuto, anche se digitale, così una cascata d’acqua proiettata su un maxi schermo può bastare a risvegliare i sensi. Chitarra, sintetizzatore, basso, batteria. Energia che si diffonde sulle migliaia di persone che sono sedute vicino a te, riaccendendole come se avessero un interruttore sulla pancia che solo la musica può spostare su ‘ON’.


Sul palco Tiziano Ferro, la voce potente, perfetta, ma c’è di più. Testi che si conficcano nella memoria e spingono per uscire dalle labbra dei 49.999 esseri umani che sono intorno a te, tutte assieme, tutti insieme a cantare anticipando le parole che Tiziano lascia al suo pubblico. Così siamo diventati una comunità: tre, forse anche quattro, generazioni a urlare, a urlare, ballare, applaudire, sorprendersi all’unisono. Annientati e potenziati dall’essere collettivo di cui facevamo parte (San Siro), abbiamo capito che stavamo vivendo uno di quei rarissimi frammenti del presente di cui ci saremmo accorti e persino ricordati.


Citando Nick Hornby che citava John Donne: «Nessun uomo è un’isola, completo in se stesso. Ogni uomo è un pezzo del continente, una parte del tutto». Chissà se San Siro e Tiziano riuscirebbero a far cambiare gli inglesi sulla Brexit? 

domenica 18 giugno 2017

Lo scrittore preoccupato di Elizabeth Strout


Esattamente un anno fa iniziavo a raccontarvi il mio ‘innamoramento’ per Elizabeth Strout e il suo Mi chiamo Lucy Barton, un romanzo in cui la protagonista (Lucy) racconta, in prima persona, una sua convalescenza in ospedale negli anni ’80. La degenza e le visite di una madre tutt’altro che convenzionale, costringeranno Lucy a un viaggio in se stessa da cui il narratore estrarrà per il lettore alcuni ricordi. Non sono ricordi felici, ma sono quelli più intimi, quelli che i personaggi della Strout sono così abili a nascondere agli altri e al contempo a vivisezionare continuamente per se stessi. Ricordi che rimbalzano su vite comuni e ben organizzate, come biglie d’acciaio in un flipper. 

La casa editrice Viking ha ora pubblicato in USA Anything is possible, una raccolta di racconti con cui Elizabeth Strout ridà vita al personaggio di Lucy Barton. Questa volta però il punto di vista si frammenta, accompagnando una moltitudine di personaggi che hanno in comune Lucy e il paesino (Amgash – Illinois) in cui Lucy è nata e cui ritorna suo malgrado. Con Elizabeth Strout, Lucy condivide la professione, entrambe scrittrici affermate, le origini, entrambe nate in un paesino lontano da tutto (la Strout è però nata nel Maine) e il piacere di camminare per ore nelle campagne intorno ai loro luoghi natii senza incontrare anima viva. Lucy diventa in Anything is possible una di noi. Spia la fauna umana che popola Amgash e tenta una loro classificazione accorgendosi che è impossibile. 

In un articolo di qualche giorno fa sul Guardian, Elizabeth Strout ci dice che proprio in questo, nella creazione dei suoi personaggi e dei punti di vista che essi possono far intravedere al lettore, si annida la sua passione per scrivere. Se la piccola Elizabeth camminava senza meta nei boschi del Maine, sentendosi più uno spirito che una persona, imparando così a osservare i particolari della Natura e a dilatare il tempo a suo piacere, crescendo ha iniziato a sentire la mancanza delle persone.  Si è cominciata a porre una domanda: “What did it feel like to be someone else?” Come ci si sentirebbe ad essere qualcun altro?  Su questa domanda si è incastonata l’ossessione per la scrittura di Elizabeth Strout. Non poteva accettare di vedere il mondo esclusivamente dal suo punto di vista, non era abbastanza. Per questo ha iniziato a crearne altri, sviluppando un’abilità a penetrare nei pensieri dei suoi personaggi, strato dopo strato, così da mostrarci la materia che impasta e sporca le loro vite: la paura.  Una paura compressa, urlata, usata come arma per colpire gli altri o se stessi, ma comunque potente e multiforme.


Con questa stessa paura ha a che fare lo scrittore. Paura di non essere apprezzato, letto, capito. Paura di ferire persone con quello che scrive.  Paura di rivelarsi troppo agli altri. Blocchi che anche Elizabeth Strout ha imparato a superare (è lei stessa a raccontarcelo), realizzando che era sempre stata “too careful for a long time”. Troppo attenta a non ferire se stessa e gli altri, troppo cauta nello scavare nelle miniere dei personaggi, troppo preoccupata dagli esiti di questi scavi. Quando ha provato a scrivere e basta, i continui rifiuti (Elizabeth Strout ha iniziato a essere presa in considerazione come autrice dopo numerosi tentativi e solo superati i quarant’anni) sono diventati dimostrazioni d’interesse prima e pubblicazioni poi. 


Siete avvisati aspiranti scrittori preoccupati in ascolto: don’t be too careful, parola di Elizabeth Strout.


domenica 11 giugno 2017

La vecchiaia? La vetta della vita, parola di Lidia Ravera

Leggendo Il terzo tempo, il nuovo romanzo di Lidia Ravera, edito da Bompiani, mi è tornato alla memoria un passo di Furore di Steinbeck. Mentre la martoriata famiglia Joad si sposta sulla Route 66 dall’est all’ovest alla ricerca di una possibilità di vita migliore, muore il nonno. I familiari, ridotti alla fame, non sanno come fare perché non hanno i soldi per farlo seppellire. Alla fine troveranno una persona che dirà poche parole per salutare l’estinto. Attraverso questo personaggio minore Steinbeck ci ricorda che i problemi, quelli veri, restano ai vivi, che, a differenza del nonno Joad, non hanno traiettorie prestabilite da percorrere per arrivare al traguardo che accomuna tutti gli esseri umani. Ne Il terzo tempo Lidia Ravera, attraverso la protagonista Costanza, signora âgée che eredita un ex-convento e prova a trasformarlo in una comune, riprende questo tema, provando a dimostrare che con il passare degli anni la visibilità resta assai ridotta e le ‘certezze’ sulla terza età, cui spesso ci aggrappiamo, sono solo stereotipi da ribaltare.


La prima domanda che vorrei fare all’autrice è come nasce l’idea e l’urgenza per questo libro.
Questo è il terzo romanzo di una trilogia sul tema della vecchiaia, dopo Piangi pure e Gli scaduti. Chiaramente c’è l’urgenza che ho sempre sentito, fin dal mio primo romanzo (era il 1976), di occuparmi del trascorrere del tempo. Penso sia il grande tema per chi nasce, come me, con l’angoscia del limite della vita e lo sente sempre presente fin dall’infanzia o dall’adolescenza. Crescere e vivere con questo tipo di ‘patologia’ sarebbe stato intollerabile se io non avessi provato a raccontarlo. Ho scritto Ammazzare il tempo che avevo ventisei anni, Maledetta gioventù quando ero una quarantenne e Eterna ragazza quando ero una cinquantenne. Ho bisogno della scrittura per indagare questa condizione umana che ho sempre trovato intollerabile, quindi l’urgenza non finisce mai, finirà con me. I miei lettori avranno reportage anche dalla quarta età e forse anche dal finire della mia vita. Tutte le mie protagoniste hanno seguito questa ricerca. 
Costanza ha 64 anni, i suoi genitori sono morti e si è appena separata dal compagno di una vita (Dom) per evitare la crudeltà della vecchiaia («quando sei vecchia ogni giorno stai peggio del giorno prima») e trovare un nuovo progetto di vita. Eppure, quando si ritrova a passeggiare da sola nell’ex-convento che le ha lasciato in eredità suo padre, «una dimora sontuosa negli spazi e nuda negli arredi», sente che la serenità che imporrebbe quel luogo non le basta, anzi la atterrisce. Ha bisogno di un progetto concreto a cui aggrapparsi. Per questo proverà la strada della comune per «gente vecchia». Quanto della forza rinnovatrice di Lidia Ravera è confluita in Costanza e cosa invece la distingue da questo personaggio?
Io e Costanza condividiamo la volontà di continuare a imparare, per continuare a imparare bisogna fare attenzione, per fare attenzione bisogna essere curiosi e quindi amare la vita. In questo siamo molto simili, quando smetti di imparare smetti di vivere, imparare cose nuove è un modo per tenere lontano la morte. Ci somigliamo anche perché siamo delle pasticcione. Costanza non è granitica nelle sue decisioni, cambia idea ogni tre capitoli, oscillando fra momenti di disperazione e assoluta certezza, senza perdere mai la generosità di contraddirsi pur di andare avanti. Come tutti i personaggi dei miei romanzi, ci ho messo dentro qualcosa di mio, ma Costanza è prima di tutto una persona. Alquanto insistente direi. Si è piazzata nella mia vita e non se ne va più, impartendomi lezioni continuamente. Raccontare la sua storia è stato come fare una passeggiata in montagna, è in salita certo, ma, man mano che sali, vedi qualcosa in più e quando sei sulla vetta vivi un momento entusiasmante. La vecchiaia è un momento entusiasmante della vita, purtroppo viene sterilizzato da stereotipi che impediscono di vedere il panorama complessivo. 


Parlando di stereotipi, un altro tema forte nel libro è l’effetto della vecchiaia a secondo del genere. Costanza invidia gli uomini, la loro licenza di essere brutti, panciuti, scialbi, pelati. La vecchiaia ha ancora due pesi e due misure così distanti?
Sì, alle donne non viene concesso invecchiare, coincidono con la natura e quindi devono essere sempre fresche, mentre gli uomini possono trasformare in fascino l’esperienza, l’ironia, il potere. Un fascino che le donne, anche quelle più giovani, gli riconoscono. Per questo gli uomini invecchiano più serenamente non dovendo perdere tempo a negare lo loro età, mentre le donne spesso cadono sotto i colpi dell’ingiustizia che le vuole fissate alla loro età fertile. Le donne devono essere fresche e giovani, ciò le fa invecchiare male, con dolore. Il vantaggio è che gli uomini che ti guardano quando superi i 60 anni sono davvero pochi, ma quelli che lo fanno sono i migliori, quindi in qualche modo la società ci aiuta a perdere meno tempo a selezionarli. 


Anche lei è caduta in questo stereotipo?
Anch’io ho sentito il disprezzo degli uomini per le donne non più giovani. Ho avuto anche la fortuna di incontrare uomini che cercano ben altro della ‘carne fresca’ in una compagna, ciò non toglie che la mia sensazione sia che la rivoluzione femminista è una rivoluzione interrotta, sarà completa solo quando uomini e donne invecchieranno allo stesso modo, quando anche alle donne sarà consentito di trasformare in fascino la loro esperienza, dimenticando la freschezza che si addice più alle insalate che alle persone.  
Non pensa che oggi assistiamo a un rafforzamento dell’attenzione per l’immagine che prescinde dal genere? Penso a molti uomini che stanno diventando schiavi dell’estetica e della ricerca di un’eterna giovinezza al pari delle donne.
Dilaga la stupidità, il narcisismo, il consumismo, la superficialità. Tutte derive pericolose e preoccupanti. Questo processo che sovrastima il corpo perché teme che dentro non ci sia nulla, prescinde dal genere. Certo se posso perdonare le donne che ricorrono alla chirurgia plastica, perché tartassate per tutta la loro vita dall’immagine della ventitreenne incombente, non riesco a fare lo stesso con gli uomini. A loro non è stato chiesto per secoli di essere ‘belli’, se l’uomo non vuole più approfittare di questo vantaggio la responsabilità è solo sua. 


Quanto tempo ha investito in questo romanzo e quanto è stata sofferta la sua gestazione?
I romanzi hanno bisogno di tempo per maturare dentro lo scrittore attraverso gli anni. Come tutti i romanzi che ho scritto, la prima metà è tutta in salita. Soffri, rinunci, riprendi, non sei sicuro di quello che potresti offrire al lettore, poi all’improvviso arrivi alla fine della salita, hai ‘scollinato’. Da quel momento il romanzo sembra scriversi da sé, sono i personaggi a guidarmi. 
Quindi all’inizio non aveva un’idea precisa della trama del romanzo?
Avevo una situazione in mente. Quella iniziale: non voglio invecchiare in coppia, perché la coppia è declino allo specchio, non voglio invecchiare da sola perché la solitudine mi fa paura. Voglio invecchiare in gruppo. Vado a cercare quel gruppo, se sono d’accordo invecchierò con loro altrimenti ne sceglierò altri. Li sceglierò come si fa con l’equipaggio di una barca. Devono essere pochi, coraggiosi, simpatici e bravi a navigare in una storia che non può avere un lieto fine. Insomma una ricerca. Con la scrittura sono sempre alla ricerca.   
C’è stato un membro dell’equipaggio che l’ha messa in difficoltà durante la traversata de Il terzo tempo?
È stato un buon equipaggio, mi ha subito appoggiato. Forse mi ero messa bene in ascolto. Sono stata attenta a non costruire i santini del ’68. Gli ex-compagni della comune di quando Costanza era ragazza non erano degli eroi, ma delle persone vere. Forse i personaggi più difficili da far vivere sono stati i compagni ritrovati.

Cos’è che le fa dire che il personaggio che ha di fronte è pronto per essere condiviso con il lettore? 
Deve essere reale. Devo poterci parlare e avere con lui un contraddittorio. Deve essere un buon conduttore di narrativa, permettendoti di far emergere la sua storia. Aver vissuto tanto aiuta. Ho incontrato decine di persone, ho fatto centinaia di esperienze, ho letto migliaia di romanzi. La mia vita è sempre stata consacrata alla letteratura e questo, insieme alle esperienze che ho vissuto, mi offre una bisaccia da cui pescare innumerevoli storie dotate di una loro solidità. 
Quali sono i personaggi che ha amato di più nella sua vita?
Ho molto amato Mrs Ramsay il personaggio centrale di Gita al faro di Virginia Woolf. Mi ha insegnato cos’è il femminile, che io ho rifiutato per anni, costruendo la mia identità sulla negazione di mia madre. Quando ho incontrato Mrs Ramsay ho capito che il femminile può essere molto affascinante, avevo incontrato una donna che sapeva cosa voleva dire godere della felicità altrui. Fra i miei personaggi amo molto Costanza e poi Iris di Piangi Pure, una protagonista di 79 anni. Con lei ho davvero lanciato il cuore oltre l’ostacolo, all’epoca della sua ‘creazione’ non avevo ancora sessant’anni. Entrambe sono eroine dell’irrequietezza, come molte delle mie protagoniste. 
C’è un libro che ha tenuto sul comodino mentre scriveva Il terzo tempo
No, non faccio più discesine. Quando ero più giovane le usavo, ora ho smesso, ma è un ottimo strumento per iniziare a scrivere. Basta prendere un libro di un autore che ami molto e leggerne qualche pagina poco prima di iniziare a scrivere. Serve a scaldare il motore e a donarti una fluidità che è un regalo delle pagine che hai letto.
Se dovesse dare un consiglio a uno scrittore esordiente che, come lei, punta alla ricerca nei romanzi, quale gli darebbe?
Farsi aiutare dall’intelligenza degli altri. L’intelligenza degli altri è nei libri e la tua cresce leggendo. L’intelligenza narrativa è una forma di intelligenza particolare, un misto di lucidità e emotività che si trova nei libri degli altri. Devi pensarti come una tazza in cui versare libri su libri, finché il liquido non deborda e scivola giù su un piattino. Su quel piattino c’è il tuo romanzo. Anche prendere appunti è importante, portarsi sempre un quadernino dietro. Andando a lavoro, in viaggio, a fare un passeggiata sotto casa, c’è sempre qualcosa da notare. Se la noti e poi l’annoti, diventa patrimonio della tua vita da cui attingere per la scrittura. Il motivo più vero per fare lo scrittore è che della vita non butti via niente. Tutto serve, tutto diventa utile.