domenica 22 novembre 2009

Immersi nelle foglie

Se a qualcuno capitasse di andare a Villa Borghese in questi giorni, spinto da un'irrefrenabile esigenza ad isolarsi, sorbendo quegli inaspettati vuoti di mondo che anche Roma può concedere, potrebbe accadere di percorrete il largo viale che porta davanti alla Galleria Borghese, magari, come me, per andare a vedere la mostra di Caravaggio e Bacon e magari, come me, senza riuscire ad entrare per sovraffollamento.
Potreste trovarvi allora a prendere un viale a caso, fra quelli meno battuti, di quelli non asfaltati o pavimentati, coperti, in questo periodo, da una tessitura complessa di foglie morenti.

Il vostro cervello continuerebbe a correre, inseguendo quell'altro voi stessi. Quello più sicuro, creativo, assertivo e infallibile. Quello che odiate e bramate, quello che non riuscite a comprendere del tutto, ma che vorreste imitare.

Poi, senza alcun preavviso, SILENZIO.

La luce del mattino ancora indeciso, si infiltrerebbe con difficoltà nel sottobosco dove potreste trovarvi a camminare, rendendo più lontano e vellutato ogni pensiero. Correnti ocra e arancio vi limerebbero le idee, costringendovi a sedere, a stendervi, a guardare in alto.

Una danza curiosa, anime in cerca di ricordi da coprire, foglie di attesa che si infrangono lievi sopra ogni vostro respiro.

Secondi di essenza solo per voi spremuti.

E la consapevolezza che per una volta è toccato a voi aprire i sensi e gioire.

martedì 10 novembre 2009

La scelta

Ed eccoci al passo più difficile: continuare a scrivere, trasformando l’incipit in una scelta.

Tuffarsi in un mare in tempesta, senza esperienza di nuoto e con un salvagente più piccolo del necessario può sembrare estremamente semplice. È nuotare senza sosta fino ad un ignoto approdo, pronti a ributtarsi in acqua se la terra conquistata non è la nostra, la sfida più grande che attende l’aspirante scrittore.



Visto che la maggioranza si è espressa, partiremo dall’incipit n.2.


E come al solito: “A voi la prossima mossa!



“Clarissa!”


“Clarissa, mi senti? Smettila di imbambolarti e vieni giù, c’è gente.”



“C’è gente.” Clarissa poteva vederli quei suoni. Si conficcavano nelle sue orecchie chiedendo attenzione. Pretendendo di essere decodificati in un pensiero, utilizzati per attivare un’azione.


“C’è gente.” Suo padre voleva un aiuto in negozio. Voleva che sua figlia smettesse di isolarsi, resistendo ore senza parlare, nascosta in una soffitta piena di vecchi pezzetti di legno. Archetti rotti, appartenuti al precedente proprietario del negozio.


Un archettista. Che strana parola. Clarissa pensava che le parole avessero un’anima. Ce n’erano di buone o cattive. Arroganti o timide. Gioiose, pronte ad esploderti in bocca, spalancandosi in una risata, o aspre, ideate per ferire l’interlocutore. “Archettista”. Clarissa doveva ancora decidere come classificare questa parola, ma di sicuro le piaceva.


Mentre scendeva le scale che l’avrebbero riportata sullo stesso piano del mondo rispetto a suo padre, Clarissa dondolava gli ultimi pensieri, rigirandoseli nella testa per capire in quale idea potessero incastrarsi meglio.


Poi saltò sull’ultimo gradino, aveva deciso: avrebbe trovato il modo di conoscere l’archettista. Solo così avrebbe potuto classificare quella parola con la dovuta attenzione. Solo così sarebbe stata sicura di associare a quel suono la giusta sensazione.


“Eccomi papà, mi avevi cercato?”


Sebastiano evitò di incrociare gli occhi di sua figlia. Aveva imparato a distrarsi strategicamente all’arrivo di Clarissa, come se lucidare il cristallo del bancone o ripiegare i grembiali bianchi con impresso il nome della sua pasticceria, diventasse un’operazione vitale per il buon esito dei suoi affari.


Non aveva mai capito perché, ma quegli occhi grigio azzurri lo destabilizzavano. Uno sguardo di Clarissa riusciva a scomporre la volontà paterna in un esercito di dubbi, determinati, lucenti, protetti da un’armatura di commiserazione per quel banale ometto. Un vecchio pasticciere che si preoccupava di cose talmente concrete da sfigurare dinanzi agli arguti silenzi di sua figlia.

mercoledì 28 ottobre 2009

Incipit 2

Dopo esserci riscaldati con le parole evocative, vi propongo un nuovo incipit per la nostra storia.
Il primo non ha suscitato particolari reazioni fra gli imagisti, allora ve ne propongo un altro, mantenendo solo il nome del nostro personaggio.

“Clarissa!”
“Clarissa, mi senti? Smettila di imbambolarti e vieni giù, c’è gente.”

“C’è gente.” Clarissa poteva vederli quei suoni. Si conficcavano nelle sue orecchie chiedendo attenzione. Pretendendo di essere decodificati in un pensiero, utilizzati per attivare un’azione.
“C’è gente.” Suo padre voleva un aiuto in negozio. Voleva che sua figlia smettesse di isolarsi, resistendo ore senza parlare, nascosta in una soffitta piena di vecchi pezzetti di legno. Archetti rotti, appartenuti al precedente proprietario del negozio.
Un archettista. Che strana parola. Clarissa pensava che le parole avessero un’anima. Ce n’erano di buone o cattive. Arroganti o timide. Gioiose, pronte ad esploderti in bocca spalancandosi in una risata o aspre, ideate per ferire l’interlocutore. “Archettista”. Clarissa doveva ancora decidere come classificare questa parola, ma di sicuro le piaceva.

martedì 13 ottobre 2009

nomi propri e termini

Si era detto nomi propri e termini.



La definizione in questione è stata coniata da Leopardi nel suo “Zibaldone”. Semplificando il pensiero del poeta, i suoi adoratori non me ne vogliano, egli sosteneva che esistono “nomi propri” e “termini”. I primi riescono a scuotere l’animo umano, generando tutta la serie di sensazioni e contrasti che ci portiamo dietro dalla nascita e che alimentiamo con la nostra esistenza, i secondi nascono dal tentativo di sterilizzare la parola, propria degli scienziati, privandola del suo contatto con le persone che l’hanno utilizzata ed integrata in una esperienza.


Esempio: per parlare di una casa potremmo usare la parola “focolare”. Ci troveremmo di fronte ad un “nome proprio” nella classificazione leopardiana, la casa in cui troviamo riparo, ma anche le origini, la famiglia, un luogo protetto, le esperienze vissute, etc.


Diverso il caso della parola “edificio”. Saremmo di fronte ad un “termine”, il tentativo di rendere asettica una parola, evitando o almeno riducendo le opportunità per la nostra immaginazione di attivarsi.



Ho letto un passo con questa teoria da poco e ne sono rimasto folgorato. Ciò che trasforma l’essere umano in libero pensatore è racchiuso in questo piccolo spazio di opacità?


Mi piacerebbe avere il vostro punto di vista.

martedì 6 ottobre 2009

Tempi complessi

Carissimi imagisti,

scusate per il ritardo con cui aggiungo un nuovo post, ma i tempi sono sempre più complessi.

O almeno è questo che molti ci dicono con aria perplessa, mentre fingono di rituffarsi in un pensiero profondo, nervoso, tagliente e fatalmente superiore ai nostri banali problemi.

Ma se tutti sono connessi a pensieri prioritari, eliminando dalla loro mente tutto ciò che considerano in eccesso rispetto ai "tempi complessi" e scortesemente ridotti con cui ci confrontiamo, chi penserà a coccolare le fantasticherie che ci permettono di sopravvivere ai suddetti "tempi complessi"?

Bel dubbio o nevrosi di una sera sbagliata?

Vi sto riempendo di domande lo so, ma non mi frequentate anche per questo?

Pensateci e scrivetemi.

La prossima volta riprenderemo a pensare alla storia della nostra povera Clarissa e parleremo un pò di nomi propri e termini.



Vi aspetto

domenica 20 settembre 2009

Scavando nelle miniere...dietro i personaggi


Cosa accadrà a Clarissa?
Uscirà dalla sua casa insonorizzata?
Spiegherà perché ha scelto proprio i bonsai per il suo terrazzo?
Capiremo perché è così importante per lei riuscire a scegliere, imponendo il suo volere a qualcun altro?
Clarissa sarà il nostro protagonista o semplicemente uno dei tanti personaggi che sorvolerà la nostra storia, tentando di picchiettarla di verosimile essenza?



Lo scrittore che è in noi ha già deciso. Dovrebbe aver già deciso, almeno secondo le logiche dei boschi narrativi di cui abbiamo accennato la settimana scorsa. È giusto pensare che ogni particolare, ogni vezzo addossato ad un nostro protagonista dovrebbe essere figlio dell’idea principale che sottende alla nostra storia? Giusto, nulla dovrebbe essere casuale.


Giusto. Eppure, in imago2.0, la tentazione di sconvolgere le logiche è così violenta da smussare le più solide fra le regole di scrittura creativa. Dopo tutto chi decide l’evoluzione della nostra storia? Non una sola testa. Non un unico “Io”narrativo intrappolato nella mente dello scrittore. Qui di decisori ne abbiamo potenzialmente tanti e l’unica modalità che possiamo usare per andare avanti è il maggioritario corretto. Ossia vince la maggioranza, se decide di esprimersi con un post, con la possibilità, da parte mia, di correggere il tiro, per garantire al lettore di capirci qualcosa.


Quindi, prima di proseguire con il nostro racconto, vi consiglio di rileggere le domande con cui abbiamo iniziato questo post, cercando di trovare più di una risposta possibile per ogni quesito, fermandovi solo quando sarete sicuri di aver scavato il più possibile nelle miniere di emozioni e idee confuse che si agitano dietro il nostro personaggio. Solo allora, scrivetemi e rivelatemi come proseguiremo.


Sono molto curioso!

lunedì 14 settembre 2009

Boschi narrativi con o senza regole?

Stroncati dall’emozione?

Paralizzati dalla miriade di idee incontrollate che l’incipit vi ha costretto a generare?
Interdetti fra due possibili capoversi, entrambi perfetti per continuare la nostra storia?

No, vi prego, non lasciate che la vostra emotività prenda il sopravvento. Il lavoro dello scrittore è, ahimè, soggetto a numerose regole di pura razionalità, fra cui la necessità di nutrirsi della propria emotività, ripulendola però di ogni possibile eccesso, di ogni potenziale distrazione dall’obiettivo: portare a casa la storia. Nulla vi deve fermare. Una volta attivata, la vostra immaginazione tenterà più volte di depistarvi, proponendovi decine di strade diverse da percorrere per arricchire/modificare l’idea originale che vi ha fatto iniziare a scrivere la vostra storia. Nuovi intrecci, personaggi, caratterizzazioni da inserire nel vostro racconto.
Attenzione! Dovreste sempre chiedervi: “E’ in linea con la mia storia?”
Se non riuscite a rispondere, buttate tutto e ricominciate daccapo.

“Ma come? - direte voi a questo punto (o almeno lo spero) – ci hai rimbambito con la necessità di liberare la nostra immaginazione, senza vincoli o preconcetti, partendo da qualsiasi idea potesse sorvolarci la mente e ora ci parli di regole?”

Prima libertà assoluta, poi, quando siete abbastanza sicuri di aver centrato un tema su cui avete tanto da dire, su cui non potete fare a meno di dire, qualche regola è necessaria, tanto per non rimbambire l’incauto lettore che oserà curiosare nelle vostre menti.
Tenete conto che ha sicuramente già tanti problemi con la sua.

Quindi lasciate libero sfogo alle vostre visioni narrative e poi scegliete e proseguite il cammino, avrete sempre la possibilità di perdervi al successivo incrocio.

A questo proposito vi consiglio un testo che mi ha chiarito molti dubbi. Si tratta di “ Sei passeggiate nei boschi narrativi” di Umberto Eco. Lo so, avete deglutito con difficoltà leggendo titolo e autore, ma vi assicuro che pur non disdegnando approfondimenti tecnici sulla struttura di un testo, Eco mette in relazione approcci stilisti apparentemente contrapposti, dimostrando l’esistenza di regole comuni o abbozzi di esse tra Omero e Shakespeare, passando per Cappuccetto Rosso e Molly Bloom.

Mi fero qui e aspetto vostre. Come al solito anche di totale disaccordo.