domenica 19 novembre 2017

Klimt Experience: perché Andy Warhol aveva ragione


Legenda vuole che la frase profetica di Andy Warhol: «nel futuro tutti saranno famosi per 15 minuti» sia stata suggerita all’artista newyorkese da un suo amico fotografo, mentre Warhol stava commentando la fastidiosa necessità dei suoi contemporanei di doversi sentire a tutti i costi al centro dell’attenzione. A distanza di cinquant’anni, si può dire che la profezia di Warhol si sia avverata, sebbene l’ utilizzo dei social ci abbia portato a ridurre sensibilmente il quadratino di celebrità che ci aveva assegnato il padre della Pop Art. I minuti sono diventati secondi e il recinto di celebrità cui possiamo accedere in maniera ‘democratica’ è misurato dal tempo di scrolling che i milioni di social-umani connessi impiegheranno a far sparire dallo schermo del loro smartphone la nostra esternazione. 
Il momento comunque c’è stato e qualcuno potrebbe anche averne goduto, poiché ‘l’esserci’ è un cancro che divora il nostro spazio e il nostro tempo per regalarlo a icone di persone che conosciamo spesso solo attraverso i ‘like’ che concediamo loro. Vero, eppure il dubbio che la nostra dipendenza da condivisione abbia anche dei lati positivi permane. Dopo tutto era sempre Warhol a dire: «uno è compagnia, due è folla e tre è un party» e chi siamo noi per mettere in discussione la sua parola? 


Per fare un test, ho deciso di partecipare a una delle tante esperienze collettive da ‘protagonista’ di cui la nostra vita sembra essere colma. No, niente condivisione di video su Facebook, lo so, è normale, è divertente ed è facile, ma sono proprio queste tre parole, messe in fila, a rendermi diffidente. La mia sperimentazione si è rivolta alla mostra Klimt Experience al Mudec di Milano. È stata la prima volta che sono andato a vedere una mostra in cui non fosse esposto nemmeno un quadro o un disegno del pittore a cui quella mostra era dedicata. Ma i pubblicitari ci insegnano che sono le assonanze a incantarci, si parlava infatti di ‘experience’ e  non di ‘exhibition’ e quindi niente quadri, chi ha mai parlato di quadri? Bensì ‘esperienza’. 


Entro così in una grande sala quadrata dalle pareti oscure, un palcoscenico chiuso da tutti i lati, immerso nel silenzio. Insieme a me e decine di persone che si guardano intorno perplesse alla ricerca di un senso, entra anche mio figlio di quattro anni che mi sfugge dalle mani in un decimo di secondo per andarsi a sedere beatamente per terra. La musica si anima intorno a noi, lui è già steso a pancia sotto, si regge la testa con i pugni chiusi e aspetta la magia. È come se fosse sul suo letto, a recitare storie di cui sono protagonisti i Pjmasks, strani personaggi a metà fra eroi mascherati e bambini che lui adora. Mi vorrei stendere vicino a lui, ma qualcosa mi frena, anche se i miei compagni di esperienza non sembrano farsi alcun problema. A osservarli dall’alto ho l’impressione di essere a un pic nic al buio. Tutti seduti a gruppetti su un prato di moquette a domandarsi chi doveva portare la ‘pappatoria'. Poi le luci si accendono. Eravamo venuti per Klimt, giusto? I suoi quadri, le sue foto, le strade in cui passeggiava, la Vienna dei primi del ‘900 in cui viveva; senza dimenticare i filosofi, gli architetti, i musicisti con cui Klimt ha condiviso uno dei periodi più interessanti per l’Austria prima del fango delle due guerre. Tutto viene sovrapposto, musicato e condiviso da 30 proiettori laser montati intorno alla stanza. 
Suggestioni sensoriali, diffuse a 360° intorno a noi, trasformano quel luogo neutro in un varco emozionale di cui possiamo usufruire, sentendoci parte di una moltitudine di intenti ancora pulsante a distanza di un secolo. E se alcuni influencer e molti giornalisti hanno gridato allo scandalo per questa iniziativa, bollandola come una ‘commercializzazione dell’arte’, l’idea non è molto diversa da quella di alcuni editori che hanno fatto delle riproduzioni di opere d’arte la ‘killer application’ del loro modello economico (un esempio per tutti quello di Skira). Si deve ancora dimostrare che questo abbia nuociuto alla diffusione della conoscenza e dell’amore per l’arte stessa, senza considerare che le tecnologie di cui oggi disponiamo non si limitano a proporci una riproduzione di un’opera d’arte, ma ci fanno saltare dentro di essa, con un percorso che coinvolge udito (musica che si diffonde nell’ambiente durante la proiezione) e tatto (le immagini si muovono, mutando dimensione e punto di vista intorno allo spettatore, che può così provare a toccarle). 


I nativi digitali per eccellenza, i bambini, l’hanno adorata. Ho osservato mio figlio entrare immediatamente in simbiosi con le immagini, iniziando a rincorrerle per la sala, condividendo la sua meraviglia con gli altri piccoli partecipanti all’esperienza Klimt. Era curioso, gioioso e libero. E non sono emozioni che l’arte dovrebbe suscitare nell’animo di chi l'osserva? 
Uscendo dalla sala, dopo più di un’ora ininterrotta di proiezione, mio figlio mi ha detto: «che bello papino, lo rifacciamo?» È stato in quel momento che ho capito che sarà questa la ‘mostra’ che ricorderà fra quelle in cui l’ho trascinato nella sua infanzia, inginocchiandomi vicino a lui per bisbigliargli all’orecchio la storia magica che si nascondeva (con ampie licenze poetiche)  dietro quel quadro o quella fotografia. E se l’ego paterno ne è uscito un po’ ammaccato, un’idea si è fatta strada nella mia testa: e se fossi stato sempre io a sbagliare? Il lettore in solitaria, il sostenitore dei pochi ma buoni, l’amante dei viaggi per il gusto di osservare in disparte l’altro, il cercatore di domande sempre nuove nelle maglie del silenzio: tutto sbagliato se non lo si mette al centro di un’esperienza da condividere (in fretta). 
Atterrito da questo pensiero ho percorso la strada verso casa, mentre mio figlio mi riproponeva il quesito che più di ogni altro sovrasta la mia attuale vita di genitore: quale dei Pjmasks è il più forte? Secondo mio figlio è Gattoboy, non c’è storia. Io sostengo da tempo Geco, ma cosa direbbe un padre iperconnesso? Dovrei andare a controllare i ‘like’ dei vari personaggi (sono certo che esiste più di una pagina dedicata a questo cartoon)? Condividere subito la domanda con il popolo della Rete? E se questo diventasse il mio unico secondo di celebrità, lo vorrei davvero usare per Geco? 



Lascio a voi la risoluzione del quesito, rassicurato da un’altra massima Andy Warhol: «la vita è troppo breve per prendersela per un errore».     

domenica 12 novembre 2017

Il succo della storia secondo Tom Stoppard


Quando penso a Tom Stoppard e alla sua sconfinata produzione drammaturgica, la prima immagine che si consolida nella mia mente è la partita a badminton (in cui si usano domande al posto del volano), che Rosencrantz e Guildestern disputano nel testo che prende il nome dalla scelta di William Shakespeare di liquidare in una battuta i due amici-nemici di Amleto: «Rosencrantz e Guildenstern sono morti». Se il bardo ne decreta la prematura, benché meritata fine, nell’atto V scena II dell’Amleto, Stoppard dedica loro un’intera, travagliata, immaginifica e spudorata pièce che, a distanza da cinquant’anni dal suo debutto in Scozia, conserva tutta la sua energia e attualità. 


Ricordo che avevo la stessa età di Tom Stoppard quando debuttò con questo testo al National Theatre di Londra (29 anni), quando andai a spiare per la prima volta all’Haymarket Theatre Ros e Guil (così Stoppard ne addolcisce nomi e desideri) alle prese con il limbo temporale in cui il loro secondo creatore li intrappola, costringendoli a vedere la loro storia che si ripete. Ma l’idea di Stoppard non si ferma a questo primo livello di teatro nel teatro, osando creare un’ulteriore vista per noi, che guardiamo Ros e Guil ingabbiati in uno dei loro battibecchi semantici, mentre intorno a loro si dipana la storia di Amleto cui attendono di prendere parte, infastiditi da una strana compagnia di attori. Gioia pura. Ricordo le risate, la sfida raccolta per chi tenta di tenere il passo con le giravolte dialettiche in lingua inglese, l’energia che mi portai a casa mentre uscivo malvolentieri dal teatro e mi soffermavo a fissare le foto dei due protagonisti, infilati in un paio di botti da birra, ad aspettare il loro prossimo pubblico. 

Di qualche giorno fa la notizia dell’assegnazione del David Cohen prize alla carriera (uno dei più prestigiosi premi letterari per autori viventi di nazionalità inglese o irlandese) a Tom Stoppard che, all’età di 80 anni, ha dichiarato al giornalista del Guardian che era andato a intervistarlo: «Surely not yet», sostenendo di non essere ancora pronto a diventare un santino drammaturgico da tirare fuori a inaugurazioni e anniversari. Lui scrive ancora, sta lavorando a un nuovo testo ispiratogli, come sempre, dal suo presente, anche se non dai temi che sentirebbe più vicini alla propria sensibilità: «Io scrivo per i miei contemporanei e per i posteri, benché come diceva Lytton Strachey: ‘Cosa hanno fatto mai i posteri per me?’ […] eppure non mi sento ispirato dagli eventi che mi circondano come vorrei. La creatività non funziona così. La scintilla che ti ispira, che ti dà l’elettricità e il succo di cui hai bisogno per scrivere, non proviene necessariamente dai temi da cui vorresti che provenisse. È questa la parte difficile». 


Così, mentre aspettiamo che l’ispirazione faccia pace con Stoppard o lui con lei (su chi sia il più difficile ho dei seri dubbi), ci possiamo godere uno dei suoi spettacoli in giro per la Gran Bretagna e il mondo o magari leggerli, scoprendo così una delle peculiarità di Stoppard e di pochi altri autori teatrali del Novecento (Pirandello, Pinter, Hare): la capacità di nascondere nelle loro pagine piccoli gioielli narrativi altrettanto preziosi di quelli scoperti mentre si è seduti nell’oscurità protettiva di un teatro. 


domenica 5 novembre 2017

Future Library: capsula del tempo per scrittori


Quattro scrittori intrappolati in una capsula del tempo. 
La capsula però non è un grosso bulbo metallico in cui sono stati rinchiusi i corpi degli scrittori per far vedere alle generazioni future come si vestivano i narratori del XXI secolo, ma un’entità organica in continua evoluzione, in cui gli autori (e soprattuto le loro storie) rimarranno nascosti e protetti per cento anni.



Non è l’incipit di un romanzo di fantascienza, ma ciò che sta accadendo in una foresta che ancora non esiste in Norvegia per mano di Kate Paterson. Tutto è iniziato nel 2014, quando Kate, artista scozzese che fa dell’interazione fra il pianeta Terra e l’uomo il fulcro delle sue opere, ha lanciato il progetto Future Library, quello che lei stessa ha definito: «un’opera d’arte che respira. Organica, vivente, capace di dispiegare la sua essenza per oltre 100 anni». La libreria che si propone di costruire la Paterson sarà pronta solo nel 2114, quando i mille alberi piantati nel 2014 a Nordmarka, l’immensa area naturale che circonda Oslo, saranno abbastanza grandi per essere tagliati e triturati, tramutandosi così nei cento libri che l’artista scozzese ha deciso di mettere a disposizione dei lettori del prossimo secolo. 


Ma quali autori scegliere? Il progetto Future Library prevede che venga designato uno scrittore all’anno, garantendo il più possibile la diversità culturale e stilistica degli autori, guardando all’attenzione che hanno dimostrato nelle loro opere e nella loro vita per i temi legati al rispetto e alla convivenza fra esseri umani, nonché al legame che questo equilibrio ha con l’ecosistema in cui viviamo. Fino a ora sono stati scelti quattro scrittori, già chiusi nella capsula del tempo con cui abbiamo iniziato questo post: Margaret Atwood, David Mitchell, Sjón e pochi giorni fa Elif Shafak. Più note al pubblico di lettori le battaglie ambientaliste dell’autrice canadese Margaret Atwood e gli slanci futuristici e futuribili dei suggestivi personaggi del britannico David Mitchell (autore fra gli altri dello sconfinato, immaginifico e necessario L'atlante delle nuvole), meno forse le poesie del scrittore islandese Sjón (nome d'arte di Sigurjón Birgir Sigurðsson), che gli appassionati della cantante Björk ricorderanno come l’autore di molte sue canzoni (tra cui I've Seen it All, tema del film di Lars von Trier Dancer in the dark) e le battaglie per libertà di espressione dell’autrice turca Elif Shafak, che come ha ricordato Kate Paterson: «lavora da tempo per dissolvere ogni tipo di barriera: culturale, geografiche, politica, idologica, religiosa e spirituale, abbracciando e impersonando una pluralità di voci». 



L’autrice de La bastarda di Istanbul e di Tre figlie di Eva (entrambe pubblicati in Italia da Rizzoli) ha rilasciato da poco un’intervista al Guardian in cui racconta la sua esperienza liberatoria nel prendere parte alla Future Library, riuscendo così a fare a meno di qualsiasi vincolo autore-lettore. Elif sa, come i suoi tre compagni di capsula, che non sarà più fra noi quando qualcuno potrà leggere la sua storia: «Scrivo per persone che non potrò mai incontrare e allo stesso tempo scrivo per me stessa. Non devo più pensare alla loro reazione, devo solo scrivere perché credo in ciò che sto facendo». E qui forse che si nasconde il lato meno evidente del progetto Future Library. Protetti dai ritmi lenti di una foresta in divenire e liberati dall’interconnessione forzata del nostro tempo, gli autori scelti per essere intrappolati in questa capsula del tempo potranno tentare l’impensabile: scrivere solo per il loro diletto. Alessandro Piperno gradirebbe, chissà che Kate Paterson non pensi a lui nei prossimi anni.


domenica 29 ottobre 2017

Il manifesto del libero lettore (e scrittore): quando il diletto di Alessandro Piperno diventa anche il nostro


Aspettavo da tempo un testo di Alessandro Piperno che riprendesse e ampliasse gli articoli usciti negli anni sul supplemento culturale de Il Corriere della Sera (la Lettura), ‘camere con vista' sulla vita e le opere di grandi autori dell’Ottocento e del Novecento, che ho imparato ad aspettare come un piccolo dono domenicale alla mia sete di scrittura appassionata. L’incipit de Il manifesto del libero lettore (sottotitolo: otto scrittori di cui non so fare a meno), da poco pubblicato da Mondadori, parte proprio da uno dei suggestivi articoli di Alessandro Piperno, riprendendo l’aneddoto di un accumulatore seriale, nonché «stimabile slavista», che a cinquant’anni decise di ridurre drasticamente la sua sconfinata collezione di libri, non per un repentino cambio di personalità o perché in cerca della certezza che solo una conoscenza ridotta può assicurare, ma per una semplice questione di spazio. «I libri proliferavano in casa come canneti in una palude. Aveva più libri che ricordi». Ci rivela Piperno e per questo lo slavista arrivò a una decisione drastica: avrebbe conservato solo cento volumi della sua biblioteca. Un esercizio di selezione e valutazione che prometteva di stravolgere tutti i canoni letterari esistenti, con buona pace di Harold Bloom


Non vi racconterò come e se il nostro accumulatore seriale risolse il suo dilemma, anche perché neanche Piperno lo fa, ma questa storia deve servirci da monito: questo tipo di ossessione può facilmente farci varcare la linea invisibile fra libero lettore e lettore professionista. Il secondo «compulsa romanzi allo scopo di confermare le proprie idee sul romanzo», perdendo così il piacere «primigenio» di leggere un libro da dilettante («Il libero lettore è un dilettante, e come tale aspira al diletto»). Il libero lettore invece divide «i romanzi che producono endorfina da quelli che fanno venire l’emicrania» ed è questa l’unico tipo di classificazione che lo accompagna durante la sua vita di sconfinati piaceri: ecco la ricetta per il vero edonismo intellettuale. Sono solo a pagina 13 e già sono prigioniero di Alessandro Piperno, me ne accorgo perché inizio a rallentare la lettura de Il manifesto del libero lettore, comprendendo subito che sono in un territorio degno di Bohumil Hrabal, che considerava ogni frase al pari di una caramella da gustare lentamente fino a scoprire se al suo interno si nascondeva il retrogusto di Schiller o di Goethe, un luogo in cui pochi autori sono capaci di farti entrare, ma che il libero lettore riconosce al primo assaggio. 



E così inizio a immedesimarmi o a scontrarmi (il viaggio che ne deriva è altrettanto formativo e intrigante) con la visione ‘piperniana’ degli otto autori a cui il sottotitolo di questa raccolta di riflessioni fa riferimento: Tolstoj, Flaubert, Stendhal, Austen, Dickens, Proust, Svevo e Nabokov. Non perché siano i più importanti o i più significativi romanzieri degli ultimi due secoli e mezzo (rispetto a cosa e a chi poi?), ma perché sono quelli che il Piperno libero lettore ha letto e amato. Ne voglio ricordare due in particolare: il Charles Dickens affabulatore egocentrico, che usa le similitudini come un fioretto davanti al quale è impossibile rimanere impassibili e la Jane Austen «schiava di due padroni» (la fiaba virtuosa e il romanzo realista), che racchiude in questo conflitto il suo inferno e la sua astuzia. Ma Il manifesto del libero lettore è ricolmo di aneddoti e suggestioni da conservare nel cassetto più alto di quella scrivania dei ricordi a cui ci sediamo quando le nostre giornate diventano troppo pesanti per essere portate da qualche parte. È un libro che ci ricorda l’arte della libertà (nella lettura e nella scrittura) e il diletto che in essa si nasconde. 

domenica 22 ottobre 2017

Tutto è ancora possibile nel mondo di Elizabeth Strout



Con Tutto è possibile, raccolta di racconti pubblicata in Italia da Einaudi (traduzione di Susanna Basso), Elizabeth Strout ci riporta nel mondo di Lucy Barton (protagonista dell’omonimo romanzo pubblicato da Einaudi nel 2016) e nel paesino di Amgash in Illinois, in cui Lucy è cresciuta e da cui è fuggita per trovare la vocazione di scrittrice a New York. È proprio il libro di Lucy Barton, in bella mostra nell’unica libreria di Amgash, ad attivare un flusso di ricordi incrociati nei suoi concittadini. 


Come accade nel romanzo Lucy Barton, anche in questa raccolta di racconti la Strout fa fare ai suoi personaggi una corsa accidentata fra i loro ricordi, lasciando che rimbalzino sulle loro vite ‘comuni' e apparentemente ben organizzate, come biglie d’acciaio in un flipper fatto di carne. E non c’è scampo per le emozioni dei personaggi che si amplificano in un gesto su cui la Strout punta il microscopio, risucchiando nel buco nero della memoria e del rimpianto intere vite. Ma dopo il rifiuto, la rabbia e il dolore, i suoi personaggi trovano sempre un appiglio per tornare alla luce, acciaccati ma consapevoli e più forti. E sono i personaggi femminili, come spesso accade nelle storie della Strout (pensiamo alla sua eroina più famosa: Olive Kitteridge), quelli su cui la scrittrice punta più spesso il microscopio. Personaggi che la voce narrante ci presenta come trincerati in una mediocre normalità da cui non vogliono uscire, ma che inaspettatamente superano, raggiungendo il punto di non ritorno nelle loro vite. E nel farlo sono pronte a gestirne le conseguenze, dimostrando così una forza interiore che lascia il lettore ammirato e atterrito. Per creare questa alchimia narrativa la Strout non esita a usare lunghi flashback, che si intrecciano gli uni sugli altri, congelando il flusso temporale della storia principale, mettendo a dura prova il ritmo della narrazione. Ma il punto di rottura narrativo, a differenza di quello emotivo, non viene mai oltrepassato, portando il lettore a seguire le staffette di ricordi dei personaggi senza riuscire a staccarsene.


Fra i vari personaggi presentati al lettore dalla Strout, Patty Nicely, protagonista del racconto Mulini a vento, merita una menzione speciale. Donna amabile, come il suo cognome, tutor psicologico in un liceo, vedova di  Sebastian, uomo altrettanto amabile, morto cercando di dare il minor fastidio possibile, percorre una vita senza sussulti. Poi una sensazione si impossessa di lei, «la sensazione di avere un pezzo di caramella gialla, tipo una mou, appiccicata in fondo alla bocca». Una sensazione dolcemente fastidiosa, su cui la Strout costruisce un possibile futuro alternativo per Patty. Un futuro che parte dai suoi ricordi e le fa capire che il marito che aveva amato e odiato, perché incapace di avere rapporti intimi con lei, privandola così di una maternità a lungo idealizzata ed esponendola alle voci del paese («la gente non vede l’ora di sentirsi superiore agli altri»), era «la sola guaina» capace di proteggerla dal mondo. E allora la paura di aver sprecato tutta la propria vita si asciuga, lasciando posto alla consapevolezza di poter fare ancora qualcosa per gli altri, di essere nicely nonostante tutto. 


Ecco che il lettore ha una rivelazione: il panico che guizza in corpo ai personaggi della Strout, «come un pesce in risalita del torrente», è lo stesso che si dimena nello stomaco di tutti noi quando torniamo a casa la sera e un gesto compiuto migliaia di volte ci aggredisce con «una differenza pressoché insostenibile». La nostalgia ci invade e ci annulla. Ma è proprio in quel momento che la Strout ci viene in soccorso, dimostrandoci che a prescindere dall’età, dalla forza o dalle nostre certezze, tutto è ancora possibile.


domenica 15 ottobre 2017

L’anno della post verità

Alzi la mano chi non si è mai imbattuto sulla Rete o sui media nella parola post-truth (post-verità)?

L’Oxford dictionary ha dichiarato ‘post-verità’ parola dell’anno, inserendola a pieni voti nella lista di lemmi contenuti nelle sue prestigiose pagine. Ma cos’è esattamente la post-verità? Il britannico dizionario la definisce come “un aggettivo che identifica una situazione in cui i fatti oggettivi sono meno determinanti nell’influenzare l’opinione pubblica rispetto alle emozioni o alle opinioni personali”. Il suffisso ‘post’ non si riferisce quindi al concetto temporale del ‘dopo’, ma assume un significato valoriale. ‘Post’ diventa sinonimo di ‘superato’. La post-verità è un luogo in cui preferiamo vivere, un posto dove la verità, quella ‘oggettiva’, sostenuta da fatti verificabili e dalla voglia/necessità di approfondire un’idea o una posizione prima di dichiararsene ‘certi’, non solo non esiste, ma diventa priva di rilevanza


Grazie alla post-verità siamo andati oltre la vecchia, noiosa e verificabile verità, costruendoci decine, migliaia di scenari alternativi dove sentirci a nostro agio. E se personaggi come Donald Trump riescono ad inglobare con la loro post-verità un intero pianeta, portando il concetto di fake news a nuovi e inattesi trionfi, la post-verità mania sta assumendo dimensioni universali, tanto da attirare l’attenzione di studiosi, scrittori, filosofi, critici e soprattutto influencer, la versione fake dei precedenti. Cloni di Paris Hilton e Chiara Ferragni, capaci di influenzare milioni di like (leggi persone?), non perché portatori di una conoscenza o di un’idea, ma solo della loro post-verità in cui è vitale comprare questo o quel cosmetico per ottenere successo nella vita. Non è più necessario dover inventare una qualsivoglia motivazione che giustifichi un’azione: lo dice Chiara, io lo faccio. Da post-verità a dogma in un colpo solo. Chissà che invidia proverebbero i ‘buoni’ vecchi dittatori di una volta, di fronte a tale disponibilità all’indottrinamento.   


L’effetto post-verità è diventato talmente virale che anche un critico letterario integerrimo come Michiko Kakutani, potentissima e temutissima responsabile della pagina letteraria del New York Times, dispensatrice, soprattutto prima dell’avvento della post-verità, di successi e flop letterari, decide di lasciare il suo ruolo di chief book critic, dopo quasi 40 anni (entrò nella redazione Cultura del NYT nel 1979), per scrivere un libro che si intitola, pensate un po’, The death of truth. Un testo con cui Kakutani cercherà di capire come la post-verità sia diventata concetto chiave del nostro tempo e perché il suo Paese abbia scelto consapevolmente di essere guidato da un uomo (Donald Trump) che detiene lo scettro degli inveterati 'post-veritiani' (con una media di ben 4,6 fake news al giorno). 


E noi? Quale sarà la nostra scelta? Poco importa se abbracceremo il vangelo della post-verità per ciondolare fra le nostre stesse fake news satolli e sicuri di noi stessi. Che la post-verità sia la chiave per la beatitudine? 

domenica 8 ottobre 2017

Se la colazione vale più di Tiffany: cinema e letteratura a confronto

 

Letteratura e Cinema sono amanti di vecchia data. Il loro rapporto mi ha sempre ricordato quello fra Rossella e Rhett in Via col vento (penso soprattutto alla versione cinematografica del 1939 con Clark Gable e Vivien Leigh): inevitabile e tumultuoso. Sono molti i casi di romanzi che hanno trovato la loro definitiva consacrazione grazie alla trasposizione cinematografica, riempiendo, nella mente dello spettatore, lo spazio lasciato dallo scrittore all’immaginazione del lettore. Se infatti prima del 1939, chi leggeva Via col Vento di Margareth Mitchell avrebbe potuto farsi un’idea personale della bizzosa, impaziente ed egocentrica Rossella (che poteva differire da quella stampata nella mente dell’autrice che all’epopea degli O’Hara aveva dedicato dieci anni di lavoro), dall’uscita del film, per tutti Rossella è divenuta la ‘fastidiosa’ brunetta dai boccoli corvini e dalle labbra carnose impersonata da Vivien Leigh. Se questo sia un bene o un male è tutto da dimostrare, ma ha aperto la via a iperboliche discussioni fra i sostenitori delle due arti. 

In questa decennale guerra delle due rose, merita un posto d’onore la trasposizione cinematografica di un romanzo di Truman Capote, ambientato a New York negli anni cinquanta, che racconta la storia di uno scrittore promettente che non è riuscito a mantenere le promesse e una ragazza dal carattere caleidoscopico che per rilassarsi va a fare colazione all’alba, in abito da sera, davanti alle vetrine di Tiffany. Parliamo di Colazione da Tiffany, romanzo che Truman Capote dà alle stampe nel 1958 e da cui, nel 1961 Blake Edwards trae il film omonimo che trasformerà la sua protagonista (Audrey Hepburn) in un’icona senza tempo, personificazione di una donna emancipata e anticonvenzionale che segnò un secolo. 


A distanza di più di cinquant’anni dall’uscita del film, si trovano richiami continui alla sua protagonista su riviste, poster, borse e campagne media a prescindere dalla latitudine e dal contesto culturale. Tutti abbiamo ben stampata in mente l’immagine di Audrey Hepburn che si muove dividendo la folla di sconosciuti che le riempiono casa con il suo lungo bocchino nero. Galleggia come se stesse passeggiando pensierosa in una biblioteca di notte e non in una folle festa che solo l’arrivo della polizia potrà sedare. Le donne di molte generazioni l’hanno ammirata e invidiata, senza mai riuscire a odiarla, desiderando solo essere come lei. 


Notizia di pochi giorni fa è che la Holly Golightly mania ha compiuto l’ennesimo salto generazionale e in un asta di Christie’s a Londra lo script di Colazione da Tiffany con le annotazioni di Audrey Hepburn è stato battuto per 630.000 sterline, sette volte il prezzo stimato prima dell’asta, contribuendo a far raggiungere alla più ampia esposizione e vendita di oggetti personali dell’attrice mai organizzata la somma di 4.600.000 sterline. E se lo script è andato in mani sconosciute, molti degli oggetti venduti sono stati acquistati da ventenni e trentenni di oggi, disposte a sborsare 500 sterline per un paio delle decine di scarpe ‘modello ballerina’ indossate da Audrey/Holly, dimostrando che lo stile Hepburn è ancora attuale a distanza di quasi sessant’anni. 



Merito a Capote per aver creato questo personaggio o dell’adattamento di Hollywood? La Holly di Colazione da Tiffany immaginata dall’autore di A sangue Freddo fu infatti pesantemente rimaneggiata da Blake Edwards perché fosse in linea con le aspettative del ‘grande pubblico’, con tanto di happy ending sotto la pioggia con gatto senza nome annesso. Scelta che Capote non gradì, avendo immaginato per la ‘sua’ Holly la separazione da Paul (lo scrittore in crisi coprotagonista del romanzo) e un viaggio per il Brasile in solitaria. Il pubblico di tre generazioni ha adorato il finale hollywoodiano, ma siamo proprio sicuri che l’happy ending sia un bisogno imprescindibile? E se anche lo fosse, non varrebbe la pena di provare a sorprenderlo questo ‘grande pubblico’?