domenica 18 febbraio 2018

Il fosso in cui cerca di attirarci Herman Koch

A distanza di sette anni da La cena, romanzo con cui lo scrittore olandese Herman Koch ha raggiunto la fama internazionale, esce in Italia Il fosso (edito da Neri Pozza – traduzione di Giorgio Testa), storia di un politico (Robert Walter), sindaco di Amsterdam, che, ossessionato dal probabile tradimento di sua moglie, inizia a dedicare alla vita privata l’attenzione che fino ad allora ha concesso solo alla carriera. Riesce così a uscire da se stesso e osservarsi mentre parla con il presidente francese in visita in Olanda, cerca di sabotare il progetto di una centrale eolica, ignora una minaccia di suicidio di un suo collaboratore scoperto a rubare, partecipa al funerale del collaboratore che si è ‘inopportunamente’ suicidato, cerca di dimostrarsi sempre il più arguto, spiritoso e affasciante fra gli uomini presenti in una sala. 


La continua maschera che deve indossare, non sembra però dargli lo stesso piacere di un tempo, ma ammettere che forse non gliene ha mai dato vorrebbe dire accettare che tutta la sua vita non ha avuto senso. E allora è molto meglio concentrarsi su sua moglie Sylvia, sulle sue intemperanze, sui suoi cambi di umore, sul suo essere così sicura di cosa sia ‘bene’ e ‘male’, comportamenti ‘tipici’ della sua meridionalità (Sylvia è originaria di un paese del sud Europa di cui Robert non ci vuole dire il nome, per non far capire verso chi si indirizzano i suoi pregiudizi). Inizia così un viaggio nella mente del protagonista, cui il lettore partecipa immedesimandosi subito con l’uomo che si nasconde dietro il sindaco di Amsterdam. Insicuro, egoista, capace di ignorare tutto e tutti pur di ritagliarsi dieci minuti di tranquillità, Robert incarna in sé tutte le nostre debolezze, senza vergognarsene, ma legittimandole, almeno nei dialoghi con se stesso.  



Narrato in prima persona da Herman Koch, Il fosso è una corsa sulle montagne russe dei ricordi del suo protagonista che inizia a scandagliare la propria vita per capire dove e se è iniziato l’inganno. Forse quando era con il suo migliore amico Bernard, «stesi su un prato con le teste una vicina all’altra e un filo d’erba fra i denti, a fissare il cielo blu. Ragazzini che prima cercavano di scoprire animali e altre forme nelle nuvole di passaggio, ma poi passavano a fantasticare su cosa c’era dietro quelle nuvole». Oppure quando, grazie all’insistenza di Bernard, ha incontrato sua moglie in un minuscolo paesino lontano da tutto, e lei lo ha scelto non perché se ne era innamorata, ma perché diverso da tutti gli altri uomini: debole, dolce, incapace di tradirla. O ancora quando, ascoltando suo padre che gli comunica che ha deciso di porre fine alla sua vita, Robert non è in grado di dire nulla per fermarlo. L’inganno è sempre presente, forse perché Robert stesso ne è l’incarnazione. E se Kock si è confrontato con il dilemma del flusso di coscienza (quando e per quanto tempo è possibile lasciarlo scorrere senza che il lettore perda l’orientamento) con esiti non sempre fluidi, dobbiamo dare il merito all’autore di aver costruito tutta la narrazione attorno a un unico interrogativo: Perché scendiamo a compromessi? Perché ignoriamo chi ci ama pur di non ammettere con non ci ama più? Perché la praticità prevale sull’etica? Perché democrazia e bellezza non possono andare d’accordo? Perché è necessaria una pesante dose di alcol per dire la verità? Perché fare la cosa giusta per se stessi è sbagliato per tutti gli altri? Tutte domande che si pone e ci pone il protagonista de Il fosso, non trovando mai una risposta soddisfacente, ricordandoci così che: «la più grande sfida che è stata posta a memoria d’uomo è il perché», sfida da cui nessuno di noi è esente. 

domenica 11 febbraio 2018

L'ispirazione di Richard Ford

La vita. Forse sarebbe questa la risposta che vi darebbe Richard Ford se gli chiedeste da dove trae l’ispirazione per le sue storie. La vita in tutti i suoi movimenti impercettibili intorno a noi. È da lì che l’autore di Rock Springs, Sportswriter e de Il giorno dell’indipendenza (per cui ha vinto sia il Premio PEN/Faulkner sia il Pulitzer) parte per creare i personaggi e soprattutto i luoghi che fanno da sfondo alle sue storie. Luoghi che, come ricorda Sandro Veronese sono descritti in maniera così vivida e partecipata da diventare essi stessi personaggi. 

È proprio l’autore di Caos Calmo a intervistare Richard Ford nella serata organizzata alla Triennale di Milano da la Lettura, l’inserto settimanale de Il Corriere della Sera, per premiare il libro che una giuria di 300 giornalisti, autori e studiosi di letteratura ha insignito del titolo di miglior libro del 2017. Si tratta di Tra loro (edito da Feltrinelli e tradotto da Fabio Cremonesi), storia autobiografica che racconta le esperienze di un ragazzino bianco che vive nel profondo sud degli Stati Uniti (Jackson, Mississippi). Siamo alla fine degli anni ’50 del Novecento, in piena segregazione razziale, in un luogo “lontano anni luce da New York, dove nessuno scriveva o leggeva libri e bisognava imparare presto a difendersi perché l’odio era proprietà comune”. Eppure è proprio in questo luogo che il giovane protagonista di Tra loro si innamora delle storie contenute nei libri di William Faulkner e Eudora Welty e decide, dopo la morte di suo padre, di diventare uno scrittore. E lo stesso Richard Ford a raccontarlo ai suoi lettori accorsi alla Triennale: “Volevo fare per i lettori quello che i miei autori preferiti avevano fatto per me. Volevo scrivere libri perché fossero utili, senza pensare al successo o ai critici, ma per farlo avevo bisogno di tempo e di concentrarmi su una sola cosa, senza distrazioni. Il mese prima del nostro matrimonio [l’autore di Tra loro è sposato da cinquant’anni con Kristina Ford, cui dedica tutti le sue opere] ero ancora una volta senza lavoro, dopo aver provato inutilmente a fare qualsiasi cosa non fosse scrivere. Mia moglie mi chiese cosa volevo diventare nella mia vita. Io per la prima volta l’ho dichiarato: penso che farò lo scrittore. Lei mi disse: ok, allora io lavorerò e tu resterai a casa a scrivere. È così è stato”. 


Semplice, sentendo parlare questo grande narratore che si appresta a compiere il suo settantaquattresimo compleanno, sembra che ogni scelta nella sua vita sia stata semplice. Anzi rettifico (perché Ford è un amante della parola giusta al posto giusto) non ‘semplice’, ma ‘naturale’, perché semplice non lo è mai. Ascoltando la voce calda e pacata di Richard Ford che ripercorre le decisioni della sua vita, ci scopriamo a chiudere gli occhi e a entrare nel suo mondo, alla guida di una Buick Roadmaster del 1953 azzurra con il tettuccio bianco, mentre la polvere si solleva ai lati della strada al nostro passaggio e le insegne di legno attaccate ai palazzi bassi cigolano appena, lamentandosi per il caldo. Le ruote bicolori scorrono morbide e sempre più lente, affondando nell’asfalto come se fosse burro d’arachidi. Tra poco si fermeranno all’incrocio e tutto intorno sarà silenzio. È Ford che prende il controllo per ricordarci che scegliere è naturale come respirare, ciò che conta è sapere dove si vuole arrivare. 


E se è più facile raccontarlo quando il futuro ci ha dato ragione, permane il dubbio nel pubblico che quell’uomo dalle braccia lunghe e sottili, con i capelli bianchi come neve d’alta quota, sarebbe stato contento anche se avesse fatto il dottore, il contadino o il commesso viaggiatore come suo padre e “sarebbe andata benissimo così”. Ma forse siamo solo prigionieri in una delle sue storie.



domenica 4 febbraio 2018

La magia intermittente di Carla Vasio per diventare invisibili


Il nuovo libro di Carla Vasio (Invisibile edito da Exorma) è uno strano ‘oggetto’ che metterà a dura prova il lettore abituato a ritmi sostenuti e lessico essenziale tipico di molta narrativa contemporanea. E non poteva essere altrimenti, la sua autrice, esponente del Gruppo 63 (gruppo di poeti, scrittori e studiosi artefici di una ‘rottamazione’ ante litteram nel panorama letterario italiano della metà del Novecento), non è certo una scrittrice che segue la corrente. 


Invisibile narra la storia di una donna (Viviana): invisibile per tutti fino al momento in cui non diventa necessaria, dotata di un potere invisibile (a metà fra la pranoterapia e la magia), che sembra abitare in un luogo invisibile (una cittadina che tutti possiamo vedere, ma che solo lei percepisce fino in fondo). Con lei c’è sempre l’io narrante dell’autrice, che osserva con occhio rapito e curioso Viviana e prova a portarci dentro il suo mondo con parole che sono però incapaci di descrivere realmente ciò che prova una donna dotata di poteri che nessuno comprende fino in fondo (nemmeno lei stessa). Poteri che la costringono a privarsi non solo delle persone o delle cose, ma anche del loro desiderio. 

Il flusso narrativo è fondato su un tentativo di usare «impurità descrittive», schegge di memoria e metafore ardite, di cui la stessa autrice è conscia, per stanare il senso di una esistenza di una persona che, pur dedicando tutta se stessa a aiutare chi soffre attorno a lei, è sempre e comunque sola. Sola perché diversa, sola perché utilizza il linguaggio di un’energia che lei (e nessun altro) sente fremere in tutte le cose. Un’energia di cui malati di ogni genere si cibano e grazie alla quale guariscono, ma che poi preferiscono dimenticare appena escono dalla casa di Viviana per non doversi porre troppe domande sulla validità di alcune leggi fisiche e sociali che la loro ‘guaritrice’ ha spazzato via con un solo tocco delle mani. Maga, sensitiva, pranoterapeuta, strega, pazza, veggente, Viviana viene etichettata in molti modi dalle persone che incontra, fin da quando (da bambina) piegava le posate sfiorandole con un dito o attraversava le porte senza bisogno di aprirle, ma nessuno sembra essere interessato a conoscere la vera essenza di questa donna, nessuno tranne l’io narrante, che condivide con il lettore i suoi dubbi e le sue ansie nel trovarsi sull’orlo di un burrone emotivo da cui non sempre osa sporgersi. E qui forse c’è uno dei punti deboli di Invisibile: la necessità dell’autrice di continui stand-by della storia, per confrontarsi con i propri dubbi o per confermare al lettore quale sia il modo ‘giusto’ per interpretare la storia di Viviana, come se non potesse bastare il flusso narrativo a spiegarlo. 


La necessità di ribadire il proprio punto di vista sugli eventi turba il lettore più dell’evolvere della storia, indebolendola e frenando il flusso di pensieri e di dubbi che il lettore stesso sarebbe in grado di generare se non vi fosse la presenza così ingombrante dell’autore. Un altro elemento da considerare è che l’io narrante, nel raccontare la storia di Viviana, inserisce, ex abrupto, dei richiami a studi filosofici e testi della mitologia norrena, senza dare al lettore il minimo appiglio per collocarli coerentemente nella narrazione.



Peccato, perché l’idea di Carla Vasio di confrontarsi con il ‘magico’, senza utilizzare il linguaggio tipico di romanzi o saggi che hanno fatto di questa terra di mezzo fra realtà e immaginazione il loro terreno di caccia esclusivo, è davvero degna di interesse.   

domenica 28 gennaio 2018

Il sindaco del rione Sanità secondo Mario Martone

Andare a uno spettacolo teatrale diretto da Mario Martone è come legarsi all’albero maestro di un veliero e lasciarsi trasportare dentro una tempesta di cui non siamo in grado di vedere la fine. Non sappiamo quando e se ne usciremo ed è questa consapevolezza a rendere il viaggio indimenticabile. E se nella mia mente si accende una piccola luce ogni volta che penso alla trasposizione di Martone delle Operette Morali di Giacomo Leopardi (del Dialogo di Federico Ruysch e delle sue mummie ricordo ancora i movimenti di scena, i costumi, le pause e tutte le magnifiche domande che in esso sono contenute), l’esperienza de Il sindaco del rione sanità (in scena al Teatro Piccolo di Milano fino al 28 gennaio) è più simile a una discesa in un pozzo.

Capiamo subito che è assai più profondo di quanto ci appare, eppure l’attrazione che esercita su di noi è potente e senza scampo. A ogni battuta dei personaggi di questa commedia di Eduardo del 1960, capiamo che tutti gli eccessi e la volgarità di cui sono impregnati sono molto più prossimi a noi di quanto abbiamo mai osato pensare. Scopriamo che il boss Antonio Barracano, cui si rivolgono pietosi e penitenti gli abitanti del rione Sanità (quartiere di Napoli che lui controlla), è prima di tutto un uomo con sogni, rimpianti, amori più o meno dichiarati e aspettative per un futuro lontano dal potere che pure in lui sembra risplendere. E per questo che, quando si trova a dover risolvere l’ennesima faida basata sull’onore fra un padre e un figlio, decide di non ricorrere alla violenza. Eppure è grazie alla violenza che ha messo in atto per vendicare uno ‘sgarro’ che il giovane Antonio, figlio e nipote di pecorai, è diventato il boss del quartiere. Ed è sempre per merito della violenza che oggi ha una bella casa, una famiglia cui non fa mancare nulla e il ‘rispetto’ del rione Sanità. Ma quando incontra Arturo Santaniello (il padre della faida che Antonio vorrebbe ricomporre), che oppone la sua fiera ‘onestà’ alle richieste del sindaco del rione Sanità, ne rimane colpito e trattiene il suo istinto che lo porterebbe a costringere Santaniello ad accettare una pax camorristica con la forza. Lo fa pensando che forse la strada dell’onore non passa solo per la lama di un coltelloSarà una debolezza che Antonio Barracano pagherà con la vita, quasi Eduardo volesse ricordarci che alcune scelte non sono reversibili, indipendentemente dalle nostre illusioni. 

La dolce amarezza con cui Eduardo De Filippo ferisce e protegge i suoi personaggi, con un tocco che in questa pièce e paragonabile a quello di Shakespeare nel Macbeth, è stata amplificata dalla messa in scena di Mario Martone, con una regia che, pur attualizzando manie e debolezze dei protagonisti di questa storia universale, rimane molto fedele al testo, come se avesse la consapevolezza di trovarsi di fronte a un cubo di Rubik narrativo in cui ogni lato è già arrivato alla perfezione. Anche gli attori, Francesco Di Leva (un Antonio Barracano molto più giovane di quello creato da Eduardo) e Massimiliano Gallo (perfetto nel ruolo di Santaniello senior), sembrano sentire la responsabilità del testo che indossano per noi. Perfetti nel loro ruolo, come Martone, così attento a non inquinare il tocco eduardiano da perdere in slancio immaginifico, ma forse non ci sono abbastanza lustri a separarci da Eduardo per osare stravolgerlo.

domenica 21 gennaio 2018

La memoria di ogni uomo è la sua letteratura privata

La memoria è uno strano meccanismo che si accende nei momenti meno opportuni e ci costringe a confrontare quello che volevamo essere con quello che siamo e il risultato non è mai soddisfacente. 


Qualche sera fa ero in un taxi che sfrecciava a velocità di curvatura su un groviglio di strade del trevigiano. Fuori dal finestrino costellazioni di finestrelle illuminate di cui la nebbia nascondeva i contorni. Stavo cercando di mettere a dormire una giornata infinita, una di quelle che ti si materializzano addosso, quando tenti di far entrare gli impegni di una settimana in poco più di dieci ore senza cedere mai alla consapevolezza che potrai anche farcela, ma questo comporterà la distruzione di un pezzetto del tuo cervello che non ricrescerà mai più. 


Gli occhi scandagliavano il ciglio della strada alla ricerca di un appiglio per liberare la mente dalla prigione del corpo, un nuovo mondo in cui tutte le regole che il nostro ci impone non esistono più. È così che mi sono trovato a parlare con Aldous Huxley. Era a pochi centimetri da me, sul sedile dell’auto, indossava un abito grigio con una pochette gialla nel taschino. Aveva i capelli arruffati e lo sguardo vitreo a fissare il tappetino di plastica nero su cui poggiavamo entrambi i piedi. Aveva bisogno di parlare e anch’io, per questo rimanevamo zitti ad aspettare. Poi il taxi si è fermato e lui è sceso, lasciando la portiera aperta. Era il segnale, se c’era qualcuno che poteva aiutarmi a fuggire in un nuovo mondo era lui. Una frazione di secondo, la paura che si nasconde dietro il silenzio ed eccomi a camminare su un sentiero fangoso. Mi libero della cravatta, sperando sia l’ultima volta che riesco a ricordare il significato di quella parola e di tutte quelle che le fanno compagnia nella mia mente: compromesso, programma, necessario, controllo, responsabilità, tempo, rimpianto

Il mondo nuovo (Brave New World)romanzo di Huxley del 1932, realizza il sogno di Eduardo De Filippo: una pace, una pace eterna senza morte. Niente più scelte, niente più ricordi ingombranti a tormentarci, niente più coscienza, responsabilità, doveri. Gli esseri umani vengono suddivisi in caste in base alle loro potenzialità e una volta classificati non dovranno fare altro che seguire il proprio destino. Persone libere di vivere ogni esperienza senza domandarsi se sia ‘giusta’ o ‘sbagliata’. Quello che li guida è il piacere, la necessità di assecondare la propria essenza. E se il condizionamento che viene impartito a ogni abitante del nuovo mondo di Huxley non dovesse funzionare, c’è sempre il soma, droga che viene somministrata dallo stato ai cittadini per garantire loro una vita in cui ogni responsabilità è demandata, con gioia, alla collettività. 
Huxley è arrivato davanti a una quercia. Me la indica senza guardarmi. Alla base dell'albero c’è un buco. Sono pronto a seguire le orme di Alice e lanciarmi nel mondo dove, sono sicuro, sarò libero da ogni dubbio. Già, il dubbio, ma nel mondo di Huxley è vietato leggere. Mi domando se riuscirei davvero a essere felice senza i miei amati libri e le storie che conservano. Allora mi fermo a un passo dall’albero cavo, chissà se posso già chiedere a Huxley una capsula di soma, così mi butto e la faccio finita. 



Esito, e l’albero scompare e io mi ritrovo davanti a un albergo sospeso in una piatta radura fra un viadotto della tangenziale e una fabbrica fatiscente. Mi infilo il cappello, l’umidità è una dentiera aguzza per la mia cervicale, non mi piace infagottarmi così, ma è necessario. Programma, controllo, responsabilità, tempo, rimpianto.


domenica 14 gennaio 2018

Il giovane robot di Sakumoto Yosuke

Il primo post del 2018 di imago2.0 ci porta nel mondo di un giovane robot. Ci riferiamo a quello creato dalla mente di Sakumoto Yosuke, scrittore trentaquattrenne che da più di quindici anni combatte con la schizofrenia e con la profonda sensazione di diversità (nella sua accezione più negativa) che questa malattia ha piantato nella sua anima. Come spesso accade ai ‘diversi’, la lettura prima e la scrittura poi, sono diventati per Sakamoto il luogo della ricerca di un mondo ‘più aperto’ del proprio in cui trovare un posto.


Tutto è iniziato con la pubblicazione sul portale CRUNCH MAGAZINE di estratti della storia di un robot dalle fattezze umane così perfette da sembrare un qualsiasi quindicenne e frequentare la terza media in una scuola giapponese (il sistema scolastico nipponico prevede 6 anni di elementari, 3 di medie e 3 di superiori). Tezaki Rei (questo il nome del robot) inizia così a osservare la valanga di pubescenza con cui si trova a convivere e, da bravo robot, raccoglie ogni tipo di informazione per decifrare le regole di quel sistema sociale. Missione tutt’altro che facile e non solo per un robot. L’amicizia, l’amore, la paura, l’irruenza e la caparbietà che scandiscono le giornate di un adolescente ci vengono descritte da Rei come rompicapi che fanno surriscaldare i suoi circuiti, rischiando di farne fallire la missione: solo decodificando questi comportamenti, il professor Mojima Jiro, esperto di robotica, potrà produrre il robot perfetto che servirà al meglio gli esseri umani (Asimov insegna). Andando avanti nella storia, il lettore scoprirà che proprio la necessità di voler soddisfare ogni aspettativa degli esseri umani che ha di fronte, porterà il giovane robot a deluderli. Rei (che in giapponese significa zero) capirà che annullarsi pur di piacere agli altri (perché fin dall’inizio sembra questa la sua missione) può portare solo all’autodistruzione. Il giovane robot entrerà in crisi e inizierà a porsi le domande su se stesso che aveva sempre evitato, rivelando una natura molto più umana delle persone con cui si confronta. 


Il giovane robot è un romando di formazione che riesce, fin dalle prime pagine, a far tifare il lettore per il suo protagonista, sfatando molti falsi miti sulla competitività del sistema educativo e sociale giapponese, ma è anche un osservatorio privilegiato sulla società che ci circonda e sul desiderio di piacere che l’attanaglia, desiderio che, se non soddisfatto, porta alla flagellazione (di se stessi o degli altri), risucchiando nel silenzio ogni possibilità di vivere il presente. Solo quando entrerà in scena Sago, ragazza innamorata del giovane robot che si interesserà a lui per quello che nasconde e di cui si vergogna, Rei si riapproprierà della sua vita e il lettore scoprirà che, in perfetto stile pirandelliano, niente è come sembra.



Con uno stile essenziale, che abolisce ogni gioco linguistico, Sakumoto riesce a far percepire in ogni pagina la necessità di raccontare questa storia che nasce sì dalla sua esperienza personale di solitudine, ma diventa ben presto universale, trasformandosi in passione, rivalsa, bisogno di condivisione. Sentimenti che tutti abbiamo provato e combattuto, non solo nell’adolescenza. Il lettore è sempre dalla parte di Rei e per questo è disposto a sopportarne anche le ossessioni, a cominciare da una sfrenata passione per il pingpong, unita alla necessità di descriverne con improvvisa e tenace precisione ogni scambio e ogni regola, a scapito del ritmo della narrazione. Il protagonista del romanzo Il giovane robot (pubblicato in Italia da edizioni e/o – traduzione dal giapponese di Costantino Pes), con la sua abilità di funambolo delle emozioni che cerca di evitare ogni contatto con gli esseri umani riuscendo solo a peggiorare la situazione, e la sua caparbietà nell’esplorare mondi paralleli che solo lui può vedere, sembra uscito fuori dalle pagine di un romanzo di Lewis Carroll o di Diana Wynne Jones ed è quindi perfetto per trasformarsi in un personaggio di un film di Hayao Miyazaki. Chissà che non lo diventi. 

domenica 17 dicembre 2017

Tempo di Libri riparte da Andrea Kerbaker


Nuove date, nuova location, nuovo approccio, la seconda edizione di Tempo di Libri, la fiera internazionale dell’editoria di Milano, si presenta ai giornalisti de Il Corriere della Sera  attraverso le parole di Riccardo Franco Levi (presidente dell’Aie - Associazione italiana editori) e Andrea Kerbaker (il suo nuovo direttore). Dopo lo scontro titanico con il Salone Internazionale del libro di Torino del 2017 (senza esclusioni di colpi bassi da entrambi i lati) che portò a una rottura fra grandi e piccoli editori, i primi (tutti attorno all’Aie) presenti solo a Milano e i secondi (schierati con Torino) presenti solo al Lingotto, Milano riparte leccandosi le ferite imparando dagli errori e cambiando registro. I toni sono, almeno apparentemente, più morbidi nei confronti del Salone di Torino, ma la voglia di primeggiare sull’avversario non più dichiarato rimane, almeno nelle parole del presidente dell’Aie, che punta a far diventare Milano la capitale italiana del libro. Per farlo il duo Levi-Kerbaker ha deciso di cambiare le date (da aprile dello scorso anno, troppo a ridosso del Lingotto, all’inizio di marzo), la location (dalla sede della Fiera di Rho a quella di Fieramilanocity vicino al nuovo complesso di City Life) e gli orari (altra grossa pecca della prima edizione), prolungati fino alle 22:00. 


La novità che ci porta a sperare in un approccio più orientato ai visitatori della Fiera che alla sfida con Torino è la scelta del direttore di Tempo di Libri: Andrea Kerbaker. Milanese doc, 57 anni, scrittore, professore alla Cattolica, collaboratore de Il Corriere della Sera, collezionista di libri (ne possiede più di 30.000 volumi, molti dei quali conservati nella sua Kasa del Libro) è soprattutto lettore appassionato e creatore di eventi culturali (ricordo ancora le sue felici intuizioni su un ciclo di eventi al Colosseo durante la giunta Veltroni) che puntano a far vivere l’arte e la letteratura al visitatore in maniera inclusiva e coinvolgente, cosa di cui abbiamo molto bisogno per tentare di incrementare il numero sempre più esiguo di lettori appassionati (più che ‘forti’ io vorrei che fossero appassionati) in Italia. E quindi ben venga l’idea di silenziare la fiera per alcuni minuti per diffondere i versi di Leopardi per celebrare i duecento anni de L’infinito, così come i percorsi di autore, che daranno la possibilità ai visitatori di avere come anfitrione uno scrittore che parlerà di libri in mezzo ai libri, e il rapporto stretto che Kerbaker sta intessendo con la Buchmesse per avere a Milano uno spazio internazionale. Se l’obiettivo, come racconta Kerbaker, è  far sì «che la gente abbia voglia di venire» a Tempo di Libri, tutte queste iniziative saranno benvenute, siamo disposti ad accettare anche lo spazio yoga e l’oroscopo, se messi in un angolino dalle luci soffuse, l’importante è che una volta attirati i visitatori, l’offerta di contenuti, questa volta letterari, sia tale da far uscire le persone dagli stand con qualche libro in mano e la voglia di leggerlo. 


L’augurio che facciamo a Tempo di Libri e al suo nuovo direttore è proprio questo: comunicare alle persone la gioia assoluta che si può nascondere dentro le pagine di un libro. Raccontare che è unica, perché ogni lettore mette in quello che legge un pezzo di sé e questo farà la sua esperienza diversa da quella di qualsiasi altro lettore che si confronta con quelle stesse pagine. Ma quell’esperienza sarà anche un volano per creare amicizie, sfide e alleanze con chi avrà seguito i protagonisti della storia che avremo letto, senza considerare i meravigliosi dubbi che, incrociando le dita, il mondo creato dall’autore avrà saputo suggerirci. 

L’appuntamento con Tempo di Libri è a Milano dall’8 al 12 marzo 2018, lo aspettiamo speranzosi.