domenica 18 giugno 2017

Lo scrittore preoccupato di Elizabeth Strout


Esattamente un anno fa iniziavo a raccontarvi il mio ‘innamoramento’ per Elizabeth Strout e il suo Mi chiamo Lucy Barton, un romanzo in cui la protagonista (Lucy) racconta, in prima persona, una sua convalescenza in ospedale negli anni ’80. La degenza e le visite di una madre tutt’altro che convenzionale, costringeranno Lucy a un viaggio in se stessa da cui il narratore estrarrà per il lettore alcuni ricordi. Non sono ricordi felici, ma sono quelli più intimi, quelli che i personaggi della Strout sono così abili a nascondere agli altri e al contempo a vivisezionare continuamente per se stessi. Ricordi che rimbalzano su vite comuni e ben organizzate, come biglie d’acciaio in un flipper. 

La casa editrice Viking ha ora pubblicato in USA Anything is possible, una raccolta di racconti con cui Elizabeth Strout ridà vita al personaggio di Lucy Barton. Questa volta però il punto di vista si frammenta, accompagnando una moltitudine di personaggi che hanno in comune Lucy e il paesino (Amgash – Illinois) in cui Lucy è nata e cui ritorna suo malgrado. Con Elizabeth Strout, Lucy condivide la professione, entrambe scrittrici affermate, le origini, entrambe nate in un paesino lontano da tutto (la Strout è però nata nel Maine) e il piacere di camminare per ore nelle campagne intorno ai loro luoghi natii senza incontrare anima viva. Lucy diventa in Anything is possible una di noi. Spia la fauna umana che popola Amgash e tenta una loro classificazione accorgendosi che è impossibile. 

In un articolo di qualche giorno fa sul Guardian, Elizabeth Strout ci dice che proprio in questo, nella creazione dei suoi personaggi e dei punti di vista che essi possono far intravedere al lettore, si annida la sua passione per scrivere. Se la piccola Elizabeth camminava senza meta nei boschi del Maine, sentendosi più uno spirito che una persona, imparando così a osservare i particolari della Natura e a dilatare il tempo a suo piacere, crescendo ha iniziato a sentire la mancanza delle persone.  Si è cominciata a porre una domanda: “What did it feel like to be someone else?” Come ci si sentirebbe ad essere qualcun altro?  Su questa domanda si è incastonata l’ossessione per la scrittura di Elizabeth Strout. Non poteva accettare di vedere il mondo esclusivamente dal suo punto di vista, non era abbastanza. Per questo ha iniziato a crearne altri, sviluppando un’abilità a penetrare nei pensieri dei suoi personaggi, strato dopo strato, così da mostrarci la materia che impasta e sporca le loro vite: la paura.  Una paura compressa, urlata, usata come arma per colpire gli altri o se stessi, ma comunque potente e multiforme.


Con questa stessa paura ha a che fare lo scrittore. Paura di non essere apprezzato, letto, capito. Paura di ferire persone con quello che scrive.  Paura di rivelarsi troppo agli altri. Blocchi che anche Elizabeth Strout ha imparato a superare (è lei stessa a raccontarcelo), realizzando che era sempre stata “too careful for a long time”. Troppo attenta a non ferire se stessa e gli altri, troppo cauta nello scavare nelle miniere dei personaggi, troppo preoccupata dagli esiti di questi scavi. Quando ha provato a scrivere e basta, i continui rifiuti (Elizabeth Strout ha iniziato a essere presa in considerazione come autrice dopo numerosi tentativi e solo superati i quarant’anni) sono diventati dimostrazioni d’interesse prima e pubblicazioni poi. 


Siete avvisati aspiranti scrittori preoccupati in ascolto: don’t be too careful, parola di Elizabeth Strout.


domenica 11 giugno 2017

La vecchiaia? La vetta della vita, parola di Lidia Ravera

Leggendo Il terzo tempo, il nuovo romanzo di Lidia Ravera, edito da Bompiani, mi è tornato alla memoria un passo di Furore di Steinbeck. Mentre la martoriata famiglia Joad si sposta sulla Route 66 dall’est all’ovest alla ricerca di una possibilità di vita migliore, muore il nonno. I familiari, ridotti alla fame, non sanno come fare perché non hanno i soldi per farlo seppellire. Alla fine troveranno una persona che dirà poche parole per salutare l’estinto. Attraverso questo personaggio minore Steinbeck ci ricorda che i problemi, quelli veri, restano ai vivi, che, a differenza del nonno Joad, non hanno traiettorie prestabilite da percorrere per arrivare al traguardo che accomuna tutti gli esseri umani. Ne Il terzo tempo Lidia Ravera, attraverso la protagonista Costanza, signora âgée che eredita un ex-convento e prova a trasformarlo in una comune, riprende questo tema, provando a dimostrare che con il passare degli anni la visibilità resta assai ridotta e le ‘certezze’ sulla terza età, cui spesso ci aggrappiamo, sono solo stereotipi da ribaltare.


La prima domanda che vorrei fare all’autrice è come nasce l’idea e l’urgenza per questo libro.
Questo è il terzo romanzo di una trilogia sul tema della vecchiaia, dopo Piangi pure e Gli scaduti. Chiaramente c’è l’urgenza che ho sempre sentito, fin dal mio primo romanzo (era il 1976), di occuparmi del trascorrere del tempo. Penso sia il grande tema per chi nasce, come me, con l’angoscia del limite della vita e lo sente sempre presente fin dall’infanzia o dall’adolescenza. Crescere e vivere con questo tipo di ‘patologia’ sarebbe stato intollerabile se io non avessi provato a raccontarlo. Ho scritto Ammazzare il tempo che avevo ventisei anni, Maledetta gioventù quando ero una quarantenne e Eterna ragazza quando ero una cinquantenne. Ho bisogno della scrittura per indagare questa condizione umana che ho sempre trovato intollerabile, quindi l’urgenza non finisce mai, finirà con me. I miei lettori avranno reportage anche dalla quarta età e forse anche dal finire della mia vita. Tutte le mie protagoniste hanno seguito questa ricerca. 
Costanza ha 64 anni, i suoi genitori sono morti e si è appena separata dal compagno di una vita (Dom) per evitare la crudeltà della vecchiaia («quando sei vecchia ogni giorno stai peggio del giorno prima») e trovare un nuovo progetto di vita. Eppure, quando si ritrova a passeggiare da sola nell’ex-convento che le ha lasciato in eredità suo padre, «una dimora sontuosa negli spazi e nuda negli arredi», sente che la serenità che imporrebbe quel luogo non le basta, anzi la atterrisce. Ha bisogno di un progetto concreto a cui aggrapparsi. Per questo proverà la strada della comune per «gente vecchia». Quanto della forza rinnovatrice di Lidia Ravera è confluita in Costanza e cosa invece la distingue da questo personaggio?
Io e Costanza condividiamo la volontà di continuare a imparare, per continuare a imparare bisogna fare attenzione, per fare attenzione bisogna essere curiosi e quindi amare la vita. In questo siamo molto simili, quando smetti di imparare smetti di vivere, imparare cose nuove è un modo per tenere lontano la morte. Ci somigliamo anche perché siamo delle pasticcione. Costanza non è granitica nelle sue decisioni, cambia idea ogni tre capitoli, oscillando fra momenti di disperazione e assoluta certezza, senza perdere mai la generosità di contraddirsi pur di andare avanti. Come tutti i personaggi dei miei romanzi, ci ho messo dentro qualcosa di mio, ma Costanza è prima di tutto una persona. Alquanto insistente direi. Si è piazzata nella mia vita e non se ne va più, impartendomi lezioni continuamente. Raccontare la sua storia è stato come fare una passeggiata in montagna, è in salita certo, ma, man mano che sali, vedi qualcosa in più e quando sei sulla vetta vivi un momento entusiasmante. La vecchiaia è un momento entusiasmante della vita, purtroppo viene sterilizzato da stereotipi che impediscono di vedere il panorama complessivo. 


Parlando di stereotipi, un altro tema forte nel libro è l’effetto della vecchiaia a secondo del genere. Costanza invidia gli uomini, la loro licenza di essere brutti, panciuti, scialbi, pelati. La vecchiaia ha ancora due pesi e due misure così distanti?
Sì, alle donne non viene concesso invecchiare, coincidono con la natura e quindi devono essere sempre fresche, mentre gli uomini possono trasformare in fascino l’esperienza, l’ironia, il potere. Un fascino che le donne, anche quelle più giovani, gli riconoscono. Per questo gli uomini invecchiano più serenamente non dovendo perdere tempo a negare lo loro età, mentre le donne spesso cadono sotto i colpi dell’ingiustizia che le vuole fissate alla loro età fertile. Le donne devono essere fresche e giovani, ciò le fa invecchiare male, con dolore. Il vantaggio è che gli uomini che ti guardano quando superi i 60 anni sono davvero pochi, ma quelli che lo fanno sono i migliori, quindi in qualche modo la società ci aiuta a perdere meno tempo a selezionarli. 


Anche lei è caduta in questo stereotipo?
Anch’io ho sentito il disprezzo degli uomini per le donne non più giovani. Ho avuto anche la fortuna di incontrare uomini che cercano ben altro della ‘carne fresca’ in una compagna, ciò non toglie che la mia sensazione sia che la rivoluzione femminista è una rivoluzione interrotta, sarà completa solo quando uomini e donne invecchieranno allo stesso modo, quando anche alle donne sarà consentito di trasformare in fascino la loro esperienza, dimenticando la freschezza che si addice più alle insalate che alle persone.  
Non pensa che oggi assistiamo a un rafforzamento dell’attenzione per l’immagine che prescinde dal genere? Penso a molti uomini che stanno diventando schiavi dell’estetica e della ricerca di un’eterna giovinezza al pari delle donne.
Dilaga la stupidità, il narcisismo, il consumismo, la superficialità. Tutte derive pericolose e preoccupanti. Questo processo che sovrastima il corpo perché teme che dentro non ci sia nulla, prescinde dal genere. Certo se posso perdonare le donne che ricorrono alla chirurgia plastica, perché tartassate per tutta la loro vita dall’immagine della ventitreenne incombente, non riesco a fare lo stesso con gli uomini. A loro non è stato chiesto per secoli di essere ‘belli’, se l’uomo non vuole più approfittare di questo vantaggio la responsabilità è solo sua. 


Quanto tempo ha investito in questo romanzo e quanto è stata sofferta la sua gestazione?
I romanzi hanno bisogno di tempo per maturare dentro lo scrittore attraverso gli anni. Come tutti i romanzi che ho scritto, la prima metà è tutta in salita. Soffri, rinunci, riprendi, non sei sicuro di quello che potresti offrire al lettore, poi all’improvviso arrivi alla fine della salita, hai ‘scollinato’. Da quel momento il romanzo sembra scriversi da sé, sono i personaggi a guidarmi. 
Quindi all’inizio non aveva un’idea precisa della trama del romanzo?
Avevo una situazione in mente. Quella iniziale: non voglio invecchiare in coppia, perché la coppia è declino allo specchio, non voglio invecchiare da sola perché la solitudine mi fa paura. Voglio invecchiare in gruppo. Vado a cercare quel gruppo, se sono d’accordo invecchierò con loro altrimenti ne sceglierò altri. Li sceglierò come si fa con l’equipaggio di una barca. Devono essere pochi, coraggiosi, simpatici e bravi a navigare in una storia che non può avere un lieto fine. Insomma una ricerca. Con la scrittura sono sempre alla ricerca.   
C’è stato un membro dell’equipaggio che l’ha messa in difficoltà durante la traversata de Il terzo tempo?
È stato un buon equipaggio, mi ha subito appoggiato. Forse mi ero messa bene in ascolto. Sono stata attenta a non costruire i santini del ’68. Gli ex-compagni della comune di quando Costanza era ragazza non erano degli eroi, ma delle persone vere. Forse i personaggi più difficili da far vivere sono stati i compagni ritrovati.

Cos’è che le fa dire che il personaggio che ha di fronte è pronto per essere condiviso con il lettore? 
Deve essere reale. Devo poterci parlare e avere con lui un contraddittorio. Deve essere un buon conduttore di narrativa, permettendoti di far emergere la sua storia. Aver vissuto tanto aiuta. Ho incontrato decine di persone, ho fatto centinaia di esperienze, ho letto migliaia di romanzi. La mia vita è sempre stata consacrata alla letteratura e questo, insieme alle esperienze che ho vissuto, mi offre una bisaccia da cui pescare innumerevoli storie dotate di una loro solidità. 
Quali sono i personaggi che ha amato di più nella sua vita?
Ho molto amato Mrs Ramsay il personaggio centrale di Gita al faro di Virginia Woolf. Mi ha insegnato cos’è il femminile, che io ho rifiutato per anni, costruendo la mia identità sulla negazione di mia madre. Quando ho incontrato Mrs Ramsay ho capito che il femminile può essere molto affascinante, avevo incontrato una donna che sapeva cosa voleva dire godere della felicità altrui. Fra i miei personaggi amo molto Costanza e poi Iris di Piangi Pure, una protagonista di 79 anni. Con lei ho davvero lanciato il cuore oltre l’ostacolo, all’epoca della sua ‘creazione’ non avevo ancora sessant’anni. Entrambe sono eroine dell’irrequietezza, come molte delle mie protagoniste. 
C’è un libro che ha tenuto sul comodino mentre scriveva Il terzo tempo
No, non faccio più discesine. Quando ero più giovane le usavo, ora ho smesso, ma è un ottimo strumento per iniziare a scrivere. Basta prendere un libro di un autore che ami molto e leggerne qualche pagina poco prima di iniziare a scrivere. Serve a scaldare il motore e a donarti una fluidità che è un regalo delle pagine che hai letto.
Se dovesse dare un consiglio a uno scrittore esordiente che, come lei, punta alla ricerca nei romanzi, quale gli darebbe?
Farsi aiutare dall’intelligenza degli altri. L’intelligenza degli altri è nei libri e la tua cresce leggendo. L’intelligenza narrativa è una forma di intelligenza particolare, un misto di lucidità e emotività che si trova nei libri degli altri. Devi pensarti come una tazza in cui versare libri su libri, finché il liquido non deborda e scivola giù su un piattino. Su quel piattino c’è il tuo romanzo. Anche prendere appunti è importante, portarsi sempre un quadernino dietro. Andando a lavoro, in viaggio, a fare un passeggiata sotto casa, c’è sempre qualcosa da notare. Se la noti e poi l’annoti, diventa patrimonio della tua vita da cui attingere per la scrittura. Il motivo più vero per fare lo scrittore è che della vita non butti via niente. Tutto serve, tutto diventa utile. 



domenica 4 giugno 2017

Alla ricerca di un'epifania

Le epifanie si nascondono nei luoghi più impensati. 


All’ombra di un olivo qualsiasi in mezzo a piante millenarie, sui bordi smussati di un porticciolo a forma di anello di pietra, dietro le spalle di un’Afrodite immersa  nei limoni, persino sotto un sassetto che vi siete chinati a raccogliere e che vi rigirate in mano, come se fosse l’ultimo pezzo di un puzzle di cui non vedete ancora l’immagine completa. 



È inutile provare a controllare queste sensazioni. Lasciatevi cadere su un tappeto d’erba e sollevate lo sguardo per scoprire se il cipresso che vi ha ostruito il passaggio sia davvero un dito che punta qualcosa (e se lo fa da cento anni senza distrarsi quel ‘qualcosa’ deve essere importante). È quello che è successo a me in un anfratto del più grande lago d’Italia. 

Siamo a San Vigilio, all’estremità settentrionale del golfo di Garda. Le guide turistiche vi ricorderanno tutti i personaggi famosi che hanno amato questo luogo: Winston Churchill, Laurence Olivier, Maria Teresa D’Austria, Vivien Leigh, come se un’emozione potesse attivarsi a comando per puro spirito di emulazione, lasciate stare, ne ricavereste solo noia. 


Se avete bisogno di un personaggio a cui ispirarvi, tirate fuori il vostro smartphone e cercate ‘Agostino di Brenzone’. Basta il nome a pensare a una bella storia, sembra quello di un personaggio di Umberto Eco e già ce lo immaginiamo che vaga di notte in un castello con un libro segreto sotto il braccio. Quasi. Agostino era uno scrittore e un avvocato (perché anche nel XVI secolo vivere di sola scrittura era un affare per pochi) che si mise alla ricerca di un luogo dove coltivare il silenzio. Per questo trasformò il bordo di lago in un ‘non-luogo’ dove possono convivere le affabulazioni di un borgo toscano con quelle delle coste amalfitane o liguri, circondate da quella sospensione di sensi che solo il lago può offrire. 


In una villa circondata da busti romani, statue greche e giardini rinascimentali, Agostino ha composto un trattato (De vita solitaria) che forse non ha segnato le sorti della letteratura mondiale, ma a vedere i luoghi da lui creati, disseminati di citazioni di suoi versi, dove in ogni passo si nasconde una possibilità di ascolto nuova dell’animo umano, gli deve aver donato un grande piacere e questo è uno stato invidiabile in uno scrittore. 


Il viaggiatore che si troverà a percorrere il viale di cipressi che porta alla casa che fu di Brenzone, avvertirà subito questo piacere e godrà della sua piccola epifania, sorseggiando un silenzio profondo, che lo porterà a bearsi prima e poi a liberare la sua gioia su carta.  


domenica 28 maggio 2017

I barbari di Steinbeck secondo Alessandro Baricco



La prima volta che ho incontrato Alessandro Baricco ero insieme a duemila persone asserragliate nella Sala Santa Cecilia del Parco della Musica di Roma per uno degli eventi più attesi di Libri Come. Era ancora forte l’eco del suo I barbari saggio sulla mutazione (edito da Fandango prima e da Feltrinelli poi) che raccoglieva una serie di riflessioni del patron della Scuola Holden sulla mutazione che sta subendo la cultura occidentale e sulle presunte orde barbariche che su di essa si erano abbattute. Orde che hanno creato paura, barriere, muraglie che lo stesso Baricco ci dice «non difendevano dai barbari: li inventavano».


Il pensiero va al piccolo saggio Lo spettro dei barbari - Adesso e allora, in cui Zygmunt Bauman fa impennare i suoi (e i nostril) pensieri sulle impervie colline dell’etimologia. Il vocabolo da cui parte il sociologo polacco è proprio ‘barbaro’. Per gli antichi greci ‘barbaros’ erano tutti coloro che non erano greci, persone che parlavano un diverso idioma, basandosi su un sistema di regole (sociali, economiche ed etiche) non conforme a quello greco. Poi sono arrivati i romani che, nel formare il loro impero, hanno inglobato questa diversità, digerendola nel proprio sistema sociale in modo che ogni cittadino dell’impero fosse prima di tutto un romano e poi qualcos’altro. Chi non era disponibile a diventare parte del 'blob imperiale' diventava un ‘barbaro’. Diverso, ignorante, sporco, cattivo. Pronto a tutto pur di rubare al romano le sue ricchezze.


Barbari sono anche i protagonisti del romanzo di John Steinbeck Furore che Baricco ha messo in scena a Torino in un sabato sera di maggio, utilizzando al meglio le sue doti di affabulatore. In uno spazio industriale in cui il tempo era sospeso dalle vibrazioni musicali di Francesco Bianconi, Baricco ha pirandellianamente materializzato, per un pubblico affetto da sindrome di Stendhal acustica, la barbarica famiglia Joad, pronta a subire qualsiasi violenza pur di arrivare nella ‘loro Roma’: la California.


La voce di Baricco parte e con essa la nostra mente, abile tessitrice di paure. Immaginate occhi. Occhi immensi, scavati. Occhi affamati, così affamati da far risuonare il tamburo che ognuno di noi nasconde nella pancia: PERICOLO. Scappare fino a che le gambe lo consentono o rimanere pietrificati, sperando che il predatore di turno ci creda morti. La pelle tesa del nostro stomaco continua a vibrare, una moltitudine sta arrivando. Non riusciamo ancora a vederla, ma sentiamo i loro occhi, nella notte, ai bordi delle nostre città. Sappiamo che hanno subito ogni genere di sopruso e per questo li temiamo. Chi non ha nulla da perdere è il più forte.


I nostri occhi si fanno piccoli, noccioli di olive essiccati al sole. Volevano molte cose: notorietà, prosperità, facilità, anche una strana cosa che si chiama stabilità bancaria. Ora sono spenti, incapaci di mettere a fuoco le moltitudini. «Arrivano dalle montagne, affamati e infaticabili come le formiche […] i bambini hanno fame, gli adulti non hanno un tetto. […] Erano affamati ed erano agguerriti, avevano sperato di trovare un focolaio e trovarono solo odio».  

La voglia ora di leggere il romanzo di Steinbeck ci divora e la paura di ritrovare in quegli occhi secchi i nostri non basta ad asciugare il nostro furore.



domenica 21 maggio 2017

Le nostre anime di notte secondo Kent Haruf



Scrivere una storia è un’operazione suicida. L’anima dell’autore è su una piccola imbarcazione, di notte, al centro del più burrascoso degli oceani (la trama), compresso fra compagni di viaggio che sembrano essere stati messi al mondo solo per creargli problemi (i personaggi). All’orizzonte una serie di iceberg giganti che sta all'autore decidere di circumnavigare o evitare, dando vita al ritmo narrativo. Il Titanic insegna quanto sia difficile da prevedere la presenza di un iceberg, le sue dimensioni, la sua pericolosità o mobilità. Eppure è questo che fa uno scrittore. Quando arriva sulla sponda del lettore apparirà riposato e sorridente, come se avesse appena fatto la cosa più naturale del mondo. La storia che ha narrato non poteva andare che a quel modo, il verosimile è diventato vero più perfetto perché privo di tutte le noiose pause del reale e arricchito da colpi di coraggio e di viltà che il lettore vorrebbe far subito suoi.



Una dimostrazione pratica di questo genere di imprese ce la offre Kent Haruf (scrittore americano che ha raggiunto la notorietà a 56 con il suo Canto della pianura con cui è stato anche finalista al National Book Award) nel suo Le nostre anime di notte (EnneEnne Editore, Milano 2017). Poco più di 160 pagine di perfette virate narrative nel più piccolo oceano che esista, una minuscola e polverosa cittadina del Colorado, accartocciata su se stessa, dove nulla dovrebbe accadere.


Eppure una storia c’è e non appena Haruf, con la sua padronanza dell’essenziale, ce la svela, ne veniamo attratti come falene da un manto di stelle che sembra essersi avvicinato così tanto alla Terra da poter essere toccato. Le stelle in questione, sono quelle di Addie Moore e Louis Waters, due anziani vedovi che decidono di fare quanto di più sconveniente ci sia, affermare che hanno ancora voglia di provare emozioni, condividerle, raccontarsele. Ed è forse qui uno dei segreti di questo romanzo: ognuno dei due personaggi ha decine di narrazioni al suo interno e non tutte vengono percorse dall’autore. Egli però le mostra, con la stessa delicatezza che avremmo noi se ci cadesse fra le mani il primo fiocco della prima neve: immobili a contemplare la meraviglia.


Leggere Le nostre anime di notte regala al lettore la stessa sospensione emotiva che abbiamo quando sentiamo di aver conosciuto una persona che potrebbe diventare importante nella nostra vita. Per un attimo vorremmo abbandonarla per sempre per paura di scoprire che ci deluderà. È quell’attimo che ci mostra Haruf e noi ne siamo ammaliati. Questo libro crea una poesia del movimento narrativo, trasformando l’essenzialità di una parola ‘comune’ in un distillato di sensazioni amplificate, come se il lettore potesse avvicinare il naso al bordo della cittadina dove Haruf ha nascosto i suoi personaggi per annusarne l’essenza.

Anche per questo Le nostre anime diventa una droga soave da cui non è possibile sganciarsi, possiamo solo immaginare la fatica e la precisione di ogni colpo di remo che Haruf ha spinto nelle acque narrative intorno agli iceberg di Addie e Louis, ciò che sappiamo è che ogni frase asciutta, ogni aggettivo mancante e ogni narrazione interrotta (per lasciare spazio alla nostra immaginazione) non è casuale. 


Se avessi la fortuna un giorno di poter scegliere un’anima di cui essere il co-pilota in questa insensata e irrinunciabile traversata notturna che è la scrittura, quella Kent Haruf sarebbe fra le mie preferite.  

domenica 14 maggio 2017

C’è ancora speranza nel cambiamento? I nuovi eroi di Dave Eggers

La mia passione per Dave Eggers parte da lontano, dai tempi del suo secondo romanzo (Conoscerete la nostra velocità – 2002), testo che ho amato più de L'opera struggente di un formidabile genio, romanzo d’esordio del 2000, entrato nella mitologia letteraria statunitense delle opere prime (best seller del «New York Times», candidato al Premio Pulitzer, apprezzato da autori poco inclini ai complimenti come David Foster Wallace). Conoscerete la nostra velocità colpiva per una scrittura lucida e disarmante, incastonata nel tema dominante di Dave Eggers (ogni autore si dice lavori sempre attorno allo stesso tema): la ricerca di se stessi attraverso il viaggio.

 
Dal 2002 Eggers ha scritto molti titoli, ibridando prosa e saggistica, con alcune incursioni nella sceneggiatura, senza dimenticare mai di confrontarsi con la realtà sociale, economica e politica che lo circondava (fra gli ultimi romanzi: Il cerchio del 2014 e I vostri padri, dovesono? E i profeti, vivono forse per sempre? del 2015, entrambi editi in Italia da Mondadori).
 

Con Eroi della frontiera, Eggers racconta una terra ricca di suggestioni come l’Alaska, lontana dalla visione magica e picaresca dei cercatori d’oro, definendola un «Kentucky freddo ma con i prezzi di Tokio», in cui i suoi personaggi cercano il più difficile dei tesori: la felicità.
 
Per trovare la “sua” felicità, arriva in Alaska a bordo dello Chateau (un vecchio camper) anche Josie, con i due figli Paul e Ana. Sono alla ricerca di una nuova vita in cui Josie non è più un’odontotecnica, inseguita dai sensi di colpa e da una causa giudiziaria, né è la compagna di Carl, incapace come marito e come padre («un invertebrato con la cacarella»). In un luogo dominato dai grandi spazi, in cui la Natura prevale con la violenza del clima, del fuoco e delle tempeste, Josie sente di poter essere, per la prima volta, artefice del proprio destino.
 

Attorno a Josie si muove una vera e propria corte dei miracoli, tratteggiata con occhio empatico e benevolo da Eggers: la sorella Sam, l'amica Deena, il campeggiatore, il vecchio Charlie, che accompagna i ragazzi a vedere lo spettacolo del Mago di Lussemburgo, e soprattutto Paul e Ana, i figli di Josie. Paul «aveva ciglia spettacolari, che incorniciavano occhi azzurro ghiaccio [...] occhi da prete glaciale». Un bambino ragionevole, dolce e responsabile, che sa prendersi cura di sua sorella. Ana, cinque anni, «una minaccia continua al contratto sociale [...] non stava mai ferma, nemmeno quando mangiava, un animale con gli occhi verdi ed un'esplosione di capelli rossi». Figli non facili da gestire, come tutti i figli: «navi da guerra senza memoria».

 

L’occhio dell’autore si accomoda sulle spalle di Josie, seguendola nei suoi tentativi di cambiamento, indipendentemente dal loro esito. Crea per lei un ottimismo a tutti i costi, una tenacia che sfocia nella testardaggine, tutto pur di sostenere il coraggio di mettersi in gioco (che Dave Eggers ha sempre apprezzato nei suoi personaggi), rischiando ogni presunta certezza che il mondo le ha offerto. Josie ha tutto quello che serve per farcela, le sue cose più preziose: i figli, i soldi in un sacchetto di velluto, qualche vestito e un DVD di Tom e Jerry in spagnolo.

 


Eggers, con Eroi della frontiera, sembra proporre al lettore un varco fra le profezie catastrofiche che dipingono il nostro futuro e quello dei nostri figli come segnato irrimediabilmente, mostrando una terra in cui «c’è un domani» e se, come per Josie, è necessario qualche bicchiere in più di chardonnay per metterla a fuoco, non è uno scotto così alto da pagare.


domenica 7 maggio 2017

Le Anime Scalze di Fabio Geda e la palestra del romanzo



Incontro Fabio Geda nella sua città, in piazza Borgo Dora a Torino. Siamo in un luogo molto speciale dell’antica capitale dei Savoia, è qui che centinaia di ragazzi e non solo affollano le aule della Scuola Holden di Alessandro Baricco per trovare il loro modo di fare scrittura. Ed è qui che Fabio mi aspetta appoggiato alla sua bicicletta nera. Mi ricorda subito Ercole, il quindicenne protagonista del suo ultimo romanzo Anime scalze (Einaudi) che, con la sua fedele bici nera, percorre chilometri per trovare se stesso.
Iniziamo a camminare per Borgo Dora, dove il sabato si tiene uno dei mercati più grandi e suggestivi di Torino, e coraggiosamente ci fermiamo a bere una birra seduti all’aperto, mentre un vento, stupito di scoprirsi ancora minaccioso a fine aprile, ci danza intorno.
Mi piacerebbe cominciare a parlare di Anime scalze, proprio da Ercole, un ragazzo nato in una famiglia complicata, con una madre che ha abbandonato i suoi figli e un padre che è rimasto con loro solo fisicamente, inzuppando la sua mente nell’alcol. Il lettore è subito rapito da questa storia e prima ancora dal suo protagonista. Quando lo segue ancora piccolo mentre si infila a letto, rannicchiandosi a fissare le crepe da cui, Ercole ne è certo, usciranno dei mostri pronti a succhiarlo a morte come se fosse una caramella, ecco è quello il momento in cui mi sono detto: “Ecco, Ercole mi ha fregato”.

Da dove è partito Fabio Geda per creare questa storia e il personaggio di Ercole? E come è nata la scena iniziale del romanzo in cui Ercole è sul tetto di un edificio con un fucile in mano e la polizia che lo assedia?
La storia di Ercole nasce proprio da questo incipit. Mi è venuto in mente tantissimi anni fa. Il tetto di un capannone su cui si era asserragliato un adolescente che aveva con sé un bambino molto piccolo e sotto c’era la polizia che gli intimava di scendere. Non sapevo chi fosse il ragazzo, chi fosse il bambino e la relazione che c’era fra loro. Avevo solo la percezione che l’adolescente stesse difendendo il bambino e che lo facesse per difendere anche una parte di sé. Ma da quest’idea alla storia la strada è stata lunga. Parecchi anni dopo quest’intuizione, a casa di mio fratello, mi sono imbattuto in un libro fotografico di Mike Brodie e leggendo le prime righe della sua biografia mi si è aperta un’immagine e da quell’immagine è nata la storia. Ho cominciato a scrivere e non mi sono più fermato fino a quando non sono arrivato a Ercole, così come lo potranno scoprire i lettori.
In ogni storia c’è un evento, spesso rappresentato da una persona, che sconvolge l’equilibrio del protagonista e fa muovere tutto l’impianto narrativo. In questo caso è Viola. L’amore, il primo amore di Ercole. È lei che fa tornare a casa Ercole, dopo il loro primo incontro, in uno stato di beatitudine che lei descrive molto bene, come se avesse «nella testa l’aurora boreale e nello stomaco un tuffo in piscina». È la prima volta che Fabio Geda racconta un amore adolescenziale?
Sì, volevo che ci fosse una storia d’amore in questo libro perché non ne avevo mai raccontata una fra adolescenti. I miei personaggi erano sempre stati troppo impegnati nelle loro battaglie o nelle loro fughe. Forse avevo paura di scriverla e invece questi personaggi nella mia testa hanno cominciato a muoversi e ho capito che si stavano davvero innamorando. Sono due tipi di adolescenti molto diversi fra loro. Ercole nasce dalla mia esperienza di anni di educatore in ambienti difficili, Viola è la classica ragazzina di buona famiglia, piena di sogni, passioni e gioia di vivere che incontro spesso quando sono nelle scuole a parlare di libri. Sono due tipi molto diversi e farli contaminare a vicenda è una delle ricchezze di questa storia. Vi si nasconde anche una speranza: mi piacerebbe che questi due mondi si incontrassero davvero e spesso nella realtà.


Il tema dei talenti, spesso sprecati o sprecabili, ricorre nel romanzo. Ercole disegna per esorcizzare le sue paure, è bravo ma né la famiglia né la scuola lo aiutano a coltivare la sua vena artistica. Il talento è un hobby “sfoga pensieri”, così come è accaduto per sua nonna, una pittrice. «Non tutti possono permettersi di avere cura dei propri talenti. È questa la verità». Lo dirà a Ercole sua madre, parlando della nonna del protagonista che, pur essendo molto brava, aveva smesso di dipingere, assorbita, precettata dai suoi doveri. C’è un modo per sfuggire a questa chiamata al dovuto che schiaccia il voluto?
Sta dicendo una cosa verissima, su cui non avevo riflettuto. Mi sta svelando qualcosa che è uscito in modo inconsapevole. Probabilmente c’era quest’esigenza dentro di me, ma non l’ho preimpostata. Credo nasca da una riflessione che faccio spesso con i ragazzi delle scuole, quando mi chiedono come si fa a diventare scrittore e se volevo diventare scrittore fin da ragazzo. Ai ragazzi dico che loro sono in un’età in cui scoprono i loro talenti e saranno chiamati a coltivarli caparbiamente nel resto della loro vita. Gli dico che io non avevo idea che avrei fatto lo scrittore nella vita e quando ho cominciato a capire che avevo una certa capacità di scrivere non osavo sognare di poter fare solo quel lavoro per vivere. Sapevo di avere un certo talento narrativo, non sapevo ancora con quale forma potevo esprimerlo al meglio, ma non ho mai smesso di coltivarlo. Quello che conta è l’allenamento, partendo però da una base di talento. Penso che a furia di fare questo discorso mi sia entrato dentro. Questo è un libro che possono leggere tutti, ma mi piacerebbe che fossero soprattutto i coetanei dei protagonisti di questa storia a leggerla e a non rinunciare a coltivare i loro talenti.

Parliamo di Asia. Sorella maggiore di Ercole, sempre pronta a difenderlo e a sostituirsi a due genitori assenti. Una donna che ha le labbra come quelle di una statua, «un taglio nel marmo», che tiene strette dentro di sé tutte le emozioni che incontra sul suo cammino, proprie o altrui, convinta che basti perderne una per andare in frantumi. È grazie a lei che Ercole capisce che nessuno, neanche sua sorella, è indistruttibile e che in una famiglia si può imparare dagli altri indipendentemente dal ruolo che hanno. È proprio così?
L’idea che adulti e ragazzi si educhino a vicenda è molto presente nel libro. Credo ci sia un grosso equivoco nel linguaggio utilizzato per descrivere l’evoluzione della vita di un uomo. Abbiamo una parola per alcune fasi della vita ma non per altre. Usiamo “infanzia”, “adolescenza”, “giovinezza”, ma poi passiamo subito all’età “adulta” che copre venti/trent’anni della vita di un uomo, ma dentro quell’adulto ci sono molte sfumature che non possiamo ignorare. Una persona di trenta è molto diversa da una di quaranta che, a sua volta, è molto diversa da una di cinquanta. Questo perché non esistono ragazzi e adulti. Tutti siamo in divenire. Con questo libro volevo raccontare che la relazione fra ragazzi e adulti funzionerebbe molto meglio se entrambi percepissero la controparte come una realtà in divenire. Sono tutte persone e nessuno arriverà mai a uno “stadio” stabile del suo sviluppo. Spesso noi ci “vendiamo” ai ragazzi come qualcuno che sa, che è statico, ma è un errore. Gli adolescenti soffrono spesso per questo, vedendo gli adulti come qualcuno che si è fermato e questo li allontana. Perché allora creare delle barriere su qualcosa che non è neanche vero?

Ercole è un fine osservatore di cose, situazioni e persone. Si lascia cadere sul sedile di un autobus a caso e va in giro per la città a osservare le persone, «la complessità degli uomini». È un’abitudine che mutua dal suo creatore? Se andassimo sui mezzi pubblici di Torino incontreremmo anche Fabio Geda che ci osserva?
Uno dei ricordi più forti che ho della mia adolescenza è il viaggio in pullman verso il liceo. Mi sedevo vicino al finestrino e osservavo la città che si risvegliava. È una cosa che ho sempre amato fare. Una cosa che faccio quando sono in una città che non conosco. Prendo un autobus a caso, senza sapere dove va, mi siedo e osservo, fino al capolinea e poi indietro al punto di partenza. Questo mi ha permesso di scoprire cose che non avrei mai scoperto, affinando la mia capacità di osservazione. Non l’ho mai fatto nella mia città, come fa Ercole, ma è bello pensare che lui si senta straniero nella sua città e quindi lo viva in questo modo.

Nel suo precedente romanzo Se la vita che salvi è la tua trattavi il tema dell’inquietudine di una generazione di 35-45enni che non sapeva più dialogare con il mondo che la circondava, perché formata su logiche, sistemi socio-economici e aspettative che non esistono più. Per questo il protagonista del romanzo, Andrea Luna, fuggiva. Con Anime scalze siamo alle prese con una nuova fuga, c’è la stessa inquietudine in Ercole? E i nostri adolescenti stanno vivendo un cambiamento traumatico come quello che hanno vissuto i loro genitori?
I ragazzi non sono cambiati. La scoperta di se stessi, dell’altro sesso, il bisogno di affrancarsi dalla famiglia, tutto è uguale a venti o trent’anni fa. Sono i genitori a essere molto cambiati nei loro confronti. Riescono meno bene della generazione precedente a nascondersi dietro allo status di “adulto”. Sono spesso incerti e indefiniti come l’adolescente. Quindi l’autorevolezza la devono conquistare sul campo, con i fatti, con le risposte che convincono e vengono comprese dal ragazzo come da un adulto. Oggi abbiamo due tipi di ragazzi: quelli annichiliti dall’ansia per il loro futuro che noi gli abbiamo trasmesso e quelli che invece sono già consapevoli, troppo consapevoli. Hanno dovuto capire cosa fare della loro vita prima di quanto abbiamo fatto noi. La loro lotta è più dura della nostra. Se pensiamo a ciò che leggono i ragazzi nella fascia di età 14-18, ai primi posti ci sono saghe che raccontano futuri alternativi sempre caratterizzati da virus letali, terremoti sociali, economici, politici, libertà fondamentali ignorate. Questo ci deve far pensare.
Pensa che la letteratura per ragazzi sia vissuta ancora in Italia come letteratura di serie B?
Purtroppo è così, anche se è molto più difficile scrivere per ragazzi che per adulti. Scrivere per ragazzi, dove per ragazzi intendo fascia 11-14, vuol dire creare protagonisti in cui si possano ritrovare. Se creo una storia con un protagonista adolescente credibile, con un buon ritmo e una buona storia, piacerà. Bisogna conoscere i ragazzi di oggi, muoversi in mezzo a loro e così ritrovare il se stesso ragazzo, senza imitarli, scimmiottarli. La cosa più importante e difficile è trovare la propria voce da ragazzo e usarla per comunicare a tutti, adulti compresi, con una lingua alta, solida, in modo che i ragazzi attraverso la lettura della tua storia possano arricchire il loro linguaggio.

Anche in questo libro ci sono molti riferimenti alla pittura. Nel suo romanzo precedente il protagonista rimaneva in estasi a fissare Rembrandt, in Anime scalze ci sono riferimenti a colori e disegni che materializzano le emozioni. Quanto è importante l’aspetto visivo per Fabio Geda?
Molto. Sono decisamente un visivo. Ragiono, invento storie per immagini. Le mie parole sono un tentativo di dare vita a quelle immagini. Tutti i miei libri sono scritti come se davanti ai miei occhi ci fosse quella specifica scena.
Ha mai pensato di scrivere per il cinema?
Mi piacerebbe moltissimo. Non ho ancora avuto il tempo. Nel 2017 festeggio i miei primi dieci anni da autore pubblicato. In questi dieci anni volevo giocarmi la carta narrativa del romanzo in modo potente. Ogni mio romanzo è una palestra, un laboratorio per capire se posso fare cose diverse, situazioni diverse. Mi piacerebbe ora provare la strada del cinema, vedremo.
Il bilancio di questi primi dieci anni?
Non avrei mai pensato di potermi dedicare esclusivamente alla scrittura. Ho realizzato il mio sogno. Partendo da un talento e dall’empatia che è una mia caratteristica fondamentale. Capisco come le azioni si trasformano in narrazioni senza bisogno di altro.
Leggeva qualcosa mentre scriveva Anime scalze? So che ha sempre dei libri feticcio sulla scrivania mentre scrive.
Di solito sì, ma non questa volta. Avevo in testa i miei primi romanzi e da quelli sono partito, come se dovessi riscrivere oggi alcune emozioni di allora, con la mia esperienza. Non sono d’accordo sull’idea che un autore scriva le cose migliori da giovane. Perderà in irruenza, ma guadagnerà in ricchezza, esattezza e potenza narrativa.

domenica 30 aprile 2017

I gauchos insopportabili di Roberto Bolaño


Adelphi ha pubblicato a inizio anno una raccolta di racconti e riflessioni di Roberto Bolaño che prende il nome da uno degli scritti che la compongono (Il gaucho insopportabile).  Si tratta di un insieme di scritti eterogenei, i primi cinque sono racconti, gli ultimi due sono estratti da conferenze dello scrittore cileno che ha fatto prima del Messico e poi della Spagna la sua casa. Consegnato in questa forma dallo scrittore al suo editore spagnolo poche settimane prima di morire, Il gaucho insopportabile ci fa entrare in un territorio dove immaginazione e scrittura sembrano in continua lotta per sintetizzare schegge di poesia che Bolaño conficca nei suoi racconti e nelle sue riflessioni, sfidando il lettore a estrarle per vedere se l’intero castello letterario verrà giù.

I

n ogni racconto si nasconde l’autore che regala ai personaggi che crea le sue domande più intime. Lo vediamo fin dal primo racconto (JIM) in cui al sesto rigo il lettore affronta la domanda: «Che cos’è la poesia, Jim?» e poi qualche rigo più in basso tentativi di risposte: «Lessico, eloquenza, ricerca della verità. Epifania […] cerco lo straordinario per dirlo con parole normalissime». E inevitabilmente un’altra domanda: «Tu credi che esistano parole normalissime?» Bolaño avvisa il lettore di ciò che lo aspetta. Non ci saranno trame serrate o dialoghi rivelatori nei suoi racconti e spesso il flusso di coscienza dei suoi personaggi (che non fa altro che ricalcare quello del loro creatore) conquisterà troppo spazio, trasformando la narrazione in puro fondale per le domande cui l’autore sente di non potersi sottrarre: il significato della vita, le ragioni per cui valga viverla, se ciò che è giusto per sé debba prevalere su ciò che è giusto per gli altri.



Domande, certezze abbattute, ricostruite, abbattute nuovamente. Accade nel racconto Il gaucho insopportabile, in cui Hector Pereda, avvocato irreprensibile e perfetto padre di famiglia, rifiuta la vita che ha preservato per anni, rifugiandosi nel deserto insieme ai gauchos, dove si troverà ad osservare notti buie «come la bocca di un lupo». Lo stesso tema ritorna ne Il viaggio di Alvaro Rousselot, uno scrittore argentino alla ricerca di un successo che non arriva mai. Dopo l’ennesima delusione Alvaro partirà per Parigi alla ricerca di un regista che (Alvaro ne è sicuro) ha plagiato un suo romanzo per farne un film. Lo fa perché ha paura che la sua passione per la scrittura si sia atrofizzata, mossa solo dal desiderio di diventare famoso e non da una reale necessità a scrivere. Necessità che Bolaño mette in discussione: «Diventiamo tutti vittime dell’oggetto della nostra adorazione, forse perché ogni passione tende – più velocemente delle altre emozioni umane – alla sua fine, forse per un’eccessiva frequentazione dell’oggetto del desiderio». Dubbio che si amplifica quando Alvaro incontrerà il piccolo editore che ha tradotto un romanzo di Rousselot in francese. «Da Camus in poi l’unica cosa che interessa qui sono i soldi» gli dirà l’editore, eppure sarà proprio in quel momento che Rousselot capirà di non essere andato a Parigi alla ricerca della fama né di un nuovo romanzo, ma solo di qualcuno capace di ascoltarlo.


Stile giornalistico e descrizioni di emozioni smussate si alternano a periodi in cui le frasi sono tentativi di bloccare il pensiero, funzionali in alcuni racconti, meno riusciti e baroccheggianti in altri. Questo può confondere e demoralizzare anche il lettore più scaltro, ma ogni lettura è un viaggio e (come ci ricorda proprio Bolaño) Baudelaire diceva: «Per il bambino innamorato delle mappe e delle stampe – e noi diremmo anche per il lettore -  l’universo è pari alla sua immensa voglia».