domenica 30 settembre 2012

Di cosa parlano gli scrittori...fra di loro? Anche di rimborsi per lesa capacità.

 Mi viene in mente una storiella ricordata da David Lipsky nel suo viaggio-intervista con David Foster Wallace, nel libro Come diventare se stessi (minimum fax 2011), in cui Lipsky racconta un fantomatico incontro fra Joyce e Proust. Joyce parlò per primo: «Ho gli occhi ridotti malissimo». E Proust di rimando: «Il mio povero stomaco, non so che fare! Anzi, devo andarmene subito». Ma Joyce non si arrese e lo superò: «Io seguirei il tuo esempio, se solo trovassi qualcuno che mi tiene sottobraccio». Il lettore si sarebbe aspettato chissà quali discorsi da due divinità della letteratura occidentale e invece ipocondriaci, egocentrici, pronti a tutto pur di attirare l’attenzione, su di sé naturalmente. Come direbbe Oscar Wilde «moderazione in tutto, a cominciare dalla moderazione stessa». Moderazione che non ha ispirato Vincenzo Ostuni, editor di Emanuele Trevi, quando profondamente turbato (per usare un eufemismo) ha detto ciò che  ha detto (vedi post di imago del 15/07/2012) sullo scrittore (Alessandro Piperno) che aveva battuto, per solo due voti il “suo” autore all’ultima edizione del premio Strega. Moderazione che, dopo essere stata presa alla sprovvista dalle prime esternazioni di Ostuni su Piperno, ha iniziato a correre lontano dalla bocca dell’editor della Ponte alle Grazie, chilometri e chilometri, pur di permettergli di dire che il terzo classificato (Gianrico Carofiglio) aveva presentato al premio un libro: «letterariamente inesistente, scritto con i piedi da uno scribacchino mestierante…».
Ora che a Ostuni potesse non piacere il libro di Carofiglio nulla di male, sebbene quelle stesse esternazioni avrebbe potuto proporle ben prima di aver scoperto se Trevi aveva vinto o meno il premio Strega, dimostrando così una coraggiosa libertà d’opinione che dovrebbe prescindere dagli esiti di una gara. Le perplessità degli scrittori sul lavoro di altri autori è prassi e se Hemingway sosteneva di non leggere mai testi altrui (se erano brutti era uno spreco di tempo e se non lo erano…allora tutta invidia), altri suoi colleghi non gli hanno risparmiato taglienti commenti, pensiamo ad esempio a Gore Vidal, che sostenne: «What other culture could have produced someone like Hemingway and not seen the joke?» o sempre riferendosi a Hemingway: «I detest him, but I was certainly under his spell when I was very young, as we all were. I thought his prose was perfect until I read Stephen Crane and realized where he got it from.».

Insomma Vidal non ci andò certo leggero, sebbene ebbe l’accortezza di pronunciare alcuni di questi suoi giudizi dopo la morte dello scrittore in questione. La critica, feroce e per sua natura soggettiva e soggettivista, fa parte della vita di ogni scrittore (acquistato e famoso, mentre per gli altri, per quelli che pubblicano e non vendono, l’oblio è la peggiore e più insopportabile delle critiche), quindi qual è il problema? Perché Carofiglio ha deciso di agire civilmente contro Ostuni, chiedendo un rimborso di 50mila euro? Qualcuno ha detto che il problema non è stato nella critica in sé, ma nel modo con cui questa è stata espressa: con ferocia e senza filtri. Anche questo è opinabile, pensiamo a Myra Breckinridge (icona indimenticabile di Gore Vidal) e alla sua passione per l’arte di ferire le persone: non c’è niente di più bello che godersi subito lo spettacolo di «un viso aperto che si chiude imperiosamente sotto il proprio sguardo».

Con questo non voglio dire che Carofiglio non abbia ragione a risentirsi della “critica” di Ostuni, ma che forse poteva trovare un modo più sottile per godere della sua rivalsa, da uno scrittore del suo rango ce lo aspetteremmo, magari scrivendo un bel racconto su un editor che per aver offeso ingiustamente uno scrittore, da questo veniva maledetto e trascorreva due anni di agonia, costretto a leggere l’opera omnia dell’autore in questione. Che non sia un buon consiglio per Carofiglio, portandolo a cambiare tattica. Come sosteneva lo stesso Emanuele Trevi su Il Corriere della Sera, i lettori se lo aspettano, e di lettori, Carofiglio, ne ha e probabilmente ne avrà sempre tanti.



domenica 23 settembre 2012

Opportunità illimitate - Vonnegut vs. Scalfari vs. Armstrong

Cosa hanno in comune Kurt Vonnegut, Neil Armstrong ed Eugenio Scalfari?

Ve lo ricordate Sei gradi di separazione? Il film del 1993 di Fred Shepisi con un Will Smith inedito in versione marchetta-gay, ispirato alla commedia off Broadway di John Guare? No, abbastanza comprensibile, se siete nati a partire dagli anni ’80, ma se siete arrivati su questo pianeta nella decade precedente, il film o almeno la teoria cui si ispira ve la dovreste ricordare, perché per un periodo, proprio a metà degli anni novanta, è diventata un tormentone: giornali, libri, film, personaggi più o meno famosi hanno cominciato a parlarne, in una sorta di fanatismo unificante che poi è evaporato con gli albori del nuovo secolo.

L’idea in questione (elaborata dallo scrittore ungherese Frigyes Karinthy  nel 1929) sostiene che ogni individuo è collegato a qualsiasi altro suo simile sul pianeta da una catena di non più di 5 intermediari, per cui saremmo tutti inevitabilmente connessi a tutti, senza via di scampo, certo, a condizione di identificare i 5 intermediari “giusti”. Ed è qui il problema. Ma non vi preoccupate, non disegnerò iconcine con i volti di decine di personaggi chiedendovi di portarmi da Vonnegut a Scalfari, passando per Armstrong. La risposta, la mia risposta, ve la do subito. Questi tre uomini hanno in comune la volontà di superare i propri limiti e la certezza di potercela fare.

Volontà per Vonnegut (presente anche nella sua ultima raccolta d’inediti (intitolata Guarda l’uccellino - Feltrinelli – 2012) di trovare ardore, fiducia e originalità e soprattutto nuovi pregiudizi da portare alla luce e all’orecchio del lettore, sezionandoli alla sua maniera. Volontà che potrà avere dei momenti di debolezza, di necessario e monetario adeguamento ai multipli di 5 intermediari che ci circondano, ma che poi tornerà, più forte, consapevole di essere l’unica via per l’arte.
Scalfari, che si gode la pubblicazione delle sue opere nella collana i Meridiani di Mondadori (in uscita in questi giorni), ci dice che la volontà di superare i propri limiti è sempre stata insita nel suo profondo narcisismo, nel suo bisogno di preservare e far crescere/accrescere se stesso, ben consapevole che per farlo era necessario il contatto con gli altri. E qui ritorniamo a Vonnegut che, ricordando un suo vecchio professore, ci dice che nessuno degli individui arrivati alla grandezza nelle arti ha agito da solo e che quell’ardore, fiducia e voglia di scovare nuovi pregiudizi si possono generare solo in gruppo, perché “Non è questione di trovare un Messia, ma che un gruppo ne crei uno: ed è un lavoro duro e ci vuole un po’ di tempo.”
Ma una volta creato il Messia, il gruppo gestisce il potere, potere che secondo Scalfari dovrebbe implicare sempre attrazione, responsabilità e sacrificio. Doti che chi ha gestito il potere spesso ha messo da parte, a partire dall’ultima. Eppure di questa comunità intrinsecamente e inevitabilmente legata e negata, non si può non aver fiducia, se non altro in una sua versione ridotta, di “affini” con cui confrontarsi e a cui attaccare i propri dubbi perché li facciano cadere a terra, dimostrando così che le idee che abbiamo preso in considerazione sono comunque fragili, confinate in noi stessi.
Ricordate quello che diceva Will, il single per definizione, nel film dei fratelli Weitz About a boy : “l’uomo non è un’isola, ma un arcipelago.” E arriviamo così a Neil Armstrong, il primo uomo che ha messo piede sulla Luna, che sia accaduto o meno poco importa, perché ha segnato un passaggio importante per la volontà di superare i propri limiti, dicendo che: “La cosa più importante della missione dell’Apollo fu dimostrare che l’umanità non è incatenata per sempre a un solo pianeta, e che le nostre visioni possono superare quel confine, e che le nostre opportunità sono illimitate.”
Sentirselo dire oggi è davvero importante.

domenica 16 settembre 2012

Principianti. A trovarne…


Trovarsi a pattinare in un salone di marmo dal riverbero dorato, ridendo e sbandando; trasformarsi nel più adorato e odiato psicoterapeuta del mondo, Sigmund Freud, pronto ad ascoltare confessioni intime da pazienti senza voce; essere in sintonia perfetta con un cane che comprende più di cento parole (150 se ricordo bene), ma non ne parla nemmeno una ed è questo il suo punto di forza. E soprattutto guardare tutto questo con gli occhi dei principianti, di coloro che indipendentemente dall'età, dal sesso e dalle esperienze, si scoprono, per la prima volta, portatori di emozioni che hanno bisogno di condividere. Parliamo di principianti soddisfatti del loro stato.
Vi è mai capitato di sentirvi così? A me sì, non molte volte, ma in qualche rara occasione, quando ciò che abbiamo avanti fa una paura fottuta (altro aggettivo non avrebbe reso altrettanto bene lo stato d’animo) e vorremmo fuggire, veloci, ancora, per sempre e invece ci puntiamo lì, a guardare. Ecco è questo che capita durante il film Beginners (Principianti appunto), scritto diretto con tocco materno e iridescente da Mike Mills nel 2010, saccheggiando spezzoni della propria vita.
Della trama vorrei dirvi ben poco, non è molto importante, ciò che conta è quello che vi gira attorno, le interpretazioni perfette di Cristopher Plummer e di Ewan McGregor, quest’ultimo nei panni del protagonista Oliver, a cui è morta prima la madre e poi, dopo qualche anno, anche il padre, un padre che a settantacinque anni ha deciso di fare outing, dichiarandosi gay. Oliver si ritroverà così solo, rendendosi conto di esserlo sempre stato, stretto fra due genitori che avevano fatto del “non detto” la base su cui costruire la loro vita. Oliver non parla di sé, non è normale, non è naturale e ha molti dubbi che agli altri davvero interessi. Possiamo dargli torto? Eppure, come nella migliore tradizione dei film di Frank Capra, quando tutto sta per crollare in un silenzio ancora più profondo, qualcosa d’inatteso si accende e la speranza, la voglia di dire e di provare scoppia e scompagina ruoli e decisioni. La solitudine, vero protagonista del film di Mills, viene inizialmente elevata a valore. Quando Oliver è solo, se è lui a decidere di stare solo, tutto funziona o meglio non funziona, ma non funziona “come dice lui”. Quando invece tenta di uscire dalla propria solitudine, le regole a cui si è avvinto per anni gli sfuggono e non sa verso quali sofferenze sta facendo rotta. Forse verso qualcosa che non sarà il suo ideale di perfezione relazionale, non sarà mai il leone della storia che il padre gli racconta : “diciamo che il tuo animale preferito è il leone, ma per quanto lo aspetti, non arriva mai, non arriva nulla per anni e poi, senza preavviso ti trovi a fissare una giraffa, tu cosa fai, continui ad aspettare il leone o rischi con la giraffa?”. Alla fine il nostro principiante Oliver farà la sua scelta, ma noi quale avremmo fatto al suo posto? Per rispondere non vi resta che godervi questo film. Non al cinema, dove per i fumosi e spesso incomprensibili accordi fra major in Italia non è mai uscito, andando direttamente a ingrossare il mercato dei DVD, ma forse è meglio, la prima volta Beginners va visto da soli.

Beginners – 2010 – scritto e diretto da Mike Mills, interpretato da Ewan Mc Gregor, Cristopher Plummer, Mélanie Laurent. Premio Oscar e Golden Globe 2012 a Cristopher Plummer per l’interpretazione del padre di Oliver.

domenica 9 settembre 2012

Il quarto di Zadie Smith

Ve la ricordate Zadie Smith? Considerata una delle migliori scrittrici in lingua inglese under 40 dalla prestigiosa rivista The New Yorker e osannata dalla critica di mezzo mondo anglosassone per White Teeth (il suo primo romanzo, uscito in UK nel 2000, tradotto in decine di lingue e in Italia pubblicato da Mondadori con il titolo Denti Bianchi), con il quale ha vinto il Whitbread First Novel Award 2000, il Guardian First Book Award, il Commonwealth Writers First Book Prize e il James Tait Black Memorial Prize per la narrativa

Un successo inarrestabile, nato ben prima della pubblicazione, quando nel 1997 fu addirittura organizzata un’asta per accaparrarsi i diritti per il primo romanzo di una allora ventiduenne e semisconosciuta Zadie Smith, romanzo che era ancora incompiuto. Seguiranno The Autograph Man (2002, tradotto sempre per Mondadori con il titolo L’uomo autografo) e On Beauty (2005, anch’esso uscito con Mondadori con il titolo Della bellezza).  

I suoi libri (ha pubblicato anche alcuni saggi e numerosi racconti) hanno venduto più di due milioni di copie in tutto il mondo, ponendola nell’invidiabile posizione di poter influenzare (all’età di 36 anni) con i suoi seguitissimi articoli su The New Yorker, The Guardian e The New York Review of Books, lo stile e le idee dei futuri romanzieri di lingua inglese e non solo. Se avete avuto la curiosità di leggere uno dei suoi libri, ne sarete stati folgorati o infastiditi. Indifferenti è difficile. 

La prosa messa in campo da Zadie Smith è molto curata e attenta nella scelta delle parole e del linguaggio più adatto per i suoi personaggi, soprattutto nei dialoghi, calati nel contesto sociale dei personaggi con estrema abilità. Ciononostante la narrazione a volte può apparire ridondante, come se, per qualche motivo a noi oscuro, fosse stato necessario fare di un perfetto racconto un men che perfetto romanzo. 

E sebbene la critica abbia definito Denti Bianchi un testo dalle sfumature dickensiane, che dimostra tutto il talento dell’autrice, fin dalle prime righe, ammetto di non essere riuscito a completarlo, perché caratterizzato da un andamento altalenante, con dialoghi accattivanti improvvisamente sostituiti da corollari estenuanti, preferendo l’invece meno apprezzato The Autograph Man, forse per il suo protagonista Alex-li Tandem, con il quale ho trovato subito una perfetta sintonia.  

Ora Zadie Smith presenta un nuovo romanzo NW (NorthWest, riferendosi al post code del quartiere di Londra dove ha vissuto per anni – 2012 The Penguin Press – 401 pagine), ennesimo successo annunciato? Può darsi, sebbene le critiche questa volta non siano particolarmente entusiastiche, paragonando questo nuovo lavoro della Smith a Mrs. Dalloway di Virginia Woolf. Dal confronto, a differenza di quello fatto a suo tempo fra On Beauty e Howards Ends di E.M. Foster, il romanzo e soprattutto i suoi personaggi uscirebbero perdenti. 

Il New York Times, lo scorso 26 agosto, ha pubblicato una recensione in cui si descrivono i personaggi centrali del romanzo come stereotipi bidimensionali più che caratteri dalle infinite e contraddittorie sfumature (come avveniva in On a Beauty), personaggi che non riuscirebbero mai a rapire e tantomeno a mantenere viva l’attenzione del lettore. Fin qui la critica, per la lettura dovremo attendere la traduzione in italiano, probabilmente sempre di Mondadori, o per i più coraggiosi la complessa lettura in lingua originale. 

In ogni caso io ritenterò con questo libro, forse proprio perché sembra distaccarsi dall’impostazione dei suoi romanzi più amati (e per farlo ci vuole comunque coraggio) o forse perché c’è un richiamo al lavoro di Virginia Woolf e al suo stream of consciousness  (e per tentare questa operazione, di coraggio ce ne vuole davvero tanto!). 

Nel frattempo sorrido insieme a Paolo Di Stefano per la scelta di Zadie Smith di ringraziare (proprio nelle ultime pagine della prima edizione del suo nuovo romanzo NW) le applicazioni software che le hanno inibito l’utilizzo della rete e dei social networks durante la stesura del suo libro, altrimenti non sarebbe mai riuscita a completarlo. Di Stefano ci dice che è come se uno scrittore nel passato avesse reso omaggio alla porta che, chiudendosi, gli aveva permesso di scrivere in pace. I ringraziamenti di Zadie Smith hanno suscitato l’ilarità di molti suoi colleghi, lascio a voi la valutazione sull’opportunità del gesto e delle relative reazioni, certo è strano che sia necessario isolarsi da un contatto fittizio di cui noi siamo gli unici generatori, non potendo certo internet venire a bussarci alla porta di cui sopra, almeno fino a ora…

domenica 2 settembre 2012

Il libro giusto per ricominciare, perchè nò, con una rivoluzione imperiale, quella di Myra Breckinridge.


«Non avevo mai letto Myra Breckinridge di Gore Vidal.»
Frase che non potrò più usare.
«Non avevo mai incontrato un personaggio femminile costruito in modo così perfetto, soprattutto fra quelli maschili.» Altra frase da incastonare tra quelle ormai irripetibili.
E potrei continuare per molte righe. Parliamo del contestatissimo (almeno al momento della sua prima uscita negli Stati uniti nel 1968) romanzo di Gore Vidal dedicato alla prorompente e “imperiale” personalità di Myra Breckinridge. Narrato con sottile arguzia e solenne sfrontatezza in prima persona, da un io narrante posizionato alla minima distanza di sicurezza possibile (e a volte bel oltre) da Myra stessa, il testo narra l’evoluzione di una divinità, di una “Donna Nuova”, fortemente e genialmente femminile, sebbene ancora dotata di una brutalità maschile, che nessun uomo può realmente sfoggiare. Una “Donna Nuova” che ha deciso di dare inizio a una diversa e certamente migliore forma di società e di civiltà, di cui lei rappresenta il centro e l’origine. Se non avete letto il romanzo di Vidal, potreste rimanere alquanto perplessi dalle precedenti affermazioni o pensare che il testo si riduca ad una farsa che racconta il delirio di onnipotenza di un uomo-donna-uomo (perché i passaggi e i salti saranno molteplici, anche per le menti più allenate). 
Ma in Myra Breckinridge  c’è molto di più. C’è il mondo degli studios hollywoodiani con i loro intrighi  e i loro fondali che sembrano migliori della realtà stessa, c’è la lotta per raggiungere i propri obiettivi, quelli che la società ha identificato come necessari qualche anno prima e che poi sono strisciati nelle menti delle persone, che li hanno visti come unici, innovativi e perfetti; c’è la geniale e caustica parodia del genere umano che sa che nella prevaricazione si nasconde spesso il germe del successo e che a volte, raramente, decide di saltare le formalità e il buonismo di facciata per godersi subito lo spettacolo di “un viso aperto che si chiude imperiosamente sotto il proprio sguardo.” Sì, so a che state pensando, nel romanzo di Vidal c’è anche molto erotismo (il protagonista è una donna nata uomo, che fa della svirilizzazione del maschio, tramite violente pratiche sessuali e psicologiche, una missione per riequilibrare il rapporto fra uomini e donne, nonché la giusta conclusione della sua terapia psicoanalitica), ma non lasciatevi ingannare dall'incipit di Myra: «Io sono Myra Breckinridge, che nessun uomo possiederà mai […] io sono finalmente pronta a iniziare la mia missione, che è di ricreare i sessi, salvando così la razza umana dall’estinzione certa. […] Ma il mio primo dovere è di farvi capire come sono bella e conturbante con i miei grossi seni in libertà.» Vidal ci mostra alcune delle varianti in cui il sesso può essere utilizzato come strumento per ottenere ciò che si desidera, rimanendo indifferenti agli effetti che può provocare o ancora meglio, come nel caso di Myra, assaporandoli fino all'ultima lacrima e goccia di sudore, salvo poi dimostrare al lettore che è stato addirittura un favore fatto a chi quel dolore lo ha subito. 
Non abboccherete all’amo di Vidal? Vogliamo scommettere? Per ora buona lettura.