Pausa estiva

imago2.0 prende una pausa estiva a partire dal 28 luglio. Vi diamo appuntamento al 15 settembre.

domenica 30 settembre 2018

Una famiglia da non perdere di vista


Una donna anziana con i capelli lunghi raccolti in uno chignon malandato è seduta su un letto di fortuna. Un tatami dal colore indefinito su un pavimento di stuoie che sembrano avere più anni di lei. Il collo è incassato nelle spalle, gli occhi bassi a guidare le dita che stringono l’ago con cui deve riparare una pila di vestiti che le fanno da coperta. Ogni tanto solleva lo sguardo, il corpo rimane concentrato sul suo compito, e gli occhi stretti e vivaci scandagliano la stanza. Intorno a lei pareti marroncine di cui si percepisce a stento la presenza, sommerse come sono da ogni genere di oggetti, accumulati non per necessità o desiderio ossessivo, ma perché non hanno ancora trovato un posto dove andare. 
Lo stesso accade per le persone che la circondano, Nei pochi varchi lasciati liberi dagli oggetti, adulti e bambini sorgono attorno alla donna come un grumo di udon freddi conditi con troppa salsa di soia, per cui non basterebbe il più esperto manovratore di bacchette a districarli. Sono lì, appiccicati gli uni agli altri, una famiglia. Una di quelle che sanno soffrire sì, ma anche gioire in un modo tutto loro che avrebbe mandato ai matti Tolstoj. Gioiscono dell’insieme, di essere solo un pezzo del tutto che li rende vivi, anche se non hanno soldi, anche se non hanno lavoro, anche se non possono dire cosa provano a nessuno che non sia parte della famiglia. 


Siamo entrati nel mondo di Kore-eda Hirokazu, regista, sceneggiatore e scrittore giapponese, che ha vinto l’ultimo festival di Cannes con Un affare di famiglia (万引き家族 Manbiki kazoku), storia di una famiglia che sa essere oltraggiosamente felice. Attenzione però a pensare di trovarsi di fronte a un film che inneggia alla bontà di fondo dell’essere umano. Un affare di famiglia sconvolgerà ogni vostra certezza, dimostrando quanto il più saldo dei principi è costruito sulla distanza fra noi e l’oggetto del nostro pre-giudizio. Cosa pensereste se vi dicessi che questa famiglia improntata alla condivisione e al rispetto reciproco, all’ascolto e all’empatia non è altro che una banda di furfanti? Imbroglioni, assassini, truffatori, ladri di oggetti e di bambini, pronti a mettere in pratica morti, resurrezioni, cambi d’identità e ricatti di ogni genere pur di continuare a vivere tutti insieme, nascosti dal mondo. Questi sono i membri della famiglia creata da Kore-eda Hirokazu, ma hanno ottime ragioni per aver fatto ciò che i vostri princìpi bolleranno all’istante come ‘sbagliato’. Si sono trovati al margine di una società (quella giapponese e non solo) che difficilmente dà una seconda chance. Una realtà che preferisce girarsi dall’altra parte quando incontra qualcuno che fa o dice qualcosa di ‘sbagliato’, ‘inappropriato’ o che semplicemente esiste al di fuori delle leggi e dei princìpi che governano la società. Il ‘problema’ è che queste persone, che ci piaccia o no, esistono. Ed è questo che questo film ci costringe a fare: guardare. Guardarci e farci delle domande. 


Se fossimo stati noi al loro posto, di notte, in un vicolo buio e gelido a contare e ricontare quattro crocchette con cui sfamare cinque persone e una bimba abbandonata su un balcone ci avesse guardato, cosa avremmo fatto? Beh, loro l’hanno presa. Non so se l’avrei fatto anch’io. Mi piace pensare che non avrei pensato alla polizia, alla legge, alla mia quota di crocchette e l’avrei presa da quel balcone prima che morisse di freddo, prima che si convincesse di essere ‘sbagliata’. Così avrei potuto conservare dei frammenti di gioia da liberare quando l’insieme dei miei sbagli mi avrebbe sopraffatto. Questo fanno i personaggi del film di Kore-eda Hirokazu (a cominciare dalla perfetta Kirin Kiki che abbiamo già incontrato nel film Le ricette della signora Toku o dallo struggente Lily Franky che abbiamo imparato ad apprezzare nel film Father and son sempre di Hirokazu), capaci di trasformare una busta di plastica in una mongolfiera, un parcheggio abbandonato in un campo di battaglia per un cavaliere e una spiaggia affollata in un luogo perfetto per una rivelazione. 


Kirin Kiki

E quindi andate a vedere questo film, lasciate che vi scorra dentro, tirerà i vostri sensi come una molla. Non resistete, tendetevi, spezzatevi se necessario, vi assicuro che il mondo non sarà più lo stesso per voi e se l’effetto dovesse essere solo temporaneo, beh, non potete sperare che faccia tutto un film.

domenica 23 settembre 2018

Lo sguardo di Susanna Tamaro e Pierluigi Cappello a illuminare il mondo

In un tardo e afosissimo pomeriggio milanese di metà settembre, di quelli in cui l’umidità trasforma le ossa in tocchetti di torrone morbido e appiccicoso, la neonata casa editrice Solferino ha invitato alcuni giornalisti e lit-blogger a un incontro con Susanna Tamaro per un’anteprima del suo ultimo romanzo (Il tuo sguardo illumina il mondo, nelle librerie a partire da giovedì scorso). Un libro in cui l’autrice di Va dove ti porta il cuore¸ Ogni angelo è tremendo e Un cuore pensante, racconta della sua amicizia con Pierluigi Cappello, una delle voci poetiche più limpide e disarmanti degli ultimi anni, scomparso lo scorso ottobre. Non è la prima volta che incontro Susanna Tamaro, eppure ogni volta non posso smettere di domandarmi come sia possibile che tutto quel vento narrativo capace di spostare l’equilibrio del nostro sentire con un ‘semplice’ aggettivo sia racchiuso in un corpo minuto e sottile, come “un sentiero di matita” [1].  Forse, mi dico, questo incontro mi darà qualche risposta o forse è proprio questo ‘mistero’ a rendermi necessario leggere le sue storie. Ma la prima domanda lanciata all’autrice incombe, è tempo di ascoltare.


Com’è nato il suo rapporto con Pierluigi Cappello?
Sono molto timida e non avevo coraggio di contattare Pierluigi. Poi al festival di Pordenone mi hanno chiesto di presentare un suo libro e da lì è cominciata la nostra amicizia. Abbiamo scoperto di avere tante passioni comuni: insetti, cucina, ricordi del terremoto, della nostra terra comune [il Friuli ndt.]. Io non ho molte amicizie nel mondo letterario, ma fra noi è nato subito qualcosa di importante, profondo, un’affinità. Forse anche perché siamo due solitari e nessuno di noi ha studiato lettere. Io ho finito a fatica l’istituto magistrale che, ai miei tempi, era considerata la scuola per chi non ce la faceva da nessuna altra parte, siamo due autodidatti. Con Pierluigi parlavamo spesso della situazione attuale della poesia, del suo esilio da un mondo che vuole sempre l’efficienza e il risultato, come se l’essere umano acquisisse un valore solo producendo quello che gli è stato richiesto. 
Lei ha scelto la forma epistolare per questo libro, dimostrando ancora una volta la sua capacità e volontà di mettersi in discussione con forme sempre diverse di scrittura. Da dove nasce questa necessità? 
Io ho avuto successo con un certo tipo di romanzo (Va dove di porta il cuore) e, secondo la regola non scritta dell’editoria contemporanea, avrei dovuto continuare a scrivere brutte copie di quel libro, ma la scrittura per me è avventura, scoperta. Se avessi continuato a scrivere innumerevoli versioni del romanzo, con tutti i prequel e i sequel possibili, mi sarai annoiata io per prima e, se mi annoio io, figuratevi i lettori. C’è una parte di me che è folle e deve confrontarsi con personaggi come quelli de Il cerchio magico o Cuore di ciccia che non posso mettere nei libri per adulti, ma mi piace anche parlare della società che mi circonda con riflessioni o saggi. Questo ovviamente vuol dire perdere lettori per strada, perché il lettore spesso cerca un libro molto simile a quello di cui si è innamorato. Devo dire però che quelli che sono rimasti in sella sono fedelissimi.  


In queste giravolte la critica letteraria non l’ha aiutata.
Va dove ti porta il cuore è stato un successo grande e inatteso. Ero una ragazza giovane e inerme, con alla spalle un piccolo editore, è stato molto facile prendere la mira e sparare. Il momento più difficile è stato riprendere a scrivere dopo Va dove ti porta il cuore.  Ho lottato per mantenere la passione per la scrittura, anche se devo dire che la gioia della scrittura sono riusciti a togliermela. Dopo questo libro spero di ritrovarla e per poter andare avanti a raccontare storie. 
In questo libro lei racconta del suo dolore per la perdita di un amico, da cui è stata costretta a staccarsi all’improvviso. Il lettore penserà subito al paragone che lei fa nel romanzo fra esseri umani e scoiattoli. Mentre questi ultimi mettono sempre da parte le ghiande per i periodi di difficoltà, l’essere umano sembra essere impreparato di fronte a un dolore improvviso. Questo libro è diventato la sua ghianda emotiva? 
Questo libro è stato dolorosissimo. L’ho promesso a Pierluigi negli ultimi giorni della sua vita: ‘lo scriveremo insieme’, gli ho detto. Pensavo sarebbero serviti mesi per elaborare quel dolore e poi portarlo sulla pagina, invece lui è morto il primo ottobre e io alla fine di dicembre ho cominciato a scrivere. Ho iniziato a scrivere le prime cinquanta pagine nel mio studio in mezzo al bosco, circondata dalla neve, e mi sentivo impotente davanti a questa storia. Poi dopo la pagina 50 ho ingranato e ho scoperto che stava diventando un modo per dire tante cose che non ero riuscita a dire, è stato un libro liberatorio. 

poesia di Pierluigi Cappello
dalla raccolta Azzurro elementare  - BUR Rizzoli 2013

È un libro con cui Susanna Tamaro si racconta senza paura al lettore, aprendogli la porta del suo studio in Umbria e della sua anima. Ci sediamo vicino a lei ad ascoltare i borbottii della stufa Argo, provando a condividere la capacità di guardare fuori per ascoltare il dentro che ognuno di noi custodisce. Quanto è stato difficile per lei (se lo è stato) aprirsi così con i suoi lettori? 
Quando si scrive bisogna essere molto onesti. Io lo sono sempre stata, perché sento un grande affetto e stima verso i miei lettori, per questo penso di potermi fidare di loro senza sentire il pericolo di questa scelta. Posso condividere quindi anche le verità più difficili, come accade in questo libro, con leggerezza. Spesso, proprio nei momenti più difficili delle mia vita, è stata la scelta di fidarmi dei miei lettori ad aiutarmi e sostenermi. 


In questo libro il tema dell’ascolto è centrale e con esso quello del silenzio in cui lei si rifugia per poter ascoltare davvero le sue sensazioni. Come riesce a difendersi dal ‘rumore’ in cui siamo immersi, quel “frastuono che rendeva inutilmente difficile e spesso crudele” i suoi giorni? 
Ho bisogno di silenzio. Io ho la sindrome di Asperger e uno dei problemi di questa sindrome è la forte intolleranza al rumore, questo vuol dire che vivere in un mondo così rumoroso come quello in cui viviamo è per me quasi impossibile, ma vuol dire anche che mi sono accorta prima degli altri di quanto rumore di fondo disturbasse le nostre giornate. Il rumore ci divora interiormente. Noi abbiamo bisogno del silenzio, ci porta a esplorare la nostra essenza, la nostra eternità, a capire chi siamo. Se siamo sempre intrattenuti dal rumore, diventiamo senza centro e questo è molto pericoloso. Io il problema l’ho risolto con le mie fidate cuffie che porto ovunque per proteggermi, anche perché la bulimia di rumori in cui siamo immersi fa male anche alla nostra creatività, è il motivo per cui siamo immersi in una mare di libri tristi, senza poesia. Il rumore ci rende banali, perché le parole che lasciano un segno nascono dal silenzio
Come convive la poesia con un mondo in cui ‘tutto e subito’ detta legge? 
La poesia è la nostalgia dell’eterno. È questo che ci manca moltissimo, perché effettivamente viviamo in un mondo in cui bisogna ottenere tutto e subito e questa è una forma ansiogena di vita. L’essere umano ha bisogno di spazi in cui riflettere su se stesso, di capire dove e come vive. Questi spazi sono stati divorati. Pensiamo al mondo del lavoro per esempio. Una volta uno staccava di lavorare e tornava a casa, una fetta della sua giornata era dedicata esclusivamente alle sue passioni, ai suoi affetti. Adesso il lavoro ti insegue tutto il tempo. Assistiamo a una ruberia del tempo privato. Bisogna ribellarsi e liberarsi dalla tirannia che questo modo di pensare ha imposto sulle nostre vite. Abbiamo bisogno di imparare ad ascoltare e quindi fare silenzio e poi imparare a vedere e quindi pulire, depurare la massa di immagini e informazioni, vere o presunte, che ci piombano addosso. Abbiamo bisogno di ricominciare a parlare della nostra anima. Esiste una parte di noi stessi così misteriosa e complessa che noi proviamo a ignorare. 


Con Pierluigi vi confrontavate sugli esiti delle vostre osservazioni, nel libro se ne parla spesso, vi confrontavate anche sulle vostre opere? Vi leggevate a vicenda? 

Spesso Pierluigi mi chiamava nel cuore della notte per leggermi una sua poesia. Io gli mandavo sempre i miei libri. Sì, condividevamo questo sguardo sul mondo e le pagine che esso generava. Quando mi chiamava gli dicevo: ‘beato te che in una notte riesci a creare un’opera compiuta, io ci metto dei mesi’. Mi manca molto questa parte del nostro rapporto. Tra l’altro Pierluigi era anche un grande prosatore, penso a Questa libertà, aveva una lingua cristallina, assai rara. 

[1] -  dalla poesia Piove di Pierluigi Cappello 

domenica 16 settembre 2018

Tutte le famiglie sono psicotiche di Douglas Coupland


La famiglia. Non riusciamo a liberarcene nemmeno da morti. Genitori, fratelli, mogli, mariti, figli e nipoti. Sono sempre lì a trotterellare intorno alla nostra anima, come se dovessero contenerla, circondarla perché non cresca troppo e fugga via. Osservano i nostri fallimenti e le nostre debolezze pronti ad additarle, giudicarle e ricordarle fino a che rimangano impresse nel diario familiare come tare del DNA cui è impossibile sottrarsi. Eppure, sotto le cicatrici e le rinunce che ogni famiglia impone ai suoi membri, c’è anche un piacere sottile e continuo, come una nota vuota che moltiplica i suoi quattro tempi all’infinito, un  ‘TA-A-A-A’ senza fine che ci ipnotizza e ci riempie, impedendoci di dimenticare  chi siamo, da dove veniamo e a cosa potremmo arrivare se solo avessimo un po’ più di coraggio. Nelle pieghe fra asfissia e piacere familiare scava il nido Douglas Coupland con il suo romano Tutte le famiglie sono psicotiche (ISBN edizioni - traduzione di Alfredo Colitto) che narra le vicende della ‘scassatissima’ famiglia Drummond, che niente ha a che fare con i Drummond perfetti e accoglienti della iconica serie TV anni ’80 Il mio amico Arnold, anche se ci piace pensare che proprio per questo Coupland abbia rubato il loro nome. 


Il romanzo inizia e finisce con la famiglia riunita in Florida per assistere al lancio con lo Shuttle di uno dei suoi componenti (l’ossessionata dal senso del dovere Sarah), un evento che dovrebbe riempire di orgoglio tutti i suoi membri e che invece accelera la loro autodistruzione: la madre di Sarah (Janet) malata di AIDS a causa di un proiettile che ha attraversato il corpo di suo figlio Wade (già sieropositivo), per poi conficcarsi nelle sue costole; il padre di Sarah (Ted), che ha sparato quel colpo per punire suo figlio perché aveva fatto sesso con Nickie (attuale compagna di Ted); Bryan (fratello di Sarah e Wade) incapace di qualsiasi cosa, come più volte ribadito da tutti i membri della famiglia, innamorato di una donna dal nome improbabile (Shw), che ha deciso di vendere al miglior offerente il figlio di Bryan che porta in grembo; Beth (la moglie di Wade fanatica del messaggio cristiano), che ha bisogno di salvare tutto e tutti, a prescindere dalle loro intenzioni, come viatico per sopprimere il suo incommensurabile senso di colpa per essere viva e sana. Coupland non risparmia la sua fantasia dirompente e la capacità di creare personaggi schiacciati nel loro essere quello che la loro famiglia si aspetta che siano, compressi nelle loro vite fino a esplodere. Personaggi che Coupland pian piano libera, fino a fargli dire esattamente ciò che volevano dire nel momento stesso in cui volevano dirlo, lasciando l’essere umano Alfa con cui si confrontano senza parole. Ed è in quel momento che il lettore se ne innamora, non riuscendo più a farne a meno. 



Imperlato di frasi che si cementano nella memoria («A volte ho la strana sensazione che fare le cose che devono essere fatte sia più facile che non farle»), tanto da farvi pensare al personaggio che le ha pronunciate quando vi troverete nella sua stessa situazione e proverete a imitarlo, Tutte le famiglie sono psicotiche ci ricorda che siamo noi a posare il filo spinato nel solco che la nostra famiglia ci disegna attorno e che l’unico modo per spezzarlo è rimboccarci le maniche e tirarlo su, senza curarci delle ferite che potremo causare a noi stessi e agli altri. Saranno meno dannose del silenzio e poi è dalle ferite che penetra la luce.


domenica 9 settembre 2018

L’essere umano? Il più indifeso fra i mammiferi social, parola di Jaron Lanier


Ci sono i cani e ci sono i gatti. Secondo un’amica manager delle Human Resources le aziende sono piene di cani, desiderosi di ricevere l’apprezzamento altrui e pronti a sacrificare tutto pur di ottenerlo. Lavorano tanto, si mettono in discussione e soprattutto sono sensibili alle reazioni dei loro colleghi e dei loro capi per soddisfare quel bisogno di accettazione da parte del branco che rende i cani così ‘amabilmente condizionabili’. Ma ci sono anche i gatti, che scivolano leggeri per i corridoi senza curarsi di chi gli passa accanto, capaci di creare una bolla protettiva fra le loro esigenze e quelle altrui. Con loro, le lusinghe (poche) e le punizioni (tante) con cui si ‘guida’ il comportamento dei cani non funzionano.


È proprio da questo punto che parte Jaron Lanier (informatico della Silicon Valley, padre della realtà virtuale ed ex grande sostenitore della Rete come strumento di libertà e democrazia) nel suo saggio Dieci ragioni per cancellare subito i tuoi account social (edito da Il Saggiatore e tradotto da Francesca Mastruzzo), convinto di poter portare i suoi lettori a fare il grande passo e riacquistare così il controllo della loro vita. L’essere umano, ci dice Lanier, è il più indifeso fra i mammiferi: non ha zanne, non è dotato di una particolare forza, velocità o aspetto che possa tenerlo a riparo dai predatori, trovando nella sua intelligenza la chiave per la sua sopravvivenza. Ma questa intelligenza è fortemente condizionata dalla capacità/necessità di sentirsi parte di un gruppo. L’uomo, Aristotele docet, è un animale sociale, che lo faccia per natura come sosteneva il filosofo greco o per opportunismo come riteneva Hobbes, l’individuo tende a rapportare la percezione che ha di sé con quella che hanno di lui gli altri membri del gruppo cui fa riferimento. Lanier ci dice che questo istinto automatico è stato potenziato a dismisura dai social che, da un lato hanno ampliato il gruppo con cui ognuno di noi si confronta (da un insieme ristretto come la famiglia, gli amici, i colleghi a un unicum immenso e indefinito: la Rete) e dall’altro, attraverso la nostra continua clusterizzazione, ci hanno rinchiuso in bolle che filtrano le informazioni cui possiamo accedere, decidendo di fatto il nostro umore, il nostro livello di soddisfazione e infine la nostra felicità.


In questa nuova configurazione del mondo l’uomo è in balia delle società FREGATURA (come le definisce lo stesso Lanier) che, attraverso un articolato sistema di algoritmi, ci spiano costantemente, influenzando i nostri gusti per farci diventare i consumatori ideali per questo o quel prodotto. Fin qui nulla (ahimè) di nuovo: tutti sappiamo (in maniera più o meno cosciente) che ogni volta che usiamo attivamente un social apponendo un like o una reazione a una notizia, stiamo elargendo informazioni gratuite a chi ci sta clusetrizzando a fini commerciali.  Ma cosa succederebbe se la nostra consapevolezza facesse un passo avanti, scoprendo che le informazioni che ci arrivano attraverso i social sono manipolate per generare in noi una reazione che ci predisponga a comprare? Una reazione che spesso è negativa, poiché fin dagli albori del mondo social ci si è subito resi conto che le sensazioni negative (rabbia, paura, odio, disgusto) generano molta più attività sulla Rete di quelle positive. “Far sentire peggio le persone è più engaging e quindi redditizio che farle sentire bene” e non perché ci sia un intento ‘malvagio’ dietro agli algoritmi che filtrano le informazioni cui accediamo nei social, ma solo perché rendere ‘aggressiva’ o ‘insicura’ una persona (a seconda che siate spinti ad agire in attacco o in difesa) è più funzionale a farle comprare un specifico prodotto (che poi sia un gadget high-tech, un servizio di lavanderia a domicilio o un il movimento politico di turno, poco importa all’algoritmo). Le società FREGATURA  ci bombarderanno di contenuti ed esperienze fino a rendere la nostra percezione della realtà instabile, mutevole, adattabile a ciò che la bolla cui siamo stati assegnati ci dirà essere la verità. Anche perché, se siamo i cani del social-mondo, saremo disposti a tutto pur di superare, almeno per qualche minuto di navigazione, l’ansia legata a come il nostro comportamento sarà valutato dai nostri ‘amici’. Scopriremo così di vivere nell’incapacità di ritagliarci uno spazio in cui non essere costantemente giudicati, diventano le prede ideali dell’ansia sociale con cui le società FREGATURA indirizzano stati d’animo e comportamenti. 



Con un linguaggio semplice e tanti esempi concreti, Lainer cerca di convincere il lettore della sua tesi in maniera onesta, cercando di insinuarsi nelle troppe e orrende certezze che dilagano nei social in questi ultimi anni.  E se davvero siamo condannati dalle società FREGATURA all’infelicità perenne, nel ruolo di prede o carnefici poco importa, la tentazione di cancellare subito i nostri account social e riprendere il controllo di noi stessi potrebbe diventare forte. Non so cosa vi porterà a pensare la vostra bolla social, il beneficio del dubbio però io lo concederei a questo signore, chissà che non si riesca a incontrare qualcuno che non la pensa come noi senza sentire il bisogno di insultarlo, chissà che non sia possibile tenere per noi stessi un momento di gioia senza che passi per il vaglio dei social per acquisire valore. E se proprio non riusciremo a stare senza social, a Siri, Ok Google e compagnia basterà un cenno per riaccoglierci.

Jaron Lanier