Pausa estiva

imago2.0 prende una pausa estiva a partire dal 28 luglio. Vi diamo appuntamento al 15 settembre.

domenica 23 dicembre 2018

Route 2018

L'ultimo post dell'anno. Momento di bilanci.

Le storie che abbiamo condiviso sono diventate il codice morse, la linea intermittente che ci ha guidato fra le nebbie della tortuosa (almeno per me) route 2018. Alcune curve ci hanno portato fuori strada e altre ci hanno fatto scoprire inattese delizie per il nostro palato mentale. 


Mi fa piacere ripercorrerne alcune insieme:

  • gennaio: Il giovane robot di Sakumoto Yosuke, storia di Tezaki Rei e della sua abilità di funambolo delle emozioni, pronto ad esplorare mondi paralleli che solo lui può vedere, pur di non avere contatti con gli 'umani'. Innovativo.
  • febbraio:  Il fosso  di Herman Koch, corsa sulle montagne russe dei ricordi dall'autore de La cena che ci offre uno spaccato del mondo politico tristemente attuale. Profetico.
  • marzo: Danze di guerra di Sherman Alexie, raccolta di poesie, riflessioni e racconti, con la quale l'autore ci fa entrare nel suo mondo interiore di poeta, alla ricerca di quella “ipofisi dell’anima” che regola e sregola le nostre emozioni più profonde. Inarrestabile.
  • aprile:  Io voto Shakespeare, in cui il romanzo di Follini serve da spunto per mettere a confronto la politica elisabettiana con l'attuale. Disarmante.
  • maggio:  La selva oscura di Nicole Krauss, un viaggio in una selva disegnata da un'appassionata seguace dell’autoanalisi freudiana che alterna la lettura di Kafka a quella del Talmud. Un marchingegno narrativo da tenere sempre sul comodino. Quasi Perfetto
  • giugno: Less di Andrew Sean Greer, con il suo viaggio attorno alle paure di un uomo che dura ben più di 80 giorni. Incontentabile.   
  • luglio: Hotel Silence di Audur Ava Olafsdottir, un romanzo da leggere armati di coraggio e di matite. Entrambi saranno consumati dalle note a piè di pagina con cui andrete a confrontare le vostre paure con quelle di Jonas, scoprendo che non sono un vostro privilegio, ma non per questo risulteranno meno aguzze. È a quel punto che vi invito a fermare la vostra lettura e attendere. Sgorgherà il silenzio, «come una montagna» cui non potrete sottrarvi. Da non perdere.
  • settembre: Il tuo sguardo illumina il mondo di Susanna Tamaro, in cui l'autrice racconta della sua amicizia con il poeta Pierluigi Cappello, spalancando una finestra sui pozzi più oscuri del nostro sentire. Per ardimentosi dello spirito.
  • ottobre: Asimmetria di Lisa Halliday, romanzo composto da due racconti che l'autrice non tenta di armonizzare in alcun modo, puntando sulle divergenze narrative. Amanti del disaccordo e del gossip.
  • novembreMaestro Severino - Quello che ci ha insegnato Cesari, raccolta di pensieri e esempi di revisione di uno dei più grandi editor del XIX Secolo.  Per chiunque voglia scrivere.
  • dicembre: Poesia dal silenzio  di Tomas Tranströmerraccolta di poesie che tutti dovrebbe portare nei loro zaini e nelle loro orecchie per filmare la route 2019 senza che nessun altro suono possa frapporsi fra la loro poesia e il mondo. Il mio preferito.
Buone letture a tutti.

P.S. A partire dal 2019, imago2.0 uscirà due volte al mese, sempre di domenica. Il prossimo appuntamento domenica 13 gennaio 2019.

domenica 16 dicembre 2018

La stanza vuota di Tranströmer

C'è una poesia di Tomas Tranströmer che si è abbarbicata al cervello la prima volta che l'ho letta. Ero in una stanza ricolma di cose. Libri per lo più, appollaiati su scaffali azzurri che mal celavano lo sforzo di dover reggere tre (a volte persino quattro) file di volumi che si litigavano una scheggia di luce; la possibilità, infinitesima, che un umano si soffermasse proprio su di loro in quella policromia di dorsi colorati e li salvasse da una morte da asfissia e sovraffollamento. 


Il proprietario di quella libreria doveva essere un bulimico della lettura. Incautamente aveva messo assieme la più sconfinata e confusa raccolta di narrativa e poesia che avessi visto. Minute e preziose edizioni di Shakespeare di metà ottocento, giacevano accatastate su uno scaffale, stritolate da ardite costruzioni piramidali di narrativa in economica della metà degli anni '50 del Novecento. Libri dall'ampio e protervo formato, raccolte di memorie di viaggiatori della Terra e della mente, incombevano su prime edizioni in lingua inglese di J. M. Coetzee, Saul Bellow, Nadine Gordimer, Nick Hornby, Alice Munro e Hanif Kureishi ricoperte da uno strato di pellicola trasparente logora e inutile. Favole, edizioni da collezione di Topolino, saggi su Max Perkins, trascrizioni di discorsi di premi Nobel, oscuri epistolari di John Keats e versioni su versioni dello Zibaldone di Giacomo Leopardi. In un angolo della stanza c'era una poltrona di pelle bordò, impunturata con bottoni d'ottone umiliati dal tempo, sulla cui seduta erano rovesciate decine di volumi misti a taccuini dai colori più vari, gonfi di appunti, foglietti, fiori e foglie essiccate, ciocche di capelli, cartine di gomme Brooklyn arrotolate le une nelle altre. Due lavagne di ardesia si aggrappavano alla parete ai lati dell'unica finestra della stanza, ricolme di scritte, minute e fitte, come se il loro creatore fosse un ammaestratore di formiche albine che costringeva a arrampicarsi sulle lavagne per puro sadismo, visto che il loro incolonnarsi orizzontalmente sembrava ai miei occhi privo di qualsivoglia senso. 


Stordito e ammirato mi sedetti su un pouf ai piedi della poltrona, paralizzato dall'indecisione. Con cosa avrei iniziato il mio banchetto? Un libro dal candore rigoroso e dalla corazza rugosa, si appollaiò ai bordi delle mie scarpe e scelse per me. Lo sollevai e strizzai gli occhi per scorgerne il titolo nella penombra in cui la stanza si stava improvvisamente ritirando, come se i suoi molti occupanti avessero deciso di spegnere il sole di un mattino autunnale per vendicarsi del loro spavaldo collega che si era fatto strada fra le mie mani. Poesia dal silenzio, era questo il titolo della raccolta di Tomas Tranströmer che s'impose ai miei occhi. Aprii il volume trattenendo il fiato, sarebbe stata all'altezza di quella stanza? E io, lo sarei stato? La verità, mi chiesi, ha bisogno di tutta questa scelta? 

Tomas Tranströmer

'La verità non ha bisogno di mobili. Ho fatto un giro dentro la vita e sono tornato al punto di partenza: una stanza svuotata'. [1]


[1] - dalla raccolta Poesia dal silenzio - Colui che vede nel buio 1970 - Crocetti editore 2000.  

domenica 9 dicembre 2018

Don't stop me now

Si può essere invidiosi di due gatti? Sì, se appartengono a Freddie Mercury e non solo per le suite private che a loro erano riservata nella magione di Garden Lodge dove il solista dei Queen viveva, ma soprattutto perché hanno avuto libero accesso alla vita e alla voce di uno dei fenomeni vocali del XX Secolo.
È proprio dai gatti che prende le mosse Bohemian Rhapsody il film di Brian Singer uscito da qualche settimana sugli schermi per narrare la parabola di Freddie Mercury. Quindici anni, dal suo lavoro al sevizio restituzione bagagli dell'aeroporto di Heathrow nel 1970 fino a quei venti minuti sul palco del LiveAid dell'estate del 1985, con cui la voce solista dei Queen entrò nella storia del rock, facendo anche infuriare Elton John che si rese conto che quel paki-guy (Mercury veniva spesso identificato come pachistano anche se era nato a Zanzibar) gli aveva rubato la scena. 


Il film offre allo spettatore l'immagine di un Mercury in eterno conflitto con se stesso. Era tanto sicuro e sfrontato sul palco, quanto timido e incapace di decodificare le sue emozioni nella vita reale. Freddie Mercury legittimava le sue emozioni solo quando era sul palco, agganciato al suo microfono, catalizzatore di sensazioni che iniziavano a fluire fra lui e il pubblico, in un circuito a doppio senso che portava all'estasi collettiva. L'unica finestra per osservare da vicino la vita degli 'altri' il solista dei Queen lo trova in Mary Austin, uno dei grandi amori della sua vita (a lei è dedicata Love of my life), l'unica persona con cui poteva sentirsi libero di dichiarare cosa realmente desiderava. 


Il film di Singer (in parte girato da Dexter Fletcher per abbandono dello stesso Singer) è stato aspramente criticato perché, per non essere vietato ai minori, ha sfumato le scene di sesso gay, tagliando completamente quelle relative alle feste orgiastiche che Mercury organizzava alla fine degli anni '70, con tanto di camerieri nudi e drag queen che giravano con piatti dorati in testa, ricolmi di cocaina, tanto da far accusare il film di omofobia. Se anche fosse una mancanza imperdonabile, nulla vieta di fare altri film con al centro la vita dei Queen (di materiale ce n'è tanto e l'ottima musica non mancherebbe), ma davvero è così importante sapere con quante persone alla volta facesse sesso Freddie Mercury? Forse il nostro voyeurismo dovrebbe trovare la sua soddisfazione da qualche altra parte. 


Ciò di cui siamo sicuri è che Rami Malek è molto bravo nella sua interpretazione di Freddie Mercury (soprattutto nella seconda parte del film), contribuendo a far scatenare il pubblico che canta  dall'inizio alla fine della proiezione. Tre generazioni di spettatori che battono le mani all'unisono quando le indimenticabili hits dei Queen fluiscono attraverso il dolby surround della sala cinematografica, così come fecero in quella lontana estate del 1985 nello stadio Wimbledon. Anch'io ho cantato e ho battuto le mani e quando sono uscito dal cinema, ho continuato a canticchiare Don't stop me now  immerso nella nebbia milanese, mentre mia figlia undicenne mi prendeva in giro, mettendosi a ballare con me fra le macchine desidero di baciarsi per congiungersi in un'orgia di traffico serale. Questa pazza esplosione di gioia immotivata e spudorata sarebbe piaciuta tanto a Freddie Mercury.

domenica 2 dicembre 2018

La ricerca di Bernardo Bertolucci

Ci sono sensazioni che non si consumano in un respiro, ma ci arpionano l'anima e ad ogni tentativo di ignorarle, penetrano sempre più in profondità, diventando parte integrante del nostro essere. 


Io ricordo un bambino vestito d'oro, con un cappello a punta e delle strane babbucce, tutto intorno silenzio. Percorre un lungo corridoio oscuro, un bisbiglio, il vento lo attende per svelargli chi è. Un sipario zafferano si illude di essere più importante del sole perché tutti in una immensa piazza lo adorano. E poi il bambino solleva il sipario e un canto ritmico scandisce la sua scoperta: il sole entra nella piazza e s'inchina davanti al ragazzo, l'ultimo imperatore della Cina. 


A Bernardo Bertolucci sono legati molti ricordi, rimasti vividi grazie alla sua capacità di girare attorno all'anima dei suoi personaggi aspettando che lo spettatore compisse l'ultimo passo, alla sua mania di perfezionismo, al suo essere Capitano Achab per le nostre paure più remote, facendocele inseguire fin nell'ultimo cassetto della mente. Ci ha ricordato che le certezze sono compagne pericolose e che la diversità è un diritto oltre che un valore. Dei suoi film oltre a L'ultimo imperatore, L'ultimo tango a Parigi, The Dreamers, Il tè nel deserto e Novecento, un posto speciale nel mio zaino emozionale lo ha Io ballo da sola. Ricordo quando sono andato a vederlo. Avevo 21 anni ed era l'estate del 1996. Circondato da centinaia di persone, in uno stadio sportivo di una città del  meridione sospesa in una bolla di autoreferenzialità. L'audio spinto nelle nostre orecchie da casse scoppiettanti, il telone fissato sopra le sbarre bianche della porta del campo da calcio. Sembrava una vela abbandonata dal vento, ricurva com'era in se stessa. C'erano tanti ragazzi, li guardavo mentre si lanciavano popcorn e sorridevano sornioni davanti alla voluttà apparentemente inconsapevole di Liv Tyler, aspettando la scena di sesso che la recensione che uno di loro aveva in mano dava per certo alla fine del film. 


"Preferisco essere al centro della mia solitudine piuttosto che rimanere nell'angolo della vita di qualcuno". Fu questa frase a costringermi ad osservare lo schermo, a capire quanto eravamo simili io e Lucy Armon (la ragazza americana interpretata da Liv Tyler arrivata in Toscana per trascorrere un'estate a scoprire se stessa) nel pretendere che la nostra vita avesse uno scopo e quanto avrei desiderato un mentore come Alex Parrish (un Jeremy Irons scanzonato, malato e dispensatore di ottimi consigli che per di più tutti avremmo giurato che lui avesse messo in pratica). 
Dov'erano nascoste comunità aperte e interessanti come quella descritta da Bertolucci? E perché io ne ero escluso? Fu in quel momento, lo capii solo molto tempo dopo, che decisi che io l'avrei cercata, a costo di fare di quella ricerca il centro della mia esistenza. 

Sto ancora cercando e per questo ringrazio anche Bernardo Bertolucci. Buon viaggio. 

domenica 25 novembre 2018

Severino Cesari, maestro dell'ascolto

Nel vorticare delle centinaia di proposte contemporanee con cui BOOKCITY ha invaso Milano nello scorso fine settimana, ne ho scelto una che non è dedicata a uno scrittore o a un editore, ma a un artigiano del romanzo che ha cambiato la storia editoriale italiana degli ultimi vent’anni. Mi riferisco a Severino Cesari, storico creatore della collana Einaudi Stile Libero insieme a Paolo Repetti nel 1996. Il progetto nasce da un’intuizione di Giacomo Papi, patron della scuola di scrittura creativa Belleville di Milano e a sua volta autore della collana Stile Libero di Einaudi, che, a un anno dalla scomparsa del grande editor, ha chiesto a un gruppo di persone che hanno lavorato o comunque conosciuto Severino Cesari di scrivere un ricordo sul loro rapporto con il creatore di Stile Libero


Il risultato è una raccolta a cura di Giacomo Papi (Maestro Severino - Quello che ci ha insegnato Cesari – edizioni Belleville) che vale più di mille corsi di scrittura creativa, perché in essa sono racchiusi consigli preziosi su come nascono i grandi romanzi. Dall’idea originaria, al suo sviluppo, fino ovviamente all’editing di Severino Cesari, capace di far sentire ogni autore capito e sostenuto, senza mai rinunciare a una critica spietata, offerta con la gentilezza che lo contraddistingueva. Davanti alla platea di BOOKCITY, Daria Bignardi, Giacomo Papi e Giancarlo De Cataldo ci descrivono un uomo capace di anticipare correnti, idee e gusti dei lettori, protagonista del cambiamento che portò lo stesso Einaudi a far cambiare rotta a una casa editrice che, prima della collana Stile Libero, divideva la cultura in ‘alta’, ‘media’ e ‘bassa’ (spesso quella di genere), così come identificata da MacDonald e ripresa da Umberto Eco in Apocalittici e integrati. Questa distinzione era così netta ancora agli inizi degli anni '90, tanto che nel 1991, quando un editor 'incosciente' fece pubblicare come esperimento la raccolta di battute Anche le formiche nel loro piccolo s’incazzano di Matteo Molinari, Gino&Michele, per la casa dello struzzo, l’Einaudi fu costretta a ritirarla, accusata dalla critica e da parte dei suoi lettori di sporcarsi le mani con questo tipo di libri. 


Eppure qualcosa stava cambiando e il duo Cesari-Repetti era pronto a creare una ‘piccola’ collana di esplorazione che sarebbe diventata uno dei tratti distintivi dell’Einaudi e avrebbe permesso ai lettori di scoprire autori come Marco Paolini, Tiziano Scarpa, Nicolò Ammaniti, Emanuele Trevi, fino allo stesso Gianfranco Di Cataldo con il suo Romanzo criminale. «La domanda da cui partimmo era che cosa sta accadendo di nuovo che le macchine editoriali non registrano? Avevamo la consapevolezza che un sacco di libri che non erano ancora stati fatti. Era uno spazio enorme che noi conoscevano benissimo perché era il frutto di anni di lavoro durante i quali avevamo incontrato molti dei nostri futuri autori e lettori […]»,  racconta lo stesso Cesari, «Non si trattava di essere antagonisti: controcultura era esattamente ciò che non volevamo fare perché la controcultura è da sempre il rovescio della cultura e poi di piccoli editori antagonisti come Castelvecchi ne esistevano. Per noi l’unica politica possibile era attivare energie culturali, ma per farlo bisognava essere dentro le leve reali della cultura e nei suoi meccanismi di funzionamento a tutti i livelli». Ed è esattamente quello che riuscirono a fare, posizionandosi con Stile Libero fra la fascia di 'lettori generalisti' (allora incarnata da Mondadori) e quella dei libri di approfondimento per una piccola élite (allora assorbita da Einaudi), comprendo un segmento di lettori potenziali (i giovani e chi desiderava affacciarsi a nuovi autori e nuovi modi di scrivere) fino allora poco curata dall’editoria. 



Ma più dei successi editoriali e dei (tanti) scrittori che Severino Cesari contribuì a creare, ciò che autori, editori, editor, giornalisti e ‘semplici’ amici del co-fondatore di Stile Libero ricordano con più piacere era il suo modo di leggere e ‘battere’ un libro, come un buon fabbro, pronto a martellare e modellare una storia finché non fosse perfetta. Accordatore del ritmo e sommelier della parola, Severino Cesari era capace di capire se una storia sarebbe stata amata o dimenticata leggendola a voce alta, come se fosse uno spartito di cui percepiva ogni imperfezione. Lo faceva astraendosi completamente dalla realtà che lo circondava, entrava in un palazzo mentale in cui c’era solo lui e la storia e ne usciva solo quando tutto era perfetto e pronto per accogliere il lettore. 

domenica 18 novembre 2018

Abbiamo bisogno delle storie ‘difficili’?

Trama solida, personaggi vividi e soprattutto ritmo, tanto, ma tanto ritmo: il lettore deve essere risucchiato dalla pagina, divorato dalla curiosità di sapere cosa accade al protagonista. A questo si unisce una lingua semplice, scorrevole, confezionata in una sequenza di punti ben assortiti che lasciano poco spazio ai flussi di coscienza. Se chiedeste a un agente o a un editor cosa cerca in un romanzo inedito, vi descriverebbero così la loro idea di romanzo. Una storia che scorre via rapida e piacevole, come una birra ghiacciata in una serata estiva, uno svago per il lettore che, grazie al libro, scappa per un po’ dalla propria vita. 

La settimana scorsa mi trovavo a parlare con uno scrittore che fa anche il talent scout per una importante agenzia letteraria italiana e mi diceva quanto fosse difficile trovare inediti del genere, con “storie intriganti e trame semplici, che possano facilmente aggregare intorno a loro un gran numero di lettori”. Ed è qui che il mio amore per la complessità ha dovuto attivare la sua persistente e pretenziosa difesa dei lettori che amano le storie dense in cui affondare lentamente, come sciroppo d’acero in un pancake. Ho fatto notare che lo scorso mese il Man Booker prize, uno dei più importanti premi letterari per gli autori di lingua inglese, è stato assegnato ad Anna Burn, scrittrice nord irlandese che con il suo Milkman racconta la storia di una ragazza senza nome che è risucchiata in una relazione con un uomo sposato (anch’egli senza nome) soprannominato Milkman. Un libro che è stato scelto fra i tanti candidati proprio per la sua complessità, per il suo essere ‘challenging’ (sfidante) per il lettore, sia per la lingua sia per la storia, non offrendogli mai cosa si aspetta e obbligandolo a tornare più volte indietro nella lettura per capire i vari livelli su cui è costruita la storia. Una bella differenza rispetto ai romanzi ‘page-turner’, che guidano il lettore alla fine della storia stando attenti a non dargli troppi scossoni. Qualche giorno fa Sam Leith in un articolo sul The Guardian si soffermava proprio su questo aspetto della scrittura: la ricerca della complessità. Leith parte dal presupposto che i libri possano anche essere difficili e non per questo essere ignorati. Gli esempi eccellenti vanno da complessità evidenti, come in Ulisse di Joyce a più nascoste come ne Il grande Gatsby di F. S. Fitzgerald, passando per il Dottor Faust di Thomas Mann e Gli inconsolabili di Kazuo Ishiguro, ricordandoci che la vita non è semplice, perché allora i romanzi dovrebbero esserlo?  

Vi svelerò subito che lo scrittore/talent scout mi ha perso appena ho nominato Anna Burn. Ha giochicchiato con la zip della sua felpa verde oliva per un po’ e poi ha sbuffato: “sai quante copie venderà la Burn in Italia? Semplicità, schemi narrativi replicabili, il lettore vuole continuità, essere rassicurato. Ritmo e  intrattenimento”. 
“Confondi letteratura e propaganda” Gli ho detto fiero di essere riuscito a verbalizzare il mio pensiero esattamente come era stato elaborato dalla mia mente.
Lui si è tolto la felpa e ha guardato il suo apple watch ad indicare che il mio tempo di ascolto, se mai era iniziato, si era definitivamente esaurito e mi ha detto: “Sei tu che confondi letteratura e mercato editoriale”.


Ed essendo lettore di complessità, il dubbio si è subito fatto strada fra le mie certezze: ero io a non capire?  Eppure i libri che ho amato sono sempre stati collegati a una sfida, alla capacità di ribaltare il mio mondo, a mettere in discussione ciò che ero e ciò che potevo essere. Mi ero complicato la vita inutilmente? Forse, ma ormai non posso farci nulla, sono un personaggio di J. M. Coetzee, di P. Roth, di J. Safran Foer, di D. Eggers, di A. Tyler, un personaggio che sa correre veloce da un punto all'altro della storia come piacerebbe all'editor moderno, ma solo se questa corsa lo porterà a scoprire se stesso. 

domenica 11 novembre 2018

Le lettere di Antonio Tabucchi al capitano Nemo


Mondadori dedica uno dei suoi Meridiani ad Antonio Tabucchi. Già questa potrebbe essere una notizia per i tanti lettori che, come me, sentono per le storie e soprattutto per la lingua che Tabucchi ricama intorno a un personaggio quel sentimento di ammirazione e fiduciosa attesa che pochi autori hanno garantito ai loro lettori. Nella raccolta realizzata da Mondadori, in due volumi, troviamo oltre al grande successo internazionale Sostiene Pereira, ai romanzi Notturno indiano, Requiem e alle sue pagine di saggistica e di teatro, un inedito che risale ai primi anni ’70 e che Mondadori pubblica per la prima volta in forma integrale. Tutto comincia nel 2014, quando Thea Rimini pubblica sulla rivista Filologia e Critica un saggio su un inedito di Antonio Tabucchi, un romanzo che è rimasto sospeso in un limbo per quarant’anni. Si tratta di Lettere a capitano Nemo, il cui primo capitolo viene pubblicato sulla rivista il Caffè nel giugno del 1977. Il testo viene descritto dallo stesso Tabucchi come “una cronistoria della nascita di una dissociazione psichica (ma anche metafora della Solitudine)” [1]. Il protagonista, Duccio detto Cino, si prepara a trascorrere il Capodanno insieme a una madre distante e triste in una vecchia villa di una Toscana persa fra la Versilia e Pisa che nasconde nelle sue viscere un segreto di sangue. Lasciato a se stesso e in preda a turbe psichiche per i traumi familiari subiti, Duccio trova nel suo unico amico (immaginario) una sponda per non crollare fin dalle prime pagine della sua storia. Il suo amico è proprio il capitano Nemo del titolo e con lui Duccio inizia un dialogo che serve al lettore per scavare nell’animo del protagonista. 

Fin qui la storia, ma come spesso accade con le opere di Tabucchi, il valore del testo sta nella lingua e nella rivoluzione del ritmo narrativo che ci propone l’autore. Tabucchi sovverte aspettative e dinamiche, lasciandoci preda dei flashback e delle digressioni della mente di Duccio. È il personaggio a guidarci, lui decide tempi e modi per raccontarci frammenti della sua storia e quando siamo sul più bello, pronti a dire: ‘ecco, sì, l’avevo detto che era questo il motivo’, Duccio sfuma, rallenta, sovverte la linea della narrazione, interrompendola lì dove le regole del romanzo perfetto (se mai davvero esistono) ce lo vieterebbero. 
Da ogni iato si genera, come da una fonte inesauribile, una storia nella storia, in un infinito e ipnotico effetto Droste che fa diventare la linea narrativa un cerchio che tutto assorbe e rigenera. La sequenza completa diventa il nemico e la curiosità sta non tanto nell’evento (che non si realizzerà mai), quanto nelle parole che vengono usate per descriverne i contorni. È un flusso che va assecondato, abbandonandosi ai labirinti fonetici che Tabucchi disegna per noi, dove l’ultimo indizio è la valigia che l’autore prepara per il suo protagonista prima della partenza per il suo viaggio nella pancia del Nautilus: “poco funzionale ma pittoresca come si addice a una valigia della fiction”. 



Nell’appendice del romanzo Lettera a capitano Nemo troviamo un altro regalo. Una postfazione dello stesso Tabucchi in cui, evento raro, scopriamo cosa accade dopo la fine del romanzo secondo il suo autore: “Fuori dalla visuale di questo romanzo, al di là della sua delimitazione testuale, oltre il cippo perentorio e definitivo dell’affabulato, mi pare lecito supporre un Nautilus che si metta in viaggio. E che tale viaggio, paradossalmente, sia il capitolo più importante di tutto il romanzo. Di esso, però, la scrittura tace. Non so se per malizia, per ritrosia, per incompetenza, per codardia o per deliberata complicità col Possibile. Come se il dépliant di una diligente agenzia, invece di illustrare il dove e il come di un viaggio programmato, impiegasse tutte le sue risorse professionali a dare istruzioni sul modo di fare la valigia. C’è in ciò qualcosa di stolto e di illogico, ma anche il sospetto di una vaga perfidia, di una bizzarra simbiosi: quasi un incrocio fra uno iato e una promessa. […] Viaggia ancora Duccio? Il Nautilus ha già attraccato? E dove? E quando? E in che modo? E, eventualmente, sotto quale forma? È un oggetto mostruoso che tutti riteniamo familiare solo per l’abitudine a vederlo, o un oggetto familiare che tutti riteniamo mostruoso solo per l’incapacità di guardarlo? È un incontro fortuito o un appuntamento mancato? È ciò che non credevamo potesse mai capitarci e che invece ci ha ribaltato la vita, o ciò che desideravamo tanto… ma poi stavamo per fare tardi in ufficio…? È un corpuscolo che tiene dell’infinitesimale e che sta sbucando proprio ora in un dente che fino a un momento fa non ci duoleva e che invece, guarda un po’, rivela una carie insospettata? Perché no, perché no. Il Nautilus, fondamentalmente, viaggia nel nostro Plausibile”. 


[1] -  Da lettera del febbraio 1977 di Antonio Tabucchi a Giambattista Vicari, fondatore del periodico satirico il Caffè.

domenica 4 novembre 2018

Quando Stendhal pubblicò Kafka

Cosa hanno in comune Stendhal e Kafka? Apparentemente nulla. 
Li dividono cento anni esatti (Stendhal nacque nel 1783 a Grenoble e Kafka il 1883 a Praga) e un modo completamente diverso di considerare la vita e la scrittura. 

Stendhal (nome d'arte di Marie - Henri Beyle) amava le persone, ne era incuriosito e da loro prendeva ispirazione per le sue opere, scriveva di getto, senza curarsi troppo della forma, attirando a sé critiche da gran parte del mondo letterario francese del XIX secolo. Era la storia a dover prevalere, a muovere, con il suo impeto, la curiosità del lettore. In cerca di continue ispirazioni, come un cane da tartufo, intercettava e si insinuava in tutti i salotti della borghesia e nobiltà di Parigi, dove era giunto all'inizio del secolo con il "fermo proposito di essere un seduttore", intessendo e usando le relazioni per sostenere la sua carriera letteraria. Queste continue osservazioni, servirono, insieme alle sue letture shakespeariane (era innamorato del bardo), da tavolozza per la costruzione di personaggi complessi e sfaccettati che rappresentarono al meglio le passioni e le meschine paure dei francesi del primo scorcio del XIX secolo. Personaggi he gli permisero di raggiungere il successo e la fama che aveva sempre desiderato.


Kafka aveva paura delle persone, temeva che lo trovassero strano, ossessivo, mentalmente e fisicamente ripugnante. Chi lo incontrava aveva l'impressione che fosse circondato da una parete di vetro. "Stava là, dietro il vetro trasparentissimo, camminava con grazia, sorrideva come un angelo meticoloso e leggero. [...] e sapeva qualcosa di cui gli altri uomini non sanno nulla'" 1
Senza contare che le persone fanno rumore e pretendono attenzione, che invece Kafka aveva bisogno di consegnare integra alla sua scrittura che esigeva da lui isolamento e dedizione monacale. La storia per Kafka era secondaria e strumentale all'analisi dell'angoscia esistenziale in cui erano immersi i suoi personaggi, l'angoscia di sentirsi staccati dal mondo, "fili d'erba che cominciano a crescere solo a metà dello stelo" 1. Questa scelta non fu apprezzata dagli editori a cui Kafka propose le sue opere che rimasero per lo più inedite fino alla sua morte. 


Eppure per una sorta di contrappasso dantesco (Dante era uno degli autori preferirti della madre di Stendhal che lo leggeva in italiano), oggi una delle piccole case editrici  più interessanti in circolazione, Edizioni Henry Beyle, ha dedicato una delle sue edizioni a tiratura limitata proprio a Franz Kafka e a una delle sue passioni: scrivere lettere. Kafka ne scrisse moltissime, ad amici e editori, era molto più facile per lui comunicare in maniera asincrona, senza dover sostenere l'ansia dello sguardo e del chiasso degli altri. Con la consueta maestria con cui questa casa editrice cura le sue pubblicazioni (i volumi sono lasciati con le pagine intonse, che il lettore avrà il piacere di dividere con un tagliacarte, facendo un salto indietro di secoli) ha pubblicato nella collana Piccola biblioteca degli oggetti letterari un volume dell'autore de La metamorfosi dal titolo Indubitabile è in me la brama di libri (a cura di Enrico Ganni con testo a fronte in tedesco), con cui è possibile provare a oltrepassare la parere di vetro dietro cui si nascondeva Franz Kafka. Un'opportunità che Stendhal avrebbe colto senza alcun imbarazzo. 




1 - da Kafka di Pietro Citati - Adelphi edizioni.

domenica 28 ottobre 2018

La vendetta di Thomas Middleton


Ci sono giorni oscuri in cui ogni tentativo di far pace con la propria vita diventa insostenibile e rinchiudersi in se stesso a rimuginare diventa naturale come inspirare ossigeno ed espirare rimpianti. È il momento dei 'se solo avessi' e dei 'se solo potessi', è il momento dell'autocommiserazione in cui sguazzare come un novello Shrek nella sua pozza di fango. Ma nemmeno il fango riesce a sopportarvi a lungo e allora vi resta un silenzio di ferro in cui scivolare, in attesa che qualcuno vi ricordi che dovete scuotervi. Qualcuno che potrà godere della vostra spropositata reazione, come se doveste usare in quel momento tutta l'aggressività repressa che avete conservato nello stomaco e nella testa per anni, trasformandovi in un personaggio del teatro elisabettiano, capace di lavare l'offesa subita dal destino con il sangue. 


E sangue sia, ma perché non documentarsi prima di agire? Proprio in questi giorni al Teatro Piccolo di Milano è in scena La tragedia del vendicatore di Thomas Middleton, imperniato proprio sul bisogno di vendetta contro il fato ostile e le persone che esso ha usato per rovinarci la vita, privandoci del successo che avevamo sempre desiderato e meritato. L'opera di Middleton ci narra la storia di Vindice che vuole vendicare la morte ingiusta della sua promessa sposa Gloriana. Ha tutte le ragioni per volerlo fare e il vantaggio di avere Middleton a guidare le sue azioni e le sue parole, uno degli autori più prolifici di thriller e splatter del teatro elisabettiano (insieme a William Shakespeare), così Vindice cambia identità e inizia a portare i personaggi che ruotano intorno alla corte di un duca (responsabile della morte di Gloriana) all'autodistruzione. Ma come tutti i grandi malvagi mossi dalla brama di vendicarsi per il proprio destino infausto, è costretto a compiere azioni più turpi di quelle inflittegli dal fato per realizzare la sua vendetta e non gli restano che le parole, grandiose e avvolgenti parole se è Middleton a scriverle, a cui appigliarsi per dimostrare a se stesso che era inevitabile. L'autoinganno è compiuto sulla scia di Lady Macbeth e Otello e la magniloquenza diventa l'unica arma per placare momentaneamente la coscienza. 


E allora, immersi nel buio salvifico del teatro, possiamo osservare quello che accadrebbe nel nostro animo se dessimo ascolto ai nostri giorni oscuri e possiamo chiederci: ne varrebbe davvero la pena? Se la risposta è ancora sì, beh, dopo aver goduto di questa pièce sublime, la prima messa in scena in italiano di Declan Donnellan, avremo così tanti spunti da rendere la nostra vendetta contro il destino avverso memorabile. 



domenica 21 ottobre 2018

Jonathan Coe torna a Milano per la settima edizione di BookCity


I libri hanno ricamato i bordi di tutta la mia vita. Da quelli a forma di nuvola della pre-adolescenza, gonfiati dalla fantasia di Kipling, Dumas e Verne, a quelli vivi dell'adolescenza, scheggiati da Dostojevski, Hesse, Dickinson, Leopardi, Pavese, Poe, Majakovskij, Kafka fino all'età adulta con Coetzee, Safran Foer, Solzenicyn, Woolf, Vonnegut, Cunningham, McCarthy, Coupland, Bishop, Capote, Thomas, Calvino, Mann, Murakami, Piperno, Tabucchi & C. dove i bordi hanno cominciato a prendere forme proprie, forse incoerenti le une con le altre, ma necessarie per portarmi dove sono adesso: a cercare di capire cosa c'è fuori e dentro quei bordi.


Un 'bordo' cui tengo particolarmente è La casa del sonno di Jonathan Coe. Non solo perché mi portò alla scoperta di questo caleidoscopico autore, che fa della debolezza il punto di forza dei suoi personaggi, ben sapendo che questo porterà loro dolore e scomode scoperte che gli garantiranno però occhi e orecchie più grandi per soppesare il mondo, ma anche perché fu il primo romanzo che lessi in tandem. Un amico per 'puro caso' (io amo pensare che ci sia un'affinità cosmica che collega le scelte dei lettori) si aggirava fra gli scaffali di una Feltrinelli della sua città, mentre io facevo lo stesso nella mia, entrambi annusavamo l'oceano di copertine in cerca di una storia che non evaporasse al primo cambio di stagione. La casa del sonno. Fummo incuriositi dal titolo e dalla struttura della storia di Coe (una sorta di castello dei destini incrociati di calviniana memoria) e ci portammo a casa il libro. Non appena scoprimmo di leggerlo in contemporanea, iniziò un botta e risposta di commenti, dubbi e domande che ci accompagnarono e ci accompagnano ancora nei nostri giorni. Conservo ancora il ricordo di quei primi scambi e l'euforia di riuscire a condividere qualcosa di vero di me con un altro essere umano senza paura di essere giudicato, come se bastasse essere un lettore per lasciare in sospeso il giudizio, per poter credere che esista un'altra idea di mondo oltre la tua, degna di essere presa in considerazione. 


Per questo non riesco a sottrarmi a un romanzo di Coe, anche se dopo La Banda dei brocchi, non è riuscito più a emozionarmi come un tempo. A Milano, li prossimo mese, in occasione della settimana edizione di Book City (dal 15 al 18 novembre - festa del libro che a Milano invade letteralmente ogni angolo della città, facendone uno splendido evento diffuso) Jonathan Coe presenterà il 15 novembre al Teatro Dal Verme il suo ultimo romanzo (Middle England edito sempre da Feltrinelli) che, a distanza di anni, riprende la storia della famiglia Trotter alle prese con la Brexit e con la crisi di identità politica che sta attraversando la Gran Bretagna in questi ultimi anni. Chissà che l'aggancio con i Trotter (protagonisti proprio de La Banda dei brocchi) non riesca a farmi ritrovare il Coe di cui mi sono innamorato. 


Io comunque il 15 novembre sarò pronto ad ascoltare. 
 

domenica 14 ottobre 2018

Le asimmetrie di Lisa Halliday


Il fato è un amo a cui l’uomo si appende volontariamente per sfuggire alle sue colpe. Cosa ci spinge durante una passeggiata al parco a sederci su una panchina che è già occupata da un uomo, invece di cercarne una tutta per noi, solo pochi passi più in là? E se quell’uomo iniziasse a parlare con noi, chiedendoci cosa stiamo leggendo e qual è il nostro punto di vista sulla scrittura e sull’amore? Resteremmo ad ascoltare incuriositi o scapperemmo via, troppo presi da noi stessi? 



E davanti a questo bivio che ci pone Lisa Halliday con il suo primo romanzo Asimettria (edito da Feltrinelli - traduzione di Federica Aceto): una venticinquenne viene avvicinata da un uomo anziano che si scopre essere un famoso scrittore. Da lì, in poche pagine, oserei dire righe, inizia la loro relazione, descritta dalla Halliday in terza persona con una penna leggiadramente chirurgica, dai toni scanzonati, in cui sono soprattutto i dialoghi scoppiettanti alla Woody Allen (avevo in mente in particolare Basta che funzioni) a costringere il lettore a rimanere incollato alla pagina per sapere chi sarà a mandare all’aria per primo questa sconclusionata storia d’amore e allo stesso tempo a sperare segretamente che un modo per andare avanti esista. E se la stampa internazionale ne ha fatto un best seller ancora prima della sua pubblicazione, lavorando sulla relazione che l’autrice, oggi quarantenne, ha avuto venti anni fa con Philip Roth e sul fatto che indiscutibilmente lo scrittore descritto dalla Halliday (Ezra Blazer) ha moltissimi punti in comune con Roth (dall’esperienza in guerra all’umorismo tagliente, dai dolori alla schiena che lo torturavano al suo ateismo religioso, dalla fede incrollabile per il mondo del baseball alla vittoria, con il suo primo romanzo, del National Book Award), va detto che questo romanzo ha alcuni elementi interessanti su cui riflettere che prescindono dall’ansia da gossip letterario che ne ha decretato il successo di vendite.



Il principale è insieme la sua forza e la sua debolezza: il romanzo è diviso in due parti più un epilogo. La prima parte ‘Follia’ racconta in terza persona la storia d’amore newyorkese fra la giovane Alice e Ezra Blazer, la seconda ‘Pazzia’ narra invece, in prima persona, le disavventure di Amar, un economista iracheno di nazionalità americana che, partendo da Los Angeles, cerca di andare in Iraq attraverso la Turchia. Per farlo deve fare scalo a Londra dove viene preso in custodia nella zona transiti dell’aeroporto di Heathrow. Il totale isolamento a cui è costretto per giorni, senza alcuna notizia sul perché sia trattenuto, fa scattare il rullo dei ricordi e Amar aprirà al lettore le caverne più profonde della sua mente, fatte di guerra, esilii e verità difficili da accettare, che metteranno in discussione la sua idea di ‘giusto‘ e di ‘sbagliato’. Le due storie non hanno nulla che le unisca, se non che entrambe ci raccontano delle asimmetrie, crepe nel sistema di regole che l’uomo insiste a fissare per tentare di controllare l’incontrollabile (la sua vita). L’idea è suggestiva, lo stile pulito, ma ricercato, i riferimenti musicali e letterari sono così tanti e precisi da consumare un taccuino per prenderne nota, eppure alla fine della lettura si rimane con la sensazione che in Asimmetria siano stati messi assieme due romanzi o meglio due racconti lunghi che potevano forse evolverete e diventare due romanzi completi e autonomi anche se interconnessi. E se è vero che sia Alice e Amar sono accumunati dalla paura di fare ciò che dentro di loro sanno di voler fare, indecisi su tutte le scelte compiute e da compiere, li avremmo voluti vedere con maggior possibilità di esprimersi e sorprenderci. 



Asimmetria resta un libro da leggere e di cui parlare, che cerca di smuovere le attese del lettore, disattendendole e riformulandole, provando quindi a proporre un modo diverso di costruire la struttura di un romanzo. Un tentativo coraggioso per il primo romanzo di un autore. 



domenica 7 ottobre 2018

Un incontro a distanza con David Sedaris


Gandhi diceva: «C’è molto di più nella vita che aumentarne la velocità».  Un pensiero che non va di moda oggi, ma su cui dovremmo riflettere perché il rischio è di passare la nostra esistenza sulla corsia di sorpasso, senza renderci conto che non è previsto un secondo giro di pista. 
E ve lo scrive una persona che non ha fatto altro che correre nella sua vita per agguantare un futuro che era di certo migliore del suo presente. Ma era proprio cosi? I bilanci si sa, sono da evitare come un’accertamento fiscale, in entrambi i casi avremo fatto qualcosa che non andava fatto, ma un buon viatico per reimpostare la nostra velocità di crociera può essere l’abitudine di scrivere un diario. E per scrivere intendo proprio ‘scrivere’, sulla carta, con un vetusto oggetto che si chiama penna. Ci metterete di più e sarete costretti a rileggere ciò che avete scritto per vedere se almeno voi stessi in futuro sarete capaci di decifrarlo e questo non potrà che farvi rallentare. 
E poi chi lo sa, potreste anche trasformare i vostri diari in un best-seller. Così ha fatto David Sedaris, che ha appena dato alle stampe con Mondadori i suoi diari con il titolo Ragazzi, che giornata! Diari 1977-2002. Lo incontro a distanza per fargli alcune domande sul suo ultimo libro e per godere delle risposte di uno dei più interessanti artisti dello show business anglosassone, capace di muoversi con la stessa disinvoltura sopra un palco, davanti a un microfono di una radio, in uno studio televisivo o in un grande magazzino vestito da Elfo (per capire quest’ultima esperienza dovrete avere un po’ di pazienza). 


Ma torniamo ai diari di Sedaris. Partendo dal 1977, anno in cui un ventunenne David inizia a girare per gli Stati Uniti senza soldi, ma con tanta voglia di esplorare il mondo, la raccolta di pensieri e riflessioni di Sedaris ci porta fino al 2002, quando l’autore, ormai famoso, di Squirrel seeks chipmunk si trasferisce a Londra. Quanto è stata importante l’abitudine di tenere un diario per David Sedaris e perché ha deciso di condividerlo con i suoi lettori? 

Un’abitudine fondamentale. I miei diari sono un punto di riferimento, spesso mi sono trovato a rileggerli e a scoprire quanto imprecisi fossero i miei ricordi. Riscopro sfumature che la mia mente ha deciso col tempo di cancellare e che invece mi fanno affiorare frammenti della mia vita passata, storie da raccontare. Rileggendo alcuni estratti degli anni ’90 mi sono ricordato di quando, appena arrivato a New York, ero in giro per la città cercando di orientarmi e una persona mi prese a pugni sul naso senza ragione. I diari mi costringono a ricordare che dissi: «Ehi, mi hai preso a pugni e il mio naso sanguina», ma soprattutto mi permettono di ricordare la risposta dell’uomo che mi aveva appena colpito: «Benvenuto a New York». Ecco, questo genere di storie sono preziose per il mio lavoro e le avrei certamente dimenticate se non le avessi annotate sui miei diari. Ho deciso di pubblicarli perché spesso quando concludevo i miei spettacoli a teatro, leggevo degli spezzoni del mio diario che piacevano molto al pubblico e così mi sono detto, perché no?   

Lei ha dedicato molto tempo della sua vita a viaggiare. Ma cos’è cambiato da quando visitava luoghi come Bakersfield, California; Odell, Oregon; Kingman, Arizona e Temple, Texas a quando ha iniziato a visitare le capitali mondiali dell’arte e della cultura come Parigi, New York e Londra?

Quando ero giovane volevo viaggiare e scoprire il mondo, ma non avevo i soldi per andare in posti famosi come Londra o Vienna, così mi dissi che potevo comunque viaggiare in posti meno famosi, posti che poi ho scoperto altrettanto interessanti, forse ancor di più. Probabilmente perché in quei luoghi ho spesso dormito accucciato in un cantuccio sotto una veranda di un motel di infima categoria, luoghi perfetti per cercatori di storie. È lì che nascono quelle più interessanti. A volte mi dico che dovrei farlo ancora, ma poi capisco che non ho più l’età e il fisico, e poi sarebbe qualcosa di ‘falso’, artefatto, mi vedete oggi a prendere un bus per andare da una costa all’altra degli States, dormendo dove capita? No, per vivere in mezzo alle storie e raccontarle bisogna essere sinceri, prima di tutto con se stessi.  


Andrew Anthony in un articolo de The Guardian ha detto che lei è in grado di individuare un folle in una folla indistinta, ‘come farebbe un cane poliziotto con un contrabbandiere di droga’ e io sono totalmente d’accordo. Come ha sviluppato questa capacità e cosa la colpisce in una persona quando l’incontra per la prima volta?

In realtà sono le persone folli che mi trovano. Per qualche ragione più sono folli più vengono a me, come se fossi il loro punto di riferimento. Ma è vero che questo mi ha fatto sviluppare un’attitudine nei loro confronti: posso camminare in una stanza piena di persone e sentire subito qual è la più interessante, quella di cui mi piacerebbe sentire la storia, quella a cui manca qualche parte, fisica o intellettuale, perché è dalla mancanza che spesso partono le storie migliori. Forse perché sono anch’io un po’ folle e mi manca decisamente un po’ di cervello.

In questi diari ci sono molti collegamenti ai suoi precedenti lavori come show-man, pensa che questo possa essere un limite per chi non ha mai assistito a un suo spettacolo o non ha mai ascoltato una sua trasmissione radiofonica? 

Certamente per chi ha già visto i mie show sarà interessante giocare a trovare retroscena e collegamenti agli estratti presenti nei miei diari, così come per chi ha letto altri miei libri, ma penso che anche chi si avvicina al mio modo di scrivere per la prima volta possa trovare degli spunti interessanti, scoprendo che i miei ricordi sono spesso degli sketch molto divertenti, magari saranno loro a portarmi nuovi lettori. 

Una delle parti che preferisco dei suoi diari e quando racconta della sua esperienza da Macy’s a New York, da cui lei ha lavorato come elfo di Babbo Natale, esperienza che le ha fornito molto materiale per i suoi libri e da cui ha tratto anche un’altra raccolta di diari: SantaLand Diaries. Quanto è stata importante per lei questa esperienza e che consigli darebbe a un aspirante elfo?

È stata la prima volta in cui ho lavorato con il pubblico ed è stata fondamentale. Penso che in ogni lavoro ci siano due settimane, le prime, in cui i tuoi sensi sono così reattivi e non condizionati dall’ambiente in cui ti trovi (per te ancora sconosciuto) da riuscire a percepire ogni sfumatura interessante delle storie che ti passano accanto. In quelle due settimane assorbi una quantità di informazioni ed emozioni che non acquisiresti in anni di lavoro. È il tuo imprinting emotivo. La cosa bella del lavoro da Macy’s come elfo è che durava poco più di due settimane, così ho potuto godermi solo la parte interessante dell’esperienza, prima che tutto diventasse ripetitivo o che mi apparisse tale, non riuscendo più ad attirare il mio interesse. È stata un’esperienza d’oro per me. Oggi siamo immersi in un mondo in cui le persone non si guardano più attorno. Tutto il tempo con la loro faccia appiccicata allo schermo dei telefoni, perdono tanto e non lo sanno. Io cerco di non avere un rapporto con il mio smartphone e questo mi rende una persona migliore delle altre. Scherzo…o forse no…

  

Lei è stato definito un Alan Bennett americano, ma è anche stato paragonato a Garrison Keillor, il lato oscuro di Garrison Keillor. A chi dei due si sente più vicino e perché?

Amo entrambi, ma Alan Bennett per me è un Dio, non mi paragonerei mai a lui, ho visto molte delle sue performance e ho letto i suoi testi, posso solo baciare il suolo dove cammina e prendere ispirazione, ma è davvero importante per me che qualcuno abbia voluto paragonarmi a lui. Mi ricordo che un giorno un’amica mi raccontò che, all’università dove si era appena iscritta, un’insegnante aveva chiesto ai ragazzi chi avrebbero voluto diventare una volta usciti da lì e una ragazza disse: «David Sedaris». L’insegnante la fissò in silenzio e poi le rispose: «Beh, potresti puntare a qualcosa di meglio nella vita…» Non penso che io e quell’insegnante potremmo essere amici.

Perché un lettore dovrebbe leggere i suoi diari e vorrebbe dare un consiglio a chi si appresta a diventare un ‘diarista’ come lei? 


Beh, dovrebbero comprare i miei diari perché ora sono finalmente ricco, ma mi piacerebbe esserlo ancora di più, mi raccomando. A una persona che vuole cominciare a tenere un diario consiglierei di scriverlo ogni giorno, ma di non leggerlo, non subito, meglio aspettare, anche anni in alcuni casi. All’inizio sicuramente non scriverà cose interessanti e se le leggesse potrebbe sentirsi perso, demoralizzarsi e smettere. Ma in tutte le cose ci vuole esercizio. È come suonare il piano, non si può pretendere di farlo bene la prima volta, insistere, questa è la chiave. Non tutti i giorni possono diventare un capolavoro, ma in tutti può esserci l’orma di una storia.