domenica 25 luglio 2010

una parola un verso - nona: "confutare il mondo di Amélie"

confutare v. tr. [dal lat. confūtare] (io cònfuto, alla lat. confùto, ecc.). – Ribattere un’affermazione, una ragione, ecc., dimostrandola erronea o infondata.


Il caso Amélie

Confutare se stessi è uno sport poco praticato ma molto salutare.

Mi sono trovato a doverlo fare pochi giorni fa, per poi sentirmi di nuovo attratto dal paradigma appena negato.


Stiamo parlando di Amélie Nothomb e dei suoi libri.

Una donna che è riuscita in pochi anni a generare un vero e proprio fan club di lettori osannanti, dipendenti dalle sue mistiche divagazioni dell’animo e soprattutto della mente.

Dopo averne visto un’intervista, sentendole dichiarare, senza alcun imbarazzo, di reputarsi la migliore scrittrice vivente, ero stato conquistato da un desiderio di oblio per personalità così fastidiosamente “ostentanti”, gioiosamente in linea con il contesto sociale in cui viviamo, dominato dall’insopprimibile esigenza di vendere se stessi al meglio. Non avrei ceduto alla mia indomita curiosità per il nuovo, né alla voce suadente della famosa scrittrice, ai suoi fonemi precisi, al cappello di feltro nero, quanto mai adatto a questa novella regina di cuori, intrappolata in regno tutt’altro che meraviglioso. Avevo bisogna di sostanza e non ancora di amabile forma.

I giorni sono passati e il mio occhio è caduto più volte sui suoi libri durante i miei periodici attacchi compulsivi di acquisto libresco.

Ma ho sempre resistito. Strenuamente. Almeno per i primi due giorni, al terzo ho ceduto ed ho comprato (spinto dall’ennesimo consiglio di un’amica, che parlando del Giappone lo ha subito Nothombizzato), uno dei suoi libri più famosi “Stupori e Tremori”.

Lo avete letto? All’inizio la scrittrice sembra nascondersi dietro una scrittura precisa nel suo saltare di pensiero in pensiero, come uno scimpanzé Ameliè Nothomb si sposta di ramo in ramo, senza un ordine apparente, mentre viene braccata dai cacciatori della razionalità. Ci confonde, ci incuriosisce, ci ammalia con nipponiche reminescenze. Il libro infatti narra la storia autobiografica della sua esperienza in Giappone, dove la sua protagonista (Amélie anche lei) ritorna dopo molti anni di distacco, cercando in tutti i modi di farsi accettare, di sentirsi integrata in quell’universo di regole e imposizioni, su cui il suo Giappone sembra basarsi. La trama appare una scusa per farci saltare con Amélie sugli alberi delle sue nevrosi, collocandoci in un oblio da cui ci svegliamo alla fine del libro, dipendenti e pronti a leggerne ancora.

Mi trovavo di fronte al segreto che si cela dietro i suoi best sellers? Attirarci con la diversità per poi confortarci con il suo rifiuto? Potevo allegramente confutare il pensiero originale che mi aveva portato a tenermi alla larga dai suoi libri?

Sembrava di sì.

Poi, mentre ero già in libreria e la cassa batteva il suo secondo libro sul Giappone, le mie mani ebbero un sussulto nel prendere la bustina e il suo contenuto. Mi aveva fregato? La sua abile ricetta era stata quella fin da principio?

Rendersi antipatica e diversa, rispolverare il clichè dello scrittore ribelle che non può essere compreso e non vuole comprendere i normali? Li accetta come suoi lettori, facendoli entrare nella sua trappola, ma è sempre lui la regina di cuori che manovra ogni trucco.

Stavo confutando la mia confutazione. Ero prigioniero dell’oblio.

domenica 18 luglio 2010

una parola un verso - ottava: "calore"

calóre s. m. [lat. calor -ōris, der di calere «essere caldo»]. – 1. La sensazione determinata dalla vicinanza o dal contatto del corpo umano con un oggetto o con un ambiente caldi. 2. In biologia e in medicina, c. animale, quello proprio degli animali omeotermi, derivante dai processi metabolici; colpo di c. 3. Con riferimento alle femmine degli animali, spec. mammiferi, il complesso delle manifestazioni legate all’estro (eccitamento sessuale, ricerca del maschio, ecc). 4. fig. Fervore, ardore, entusiasmo, manifestazione intensa degli affetti: il c. dello sdegno.



Calore.

Che spinge sulle nostre gambe, sino alle spalle,

stringe sudore intorno al collo,

svela insofferenza in ogni desiderio,

vela gli occhi, ottura le orecchie,

appiccica i capelli e riscende, insopportabile, scure rovente sui nostri pensieri,

riducendoli a ricordi dal retrogusto amaro.



Ci schiaccia, ci odia, ci fa odiare.



Scappare, pensiamo solo a fuggire,

dove la notte può arrivare,

dove il letto, graticola di sensi distratti, ci rotola avanti e indietro senza aspettare.


Sparire, si potesse sparire in un respiro fumoso di freddo contatto.

Calore, ancora,

su cui sbriciolare volontà e sedurre piaceri.

Non posso più osservare il calore che monta sulla pelle.

mercoledì 7 luglio 2010

Una parola un verso – settima: “silenzio”

silènzio s. m. [dal lat. silentium, der. di silens -entis, part. pres. di silēre «tacere, non fare rumore»]. – 1. a. Assenza di rumori, di suoni, voci e sim., come condizione che si verifica in un ambiente o caratterizza una determinata situazione: il s. della notte; b. Nel linguaggio milit. (e per estens. di collegi e altre comunità), prescrizione di non disturbare il riposo o la tranquillità parlando o facendo rumore; il periodo di tempo per cui si deve osservare questa prescrizione e il segnale di tromba che ne segna l’inizio 2. a. Il fatto di non parlare o di smettere di parlare (e, più in generale, di non gridare, cantare, suonare, fare rumore) per un certo periodo di tempo: stare, rimanere in silenzio; ascoltare in silenzio b. Per estens., il non dare notizia di sé, né per lettera né con altri mezzi di comunicazione 3. Nel diritto civile, il fatto di non manifestare la propria volontà, che non ha alcuna rilevanza giuridica se non nei casi indicati dalla legge 4. Chiesa del s., espressione usata, spec. in passato, per indicare la condizione della Chiesa in alcuni paesi a regime totalitario, nei quali non esiste né il riconoscimento della religione, né la libertà di culto.



Nacchere di gesti,
si contrappongono allo schizzo di un sospiro che, ancora, speri di lanciarmi addosso.


Nessuno ci guarda, tutti ci respirano, rubando idee irrealizzabili intinte in labbra troppo carnose per liberare silenzio.


Strusci i piedi su un tempo passato, scavi vogliosa, la sabbia non ti accetta e si colma di ricordi sbagliati. Più insisti più è bollente.


Io guardo dove non ci sei,
dove Nulla è sempre incerto e perciò magnifico,
dove i lenzuoli sconnessi su cui volo non sono stati ancora riempiti di sabbia,
strappati per cibare pesci che continuano a fissare la mia mente che si disperde, duplicando sensazioni indefinite e sorde alla fame che imperterriti essi spalancano.