domenica 29 maggio 2011

Una parola, un verso: ventesima - "Contaminazione"

Contaminazione: 1. L’atto, il fatto di contaminare, in senso proprio e fig., e l’effetto che ne consegue: colpe che sono una c. del corpo e dell’anima.
2. Fusione di elementi di diversa provenienza nella composizione di un’opera letteraria.
3. Incrocio di due forme o di due costrutti, in modo che ne sorga una terza forma o un terzo costrutto.


Contaminazione,
che scorre sotto uno stagno di strade asfaltate, gonfiando idee ed aspettando il momento della rivelazione, silente.
Un rullo di tamburi in una selva oscura”, così T.S. Eliot definiva la poesia. Un rumore ritmico, prima soffuso, che poi (pian piano) aumenta d’intensità, fino a diventare impossibile da evitare, da silenziare. Scoprendo così che l’origine di questa urgenza dell’animo, che cerca continuamente di contaminare la nostra realtà, ha sede in un territorio inesplorato, potenzialmente pericoloso e magicamente oscuro.
Virginia Woolf sosteneva che le bastava saper aspettare, nel silenzio, e le parole giuste sarebbero apparse, appena sotto la superficie delle idee da cui si affacciava ogni giorno, aspettando che si fondessero, lasciandosi contaminare, l’una con l’altra, nell’unico modo possibile.
Un piccolo granello di sabbia, come ci dice la poetessa e saggista Wisława Szymborska, racchiude in sé poco più del nulla, è indifferente al suo viaggio e al suo destino, siamo noi, con il nostro occhio, con la nostra improvvisa attenzione alla contaminazione che opera depositandosi sugli oggetti o sulle persone, a regalargli un altro senso, un nuovo senso.
Tutti lo vogliono questo nuovo senso, ma non sono più abituati a cercarlo. 
La scrittura, la fotografia, il cinema, il teatro, la pittura, la scultura, la musica. Sono tutte forme d’espressione che utilizzano parole. D’inchiostro, di luce, di immagini e di gesti, di colori, di marmo e di suoni. Possono (e a mio giudizio devono) diventare improvvisi punti di contaminazione fra noi e il mondo che abbiamo intorno. Diffusori di dubbi per contaminare le nostre certezze stantie e, come riporta la definizione della parola di oggi, far sorgere qualcosa di diverso.
Strisce, ritagli d’idee, sfuggite alla certezza, pronte a sconfinare nella selva oscura di cui ci parlava T.S. Eliot e in essa germogliare, moltiplicandosi, fino a completarsi in un’opera che ha il solo scopo di far sfuggire altri ritagli a coloro che la vorranno osservare.

-

domenica 22 maggio 2011

Le “Operette Morali” di Mario Martone


E sì, da oggi le “Operette Morali” di Giacomo Leopardi, che tutti noi avremo incontrato a scuola, almeno nei suoi dialoghi più famosi (chi può dichiarare di non avere appoggiato gli occhi sulle pagine del Dialogo della Natura e di un Islandese, almeno una volta nella vita?), sono diventate di proprietà di Mario Martone.  Dopo anni di oblio, il coraggioso regista napoletano le ha riportate all'attenzione dei suoi dispersi lettori, osando l’impensabile: le ha proposte in teatro, davanti ad un pubblico incredulo e sempre più affascinato dalle innumerevoli invenzioni sceniche dello spettacolo.
E così, chi nelle scorse settimane ha avuto la fortuna di andare al teatro Argentina di Roma, si è trovato davanti ad uno dei testi più interessanti ed innovativi dei primi dell’Ottocento. Perché se tutti siamo avvezzi a considerare Giacomo Leopardi uno dei più grandi poeti italiani, in pochi penserebbero a lui come ad un fine umorista. Le “Operette Morali” invece rappresentano, in forma di dialogo o di semplice narrazione in chiave ironica, uno splendido esempio di satira sull’essere umano, sulle sue presunzioni e sulle sue disoneste certezze.
Quest’opera dimostra come la letteratura sappia rinnovarsi, osando voci sempre nuove, scontrandosi inevitabilmente contro coloro che a queste voci nuove, magari poco alla moda e sicuramente non piacevoli da ascoltare, preferiscono una confortevole tradizione, che livelli il pensiero e renda noioso e sicuro il nostro viaggio.
Martone, come Leopardi, non si risparmia, offrendo agli spettatori tutto il tormento e i dubbi che hanno afflitto il sommo poeta e che l’essere umano continua ad ignorare, credendo così di annullare l’incertezza sulla sua ragion d’essere.  L’abilità del regista sta nel aver colto lo spirito con cui Leopardi aveva ideato l’opera, partendo dal presupposto che, come ci dice il poeta nel “Dialogo fra Timandro ed Eleandro”, se la sofferenza per l’insensatezza della vita permane e in lei il dubbio si rincuora, è sempre meglio impacchettarla in un sorriso. E il pubblico ha sorriso e ha pensato durante lo scorrere dei dialoghi leopardiani, mentre scopriva, ancora una volta (speriamo), che il mondo non ruota intorno all’uomo.., ma agli elfi e agli gnomi!

-

domenica 15 maggio 2011

“La grande casa” di Nicole Krauss

Il centro di questo corposo ed ambizioso romanzo, il cui titolo si riferisce alla scuola religiosa e filosofica (La Grande Casa) che, secondo la tradizione ebraica, Yochanan ben Zakai fondò fuori dalla città di Gerusalemme sfuggendo all’assedio dei romani, si condensa  nel desiderio di rinascita e di rifondazione che, a detta dell’autrice, pervade l’uomo contemporaneo. 
L’essere umano, secondo Nicole Krauss (trentaseienne newyorkese di origine ebraica, con diramazioni familiari che la portano dalla Germania all’Ungheria) è alla ricerca di sensazioni e valori universali, da riscoprire e mettere al centro del proprio percorso. Di nostalgia, d'amore e di memoria. È soprattutto di questo che parlano le storie di Nicole Krauss, senza aver paura di farlo, immergendo il lettore in uno stile che ricorda i vecchi e sublimi romanzi ottocenteschi russi.  La grande casa, ha come protagonista una poderosa scrivania, che passa di personaggio in personaggio, di scrittore in scrittore, di dolore in dolore e soprattutto di mancanza in mancanza. Coloro che si trovano a fronteggiarla, stanno, per ragioni diverse, lottando contro se stessi alla ricerca di qualcosa che gli manca, per comprendere quale sia il loro valore universale, per continuare a difenderlo o a negarlo, senza che un tempo liquido e rapace dimostri che quella mancanza non sia mai esistita.
Il libro, che utilizza la tecnica dei continui salti temporali, costringendo il lettore ad una lettura serrata e continuativa, per non dimenticare gli indizi che Nicole Krauss dissemina abilmente lungo la storia, ci fa conoscere i più intimi pensieri dei vari  utilizzatori della scrivania, che proprietari di quell’oggetto e del suo segreto non saranno mai.
L’incipit è da manuale e fa subito affezionare il lettore al personaggio della scrittrice insicura e nostalgica per tutte le sue scelte incompiute, che ha avuto in prestito, anzi in gestione, la scrivania da un poeta, che a sua volta sembra averla avuta da un famoso scrittore. Il lettore si tuffa nella storia senza rete e si gode il sapiente uso delle metafore che percorrono l’intero testo, come una tessitura di stelle, che accompagna i lettori-esploratori nel viaggio di scoperta che hanno intrapreso e che i personaggi, per primi, sono costretti a compiere per svelarci finalmente il segreto di quell’unico cassetto chiuso a chiave che la scrivania conserva.
Nel prosieguo però, il testo sembra risentire della sua forte complessità d’intreccio, nonché dei salti temporali che sono inframmezzati da parentesi esplicative ed intimiste troppo ampie, che rischiano di far perdere memoria al lettore del tema principale.
Il romanzo comunque rivela importanti doti narrative, gestite con consapevolezza e arguzia, anche se personalmente ritengo le pagine più affascinanti quelle in cui l’autrice sembra scordarsi per un attimo di essere una delle migliori scrittrici under 40 del mondo (almeno secondo la prestigiosa rivista “New Yorker”) e riprende in mano la penna del verso poetico, con cui ha iniziato la sua carriera, lasciando che la parola corra, libera e scomoda a rovistare, come un animale selvatico e affamato, nel nostro inconscio.


-

domenica 8 maggio 2011

Una parola, un verso: diciannovesima - "Adattarsi"



Adattarsi rifl. Assuefarsi o conformarsi (biologicamente o spiritualmente) a determinate condizioni dell’ambiente, della vita, della realtà, riducendo via via le proprie reazioni o resistenze a tali condizioni: adattarsi a un clima, a un nuovo ambiente ecologico; non tutti riescono ad adattarsi alle nuove tecnologie; adattarsi alla situazione, alle circostanze, ai tempi; i suoi occhi si adattarono a poco a poco a vedere nella semioscurità.

Adattarsi.
Al lavoro, alla sorte, alla famiglia, al poco tempo, al mal di pancia, alle urla, al malumore, alla malinconia, alla mancanza, al mancato perdono.
Adattarsi. È riflessivo, non a caso. Nessuno potrà davvero aiutarvi a farlo. Deve già adattarsi alla propria di mancanza. Non avrà spazio per la vostra.
E allora riprenderete a spingere. Il vostro ventre si aprirà, perché sia possibile stiparvi dentro la vostra migliore realtà, mentre voi sceglierete sempre quella di un altro, quella di uno dei vostri contatti più interessanti.

Quello con più amici, con più commenti, note, post, relazioni, communities e network. Sì, a quello proprio vi piacerebbe adattarvi, a lui che ha sempre tempo di inviare una foto o un parola in rete, anche una sciocchezza, un banale link che può parlare da solo, mentre voi restate sempre in silenzio, a pensare, a desiderare, a cercare di adattarvi.
Il problema è che voi non servite più! Il vostro super contatto lo ha già capito. Voi lamentosi “off-line” siete superati. Lui l’ha capito e non vi permette più di entrare. Lui è sempre “on-line”. Quasi non sente più la sua mano, il suo mouse, la testiera bianca rigorosamente wi-fi. Nulla. Solo contatti.100, 500, 1000 contatti. Ecco, sì è a questo che punta e voi lo state aiutando, siete uno di loro, sebbene non il più interessante, nessuno a parte lui lo è. Lui.., lui ha smesso di adattarsi.

-

domenica 1 maggio 2011

Parole: Restare in contatto e girare in tondo.

Restare in contatto è la dogmatica e forse unica certezza che percorre il nostro tempo.



Per la cosiddetta generazione “Millennium”, ossia per coloro che sono nati a partire dagli anni ’90, restare in contatto è l'obiettivo principale (spesso unico) della loro giornata.  Per farlo però le parole, almeno quelle di “una volta”,  non si usano più, sono state bandite insieme ai volti, alle voci, ai gesti e ai corpi. Tutto inutile e superato. Si è compreso che le informazioni possono viaggiare fisicamente separate dai loro usuali “vettori” (gli esseri umani), utilizzando come unico mezzo di comunicazione la rete e tutte le sue derivazioni, con un dispendio di tempo e di energia per attivare o disattivare un rapporto mille volte inferiore. La lezione era semplice ed anche le generazioni anni '70 ed '80 non si sono fatte sfuggire l'occasione di risparmiare
La mente di Zygmunt Bauman (sociologo, scrittore, saggista e libero pensatore), spulciando gli studi sul web-mondo ci comunica, con tagliente leggerezza, che se sommassimo tutte le parole pronunciate dall’uomo dall’inizio dei tempi usando il sorpassato “vettore” del corpo e le archiviassimo in forma digitale, occuperemmo 5 miliardi di gigabyte, contro i 6 miliardi già necessari a catalogare il traffico di e-mail attivato dalla fine degli anni ‘80 al 2006. 
Tutto quello che prima era “off line” è stato rapidamente trapiantato “on line”, realizzando la semplificazione dei mezzi di comunicazione unita ad una moltiplicazione incontrollata della massa di informazioni che vengono scambiate. E le parole? Compresse e riformate, tentano di aggrapparsi alla nostra voglia di liberarsi di loro. Pensiamo a parole come “contatto”, “comunità”, “amicizia”, “appuntamento”.  
Quanti di noi oggi davanti a “contatto” pensano a quello fisico fra due esseri umani e non al numero di “contatti” che hanno su FB? E davvero esisterà qualcuno che davanti a “comunità” visualizzerà un insieme di villaggi arroccati su una montagna? Il trapianto di queste vecchie parole off-line nell’universo on-line non può che modificarne il senso, evidenziando l’eccezionale opportunità che alcuni guru del ICT ci presentano con un novello eden: l’assoluta incorporeità. Senza di essa tutto è più semplice. Viene a mancare il “peso” e la “lentezza” di quegli interminabili passaggi che portavano due persone ad osservarsi, avvicinarsi, presentarsi, conoscersi, trovarsi insopportabili, litigare, fare pace, ritrovarsi, innamorarsi, lasciarsi. Tutto era complicato, sia perché necessitava un impiego di energia e di tempo rilevante, ma  soprattutto perché rendeva molto complessa, se non (nel mio caso) impossibile, la gestione di più rapporti in contemporanea. Uno spreco
La perdita di centinaia di potenziali “contatti” a favore di pochi esseri umani in carne ed ossa, casualmente selezionati e senza garanzia di piacere.  Sembra che molti di noi ci abbiano creduto, ritrovandosi a girare in tondo, saltando da un contatto all’altro per sollazzare il loro bisogno di un rapido e giornaliero  ego-piacere. Alla fine del giro, scopriremo che la giornata si è conclusa, mentre eravamo attaccati all’on-line mondo l’abbiamo persa. Un bel risparmio di noiosi contatti off-line, di parole, pensieri. 
Già, proprio un bel risparmio. 

-