domenica 31 marzo 2013

Anche il buio è un sole

Nella vita si può esser sfortunati o fortunati oppure sentirsi tali, ma difficilmente una sfortuna diventa un’opportunità con tanta rapidità com’è accaduto agli spettatori che sabato 23 marzo si sono fatti coraggio e, non contenti della settimana che li aveva appena intinti in una gorgogliante tavolozza di problemi e recriminazioni, hanno deciso di regalare un paio d’ore del loro tempo al teatro. Ma non hanno scelto una commedia, né un luminescente musical, no, queste persone hanno deciso di scendere nel sottosuolo pirandelliano, con una delle sue novelle più oscure e estreme: La trappola.


Lo hanno fatto affidandosi ad un Caronte d’eccezione (Gabriele Lavia) che ha rivisitato il testo di Pirandello per ricavarne una pièce quanto mai attuale e potente.

Ma quello che non si potevano di certo aspettare questi coraggiosi spettatori era che in quella stessa sera il sindacato del personale del teatro Argentina di Roma, dove la rappresentazione era in cartellone, avrebbe indetto uno sciopero che puntava a rendere impossibile far andare in scena Lavia e compagnia. Non c’erano tecnici del suono, né delle luci; non c’era chi apriva e chiudeva il sipario, non c’era chi avrebbe reso gli spettatori invisibili spioni di un Lavia splendente. Insomma c’era di che annullare lo spettacolo. C’era, ma non c’è stato. Gabriele Lavia è uscito a palcoscenico e teatro illuminato e ha detto di volerci provare ugualmente, ma per farlo aveva bisogno dell’aiuto del pubblico, della loro immaginazione, che avrebbe dovuto far buio dove c’era luce e luce dove c’era buio, musica dove c’era silenzio e molte voci dove ne esisteva una sola. Insomma si trattava di fare un salto nel passato di molti secoli, quando gli spettacoli erano en plein air e i microfoni non esistevano e tutto si basava sull’immaginazione di chi non aveva lì pronto uno smart phone a riscaldargli la tasca e i video in streaming se li doveva creare nella propria memoria.

All’inizio il pubblico ha scalpitato, la recita è iniziata e loro erano lì, più visibili dell’attore, si chiedeva loro di partecipare, di interagire. Facile penserete, lo si fa da anni sulla Rete. Ma con il proprio nickname sui social network è molto più facile. In quella sera di sabato, di nickname non ne esistevano, di volti e di espressioni c’erano solo quelle vere. E allora bisognava far ripartire una macchina vecchia e impolverata, ma su cui da bambini abbiamo corso, eccome.

Per chi ce l’ha fatta quella serata rimarrà nel suo database visuale e emozionale per sempre, senza bisogno di schede di memoria aggiuntive. Avrà scoperto che una luce è buio e che un buio può ritornare luce e non esiste la versione migliore dell’una o dell’altra, ma solo quella che avrà vissuto. E se la vita, dice Pirandello per bocca di un immaginifico e strepitoso Lavia, è «una marsina stretta» e noi non possiamo che restare immobili o muoverci e strapparla, iniziando la nostra partita con la morte, aver tenuto in esercizio la nostra immaginazione non potrà che aiutarci in questa complessa schermaglia, che ci vedrà perdenti sì, ma speriamo con un po’ di gusto.

domenica 24 marzo 2013

Lezioni d’equilibrio. Siti e Piperno a confronto.

C’era una volta un attore che non piaceva al suo regista, per questo provava e riprovava, ma il regista non era mai contento, finché gli fu chiesto se possedeva una bicicletta. L’attore perplesso guardò il suo regista in cerca di un indizio sulla serietà della domanda. Poi si fece forza e disse che sì, aveva una bicicletta. Il regista allora gli chiese di tornare il giorno dopo con la bicicletta e di recitare la scena restando in equilibrio senza usare le gambe. L’attore lo fece e dopo molte prove e molte cadute il regista gli disse che era finalmente pronto a girare la scena senza bicicletta.


Ecco, lo stato di equilibrio instabile con cui si è dovuto confrontare l’attore in questione (aneddoto narrato da Bulgakov in cui si riconosce Stanislavskij), è lo stesso in cui Walter Siti, in un colloquio con Alessandro Piperno sul realismo in letteratura durante l’ultima edizione di Libri Come, ha dichiarato di vivere mentre scrive. Un corpo a corpo fra realtà e realismo, fra riproduzione fedele e sbavatura voluta e sofferta della realtà che rende, questa e non la prima, davvero vivo un personaggio o una storia. Spinto da Piperno a dichiarare la sua scarsa dipendenza dalla ricerca psicologica del personaggio (in alcuni casi vera e propria avversione), Siti collega questa scelta anche alla sua predilezione per la prima persona e il tempo presente, perché «devo essere io il primo a crederci, a muovermi nella storia e a sorprendermi per qualcosa di inatteso che accade. Non m’interessa capire ciò che è stato, ma ciò che sta avvenendo.» Antitetica la visione di Piperno, per il quale l’analisi psicologica del personaggio, la sua storia pregressa, le ragioni che lo hanno portato a comportarsi in un certo modo, le sue colpe e le sue paure prevalgono sul presente, facendo sentire tutto il loro peso sulle azioni, ecco quindi la predilezione di Piperno per i tempi imperfetti, tempi dove tutto è già compiuto, anche se deve ancora essere nel flusso narrativo.

Biciclette diverse quelle scelte dai due autori, ma percorsi altrettanto complessi per riuscire a rafforzare nel lettore quell’idea di verosimile su cui si regge gran parte della nostra letteratura. Anch’essa in equilibrio instabile, sospinta da ogni dubbio, metafora o metonimia che lo scrittore sa gonfiare, pur di arpionare il lettore alla storia e all’esplorazione degli scalpitanti egoismi umani.

Ascoltando la dicotomia della bicicletta sitiana viene alla mente l’intervista di qualche settimana fa a Philippe Djian, autore francese, famoso per il suo 37°2 al mattino (edizioni Voland, 2010), che sosteneva che per lui la storia non è importante, «è un po’ come un campo da gioco. Può accadere qualsiasi cosa.» Ciò che davvero conta, ci dice Djian, è la lingua e il lavoro che lo scrittore sa fare con essa, oltre questo non c’è null’altro.
Chissà cosa ne penserebbero Siti e Piperno?

domenica 17 marzo 2013

Dopo sessant’anni c’è ancora bisogno di Nuovi Argomenti in letteratura?

È la domanda che probabilmente si sono posti i direttori (perché ce ne sono svariati), i redattori e tutti coloro che negli anni hanno collaborato alla rivista Nuovi Argomenti, fondata da Alberto Moravia e Alberto Carocci nel 1953, e che martedì scorso hanno festeggiato alla Casa delle Letterature di Roma questo progetto pluriennale basato sullo scambio e la contaminazione di idee e arti, per il piacere e il dolore di spingersi verso “il diverso”
Dacia Maraini e Raffaele La Capria, Furio Colombo e Emanuele Trevi, Carola Susani e Chiara Valerio, queste alcune delle “tessere” del puzzle Nuovi Argomenti che hanno ricostruito per i presenti un pezzetto di storia della letteratura in Italia. Diversità a confronto che hanno ricordato, tutte a modo loro, ma tutte all'unisono, uno degli elementi chiave della rivista: la sua apertura a nuove idee, la sua disponibilità a dar voce a punti di vista spesso conflittuali, ma necessari a garantire lo sviluppo delle voci dei futuri narratori italiani.
La storica rivista, oggi edita da Mondadori, ne ha approfittato per rilanciare anche la sua immagine, decidendo di affidare, forse sulla scia dell’esperienza del supplemento culturale del Corriere della Sera La lettura, le copertine di Nuovi Argomenti ad artisti che enfatizzino i temi portanti dei vari numeri, anzi dei vari anni, visto che ogni anno lo stesso artista curerà tutte le 4 copertine del trimestrale. Per il 2013 è stato scelto Julian Opie con il progetto “Gente che cammina”, a dimostrare ancora una volta che per fare della buona letteratura bisogna conoscere i propri lettori, vivere con loro, incrociarsi e toccarsi a vicenda.

Ma forse la più grande novità sarà la presenza della rivista sul web con il nuovo sito www.nuoviargomenti.net , frutto di un lungo lavoro di Carlo Carabba (caporedattore web, insieme a Chiara Valerio) che si pone l’obiettivo, insieme alla digitalizzazione della rivista in formato e-book, di rompere finalmente la barriera fra lettore cartaceo e lettore virtuale che si faticava a superare e che mal si adattava alla vocazione di sperimentazione e di ricerca di nuove voci e nuovi strumenti letterari in cui i fondatori di Nuovi Argomenti e i loro successori avevano sempre affermato di credere.

La sfida sarà rendere il volto virtuale della rivista il più possibile dinamico e interattivo, pur mantenendo alto il livello qualitativo dei contenuti proposti, mediando fra necessità di protagonismo di chi vedrà le porte di uno dei santa sanctorum della letteratura italiana schiudersi a post compulsivi e chi invece dovrà garantire che la pluralità non divenga solo una gran confusione.


Si accettano scommesse, ma noi tiferemo per Nuovi Argomenti, perché i rischi sono tanti e l’obiettivo è ambizioso.


Mai come in questo periodo, la risposta alla domanda che ci siamo posti all'inizio dovrebbe essere affermativa.


domenica 10 marzo 2013

Domenica a casa di Praz


Se vi ritroverete una domenica mattina a svegliarvi molto presto e sentirete la necessità di uscire, fuori, a camminare, per riappropriarvi dei vostri bisogni, ebbene in quella mattina potreste essere così fortunati da ritrovarvi in Piazza Navona, a Roma, accorgendovi che ci siete solo voi, i piccioni, alcune coppie con bambini addormentati e i camerieri della distesa di bar e pizzerie che costeggiano la piazza. Sedie e tavoli da predisporre, ombrelloni da aprire, piatti con cibo di cera da esporre, per far capire senza indugio al turista che lì e solo lì c’è ciò che la sua gola cerca. Allora vi siederete sul piccolo parapetto di ghisa e travertino che fa finta di difendere una delle tre fontane della piazza e osserverete tutto quel movimento silenzioso. 
Uomini e donne compressi nei loro grembiali neri, pronti alla battaglia, all'arrivo dell’orda famelica che cercheranno di catturare, muovendosi avanti e indietro davanti al locale dove lavorano, come se si esibissero in un cambio della guardia continuo davanti alla loro preziosa fonte di guadagno. Muoveranno con destrezza i loro menu, le uniche armi che gli sono concesse, insieme a un esperanto linguistico che tutti raggiunge e nessuno ascolta. 
Poi qualcuno comincerà a offrire da mangiare ai piccioni, ma un piccolo gruppo di uccelli schizzerà via, catapulte al contrario, ritorneranno da dove sono venuti, stanchi di ottenere il cibo con tanta facilità.  Sarà allora che vi rialzerete e inizierete a vagare per le strade che si affacciano sul lato nord di piazza di Tor Sanguigna (che prende il nome da una delle tante torri medioevali inglobate dalla Roma rinascimentale prima e barocca poi) e da lì vi troverete davanti a uno degli infiniti musei romani. Sarete ancora alla ricerca di uno spazio di silenzio in cui ascoltare la vostra voce e l’avrete trovato.
Al numero 1 di Via Zanardelli, al terzo piano di Palazzo Primoli, potrete entrare in una delle rare case-museo esistenti in Italia, ossia il luogo dove ha vissuto Mario Praz (1896-1982), appassionato conoscitore e studioso della lingua e letteratura inglese, professore universitario in Italia e in Gran Bretagna, ma anche fine e ossessivo collezionista di mobili, dipinti e arredi vari creati da artisti e artigiani fra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo. Potrete entrare solo accompagnati nella casa di Praz, con una visita che, vista l’ora, vi vedrà probabilmente come unico partecipante. Tutto sarà ovattato e suntuoso e questo vi potrà mettere in soggezione mentre muovete i vostri primi passi nell'ingresso ricolmo di quadri e mobili, che sembreranno contendersi i vostri occhi a colpi di opulenza. Ma non lasciatevi scoraggiare e proseguite, la vostra guida vi starà raccontando qualcosa della vita di Praz e della casa dove vi trovate. Chiedete, avrà piacere a rispondere, descrivendovi la provenienza di ogni piccolo o immenso oggetto che lo studioso ha disseminato nella sua casa, alla continua ricerca della connessione fra oggetti e dipinti, arredi e tessuti, intarsi e scrivanie, come se la perfezione, che evidentemente premeva la sua mente, non potesse mai essere raggiunta e ciononostante bisognasse provare e riprovare e aggiungere e contaminare.
Alla fine della visita, non ricorderete più perché vi eravate sentiti tanto male in una domenica mattina che si avvierà alla fine, in un affascinante silenzio.

domenica 3 marzo 2013

Se Tabucchi chiama Pirandello.

In questi giorni sfilacciati e unti, le parole sul palcoscenico dei media si rinchiudono le une nelle altre, divorandosi a vicenda, lasciando a terra solo carcasse di doveri e prospettive alla mercede di attori falliti (secondo alcuni giornali veri e propri clowns), che si rincorrono con gesti forti dall’alto delle loro torri, che altro non sono che un filare di sedie accatastate in un manicomio. E saranno anche i capitani eletti, ma di certo rimangono i più pazzi fra i pazzi e i più falliti fra i falliti, se pensano che la loro torre malferma resista al loro ego solo un attimo in più del loro avversario.


A questi signori, consiglierei una piccola e solida lettura, che possa far germogliare almeno un larvale e misconosciuto senso di colpa, che possa interrarlo e nutrirlo, affinché diventi il segno di una futura responsabilità, che alla fine qualcuno dovrà pur raccogliere. A questi clowns mezzi matti, offro una rappresentazione teatrale di un altro attore fallito. Sono sicuro che con un piccolo sforzo riusciranno a trovare il tempo di leggere le trenta pagine di pensiero puro e di domande necessarie conservate ne Il signor Pirandello è desiderato al telefono. Questo il titolo della pièce di Antonio Tabucchi, indagatore delicato e cocciuto dell’animo umano, di cui parlammo poco tempo fa anche su imago e di cui ricorre, proprio a marzo, il primo anniversario della scomparsa.


In questo testo un attore fallito tiene uno spettacolo in un ospedale psichiatrico portoghese nel 1935, accompagnato da un suonatore d’organetto sgangherato e da un coro di malati immobili, un popolo di matti, come noi, che hanno creduto nel tempo in questo o in quell’attore, come noi, e piano piano si sono spenti, tramutandosi in manichini, costretti per l’ennesima volta a partecipare a uno spettacolo che non hanno scelto, come noi. Ma a differenza del popolo italico, a loro è capitato un attore più matto che fallito, qualcuno che vuole ancora capire, cercare, qualcuno che ha deciso di interpretare non un capitano o un padrone, ma uno scrittore, peggio un poeta (Fernando António Nogueira Pessoa) e nei suoi pensieri si è mosso e ha cercato e al suo pubblico, che a questo richiamo ha risposto, ha mostrato cosa vuol dire vivere in un “mondo plurale”, un mondo in cui di torri di sedie instabili ce ne possono essere milioni e persino di migliori.


Il gioco esige smorfie di sorriso; ma abbiamo veduto
La luna in vicoli solitari fare
Un graal di riso d'una pattumiera vuota,
E tra ogni voce d'allegrezza e questua
Udito un micio miagolare nel deserto.

(estratto dalla poesia Chaplinesue  di Hart Crane)