Pausa estiva

imago2.0 prende una pausa estiva a partire dal 28 luglio. Vi diamo appuntamento al 15 settembre.

domenica 17 dicembre 2017

Tempo di Libri riparte da Andrea Kerbaker


Nuove date, nuova location, nuovo approccio, la seconda edizione di Tempo di Libri, la fiera internazionale dell’editoria di Milano, si presenta ai giornalisti de Il Corriere della Sera  attraverso le parole di Riccardo Franco Levi (presidente dell’Aie - Associazione italiana editori) e Andrea Kerbaker (il suo nuovo direttore). Dopo lo scontro titanico con il Salone Internazionale del libro di Torino del 2017 (senza esclusioni di colpi bassi da entrambi i lati) che portò a una rottura fra grandi e piccoli editori, i primi (tutti attorno all’Aie) presenti solo a Milano e i secondi (schierati con Torino) presenti solo al Lingotto, Milano riparte leccandosi le ferite imparando dagli errori e cambiando registro. I toni sono, almeno apparentemente, più morbidi nei confronti del Salone di Torino, ma la voglia di primeggiare sull’avversario non più dichiarato rimane, almeno nelle parole del presidente dell’Aie, che punta a far diventare Milano la capitale italiana del libro. Per farlo il duo Levi-Kerbaker ha deciso di cambiare le date (da aprile dello scorso anno, troppo a ridosso del Lingotto, all’inizio di marzo), la location (dalla sede della Fiera di Rho a quella di Fieramilanocity vicino al nuovo complesso di City Life) e gli orari (altra grossa pecca della prima edizione), prolungati fino alle 22:00. 


La novità che ci porta a sperare in un approccio più orientato ai visitatori della Fiera che alla sfida con Torino è la scelta del direttore di Tempo di Libri: Andrea Kerbaker. Milanese doc, 57 anni, scrittore, professore alla Cattolica, collaboratore de Il Corriere della Sera, collezionista di libri (ne possiede più di 30.000 volumi, molti dei quali conservati nella sua Kasa del Libro) è soprattutto lettore appassionato e creatore di eventi culturali (ricordo ancora le sue felici intuizioni su un ciclo di eventi al Colosseo durante la giunta Veltroni) che puntano a far vivere l’arte e la letteratura al visitatore in maniera inclusiva e coinvolgente, cosa di cui abbiamo molto bisogno per tentare di incrementare il numero sempre più esiguo di lettori appassionati (più che ‘forti’ io vorrei che fossero appassionati) in Italia. E quindi ben venga l’idea di silenziare la fiera per alcuni minuti per diffondere i versi di Leopardi per celebrare i duecento anni de L’infinito, così come i percorsi di autore, che daranno la possibilità ai visitatori di avere come anfitrione uno scrittore che parlerà di libri in mezzo ai libri, e il rapporto stretto che Kerbaker sta intessendo con la Buchmesse per avere a Milano uno spazio internazionale. Se l’obiettivo, come racconta Kerbaker, è  far sì «che la gente abbia voglia di venire» a Tempo di Libri, tutte queste iniziative saranno benvenute, siamo disposti ad accettare anche lo spazio yoga e l’oroscopo, se messi in un angolino dalle luci soffuse, l’importante è che una volta attirati i visitatori, l’offerta di contenuti, questa volta letterari, sia tale da far uscire le persone dagli stand con qualche libro in mano e la voglia di leggerlo. 


L’augurio che facciamo a Tempo di Libri e al suo nuovo direttore è proprio questo: comunicare alle persone la gioia assoluta che si può nascondere dentro le pagine di un libro. Raccontare che è unica, perché ogni lettore mette in quello che legge un pezzo di sé e questo farà la sua esperienza diversa da quella di qualsiasi altro lettore che si confronta con quelle stesse pagine. Ma quell’esperienza sarà anche un volano per creare amicizie, sfide e alleanze con chi avrà seguito i protagonisti della storia che avremo letto, senza considerare i meravigliosi dubbi che, incrociando le dita, il mondo creato dall’autore avrà saputo suggerirci. 

L’appuntamento con Tempo di Libri è a Milano dall’8 al 12 marzo 2018, lo aspettiamo speranzosi.

domenica 10 dicembre 2017

L’arte di farsi ‘gabbare’? Alessandro Piperno mette a confronto Flaubert e Stendhal in una lotta all’ultima ossessione



«La risorsa migliore del lettore è l’autoinganno», parola di Alessandro Piperno che nel suo ultimo lavoro, Il manifesto del libero lettore, ricorda che se quest’ultimo non disponesse l’animo ad essere ‘gabbato’ dallo scrittore, oggi avremo ben poco di cui parlare quando discorriamo di letteratura. Ma più il lettore si fa ‘gabbare’, più diventa difficile ‘gabbarlo’, perché alla ricerca di nuovi stratagemmi, nuove iperboli semantiche e soprattutto nuovi punti di vista da cui osservare le storie che al fine son sempre le stesse. Da Omero al 2017 la famiglia, l’amicizia, l’amore e il suo fedele compagno odio, la ricerca di un senso nella vita e in se stessi, il viaggio fisico e mentale, si rincorrono come temi perpetui e interconnessi nelle storie che gli scrittori ci narrano  e a cui noi vogliamo credere. Davanti a questo compito si possono prendere diverse strade, spesso antitetiche, come quelle scelte da due autori francesi di cui proprio Alessandro Piperno, a Milano per un incontro organizzato dalla Casa del Manzoni, ha parlato a un gruppo di ‘gabbati cronici’ della lettura di cui ho avuto il piacere di fare parte. 


Gli scrittori in questione sono Gustave Flaubert e Marie-Henri Beyle, in arte Stendhal. Due autori che hanno interpretato la scrittura e il periodo storico in cui sono vissuti (XVIII-XIX secolo) in modo profondamente differente. Flaubert non scrive per raccontare delle storie, ma per cercare attraverso la scrittura uno stile, lo stile che differenzierà ciò che scrive da qualsiasi altro autore, identificando in maniera immediata e univoca il suo lavoro. Per questo la forma, il ritmo, la melodia del suo narrare prevale sul contenuto stesso della narrazione. Come ci ricorda Piperno, Flaubert sa, in ottica michelangiolesca, che la forma giusta per la sua storia è davanti a suoi occhi, è una sola e sta a lui trovarla attraverso l’abnegazione totale alla dea scrittura. E se Flaubert impiegava anche un mese per scrivere tre righe e una volta completata una pagina, trascorreva lunghe notti a eliminare da esse tutto ciò che non doveva esserci (a cominciare dai pronomi relativi), il lettore oggi può godere di tale ossessiva ricerca dello stile perfetto leggendo le pagine di Madame Bovary. 


La domanda da porsi è: ne valeva la pena? O meno provocatoriamente: c’era bisogno di dedicare la propria vita alla scrittura in maniera monacale e assoluta come ha fatto Flaubert per avere uno stile riconoscibile? A questa domanda può rispondere Stendhal che invece usava la scrittura per arrivare alle persone. Paragonato a Flaubert, Stendhal è sciatto, enfatico, iperbolico. Scrisse La certosa di Parma in soli 52 giorni di auto reclusione in una stanza di Parigi, dopo aver visitato a lungo l’Italia per documentarsi sulla famiglia Farnese. Lo fece di getto, utilizzando anche dei copisti a cui dettava il testo, tanto la sua ispirazione (termine che Flaubert odiava) era forte e dirompente. Dopo averlo finito, lo offre subito alle stampe, ricevendo una recensione da Honoré de Balzac in cui  l’autore di Papà Goriot saluta questa opera come un evento letterario, pur rammaricandosi della lingua ‘corriva’ usata da Stendhal, cui consiglia una attenta revisione. Revisione che non è mai avvenuta perché per Stendhal era la storia a dover prevalere sulla lingua. E lui non poteva rinchiudersi in una stanza per due anni a rivedere il suo lavoro perdendo così l’occasione di vivere,  trovando nel mondo esterno l’ispirazione per altre storie. Se leggiamo le pagine di Stendhal anche noi ‘gabbati cronici’ notiamo subito la differenza con Flaubert, non potrebbero essere più distanti, eppure con Stendhal siamo subito dentro la storia, la sentiamo pulsare come difficilmente ci capiterà con Flaubert, schiavo dello stile. 



Mentre Alessandro Piperno conclude la sua narrazione a cavallo tra due secoli e inizia a sistemarsi la giacca di tweed, cercando la via più rapida per tornare alla scrivania, che sono certo lo attende, ci rendiamo conto che non sappiamo quale fra l’idea di scrittura  ‘flaubertiana’ e ‘stendhaliana’ sia quella che predilige, anche se il sospetto che un flaubertiano convinto che tenti di rubare qualche dritta a Stendhal rimane. 

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domenica 3 dicembre 2017

La Malura di Carlo Loforti


Leggere Malura, romanzo di Carlo Loforti (edito da Baldini & Castoldi), non è stato un compito semplice, ma si è dimostrato un ottimo esercizio per mettere in discussione le proprie idiosincrasie. In Malura si parla di Sicilia (e anche un po’ di Calabria) e ciò attiva tutta una serie di stereotipi su una terra rovente e caotica, ricca di tradizioni musicali, enogastronomiche, linguistiche e comportamentali che ha generato geni indiscussi della nostra letteratura (Pirandello per me fra tutti), foraggiando ahimè anche molta letteratura di ‘genere’, che poco si distingue dai sistemi seriali monodimensionali a cui la televisione ci ha abituato. Il rito sociale è così diventato macchietta, la ricchezza fonetica e semantica si è tramutata in tic grottesco e la straripante tradizione culinaria siciliana si è ridotta a elemento puramente decorativo. Per questo avvicinarsi a un testo che fa della sicilianità la sua essenza fondante è diventato rischioso, il lettore smaliziato è ormai appostato a ogni angolo di pagina per cogliere sul fatto l’ennesimo clone di Camilleri. 


Partiamo subito da una buona notizia: il protagonista (Mimmo Calò) non è un investigatore/ poliziotto/PM/avvocato/signore anziano con la passione per i misteri. È  un radiocronista ex-carcerato, che si ritrova, alla fine della sua pena, come di solito si trovano le persone nella sua situazione: solo. Lo incontriamo davanti al carcere dell'Ucciardone, dopo tredici mesi di detenzione per una "leggerezza". Nessuno dei suoi cari ad attenderlo: la moglie Barbara, «clessidra umana,  programmata per mettere ansia», lo ha lasciato, la figlia Carla lo rifiuta, il suo migliore amico Pier Francesco sembra averlo dimenticato. 
L’unica compagna che gli resta sempre vicina è la malura, l’ora cattiva, quella della crisi profonda, in cui basta una scelta per portarti a compiere l’ennesimo errore. Ed è proprio questo sentimento, questa versione cruda, sguaiata e vorace della saudade di Tabucchi e di Pessoa, che Loforti sparge senza paura sul percorso del lettore, come sale grezzo in una tempesta di neve emotiva in cui Mimmo, insieme ad altri due prigionieri della malura (il padre del protagonista e l’amico ritrovato), sembra muoversi senza una direzione precisa, con il solo obiettivo di sopravvivere. 


Inizia così un viaggio che porterà i tre personaggi dalla Sicilia alla Calabria, alla ricerca di una ragione per continuare a stare insieme. Su una scassatissima Ritmo dell'88, con la musica dei Pooh, Mietta, Zucchero e Bob Dylan in sottofondo, Loforti mette in scena una sequela di situazioni tragicomiche (minacce, furti, litigate, innamoramenti) fino alla rivelazione definitiva, forse un po’ troppo semplicistica, che i viaggi, come gli esami, non finiscono mai («Siamo tutti piume di serenità con lo scirocco a 120 km orari»).



I personaggi di Malura, descritti da Loforte con uno stile asciutto e sarcastico, sono innumerevoli e diversissimi: dai mafiosi come Santoro, che speculano sul calcio scommesse, alle ‘femmine allupate’ come Giovanna e Paola, fino alle madri anziane desiderose di un'ultima occasione e alle figlie dispettose, opportuniste e maliziose («avere una figlia è come trovarsi nel bel mezzo delle giostre medioevali, è tutta una serie di prove pericolose per conquistare il suo cuore, nelle quali potete morire da un momento all'altro»). E se questo offre al lettore una caleidoscopio umano a cui aggrapparsi durante la tempesta, si ha spesso l’impressione che alcuni personaggi meritassero un maggiore approfondimento. Ma la Malura è così, concede al lettore un morso o due di tutte le storie che avrebbe da narrare e non di più. Lo vuole affamato, forse per potersi rimproverare di non aver mai assaggiato lo "sfincione" (pizza siciliana molto lievitata con pomodoro e cipolla), di non aver mai visitato Pollina («un paese infilato fra le nuvole») o Gioia Tauro, dove Mimmo si accorge che «la vita comincia quando rinunciamo a qualcosa, scoprendo che falliremo. Rincorrere è inutile, studiare soluzioni è inutile, disperarsi è ancora più inutile».