domenica 30 dicembre 2012

Anche i blog meritano una vacanza

Come anticipato alla fine del  post di domenica scorsa, anche imago2.0 si prende una vacanza di fine anno. Vi aspettiamo a partire da domenica 13 gennaio 2013, sani e salvi dopo i bagordi di fine anno e dopo essere scampati alla fine del mondo o almeno così parrebbe...

domenica 23 dicembre 2012

Natale Affamato


Natale, si sa, è un periodo di strenne. Offerte speciali, tasse speciali, scortesie speciali, disseminate come neve fangosa su persone di cattivo umore che dovrebbero, grazie a questo umidiccio dono, sorridere a denti stretti, così stretti da spezzarsi, insieme alle bocche e ai desideri, perché tutto si azzittisca, si spenga in una luminaria di terz'ordine attaccata con lo scotch alla vetrina di un negozio vuoto. In una città come Roma, che non ha mai creduto agli addobbi natalizi, alle luci colorate o ai cori festosi e che è lontana molto più di una TAV da Parigi, molto più di una moneta da Londra e molto più di una speranza sul futuro da New York, il Natale passa velocemente, ignorato. Non c’è neve qui, almeno non in dicembre, non ci sono dolci tipici con cui tentare il palato, come il panettone milanese o gli struffoli napoletani, ma soprattutto non c’è voglia di credere a una storia di speranza e cambiamento come quella che il Natale c’impone. C’è troppa fame, non soltanto di cibo e sopravvivenza (che anche di quella ce n’è e tanta per le strade, davanti alle vetrine e dietro i portoni), ma soprattutto la fame, dilaniante e spropositata, quella che ti inghiotte, portandoti oltre ogni tuo imbarazzo, è di idee. Ma non si osa nemmeno parlare al plurale: fame di idea. Ne basterebbe una, piccola, neanche troppo dirompente, ma ben salda e larga. Una sponda su cui arroccare qualche mese, magari un anno, prima di schiacciarci tutti sull'asfalto  dentro una buca, che a Roma ce ne sono milioni. Un contro l’altro, a farci male, pur di sentire che c’è, sì, forse un po’ di vita scorre ancora sotto le coltri di parole rinsecchite che ci tiriamo addosso per distanziarci, per ritagliarci un piccolo solco intorno e dire: «ecco, oltre qui non potete andare. Oltre questo punto ci sto io e non ci può essere nessun altro.» Così, solo così, ci sentiamo sicuri, ma lo spazio è poco, anche a Natale, anzi a Natale sembra diventare sempre meno. Le macchine aumentano, la rabbia aumenta e di offerte speciali per difendere le nostre barricate se ne scorgono sempre meno. Il nostro spazio è diventato sacro, l’unico a essere celebrato a Natale, come in qualsiasi altra giornata del calendario. E allora forse non è vero che Roma non lo festeggia il Natale, sono gli altri a limitarsi a celebrarlo, questo Natale di sottrazione di spazio altrui, un solo giorno all'anno.

domenica 16 dicembre 2012

Una zolletta di ispirazione in una tazza di notte.


Qualche tempo fa mi sono immerso con sommo piacere in uno stralcio di un’intervista ad Antonio Tabucchiin cui lo scrittore si definisce un solitario contraddittorio. Da un lato troppo amante della solitudine e della concentrazione che in essa si nasconde, dall'altro spaventato dalle sue conseguenze estreme: l’auto-analisi spinta all'eccesso,  le ossessioni, le piccole manie che si mutano in psicosi e che ci fanno temere di rimanere insonni, per l’intera notte, a cercare di controllarle. Lì, con gli occhi spalancati a registrare rumori inesistenti, mentre la nostra casa dorme, la città si accuccia nel ricordo della giornata appena strombazzata via e il vento sembra placare se stesso e ogni sogno che gli è stato lanciato addosso da occhi tristi, un tempo troppo arrabbiati, ora soltanto delusi.
Ultimamente resto spesso sveglio di notte. Non che non mi piacerebbe dormire, è che proprio non riesco a trattenere il pensiero. So che molti di voi saranno stati svegli proprio in quegli stessi momenti, a ballare, bere, camminare, fare l’amore, ridere, urlare. Io aspettavo che la Saudade, quel misto di malinconia e nostalgia di cui parla spesso Pessoa e in cui lo stesso Tabucchi si sarà immerso, decidesse cosa fare di quelle ore, della finestra cui mi affacciavo in una notte ancora affamata di sospiri.
Vagare fra le foglie di platano, dove una piccola idea potrebbe incastrarsi, dove le foglie non sono vere foglie, ma solo altre idee, le vostre idee, quelle che non siete riusciti a trattenere nel letto e che ora, mentre vi siete finalmente addormentati, sono a mia disposizione. Antiche passioni, eterne delusioni, possibili, sì, ancora possibili riconquiste, racchiuse in altre notti in cui uno di voi si metterà a guardare le mie affannate ricerche; senza avere bisogno di una buona ragione, senza curarsi del sonno che si sta perdendo, senza aver paura di ciò che si sta osservando, pronti a gustare la zolletta di ispirazione che qualcuno ha versato per noi nella tazza della notte. Gabbiani gracchiano con la pancia illuminata dal riverbero delle vostre luci, che ora, mentre la notte si sta disperdendo, sembrano soltanto una vostra creazione, io non li avrei mai inseriti fra i miei pensieri. Beh, complimenti, proprio un bel lavoro, sembrano veri.

«Ho visitato e ho vissuto in molti altrove. E lo sento come un grande privilegio, perché posare i piedi sul medesimo suolo per tutta la vita può provocare un pericoloso equivoco, farci credere che quella terra ci appartenga, come se essa non fosse in prestito, come tutto è in prestito nella vita.» (1)

«La notte è calda, la notte è lunga, la notte è magnifica per ascoltare storie.» (2)    




[1] Da Viaggi e altri viaggi di Antonio Tabucchi – Feltrinelli 2010
[2] Da Requiem  di Antonio Tabucchi – Feltrinelli 2002

domenica 9 dicembre 2012

Padroni servi e Servi padroni.

Cosa fa di una persona un “servo” e cosa invece lo consacra “padrone”?
Il denaro, il potere, la capacità di guidare o la necessità di essere guidati?
E soprattutto, è possibile coprire entrambi i ruoli allo stesso tempo? Avere un padrone che ritrova nella vessazione del suo servo l’unico strumento per dichiararsi ancora vivo, rendendo il servo necessario?

Secondo Ronald Harwood (scrittore e sceneggiatore sudafricano, londinese d’adozione, nonché ex servo di scena in una compagnia shakespeariana nei primi anni ’50) non solo è possibile, ma probabilmente è il requisito principale per creare un dialogo che non ammette resistenze nel suo pubblico, che si fa temere, odiare, andando a perlustrare meticolosamente ogni sbavatura dell’animo umano. Chi si è trovato negli scorsi mesi ad assistere all’ultima messa in scena di Servo di scena (The Dresser – trasposto anche sugli schermi in un film di Peter Yates) di Harwood in tournée con la compagnia del teatro stabile di Brescia, da ultimo al Teatro Argentina di Roma, si è trovato a fronteggiare un testo ancora molto attuale, oserei dire necessario in una società come la nostra, in cui il dichiarato e l’agito non solo non vanno all’unisono, ma viaggiano in due universi paralleli che si guardano con il dovuto sospetto. Sebbene abbia quasi trent’anni e sia ambientato negli anni ’40, il testo riesce a risucchiare l’attenzione del pubblico fin dalle prime battute. Mostrando il dietro le quinte di una barcollante compagnia shakespeariana che insiste a tenere le sue rappresentazioni sotto i bombardamenti nazisti, la pièce fa leva sullo spiccato voyeurismo proprio dell’essere umano, che non riesce a contenere la curiosità di scoprire cosa si nasconde dietro le persone.

Il “padrone” di questa storia è Sir attore shakespeariano un tempo famoso, un tempo (forse) talentuoso, un tempo desiderato e fatto sentire necessario, che si rende conto di essere alla fine della sua carriera, capocomico di una scalcagnata compagnia, in cui lui spicca con facilità, forse troppa, e il cui unico problema è capire se ci sono abbastanza attori per coprire tutti i ruoli o se Sir sarà in grado di sollevare la sua compagna (non più eterea come un tempo), nonché co-protagonista, nell’ultimo atto della messa in scena di King Lear. La consapevolezza del crepuscolo ormai imminente, porta Sir a rischiare il forfait, ma solo per sentire che tutti gli altri lo vogliono ancora, che ne hanno bisogno per non perdere quel poco di credibilità che resta alla compagnia. In questo copione nel copione, s’innesta la figura più interessante e sfaccettata creata dalla penna di Harwood: Norman, il “servo” di scena in questione, che accudisce e rincuora il suo Sir, difendendolo dalle critiche degli altri attori, dalle pretese della compagna, ma soprattutto da Sir stesso, facendosi così attore principale nel testo che il suo padrone ripercorre ogni giorno, insieme ai suoi rituali di trucco, vestizione e negazione, portando Norman a diventare la memoria del suo padrone e quindi padrone del padrone stesso, che senza il suo servo non sa stare.

Tommaso Cardarelli, Norman nella messa in scena di Franco Branciaroli, risulta perfetto interprete della sarcastica e scoppiettante relazione con il suo Sir, infondendo al personaggio nuova linfa e facendo intravedere al pubblico tutte le variazioni di colore che possono nascondersi dietro un rapporto umano.

E voi? In quale categoria preferireste stare?

domenica 2 dicembre 2012

I “Quant'altro” e la miniaturizzazione della lingua italiana.

Qualche giorno fa mi sono trovato nel bel mezzo di un meeting loop
Con questa anglofila espressione mi riferisco a quelle situazioni, ahimè sempre più comuni per un popolo che ama parlare molto e ascoltare poco, in cui si passa tutta la giornata intrappolati in riunioni per lo più inutili e prive di qualsiasi possibile risultato. Situazioni in cui tutti sanno quello che andrebbe fatto, ma nessuno osa dichiararlo, tanto meno metterlo in pratica. 
La responsabilità è una brutta bestia, soprattutto per i capi che, con abnegazione e marmorea perseveranza, si limitano a schivarla e attendere.
In queste situazioni la necessità di sopravvivere prende il sopravvento e porta i malcapitati coinvolti nel meeting loop a concentrarsi sul giorno successivo nella speranza in un domani migliore che Leopardi giustamente ridimensionava e a cui, invece, noi italiani siamo comodamente assuefatti.
Se però si volesse stoicamente concentrarsi sull'altrui eloquio, non per decodificarne il contenuto, ma per una piacevole e desueta analisi del dominio sintattico dei partecipanti al meeting in questione, si scoprirebbe che esso è fatto al 90% di emotività e ripetitività a discapito dei più necessari nessi causali fra le preposizioni. Sareste costretti allora a enfatizzare i vezzi linguistici dei vostri colleghi di meeting loop, scoprendo che dal gergo politico (tanto per prendere a riferimento un linguaggio odiato e stigmatizzato dal cittadino) al gergo collettivo il passo è compiuto.
Correva l’anno 2009, quando un profetico Paolo Di Stefano, da acuto osservatore dell’evoluzione linguistica nel nostro paese, dalle pagine de Il Corriere della Sera ci metteva in guardia dal virus del “quant'altro”, locuzione invasiva e onnipresente, che dopo un po’ inizia a scavare nelle vostre orecchie come se volesse sottrarvi ogni altro fonema. E allora proverete a contarli questi “quant'altro”: dieci, quindici, ventitré, trentadue e non sarete neanche al giro di boa del vostro meeting loop. Scoprendo poi che ognuno lo usa a modo suo, a significare “eccetera”, ma anche a sostituire altre parole, dal “quant'altro” risucchiate e dalla mente dimenticate, fino a conglobare in sé intere preposizioni e probabilmente il senso stesso di tutto quel parlare.
Immaginerete allora di vedere i vostri figli fra una decina d’anni, a scuola, con davanti un Tablet ultra-leggero e ultra-luminoso (anche sugli “ultra” ci sarebbe da parlare…) che forse sarà morbido e assumerà qualsiasi forma, come il pongo, ma che dentro avrà un'unica parola: “quant'altro”. Locuzione sì grande, da poter immaginare incluso in essa ciò che si vuole. Così non ci saranno alunni e professori incapaci, perché per qualsiasi domanda esisterà una sola e confortevole risposta. “Qual è il quant'altro del quant'altro?” “Quant'altro.” Risponderanno i vostri figli in coro, davanti alla domanda del professore. Esatto.
Ieri hai fatto quello che dovevi e quant'altro?” “Quant'altro.” Risponderete voi al vostro capo.  Esatto.
Mi desideri e quant'altro?” “Quant'altro! Esclamerete con occhi vogliosi al vostro partner. Esatto ancora e quant'altro.

domenica 25 novembre 2012

Il demone della lettura: rischio necessario.

Il momento migliore per incontrarli è quella sezione leggera e densa che divide la notte dal mattino, durante le poche ore che pulsano nella vostra testa, costringendovi a tenere le mani sulla carta, gli occhi sulla pagina e l’anima fra le dita. Fermi a rigirarla, avanti e indietro, come fosse una stecca morbida di liquirizia, che non osate ancora mordere o succhiare, fermi ad aspettare che si stacchino dal quel supporto che profuma di colla e mani altrui, per toccarvi.
E allora non vi sarà più luogo o tempo dove recarsi, senza che essi siano con voi. Personaggi. Parliamo di loro. Quelli di cui Primo Levi diceva: «Non hanno pelle né sangue né carne, hanno meno realtà di un dipinto o di un sogno notturno, non hanno sostanza che di parole, […] eppure puoi intrattenerti con loro, conversare con loro attraverso i secoli, odiarli, amarli, innamorartene.» Quelli su cui Fabio Stassi ha pubblicato, un paio d’anni fa, un prezioso lavoro che raccoglie i personaggi che l’hanno accompagnato e segnato fra quelli “pubblicati” fra il 1946 e il 1999 (Holden, Lolita, Živago e gli altri. Piccola enciclopedia dei personaggi letterari, minimum fax 2010), allacciandosi al lavoro di Gesualdo Bufalino e il suo Dizionario dei personaggi di romanzo. Da Don Chisciotte all’Innominabile (Il Saggiatore, Milano 1982), vera e propria miniera di scoperte e atto di devozione nei confronti della “Terra del Romanzo”, come Stassi la definisce.

Sfogliando il lavoro di Stassi resterete intrappolati nella sua rete di autopresentazioni, singole pagine in cui il personaggio di turno vi racconta di sé come se lo aveste davanti, lì, in quel momento, sulle tavole di un palcoscenico durante uno spettacolo davvero speciale, perché rappresentato solo per voi e le emozioni che foraggiate in quel preciso momento, sapendo che in un altro giorno, forse attimo, quelle stesse righe vi avrebbero potuto portare da un’altra parte. Perché il bello del demone della lettura è che siete voi a crearlo, volerlo e disegnarlo, aggiungendo un pizzico di voi stessi in ogni frammento di personaggio che offre lo scrittore.

Grazie allora a Fabio Stassi per avermi fatto rincontrare dopo anni il Corrado da La casa in collina del mio amato Pavese, la Micòl intangibile e forte come mai poteva apparire da Il giardino dei Finzi Contini di Giorgio Bassano, la famiglia un po’ speciale di Natalia Ginzburg e il suo Lessico Familiare, il serioso, pomposo, afflitto dai sensi di colpa Mr. Stevens da Quel che resta del giorno di Kazuo Ishiguro, l’etereo, solitario e dolcissimo Danny T.D. Lemon Novecento da Novecento di Alessandro Baricco, senza dimenticare il visionario inventore dello skaz (vedi post di imago2.0) Holden Caulfield da Il giovane Holden di J.D. Salinger e potrei continuare per molte righe.

domenica 18 novembre 2012

Cinema d'incresciosa normalità - cambiare punto di vista al Festival del Cinema di Roma

Molte coppie si vantano di conoscere così bene il partner da potersi muovere all’unisono. Questo accade anche a Hélène e Joachim (i due protagonisti di Main dans la main film di di Valérie Donzelli – Francia 2012 - presentato in anteprima al Festival internazionale del Film di Roma) e fino a qui nulla di nuovo, se non fosse che i due in questione non si amano, non si conoscono, non si sono mai visti prima del loro casuale incontro all’Opéra di Parigi, momento dal quale sono costretti a muoversi all’unisono, come in una coreografia surreale e grottesca a metà fra Il favoloso mondo di Amélie di Jean-Pierre Jeunet e Burn After Reading dei fratelli Coen. Ogni movimento che fa Hélène, Joachim lo deve replicare, conferendo ai primi venti minuti di pellicola l’aspetto di un semplice divertissement, seppure gradevole e di “alleniana” impostazione. La sfida della giovane regista è stata però quella di trasformare questa coppia inopportuna in un insieme che funziona, perché riesce a far vedere all’altro ciò che non vuole vedere, accompagnando il pubblico in un inatteso e temuto momento di scavo fra macerie di decisioni passate e doveri inalienabili nei confronti di persone che non esistono più. E sebbene ci saremmo aspettati un approfondimento più coraggioso dei personaggi nella seconda parte del film, che prova invece ad indagare anche chi ruota intorno ai protagonisti, condensando così troppe verità non dette in 90 minuti di pellicola, Main dans la main ha il merito di dimostrarci che lo scavo in noi stessi e il cambiamento che da esso può derivare non hanno mai una scadenza e che a volte abbiamo solo bisogno di qualcuno che compia il viaggio con noi. Certo, se si è entrambi disposti a perdersi nel viaggio stesso.

A un ritmo sincopato e a un’arguzia fuori misura, si è affidato invece P.J. Hogan (regista australiano de Le nozze di Muriel del 1994 e de Il matrimonio del mio migliore amico del 1997) presentando, fuori concorso al Festival Internazionale di Roma, il suo Mental che assorbe e centrifuga lo spettatore in un dialogato che non si lascia scappare nessuna delle nostre insane, pazze, incresciose presunte normalità, facendone coriandoli da spargere in cielo mentre cantiamo Edelweiss, proprio come avrebbe fatto Julie Andrews nel film Tutti insieme appassionatamente.
Partendo da alcuni riferimenti autobiografici, il regista sembra operare in uno stato di grazia sardonica e incontrollabile, che spinge lo spettatore a solcare acque sconosciute dai ritmi inarrestabili, come se fosse bastata la canzone della “matta” Shirley, con cui si apre il film, a generare una cesura insanabile fra il nostro mondo e quello di Hogan, con la sua “matta” Australia e la scintillante e rabbiosa “pazzia” di Toni Colette, protagonista e deus ex machina di tutta la pellicola. Portatrice di cataclismici cambiamenti nella vita di una famiglia non abbastanza “matta” per accettare di conformarsi alla normalità, Shaz (il personaggio di Toni Colette) osa mostrare alle persone i loro errori, le loro meschinerie, le loro ottusità e se le parole non bastano…beh, saranno i fatti a parlare. Anche Shaz ovviamente ha le sue nascoste paure, il suo senso d’inadeguatezza a minacciarla, il giudizio altrui a consumarla, ma questo ce la fa apprezzare ancora di più, ricucendo nel corso del film lo strappo fra i due mondi, che non sono solo nella stessa galassia, ma spesso appena sotto il nostro naso. 

domenica 11 novembre 2012

L’ansia di fare, sì, ma di chi è la colpa?


"Qualche tempo fa mi sono trovato fra le mani un suono e non l’ho ignorato."

Sarebbe un incipit molto interessante per un romanzo. Una sinestesia da cui far partire la curiosità del lettore per l’Io narrante in prima persona che, evidentemente, ha deciso di iniziare da una particolare sensazione provata per raccontare la sua storia. Ma in questo caso la sinestesia non sussiste o meglio la sinestesia, metafora per cui si uniscono in stretto rapporto due parole che si riferiscono a sfere sensoriali diverse, non è altro che una perfetta intuizione.
A collegare udito e tatto ci ha pensato il nostro cervello ben prima della semantica, sembra infatti che un'equipe dell’università di Georgetown abbia presentato ad una sessione della Society for Neuroscience uno studio chedimostra che la percezione di ciò che ascoltiamo varia al mutare dell’utilizzodel nostro sistema motorio, a cominciare proprio dalle mani. Facendo ascoltare dei suoni ad un campione di individui, è stato chiesto loro di premere un bottone ogni volta che percepivano una variazione. Lo studio ha dimostrato che alcuni suoni venivano percepiti solo se il campione utilizzava la mano destra per premere il bottone, restando incompresi e ignorati se si usava la sinistra. Questo perché il nostro emisfero sinistro (che gestisce la mano destra) è più attento alla velocità del suono, mentre il destro (che gestisce la mano sinistra) si occupa dei suoni più lenti, facendo maggiore attenzione a qualità e intonazione.
Vi guardate le mani? State pensando che è colpa del vostro emisfero sinistro se tentate di leggere due libri in contemporanea, di svolgere due lavori nello stesso giorno, di usare il tempo per osservare ciò che vi circonda e siete divorati dall’ansia di non fare mai abbastanza? Sì, è colpa di questo malnato emisfero sinistro, che evidentemente il destro, con il suo pensiero laterale, non fa che fomentare, illustrandogli centinaia di possibilità per moltiplicare il suo “da fare”, sfidandolo a iniziare sempre nuove attività, da incastrare le une con le altre. Aspettate! Allora forse la colpa è del vostro emisfero destro. Quel furbone creativo e girovago che prospetta sempre nuove idee e possibilità di osservare se stessi e gli altri.

Bisogna depistarli. Entrambi, magari provando a sedervi sopra la vostra mano destra fino a non sentirla più, rendendo così meno operoso il vostro emisfero sinistro e la “sua voglia di farvi fare”. Cercate anche di gesticolare forsennatamente con la mano sinistra, questo lo farà impazzire. Anche se così si attiverà l’emisfero destro, che vi suggerirà una soluzione creativa per uscire dall’empasse; sarà allora la volta di invertire la posizione e l’utilizzo delle vostre mani e ricominciare tutto d’accapo. Certo, c’è il pericolo di essere scambiati per dei pupi siciliani in piena battaglia o per persone affette da forti disturbi ossessivo-compulsivi, ma non importa, l’avrete fatta vedere al vostro cervello!

domenica 4 novembre 2012

Una parola, un verso: trentunesima - pellegrino


Vi siete mai avventurati sull'antica via Francigena, con lo zaino in spalla e il cuore leggero? 
La via in questione era il collegamento per eccellenza fra Canterbury in Inghilterra e Roma e fu percorsa, fra i primi uomini in cerca di luoghi lontani che potessero fortificare la propria fede, dal vescovo Sigerico nel 990 d.c. che, oltre a ricevere un premio squisitamente terreno (l'investitura a vescovo appunto) al suo arrivo in una delle tre città sante dell'epoca (Roma, che si divideva il titolo con Gerusalemme e Santiago), dimostrò che l'uomo ha in sé da sempre il germe sublime della narrazione
Sigerico decise infatti di annotare nel suo diario di viaggio tutto il percorso di ritorno da Roma, con dettagliate descrizioni dei luoghi e dei rifugi utilizzati durante un pellegrinaggio di ben 1.600 chilometri, compiuto in soli 79 giorni per rientrare nella sua amata Inghilterra. Qualche giorno fa, per caso, mi sono trovato a percorrere un piccolo tratto di questa antico itinerario delle fede e sulla mia strada ho incontrato uno dei tanti luoghi sorti su tale via di contatto e contaminazione culturale durante il Medioevo. 

Mi riferisco alla basilica paleocristiana di San Salvatore (sorta nei primi secoli dell'era cristiana e poi ampliata fra il IV e l'VIII secolo d.c. dai Longobardi) alle porte di Spoleto in Umbria. Nella sua possente essenzialità, è uno di quei luoghi che costringe il viaggiatore a silenziare il mondo d'improvviso e a osservare se stesso e la propria essenza. Il viaggiatore diventa allora "pellegrino", ossia straniero in una terra in cui in pochi scientemente si avventurerebbero: il proprio animo. 
Per quanto riuscirà a esporsi a tale vista? E ciò che vedrà, quanto sarà difforme dall'immagine che il pellegrino avrà sempre avuto di se stesso? Quanto strano, fuori dal comune e originale gli apparirà ciò che ha fatto, creduto e perseguito fino a quel momento? 

L'essenzialità bruciante di questo luogo sembra sospesa fra il nostro tempo e quello delle parole migliori che sono state scritte sulla ricerca della propria verità. Penseremo allora  a Hermann Hesse e alle sue poesie che scandagliano i sensi, a John Maxwell Coetzee e ai suoi percorsi negli errori umani, a Virginia Woolf e alla sua necessità di scavare nelle miniere racchiuse nei suoi personaggi, a Franz Kafka e alla sua instancabile ricerca del silenzio indagatore. Poi distoglieremo lo sguardo e guarderemo le colonne lattee di San Salvatore, accettando la sua sfida, il nostro pellegrinaggio comincerà sorretto da personaggi e scrittori che hanno conficcato paletti inviolabili nel nostro sentire e, insieme a loro, sceglieremo il prossimo pensiero, la prossima parola, il prossimo verso.


 Una parola, un verso: pellegrino
[lat. peregrīnus "straniero", riferito nel lat. tardo a chi veniva a Roma per scopo religioso]. - ■ s.m. (f. -a) 1. (relig.) Chi si reca in pellegrinaggio a un luogo santo. 2. (estens.) Viandante, persona che va errando qua e là fuori della propria patria. ■ (fig.) Strano, fuori del comune, e quindi nuovo, originale. 

(fonte: Treccani).

domenica 28 ottobre 2012

Il santo del giorno? Tra i libri.

Oggi domenica 28 ottobre il Santo del giorno è...un attimo prego...ecco, sono già in difficoltà, cosa direbbe Guido, l'immaginifico e puro personaggio dell'ultimo film di Paolo Virzì (Tutti i santi giorni), davanti a questa mia incertezza? Citerebbe sicuramente il motto latino più adatto alla situazione, liberandomi in un attimo del senso di colpa e donandomi al contempo la vista sulla sua smisurata conoscenza e amore per i testi antichi. 
Il problema di questo 28 ottobre è che i Santi del giorno sono più di uno. Ci credereste? Che dite, viene fuori la mia scarsa frequentazione della chiesa? In ogni caso oggi si festeggia San Simone apostolo, conosciuto anche come il Cananeo (Vangelo di Marco) o lo Zelota (Vangelo di Luca), ma anche San Giuda (non l'iscariota, ma l'altro).
Guido sveglia ogni mattina la sua Antonia, illuminandola sul periodo in cui è vissuto il Santo in questione, magari aggiungendo qualche dotta curiosità, che ha per lo più lo scopo di lasciarle qualche attimo ancora per riprendersi dal sonno in cui è svenuta mentre lui lavorava come portiere notturno in un albergo. Perché non solo Virzì ha creato (ispirandosi al romanzo di Simone Lenzi La generazione) un protagonista appassionato di libri e di conoscenza, ma ne ha fatto un vero e assoluto amante della lettura per se stessa e non per le dotte citazioni che quella lettura può donare al suo seguace. Guido ama leggere, Guido ha bisogno di leggere, in latino, tedesco o italiano, poco importa, le lingue non sono che necessari chiavistelli per assaporare l'ebrezza della conoscenza, che più si assorbe, più amplia la visuale su quello che manca e, proprio grazie all'ultimo granello raccolto, si desidera più di ogni altra cosa. Un vizio di pochi e per pochi, un tempo guardato con sospetto ma tenuto in considerazione, oggi ignorato, se non dileggiato. Ma questo a Guido non interessa. Lui ha i suoi libri. Certo, anche Guido ha bisogno di condividere. E per questo c'è Antonia. Aggrovigliata in se stessa molto più di quanto ad un occhio distratto potrebbe apparire Guido, arrabbiata, con poca stima per se stessa e un desiderio: suonare la sua musica davanti ad un pubblico che l'ascolti. Guido del pubblico non ha bisogno e, sebbene capace di integrarsi con disinvoltura in contesti distanti centinaia di volumi da lui, disarmando l'interlocutore con la sua assoluta serenità, Guido non ha bisogno di rivalersi per ciò che non ha avuto, per ciò che qualcuno gli ha tolto, per una vita che odia. Guido fa la vita che vuole fare. 
Ma  Guido non esiste, è un personaggio, non una persona reale. Troppo romantico, favolistico, improbabile. Probabilmente è così, ma che splendore incontrare Guido, e accomodarsi fra i suoi pensieri e osservare con i suoi occhi. E allora grazie a Lenzi che ha avuto l'idea di questo personaggio, grazie a Virzì che ha deciso di fare questo film, grazie a Luca Marinelli che ha interpretato Guido e grazie a chi questo film lo andrà a vedere e, uscendo, sarà preso dall'irresistibile desiderio di andare in libreria, comprare la fila di parole che più gli interessa e finalmente si godrà il più assoluto e gratificante dei vizi: la lettura.

domenica 21 ottobre 2012

Bertolucci può diventare il “Borromini” di Piperno?

Se vi troverete a passeggiare per Roma vicino a Largo di Santa Susanna, in uno degli incroci più caotici del centro storico della capitale, provate a smettere di masticare il tempo, che vi assale come un blob informe pronto a inglobarvi e travolgervi, e sollevate lo sguardo. Intorno a voi, nelle loro armature di travertino, tre imponenti monumenti si contendono quel piccolo spazio, dopo aver subito, chi più chi meno, un piccolo lifting per privarli di alcuni strati di polvere e smog. La facciata della chiesa di Santa Susanna di Carlo Maderno (1595, primo esempio di barocco compiuto a Roma, costruita sui resti di tre ville romane che fronteggiavano le Terme di Diocleziano, lo stesso Diocleziano responsabile della morte della Susanna divenuta poi santa), la fontana del Mosè (o dell’Acqua Felice, da Felice Peretti, ovvero papa Sisto V, inaugurata nel 1587) e la seicentesca facciata di Santa Maria della Vittoria (ad opera di Giovanni Battista Sora, 1626). Tutti e tre i contendenti meritano una visita e soprattutto uno sguardo attento, ma per oggi ci soffermeremo su Santa Maria della Vittoria, perché al suo interno è conservata l’estasi di S.Teresa opera sublime del Bernini e capolavoro del barocco romano (1646). Posizionatevi di fronte a questo mirabile lavoro di cesello, cosa vi viene in mente? A me ha fatto pensare ad Alessandro Piperno e questo potrebbe apparire strano. Cosa centra Piperno con Bernini? Centra. Come nel caso di Bernini, resto ammirato dall’“opera” di Piperno, grato per la costruzione semantica delle sue narrazioni e il profuso utilizzo di fonemi ingiustamente dimenticati, ciononostante i suoi colpi di scalpello precisi e sicuri, costruiti su una tessitura di parole e incisi continui è per me così sinuosamente costruita da farmi perdere il contatto con la storia. Come davanti alle sculture del sommo Bernini, apprezzo il risultato stilistico, ma dentro non si smuove pensiero. Altra cosa è il lavoro del Bernini architetto, che al mio occhio profano appare più leggero e svettante, più innovativo e rischioso, soprattutto se parte dall’esperienza di altri artisti, penso al Borromini per esempio e alle sue invenzioni piroettanti. Lo stesso fa Piperno, il Piperno più osservatore che scrittore, che dice la sua sulla letteratura e sul mondo, in maniera diversa e concreta.

Il prossimo 25 ottobre uscirà al cinema l’ultimo film di Bernardo Bertolucci, Io e te tratto dall’omonimo romanzo breve di Ammaniti (di cui abbiamo parlato anche su imago). Piperno ha incontrato Bertolucci nella sua casa trasteverina e ha scandagliato con rispetto e ammirazione le memorie di uno dei registi più rappresentativi della storia recente del cinema italiano. Richiamando alla memoria del lettore i film più importanti (non soltanto per ritorno in termini di risultato al botteghino o per premi conquistati) di Bertolucci con veloci e suggestive pennellate, Piperno riesce ad accendere l’interruttore della memoria, che in molti di noi vibrerà davanti a qualche titolo “bertolucciano”. Novecento, ricordo la prima volta che l’ho visto dov’ero, cosa ho pensato, la scena che più mi ha colpito, Depardieu così magro e Robert De Niro così giovane, ma già possente, lo stesso vale per titoli come Io ballo da sola e The Dreamers, ma forse più di tutti, L’ultimo imperatore e la scena del lenzuolo zafferano che si solleva per mostrare a un imperatore bambino la fine improvvisa della sua fanciullezza, la sua nuova vita, una vita che poi non avrà mai. L’emozione provata la serbo ancora dentro di me e la lascio viaggiare.

domenica 14 ottobre 2012

Rosso Cina. Una lotta fra Nobel e libertà

Sarà per la bandiera, sarà per il libretto di Mao, sarà per le lanterne di carta che abitano l’immaginario collettivo dopo il film di Zhāng Yìmóu, ma spesso, quando pensiamo a questo "paese-continente", pensiamo rosso.
Probabilmente dall’11 ottobre il rosso e la Cina saranno ancora più inscindibili nella nostra mente.
Giovedì scorso l’Accademia reale svedese ha assegnato il premio Nobel per la letteratura a Mo Yan, scrittore e sceneggiatore cinese, conosciuto in Italia soprattutto per il suo romanzo Sorgo rosso (Einaudi, 2005), che offre una vista sulla storia cinese dagli anni ’20 agli anni ’70 e che ha come scenario unificante il sorgo, cereale dalle spighe vermiglie, tappeto di sangue su cui Mo Yan fa consumare battaglie di ogni tipo. Da questo romanzo, sempre Zhāng Yìmóu, ha tratto l’omonimo film che ha vinto l’orso d’oro al festival di Berlino nel 1988.
Mo Yan
In una delle rare interviste che si trovano in lingua italiana sulla rete, Mo Yan ricorda il suo innamoramento per Italo Calvino e il suo  barone rampante, dimostrando una buona dose di furbizia promozional-territoriale (far sentire agli italiani che viene apprezzato un loro autore anche nella lontana e rossa Cina) e sancendo una delle regole d’oro, anzi rosse (perchè da non violare) per uno scrittore, ossia se si inizia a scrivere pensando che possa arrivare qualcuno che si innamori del proprio libro, lo pubblichi, lo renda famoso e poi ne ricavi addirittura un film, si scriverà qualcosa di orribile. Giusto, ma forse non basta. Qualche giorno fa, su La lettura, è uscito un articolo accorato di Alessandro Piperno sull’ultima opera di Salman Rushdie (Joseph Anton, Mondadori, 2012). Durante l'analisi del memoir di Rushdie, Piperno si sofferma su una riflessione dello scrittore indiano proprio sull'importanza di non diventare prigionieri del bisogno di essere apprezzati o amati da altri per le cose che si scrivono. Ricordando anche che le opere cui si lavora dovrebbero sempre avere un obiettivo che non vada a scontrarsi con la coscienza di chi le scrive, solo così l’autore, che per sua natura avrebbe bisogno di quell’apprezzamento diffuso che deve fuggire, può tentare di vivere in pace con se stesso.
Forse per rispondere in parte a questa necessità, Mo Yan ha lanciato un appello per il suo connazionale Liu Xiaobo, premio Nobel per la pace 2010, attualmente in carcere nel paese rosso, con una condanna a 11 anni per “sovversione”, parola che nella Cina contemporanea può semplicemente significare dire la verità. La Cina è un paese che sta avendo da anni una crescita economica esponenziale, se si guardano i numeri, ma è anche un sistema di governo capace, proprio grazie ai suoi tassi di crescita con cui ottiene “comprensione” dal resto del mondo, di impedire la libertà di parola e di pensiero, con ogni forma di repressione possibile, anche creando una muraglia di censura per controllare e cancellare migliaia di contenuti sulla Rete.
La “colpa” di Xiaobo, come quella di Weiwei o di Huang Qi, è quella di aver lottato per la tutela dei diritti umani o di aver semplicemente posto qualche domanda sul traffico di esseri umani in un paese che sotto il suo sorgo nasconde ancora troppi cadaveri.

domenica 7 ottobre 2012

Siete mai stati alla Mondadori?


Intendo la Mondadori editore e non la libreria Mondadori sotto casa. Io personalmente ho varcato i cancelli di quella strana struttura rettangolare sospesa sull'acqua alle porte dell’aeroporto di Linate, solo qualche giorno fa. E lì, con in mano il mio badge visitatore n.63915811, mentre fissavo perplesso e incantato gli archi di cemento svettanti su centinaia di finestre marroni silenziose, la sensazione che ho avuto era di trovarmi davanti a una delle creazioni di Gaudì (invece opera dell'architetto brasiliano Oscar Niemeyer, realizzata a metà degli anni ’70), sorprendendomi che dietro di me non vi fosse una folla di visitatori che volevano scoprire se, nell'acqua su cui questa costruzione sembra reggersi, ci siano anche i pesci  (e ci sono!). D'altronde i turisti vengono portati a visitare i centri commerciali come parco Leonardo a Roma, perché non dovrebbero venire a visitare la Mondadori, che indipendentemente da quello che si legge e si pensa, esiste dal 1907 e detiene, da sola, più di un quarto dell’intero mercato editoriale del Paese? Mentre camminavo lentamente sulla passerella che collega la terra ferma al palazzo Mondadori, osservavo le carpe che inseguivano piccoli pesci marroni nel laghetto che mi separava dall'ingresso immaginando  carpe-mega-seller Mondadori (vedi le 50 sfumature del colore che preferite di E. L. James, edite in Italia proprio  dalla Mondadori nella collana Omnibus), mentre rincorrevano il pesciolino-autoriale-esordiente, inghiottendone le seppur costipate possibilità di vendita e scacciandolo per sempre dallo scaffale a cui tanto aspirava. Ma si stava facendo tardi e dovevo entrare: quarto piano, narrativa italiana, un immenso open-space, dove a stento si coglie qualche bisbiglio, centinaia, migliaia di libri, a dismisura. 
Impilati in piccole biblioteche metalliche che corrono per l’intero piano come tessere di un infinito domino verticalizzato,  che ho quasi avuto timore di sfiorare per paura che venisse giù, privando i vari editor e redattori della minima intimità per fronteggiare il testo che qualcuno li aveva sfidati a leggere. E poi ingrandimenti di copertine, piccoli gruppetti di persone che discutevano del "pantone" giusto per il blu della “quarta” del libro del giorno, interrogativi morali sull'impaginazione e quindi sulla lunghezza “giusta” da attribuire a un romanzo per soddisfare i lettori e la distribuzione, connubio, a quanto dicono,  difficile da realizzare. E poi naturalmente la possibilità di parlare con una delle figure di punta della narrativa italiana Mondadori: Giulia Ichino. L’editor dell’ultimo premio Strega e dell’ultimo premio Campiello, giusto per inquadrare al grande pubblico il personaggio. Disponibilissima, con cui è stato un piacere confrontarsi, e con questo non vi sto autorizzando a presentarvi in Mondadori con cesti di frutta, dolci, vestiti fatti su misura per lei o la vostra opera omnia per permetterle (che generosi che siete!) di scegliere quale dei succosi tomi da mille pagine pubblicare per primo. Non lo fate! E non soltanto perché lo hanno già fatto prima di voi e quindi non sareste particolarmente creativi, ma anche (e soprattutto) perché prima di trovare l’editor che vi ascolti e supporti/sopporti dovreste avere davvero fra le mani “il romanzo”. Ossia un testo che possa almeno generare un flusso di cinquemila copie per la prima tiratura, che sia trasversale e attuale nelle tematiche trattate, innovativo, creativo, ben scritto, che non si faccia smettere di leggere e che, essendo in un periodo di magra, possa sbaragliare la concorrenza di testi con le caratteristiche di cui sopra che potrebbero essere già arrivati davanti agli occhi di Giulia Ichino, insomma convincerla che siete voi la scommessa del prossimo biennio. Già fatto? Ma che bravi che siete. In ogni caso, prima di impacchettare e inviare, aspettate di leggere l’intervista  con lei, che è in corso di revisione e della cui uscita vi darò pronta notizia. Meglio essere sempre ben informati. Che dite? 

domenica 30 settembre 2012

Di cosa parlano gli scrittori...fra di loro? Anche di rimborsi per lesa capacità.

 Mi viene in mente una storiella ricordata da David Lipsky nel suo viaggio-intervista con David Foster Wallace, nel libro Come diventare se stessi (minimum fax 2011), in cui Lipsky racconta un fantomatico incontro fra Joyce e Proust. Joyce parlò per primo: «Ho gli occhi ridotti malissimo». E Proust di rimando: «Il mio povero stomaco, non so che fare! Anzi, devo andarmene subito». Ma Joyce non si arrese e lo superò: «Io seguirei il tuo esempio, se solo trovassi qualcuno che mi tiene sottobraccio». Il lettore si sarebbe aspettato chissà quali discorsi da due divinità della letteratura occidentale e invece ipocondriaci, egocentrici, pronti a tutto pur di attirare l’attenzione, su di sé naturalmente. Come direbbe Oscar Wilde «moderazione in tutto, a cominciare dalla moderazione stessa». Moderazione che non ha ispirato Vincenzo Ostuni, editor di Emanuele Trevi, quando profondamente turbato (per usare un eufemismo) ha detto ciò che  ha detto (vedi post di imago del 15/07/2012) sullo scrittore (Alessandro Piperno) che aveva battuto, per solo due voti il “suo” autore all’ultima edizione del premio Strega. Moderazione che, dopo essere stata presa alla sprovvista dalle prime esternazioni di Ostuni su Piperno, ha iniziato a correre lontano dalla bocca dell’editor della Ponte alle Grazie, chilometri e chilometri, pur di permettergli di dire che il terzo classificato (Gianrico Carofiglio) aveva presentato al premio un libro: «letterariamente inesistente, scritto con i piedi da uno scribacchino mestierante…».
Ora che a Ostuni potesse non piacere il libro di Carofiglio nulla di male, sebbene quelle stesse esternazioni avrebbe potuto proporle ben prima di aver scoperto se Trevi aveva vinto o meno il premio Strega, dimostrando così una coraggiosa libertà d’opinione che dovrebbe prescindere dagli esiti di una gara. Le perplessità degli scrittori sul lavoro di altri autori è prassi e se Hemingway sosteneva di non leggere mai testi altrui (se erano brutti era uno spreco di tempo e se non lo erano…allora tutta invidia), altri suoi colleghi non gli hanno risparmiato taglienti commenti, pensiamo ad esempio a Gore Vidal, che sostenne: «What other culture could have produced someone like Hemingway and not seen the joke?» o sempre riferendosi a Hemingway: «I detest him, but I was certainly under his spell when I was very young, as we all were. I thought his prose was perfect until I read Stephen Crane and realized where he got it from.».

Insomma Vidal non ci andò certo leggero, sebbene ebbe l’accortezza di pronunciare alcuni di questi suoi giudizi dopo la morte dello scrittore in questione. La critica, feroce e per sua natura soggettiva e soggettivista, fa parte della vita di ogni scrittore (acquistato e famoso, mentre per gli altri, per quelli che pubblicano e non vendono, l’oblio è la peggiore e più insopportabile delle critiche), quindi qual è il problema? Perché Carofiglio ha deciso di agire civilmente contro Ostuni, chiedendo un rimborso di 50mila euro? Qualcuno ha detto che il problema non è stato nella critica in sé, ma nel modo con cui questa è stata espressa: con ferocia e senza filtri. Anche questo è opinabile, pensiamo a Myra Breckinridge (icona indimenticabile di Gore Vidal) e alla sua passione per l’arte di ferire le persone: non c’è niente di più bello che godersi subito lo spettacolo di «un viso aperto che si chiude imperiosamente sotto il proprio sguardo».

Con questo non voglio dire che Carofiglio non abbia ragione a risentirsi della “critica” di Ostuni, ma che forse poteva trovare un modo più sottile per godere della sua rivalsa, da uno scrittore del suo rango ce lo aspetteremmo, magari scrivendo un bel racconto su un editor che per aver offeso ingiustamente uno scrittore, da questo veniva maledetto e trascorreva due anni di agonia, costretto a leggere l’opera omnia dell’autore in questione. Che non sia un buon consiglio per Carofiglio, portandolo a cambiare tattica. Come sosteneva lo stesso Emanuele Trevi su Il Corriere della Sera, i lettori se lo aspettano, e di lettori, Carofiglio, ne ha e probabilmente ne avrà sempre tanti.



domenica 23 settembre 2012

Opportunità illimitate - Vonnegut vs. Scalfari vs. Armstrong

Cosa hanno in comune Kurt Vonnegut, Neil Armstrong ed Eugenio Scalfari?

Ve lo ricordate Sei gradi di separazione? Il film del 1993 di Fred Shepisi con un Will Smith inedito in versione marchetta-gay, ispirato alla commedia off Broadway di John Guare? No, abbastanza comprensibile, se siete nati a partire dagli anni ’80, ma se siete arrivati su questo pianeta nella decade precedente, il film o almeno la teoria cui si ispira ve la dovreste ricordare, perché per un periodo, proprio a metà degli anni novanta, è diventata un tormentone: giornali, libri, film, personaggi più o meno famosi hanno cominciato a parlarne, in una sorta di fanatismo unificante che poi è evaporato con gli albori del nuovo secolo.

L’idea in questione (elaborata dallo scrittore ungherese Frigyes Karinthy  nel 1929) sostiene che ogni individuo è collegato a qualsiasi altro suo simile sul pianeta da una catena di non più di 5 intermediari, per cui saremmo tutti inevitabilmente connessi a tutti, senza via di scampo, certo, a condizione di identificare i 5 intermediari “giusti”. Ed è qui il problema. Ma non vi preoccupate, non disegnerò iconcine con i volti di decine di personaggi chiedendovi di portarmi da Vonnegut a Scalfari, passando per Armstrong. La risposta, la mia risposta, ve la do subito. Questi tre uomini hanno in comune la volontà di superare i propri limiti e la certezza di potercela fare.

Volontà per Vonnegut (presente anche nella sua ultima raccolta d’inediti (intitolata Guarda l’uccellino - Feltrinelli – 2012) di trovare ardore, fiducia e originalità e soprattutto nuovi pregiudizi da portare alla luce e all’orecchio del lettore, sezionandoli alla sua maniera. Volontà che potrà avere dei momenti di debolezza, di necessario e monetario adeguamento ai multipli di 5 intermediari che ci circondano, ma che poi tornerà, più forte, consapevole di essere l’unica via per l’arte.
Scalfari, che si gode la pubblicazione delle sue opere nella collana i Meridiani di Mondadori (in uscita in questi giorni), ci dice che la volontà di superare i propri limiti è sempre stata insita nel suo profondo narcisismo, nel suo bisogno di preservare e far crescere/accrescere se stesso, ben consapevole che per farlo era necessario il contatto con gli altri. E qui ritorniamo a Vonnegut che, ricordando un suo vecchio professore, ci dice che nessuno degli individui arrivati alla grandezza nelle arti ha agito da solo e che quell’ardore, fiducia e voglia di scovare nuovi pregiudizi si possono generare solo in gruppo, perché “Non è questione di trovare un Messia, ma che un gruppo ne crei uno: ed è un lavoro duro e ci vuole un po’ di tempo.”
Ma una volta creato il Messia, il gruppo gestisce il potere, potere che secondo Scalfari dovrebbe implicare sempre attrazione, responsabilità e sacrificio. Doti che chi ha gestito il potere spesso ha messo da parte, a partire dall’ultima. Eppure di questa comunità intrinsecamente e inevitabilmente legata e negata, non si può non aver fiducia, se non altro in una sua versione ridotta, di “affini” con cui confrontarsi e a cui attaccare i propri dubbi perché li facciano cadere a terra, dimostrando così che le idee che abbiamo preso in considerazione sono comunque fragili, confinate in noi stessi.
Ricordate quello che diceva Will, il single per definizione, nel film dei fratelli Weitz About a boy : “l’uomo non è un’isola, ma un arcipelago.” E arriviamo così a Neil Armstrong, il primo uomo che ha messo piede sulla Luna, che sia accaduto o meno poco importa, perché ha segnato un passaggio importante per la volontà di superare i propri limiti, dicendo che: “La cosa più importante della missione dell’Apollo fu dimostrare che l’umanità non è incatenata per sempre a un solo pianeta, e che le nostre visioni possono superare quel confine, e che le nostre opportunità sono illimitate.”
Sentirselo dire oggi è davvero importante.

domenica 16 settembre 2012

Principianti. A trovarne…


Trovarsi a pattinare in un salone di marmo dal riverbero dorato, ridendo e sbandando; trasformarsi nel più adorato e odiato psicoterapeuta del mondo, Sigmund Freud, pronto ad ascoltare confessioni intime da pazienti senza voce; essere in sintonia perfetta con un cane che comprende più di cento parole (150 se ricordo bene), ma non ne parla nemmeno una ed è questo il suo punto di forza. E soprattutto guardare tutto questo con gli occhi dei principianti, di coloro che indipendentemente dall'età, dal sesso e dalle esperienze, si scoprono, per la prima volta, portatori di emozioni che hanno bisogno di condividere. Parliamo di principianti soddisfatti del loro stato.
Vi è mai capitato di sentirvi così? A me sì, non molte volte, ma in qualche rara occasione, quando ciò che abbiamo avanti fa una paura fottuta (altro aggettivo non avrebbe reso altrettanto bene lo stato d’animo) e vorremmo fuggire, veloci, ancora, per sempre e invece ci puntiamo lì, a guardare. Ecco è questo che capita durante il film Beginners (Principianti appunto), scritto diretto con tocco materno e iridescente da Mike Mills nel 2010, saccheggiando spezzoni della propria vita.
Della trama vorrei dirvi ben poco, non è molto importante, ciò che conta è quello che vi gira attorno, le interpretazioni perfette di Cristopher Plummer e di Ewan McGregor, quest’ultimo nei panni del protagonista Oliver, a cui è morta prima la madre e poi, dopo qualche anno, anche il padre, un padre che a settantacinque anni ha deciso di fare outing, dichiarandosi gay. Oliver si ritroverà così solo, rendendosi conto di esserlo sempre stato, stretto fra due genitori che avevano fatto del “non detto” la base su cui costruire la loro vita. Oliver non parla di sé, non è normale, non è naturale e ha molti dubbi che agli altri davvero interessi. Possiamo dargli torto? Eppure, come nella migliore tradizione dei film di Frank Capra, quando tutto sta per crollare in un silenzio ancora più profondo, qualcosa d’inatteso si accende e la speranza, la voglia di dire e di provare scoppia e scompagina ruoli e decisioni. La solitudine, vero protagonista del film di Mills, viene inizialmente elevata a valore. Quando Oliver è solo, se è lui a decidere di stare solo, tutto funziona o meglio non funziona, ma non funziona “come dice lui”. Quando invece tenta di uscire dalla propria solitudine, le regole a cui si è avvinto per anni gli sfuggono e non sa verso quali sofferenze sta facendo rotta. Forse verso qualcosa che non sarà il suo ideale di perfezione relazionale, non sarà mai il leone della storia che il padre gli racconta : “diciamo che il tuo animale preferito è il leone, ma per quanto lo aspetti, non arriva mai, non arriva nulla per anni e poi, senza preavviso ti trovi a fissare una giraffa, tu cosa fai, continui ad aspettare il leone o rischi con la giraffa?”. Alla fine il nostro principiante Oliver farà la sua scelta, ma noi quale avremmo fatto al suo posto? Per rispondere non vi resta che godervi questo film. Non al cinema, dove per i fumosi e spesso incomprensibili accordi fra major in Italia non è mai uscito, andando direttamente a ingrossare il mercato dei DVD, ma forse è meglio, la prima volta Beginners va visto da soli.

Beginners – 2010 – scritto e diretto da Mike Mills, interpretato da Ewan Mc Gregor, Cristopher Plummer, Mélanie Laurent. Premio Oscar e Golden Globe 2012 a Cristopher Plummer per l’interpretazione del padre di Oliver.

domenica 9 settembre 2012

Il quarto di Zadie Smith

Ve la ricordate Zadie Smith? Considerata una delle migliori scrittrici in lingua inglese under 40 dalla prestigiosa rivista The New Yorker e osannata dalla critica di mezzo mondo anglosassone per White Teeth (il suo primo romanzo, uscito in UK nel 2000, tradotto in decine di lingue e in Italia pubblicato da Mondadori con il titolo Denti Bianchi), con il quale ha vinto il Whitbread First Novel Award 2000, il Guardian First Book Award, il Commonwealth Writers First Book Prize e il James Tait Black Memorial Prize per la narrativa

Un successo inarrestabile, nato ben prima della pubblicazione, quando nel 1997 fu addirittura organizzata un’asta per accaparrarsi i diritti per il primo romanzo di una allora ventiduenne e semisconosciuta Zadie Smith, romanzo che era ancora incompiuto. Seguiranno The Autograph Man (2002, tradotto sempre per Mondadori con il titolo L’uomo autografo) e On Beauty (2005, anch’esso uscito con Mondadori con il titolo Della bellezza).  

I suoi libri (ha pubblicato anche alcuni saggi e numerosi racconti) hanno venduto più di due milioni di copie in tutto il mondo, ponendola nell’invidiabile posizione di poter influenzare (all’età di 36 anni) con i suoi seguitissimi articoli su The New Yorker, The Guardian e The New York Review of Books, lo stile e le idee dei futuri romanzieri di lingua inglese e non solo. Se avete avuto la curiosità di leggere uno dei suoi libri, ne sarete stati folgorati o infastiditi. Indifferenti è difficile. 

La prosa messa in campo da Zadie Smith è molto curata e attenta nella scelta delle parole e del linguaggio più adatto per i suoi personaggi, soprattutto nei dialoghi, calati nel contesto sociale dei personaggi con estrema abilità. Ciononostante la narrazione a volte può apparire ridondante, come se, per qualche motivo a noi oscuro, fosse stato necessario fare di un perfetto racconto un men che perfetto romanzo. 

E sebbene la critica abbia definito Denti Bianchi un testo dalle sfumature dickensiane, che dimostra tutto il talento dell’autrice, fin dalle prime righe, ammetto di non essere riuscito a completarlo, perché caratterizzato da un andamento altalenante, con dialoghi accattivanti improvvisamente sostituiti da corollari estenuanti, preferendo l’invece meno apprezzato The Autograph Man, forse per il suo protagonista Alex-li Tandem, con il quale ho trovato subito una perfetta sintonia.  

Ora Zadie Smith presenta un nuovo romanzo NW (NorthWest, riferendosi al post code del quartiere di Londra dove ha vissuto per anni – 2012 The Penguin Press – 401 pagine), ennesimo successo annunciato? Può darsi, sebbene le critiche questa volta non siano particolarmente entusiastiche, paragonando questo nuovo lavoro della Smith a Mrs. Dalloway di Virginia Woolf. Dal confronto, a differenza di quello fatto a suo tempo fra On Beauty e Howards Ends di E.M. Foster, il romanzo e soprattutto i suoi personaggi uscirebbero perdenti. 

Il New York Times, lo scorso 26 agosto, ha pubblicato una recensione in cui si descrivono i personaggi centrali del romanzo come stereotipi bidimensionali più che caratteri dalle infinite e contraddittorie sfumature (come avveniva in On a Beauty), personaggi che non riuscirebbero mai a rapire e tantomeno a mantenere viva l’attenzione del lettore. Fin qui la critica, per la lettura dovremo attendere la traduzione in italiano, probabilmente sempre di Mondadori, o per i più coraggiosi la complessa lettura in lingua originale. 

In ogni caso io ritenterò con questo libro, forse proprio perché sembra distaccarsi dall’impostazione dei suoi romanzi più amati (e per farlo ci vuole comunque coraggio) o forse perché c’è un richiamo al lavoro di Virginia Woolf e al suo stream of consciousness  (e per tentare questa operazione, di coraggio ce ne vuole davvero tanto!). 

Nel frattempo sorrido insieme a Paolo Di Stefano per la scelta di Zadie Smith di ringraziare (proprio nelle ultime pagine della prima edizione del suo nuovo romanzo NW) le applicazioni software che le hanno inibito l’utilizzo della rete e dei social networks durante la stesura del suo libro, altrimenti non sarebbe mai riuscita a completarlo. Di Stefano ci dice che è come se uno scrittore nel passato avesse reso omaggio alla porta che, chiudendosi, gli aveva permesso di scrivere in pace. I ringraziamenti di Zadie Smith hanno suscitato l’ilarità di molti suoi colleghi, lascio a voi la valutazione sull’opportunità del gesto e delle relative reazioni, certo è strano che sia necessario isolarsi da un contatto fittizio di cui noi siamo gli unici generatori, non potendo certo internet venire a bussarci alla porta di cui sopra, almeno fino a ora…

domenica 2 settembre 2012

Il libro giusto per ricominciare, perchè nò, con una rivoluzione imperiale, quella di Myra Breckinridge.


«Non avevo mai letto Myra Breckinridge di Gore Vidal.»
Frase che non potrò più usare.
«Non avevo mai incontrato un personaggio femminile costruito in modo così perfetto, soprattutto fra quelli maschili.» Altra frase da incastonare tra quelle ormai irripetibili.
E potrei continuare per molte righe. Parliamo del contestatissimo (almeno al momento della sua prima uscita negli Stati uniti nel 1968) romanzo di Gore Vidal dedicato alla prorompente e “imperiale” personalità di Myra Breckinridge. Narrato con sottile arguzia e solenne sfrontatezza in prima persona, da un io narrante posizionato alla minima distanza di sicurezza possibile (e a volte bel oltre) da Myra stessa, il testo narra l’evoluzione di una divinità, di una “Donna Nuova”, fortemente e genialmente femminile, sebbene ancora dotata di una brutalità maschile, che nessun uomo può realmente sfoggiare. Una “Donna Nuova” che ha deciso di dare inizio a una diversa e certamente migliore forma di società e di civiltà, di cui lei rappresenta il centro e l’origine. Se non avete letto il romanzo di Vidal, potreste rimanere alquanto perplessi dalle precedenti affermazioni o pensare che il testo si riduca ad una farsa che racconta il delirio di onnipotenza di un uomo-donna-uomo (perché i passaggi e i salti saranno molteplici, anche per le menti più allenate). 
Ma in Myra Breckinridge  c’è molto di più. C’è il mondo degli studios hollywoodiani con i loro intrighi  e i loro fondali che sembrano migliori della realtà stessa, c’è la lotta per raggiungere i propri obiettivi, quelli che la società ha identificato come necessari qualche anno prima e che poi sono strisciati nelle menti delle persone, che li hanno visti come unici, innovativi e perfetti; c’è la geniale e caustica parodia del genere umano che sa che nella prevaricazione si nasconde spesso il germe del successo e che a volte, raramente, decide di saltare le formalità e il buonismo di facciata per godersi subito lo spettacolo di “un viso aperto che si chiude imperiosamente sotto il proprio sguardo.” Sì, so a che state pensando, nel romanzo di Vidal c’è anche molto erotismo (il protagonista è una donna nata uomo, che fa della svirilizzazione del maschio, tramite violente pratiche sessuali e psicologiche, una missione per riequilibrare il rapporto fra uomini e donne, nonché la giusta conclusione della sua terapia psicoanalitica), ma non lasciatevi ingannare dall'incipit di Myra: «Io sono Myra Breckinridge, che nessun uomo possiederà mai […] io sono finalmente pronta a iniziare la mia missione, che è di ricreare i sessi, salvando così la razza umana dall’estinzione certa. […] Ma il mio primo dovere è di farvi capire come sono bella e conturbante con i miei grossi seni in libertà.» Vidal ci mostra alcune delle varianti in cui il sesso può essere utilizzato come strumento per ottenere ciò che si desidera, rimanendo indifferenti agli effetti che può provocare o ancora meglio, come nel caso di Myra, assaporandoli fino all'ultima lacrima e goccia di sudore, salvo poi dimostrare al lettore che è stato addirittura un favore fatto a chi quel dolore lo ha subito. 
Non abboccherete all’amo di Vidal? Vogliamo scommettere? Per ora buona lettura.

domenica 29 luglio 2012

Libri nervosi, smorfiosi e urlanti: una parata di scelte per la nostra estate.

Cosa ci porta a scegliere un libro?

 Nell’ultimo post prima della pausa estiva, è naturale pensarci.
Indecisi aspettiamo, la nostra mano si tende e subito ritorna al corpo, vuota, delusa, in mezzo alla moltitudine urlante di copertine, luminose e smorfiose, che tentano di accalappiarci; noi, che siamo entrati in una libreria alla ricerca del titolo da portare in viaggio o, visto il periodo, da portare semplicemente a casa, affinché quel viaggio ce lo renda possibile proprio quel libro e nessun altro. Noi, che ci siamo avventurati nel bel mezzo di una parata di libri, dritti sui loro dorsi, gelosi del loro piccolo spazio sullo scaffale, conquistato (sempre più spesso) dall’abilità dell’uomo di marketing di turno e non dalle pagine da cui quei libri sono sostenuti; noi, che li abbiamo visti moltiplicarsi, rabbiosi e agitati, come se volessero saltarci sulle spalle e spiegarci perché proprio non potevamo comprare i loro colleghi di parata; noi, che eravamo entrati con l’idea di sorprenderci e ora corrughiamo la fronte, già pronti a “ripiegare” su un classico che ci guiderà lontano in universo sicuro che conosciamo e amiamo, ma che oramai non ci potrà più sorprendere. Noi, che volevamo qualcosa di diverso, di nuovo, di destabilizzante e potente, persino qualcosa di “ben scritto”. Noi, che ben oltre tutti i presunti best seller, puntavano a un long seller, un libro con cui torturare i nostri figli e riuscire a litigare con i nostri amici.

Noi, che ora vorremmo essere in una biblioteca polverosa e indifferente ai nostri sospiri, perché la scelta sarebbe facile; noi, che proprio qui e ora, davanti a una classifica vendite settimanali che riesce ad avvicinare l’inavvicinabile (Camilleri a E. L. James, solo per fare un piccolo esempio) e a una moltitudine di voci che si accatastano sulle nostre spalle, supplicandoci di comprare, sapremo finalmente se verrà fuori il nostro coraggio e il tempo diverrà gommoso e maturo. Come un frutto cadrà allora a terra, con un suono sordo e si lascerà scordare; scoveremo il silenzio, forse in un anfratto dimenticato di libri sovrapposti e inizieremo a piluccare. Noi, che usciremo dalla libreria con un sacchetto troppo sottile per un carico così importante, comunque vada.