domenica 4 novembre 2012

Una parola, un verso: trentunesima - pellegrino


Vi siete mai avventurati sull'antica via Francigena, con lo zaino in spalla e il cuore leggero? 
La via in questione era il collegamento per eccellenza fra Canterbury in Inghilterra e Roma e fu percorsa, fra i primi uomini in cerca di luoghi lontani che potessero fortificare la propria fede, dal vescovo Sigerico nel 990 d.c. che, oltre a ricevere un premio squisitamente terreno (l'investitura a vescovo appunto) al suo arrivo in una delle tre città sante dell'epoca (Roma, che si divideva il titolo con Gerusalemme e Santiago), dimostrò che l'uomo ha in sé da sempre il germe sublime della narrazione
Sigerico decise infatti di annotare nel suo diario di viaggio tutto il percorso di ritorno da Roma, con dettagliate descrizioni dei luoghi e dei rifugi utilizzati durante un pellegrinaggio di ben 1.600 chilometri, compiuto in soli 79 giorni per rientrare nella sua amata Inghilterra. Qualche giorno fa, per caso, mi sono trovato a percorrere un piccolo tratto di questa antico itinerario delle fede e sulla mia strada ho incontrato uno dei tanti luoghi sorti su tale via di contatto e contaminazione culturale durante il Medioevo. 

Mi riferisco alla basilica paleocristiana di San Salvatore (sorta nei primi secoli dell'era cristiana e poi ampliata fra il IV e l'VIII secolo d.c. dai Longobardi) alle porte di Spoleto in Umbria. Nella sua possente essenzialità, è uno di quei luoghi che costringe il viaggiatore a silenziare il mondo d'improvviso e a osservare se stesso e la propria essenza. Il viaggiatore diventa allora "pellegrino", ossia straniero in una terra in cui in pochi scientemente si avventurerebbero: il proprio animo. 
Per quanto riuscirà a esporsi a tale vista? E ciò che vedrà, quanto sarà difforme dall'immagine che il pellegrino avrà sempre avuto di se stesso? Quanto strano, fuori dal comune e originale gli apparirà ciò che ha fatto, creduto e perseguito fino a quel momento? 

L'essenzialità bruciante di questo luogo sembra sospesa fra il nostro tempo e quello delle parole migliori che sono state scritte sulla ricerca della propria verità. Penseremo allora  a Hermann Hesse e alle sue poesie che scandagliano i sensi, a John Maxwell Coetzee e ai suoi percorsi negli errori umani, a Virginia Woolf e alla sua necessità di scavare nelle miniere racchiuse nei suoi personaggi, a Franz Kafka e alla sua instancabile ricerca del silenzio indagatore. Poi distoglieremo lo sguardo e guarderemo le colonne lattee di San Salvatore, accettando la sua sfida, il nostro pellegrinaggio comincerà sorretto da personaggi e scrittori che hanno conficcato paletti inviolabili nel nostro sentire e, insieme a loro, sceglieremo il prossimo pensiero, la prossima parola, il prossimo verso.


 Una parola, un verso: pellegrino
[lat. peregrīnus "straniero", riferito nel lat. tardo a chi veniva a Roma per scopo religioso]. - ■ s.m. (f. -a) 1. (relig.) Chi si reca in pellegrinaggio a un luogo santo. 2. (estens.) Viandante, persona che va errando qua e là fuori della propria patria. ■ (fig.) Strano, fuori del comune, e quindi nuovo, originale. 

(fonte: Treccani).


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