domenica 25 marzo 2012

Quando il contenitore diventa il contenuto, una passeggiata alla Saatchi Gallery


Spazio e luce. Questa è la prima cosa che si ricorda della Saatchi Gallery a Londra.
Bianca, silenziosa e immensa. Le opere d'arte? Sì, ricorderete qualcosa.., ma gli spazi...
Penserete di essere stati catapultati sul set di un film di Woody Allen, magari nella galleria che Chloe, la moglie del protagonista di Match Point, ha "messo su" (anzi che il paparino le ha “messo su”) per occupare il tempo. Tutto sembrerà costruito per ridurre la giornata ad un piacevole diversivo fra una colazione servita sul portico e una prima a teatro. Gli spazi (infiniti), il rumore (assente), i visitatori (eccentricamente abbigliati e con taccuino sempre aperto fra le mani), le guide (tutte giovani, sorridenti e vestite di nero), pronte a scovare il seme della ribellione in un trittico di piastrelle marroni lasciate distrattamente (ma non così tanto) sul pavimento candido (anch’esso).
Avrete subito la voglia di comprare una sciarpa azzurra di cotone egiziano e un taccuino verde, con penna in tinta (brand saatchi naturalmente a quasi 3 pounds l’una), per iniziare a rovistare nel proprio io e scoprire se siete abbastanza cervellotici per aggirarvi a pieno titolo fra vetrate immacolate, strane pallottole di metallo arancione e gigantesche cipolle nere che penzolano dal soffitto.
Così, alla fine del giro, mentre sarete incerti su quale t-shirt acquistare nel book shop della galleria e sfoggiare così il minimal saatchi style al ritorno dalla vostra visita, un dubbio inappropriato solcherà le vostre menti:”la galleria mi è piaciuta perché mi ha davvero proposto qualcosa di nuovo o perché ha sollecitato quell’onnipresente germe di snobismo che Woody Allen stigmatizza e ama al contempo?”  Un'ottima domanda, da appuntare sul vostro taccuino, ma purtroppo non lo avrete ancora acquistato. 
Dovrete darvi da fare, allora, la prima a teatro vi starà già aspettando.

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domenica 18 marzo 2012

Una parola, un verso: ventottesima - vulnerabilità secondo Jonathan Coe


Dopo aver superato il librone gigante simbolo e programma di LibriCome, festa del libro e della lettura, svoltasi a Roma dall’8 all’11 marzo scorso, mi sono diretto al centro della cavea ideata da Renzo Piano per far ammirare il suo auditorium, nonché per adagiarci le sue immani coccinelle. Guardandole in una domenica troppo invitante per essere destinata a chiudersi in un piccolo spazio, viene da pensare che possano staccarsi da terra da un momento all’altro, pronte ad assaggiare il pubblico, un attimo prima di accoglierlo comunque nel loro ventre.
Questa volta sono stato abbastanza veloce da evitarle e così mi sono trovato in una sala Petrassi gremita per l’arrivo di Jonathan Coe, autore perfetto per accompagnare il lettore in un momento di confusione e di rabbia. Con me l’ha fatto con La casa del sonno, che ho apprezzato molto di più della Famiglia Winshaw , romanzo che lo ha portato alla consacrazione come scrittore. Coe è venuto a Libri Come per promuovere la sua ultima opera: Come un furioso elefante (Feltrinelli, 2011), biografia romanzata di Bryan Stanley Johnson. Ma soprattutto Coe è venuto a parlarci di vulnerabilità. Dello scrittore Johnson, che si definiva “privo di pelle”, tanto era esposto alle intemperie emotive della realtà, ma soprattutto della sua, come autore e come persona. Una sensibilità che, legata a un’indecisione diffusa (sintomo dell’impossibilità di Coe di accontentarsi di una sola interpretazione emozionale di un evento) e a una fragilità che a volte si fatica ad accettare, costituisce l’humus ideale per far nascere uno scrittore. Quest’idea mi è piaciuta molto. Trasformare quella che oggi viene considerata una debolezza in un tratto distintivo della creatività. La debolezza come punto di forza per non accontentarsi di una sola idea di realtà, ma per cercarne altre, ben sapendo che questo porterà dolore e scomode incertezze, ma anche occhi e orecchie più grandi per soppesare il mondo.

  
Una parola, un verso: ventottesima - vulnerabilità

vulnerabilità s. f. [der. di vulnerabile]. – L’essere vulnerabile, la condizione di ciò che è vulnerabile.

vulneràbile agg. [dal lat. vulnerabĭlis, der. di vulnerare «ferire»]. – 1. Che può essere ferito; che può essere attaccato, leso o danneggiato; 2. riferito a persona, debole, eccessivamente sensibile, fragile.

(fonte definizione: vocabolario Treccani)

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domenica 11 marzo 2012

Con dolce curiosità: un libro per Andrea Zanzotto



Alla Feltrinelli di Via del Babbuino a Roma è stato presentato, lo scorso 6 marzo, il volume Con dolce curiosità - tributo ad Andrea Zanzotto, a cura di Matteo Chiavarone, Edizioni della Sera, 2012. Il testo nasce da un’idea di Matteo Chiavarone e dal conseguente entusiasmo diffusosi fra coloro che, per conoscenza diretta o per passione, si sono confrontati con la parola di uno dei più interessanti autori del Novecento italiano.
Non sarà il primo, né di certo l’ultimo omaggio all’opera di Andrea Zanzotto, “percussivo” poeta, spentosi all'età di novanta anni lo scorso ottobre.  Fu così che lo definì Eugenio Montale alla fine degli anni ’60, “percussivo, ma non rumoroso: il suo metronomo è forse il batticuore.”[1] Chissà come prese questa definizione il poeta Zanzotto, capace di far convivere in pochi versi l’ordine e il disordine, il chiasso con il suo adorato e necessario silenzio, in un continuo esercizio di stiracchiamenti semantici che, come ha ricordato Andrea Viviani, rappresentano la chiave della “tavola sensoriale” imbandita dall’autore, cui non è possibile sottrarsi.
Ed è proprio la spinta a innovare di Zanzotto che viene spesso citata da questa raccolta di riflessioni, la volontà dell’autore di decodificare e proporre continue “tensioni violentissime” nel campo espressivo; la necessità di sperimentare, di cercare nuove e “formalmente squilibrate” vie per rivoltare i nostri pensieri e farci perdere il contatto con un noi stessi stanco e stupidamente veloce. Un noi stessi in cui abbiamo smesso da tempo di credere e a cui, invece, dovremmo aggrapparci, per capire, per osservare “il magnifico caos che tutti abbiamo dentro”. Un po’ come faceva il piccolo Andrea, quando suo padre (“insegnante di disegno e artista appassionato”[2]) lo portava en plein air per cogliere la luce e il silenzio giusto da disegnare e soprattutto da osservare.
Anche grazie a quell’esperienza abbiamo potuto e potremo, perché i suoi versi continuano a esistere, fermarci dentro noi stessi e aspettare che le idee ci raggiungano, grazie all'interpolazione di Andrea Zanzotto, sperimentandoci.
Vi suggerisco di iniziare proprio con alcuni versi della poesia che dà l’incipit al volume (Con dolce curiosità) e che sintetizza l’approccio che ha guidato i vari autori coinvolti nel progetto di Chiavarone a confrontarsi con l’opera di Zanzotto.




[1] Eugenio Montale, La poesia di Andrea Zanzotto, “Corriere della sera”, 1968, rif. nel volume Con dolce curiosità.
[2] Conversazione con Andrea Zanzotto di Vera Lucia de Oliveira. 

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domenica 4 marzo 2012

La tempesta di Merrill Block


L’attesa per un evento che in pochi attimi cambierà le vite di molte persone, questo è o sembra essere l’incipit vincente e diffuso del nuovo romanzo di  Stefan Merrill Block, l’attesa per qualcosa di terribile e inappellabile che dovrebbe colpire tutto e tutti per ridare un senso al corso degli eventi. L’attesa per un deus ex machina che non giungerà mai e che lascerà agli uomini la ricerca della soluzione meno sgradevole per le proprie anime. Perché La tempesta alla porta (Neri Pozza, 2011) non è soltanto la storia di alcuni “prigionieri” che vagano negli ampi giardini della Mayflower, ospedale psichiatrico bostoniano degli anni sessanta, né tanto meno una semplice storia familiare, iniziata da un nipote che cerca di ricostruire per tutta la durata del romanzo la vera storia dei suoi nonni e con essa allontanare la paura (o il piacere) di essere un loro condensato. Questo romanzo, abilmente disegnato da Merrill Block intorno alla curiosità iniziale, ai ritmi serrati delle sue prime pagine, alla sua insistenza, spesso fastidiosa, nel ricordare continuamente al lettore che l’attesa sta per finire, confonde e inganna il lettore, facendogli credere di trovarsi davanti ad uno dei tanti romanzi che promettono stupore a buon mercato e affascinanti colpevoli da ricordare. Il lettore potrà reagire male, quando la tempesta (quella fisica) sarà passata e tutto sarà rimasto uguale. Ma sarà allora che potrà entrare nel ventre del romanzo, nella sua vera tempesta, quella mentale, in un profondo e prolungato ricorso all’under mind di Woolfiana memoria, in cui i dialoghi diretti diventano cornice ai dialoghi che i personaggi hanno con se stessi. Per scoprire che il mondo non è altro che è “una fantasia collettiva a cui tutti aderiscono nel tentativo di nascondere i propri tormenti. Da quel momento sarete prigionieri della tempesta, dovrete confrontarvi con la tempesta, con le sue deformi necessità.
Sarete preda di vortici di sensazioni diffuse che trascendono dalle parole che leggerete e si faranno strada fra le vostre paure, aizzandole e scompigliandole.
Sarete sul punto di dire che avete per le mani un vero romanzo, ma a quel punto sarete arrivati circa a metà del libro e qualcosa inizierà a scricchiolare. Permarrà la rara capacità di contaminare la prosa con la poesia, di far dialogare i personaggi più sul non detto che sul parlato, quella furba strutturazione del romanzo in blocchi serrati in cui l’incipit detiene il senso del capitolo intero. Ma qualcosa della complessa tessitura di preziose parole Merrill Block avrà iniziato a perderlo. Probabilmente la consapevolezza del ruolo prioritario esercitato, nella prima parte del romanzo, dai suoi personaggi, ruolo che inizierà fatalmente ad indebolirsi con il susseguirsi delle pagine a favore della necessità dell’autore di entrare così tanto nelle loro menti da livellarle nella sua. Il lettore si troverà di fronte alla sensazione di essere passato in un giardino di delizie, il cui sapore però non gli avrà garantito la gioia promessa dai loro intensi colori. Resterete quindi entusiasti e al contempo delusi da questo romanzo che aveva in sé una promessa forse troppo grande, troppo importante, troppo necessaria alla vostra anima per accettare che fosse pienamente soddisfatta. Sicuramente il lettore ricorderà la sublime corte di personaggi che Stefan Merrill Block ci ha regalato, accomunati dalla paura per l’autoanalisi e dal bisogno continuo di metterla in pratica, come se il cervello non potesse fare a meno di scuotersi, di soffrire, di spalancarsi al voyeurismo del lettore, che tirerà un sospiro di sollievo per non essere (ancora?) al loro posto.

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