domenica 29 giugno 2014

Patriottismo, calcio e malattie mentali.

Il 24 giugno 2014 verrà ricordato, per un po’ e esclusivamente in Italia, come la giornata nera in cui per la seconda volta consecutiva (2010 e 2014) gli azzurri sono stati eliminati al primo turno dai mondiali di calcio. Ma non sarà ricordata così da tutti. Ve lo devo dire: non tutti in Italia sono appassionati di calcio!
Prendiamoci un rigo per respirare e metabolizzare la botta.
E vi dirò di più, non tutti sono disposti, nonostante non seguano mai il calcio, a guardare comunque la partita dell’Italia. Orrore!
A questi pochi, per carità pochissimi (perché davvero ce ne sono?), che durante la trasmissione delle partite dal Brasile alla TV hanno deciso di uscire è accaduto qualcosa di inaspettato.
No, non sono stati bloccati dalla ronda indipendente dei controllori della calcio mania che li ha costretti a vedere su un piccolissimo smart phone tutta la partita, hanno scoperto invece cosa vuol dire poter passeggiare nella propria città avvolta nel più folle e prolungato silenzio. E se qualcuno di quei pochissimi vive in una grande città (si sa che questo tipo di “disturbati” predilige le città) l’effetto è stato notevolmente amplificato. All’improvviso i viali alberati sembravano larghi il doppio, i monumenti si sollevavano dal traffico assente godendosi un tiepido venticello (non tutti, alcuni erano spariti per vedere la partita) e gli sparuti passanti (per lo più turisti) si voltavano a destra e a sinistra, realizzando quanto fosse perfetta la città senza tutto il rumore. Insomma sembra che i turisti vengano nelle nostre città per i monumenti e i paesaggi e non per entrare in contatto con il nevrotico rombare dei loro abitanti. Altri folli.


Uno di questi “disturbati” ha attraversato mezza città camminando per quasi due ore in un set cinematografico chiuso per sciopero delle comparse. Ogni tanto dalle finestre si disperdevano piccoli e grandi boati, la parola più ricorrente era: “NO!” (riunioni spontanee dei sindacati delle comparse?). Alla fine della passeggiata, il nostro soggetto, è persino andato in un museo di arte moderna, deserto, rischiando il linciaggio perché stava chiedendo un biglietto a un gruppo di persone accatastate davanti l’ipad dell’addetto alla biglietteria (sani di mente che vedevano la partita). Il nostro disturbato si è messo ad ammirare alcuni quadri di Balla. Soprattutto uno lo ha attratto e si è dovuto fermare a fissarlo per un bel pezzo di silenzio: I malati.  


domenica 22 giugno 2014

Amazon contro Hachette contro Amazon. Qualche vantaggio per il lettore?

Abbiamo iniziato il 2014 parlando di Amazon e dei suoi elfi smistatori, impacchettatori e spedizionieri, che percorrono magazzini grandi come stadi di calcio con turni di dieci ore al giorno, solo per inviare a casa nostra, nel tempo minore e al costo minore, l’oggetto che desideravamo e, nonostante la crisi , ancora volevamo e potevamo comprare. E se c’è un posto dove possiamo comprare davvero tutto, persino la stessa voglia di comprare, questo è AmazonSe quest'ultimo per esempio decidesse di promuovere un libro con una offerta super scontata a condizione di prenotarlo prima della sua uscita in libreria, è molto probabile che il libro in questione avrebbe  un numero di prenotazioni rilevanti, pre-acquisti che vengono conteggiati nelle classifiche dei best sellers. Pre-acquisti che porterebbero ad aumentare, spesso a creare, il successo di un libro, del suo autore e della relativa casa editrice. Tutti contenti? Beh, non i concorrenti della casa editrice che ha goduto del successo, che se possono e quindi hanno le risorse, proveranno a far rientrare i loro titoli nelle offerte di Amazon, al posto di quelli dei propri concorrenti. Amazon il più contento di tutti. Questo almeno fino a pochi mesi fa, quando i risultati del colosso della vendita on line capitanato da Jeff Bezos (che Jonathan Franzen paragonava a uno dei quattro cavalieri dell’apocalisse) non sono stati più così interessanti agli occhi dei suoi azionisti, sempre meno disponibili alla politica impostata da Amazon (reinvestimento degli utili nel potenziare la propria rete distributiva e massimizzare gli sconti da offrire ai clienti) e così si è pensato di ridurre i profitti degli editori sugli e-book, girando sempre più su di loro l’impatto di nuovi sconti su questo mercato. L’idea non è piaciuta ai grandi gruppi editoriali, tanto che i big five (i 5 editori più grandi al mondo - Hachette, HarperCollins, Macmillan, Penguin, Simon&Schuster) hanno lanciato un’offensiva appoggiandosi alla piattaforma Apple cercando di portare via i loro best sellers da Amazon. Risultato? Sono stati messi sotto inchiesta per collusione. In mercati come quelli degli USA il monopolio di fatto di Amazon non è un configurabile come un problema se porta degli effettivi benefici ai consumatori (costo inferiore dei libri), mentre l’accordo dei big five è stato visto come un’azione che andava nel senso opposto e di fatto era così. Hachette però non si è fermata, attivando una battaglia sulle royalties con Amazon che ha portato, secondo Hachette, a far uscire i propri titoli dalle promozioni Amazon, nonché a rallentare la distribuzione ai clienti finali dei prodotti Hachette acquistati tramite Amazon, dimostrando così la spregiudicatezza del colosso americano delle vendite on line. La levata di scudi contro Amazon è stata ampia, soprattutto fra gli editori, ma c’è chi ha proposto anche altre tesi, ricordando che Hachette non è Davide che si batte contro Amazon-Golia, ma una parte della multinazionale francese dei media Lagardère, che produce ricavi per 7 miliardi di euro all’anno, perciò potrebbe essere proprio Hachette a ritardare la spedizione dei propri prodotti ad Amazon per rovinare così la sua immagine. 
La guerra e la polemica continuerà, la verità probabilmente si colloca nel mezzo, ma cosa preferirebbero i lettori? Se Hachette portasse via tutti i suoi autori da Amazon i lettori seguirebbero l’autore o ne cercherebbero un altro a un prezzo più contenuto? Voi cosa fareste?

In ogni caso sarà qualcun altro a scegliere i titoli da offrirvi. Ma non è già così?

domenica 15 giugno 2014

I colori di una narrazione. Incontro con Paolo Giordano

È un pomeriggio di luce e vento sottile, quello in cui mi dirigo verso la sede romana dell’Einaudi per intervistare Paolo Giordano. Non ci sono uccelli in volo. Almeno non ne vedo, nemmeno un piccione o un gabbiano, la cui vista non viene mai risparmiata alle macchie di turisti che si spingono fuori dalla metropolitana di Ottaviano per entrare in uno stato (Il Vaticano) dai confini invisibili e dai tesori inestimabili. Forse c’è davvero troppa gente per un uccello del paradiso. Tiro un sospiro e salgo le scale che mi portano a un corridoio stretto e una sala riunione zeppa di libri come di prammatica. Paolo Giordano ha già gli occhi puntati su di me. Hanno la stessa consistenza del cielo romano, per un attimo ti costringono a cercarvi qualcosa dentro.

Dopo aver letto il suo libro Il nero e l’argento vi troverete spesso a guardare il cielo. Mentre camminate per strada, in bicicletta o anche in auto, se siete fra i fanatici del tettuccio trasparente (ed io lo sono). Ciò che cercherete, anzi ciò che vi augurerete di non avvistare mai, è un uccello dal piumaggio azzurro e la coda bianca «filamenti di cotone arricciati al fondo come ami da pesca». Un uccello che la signora A., personaggio cardine del romanzo di Paolo Giordano, ha incontrato e da allora nulla è stato più uguale a se stesso. Una donna ostinata, saldata alle sue certezze (più da offrire agli altri che da tenere per sé), un riparo sicuro per la famiglia costituita dall’io narrante, sua moglie Nora e il loro figlio Emanuele, «un albero antico dal tronco così largo da non riuscire a circondarlo con tre paia di braccia». Una quercia che all’improvviso ha iniziato a oscillare, mostrando alle braccia che la cingevano un lato di se stessa che nessuno, fino a quel momento, aveva voluto osservare.

Mi piacerebbe iniziare la nostra chiacchierata con Paolo Giordano proprio dal personaggio della signora A., per chiedergli perché ha dovuto creare questo personaggio e quanta della sua inconsapevole capacità di solidificare le incertezze altrui ha mai ritrovato in una persona reale.

Una signora A. c’è stata davvero nella mia vita e mi ha accudito, come ha fatto la signora A. nel romanzo con la famiglia dell’io narrante. Una figura e un legame di cui non ho compreso la profondità fino a che non sono venuti meno. Si possono trovare tanti tipi di sostegno pagando, ma trovare una persona che non sia solo un aiuto tecnico operativo e fornisca un supporto più ampio, che sappia creare per te un luogo protetto, è molto difficile. E quando avviene, sembra essere del tutto casuale e non sapresti come ricrearlo. Anche la mia signora A. era vedova, come il personaggio che ho creato e sentivo che se non avessi usato la scrittura avrei rischiato di perderla. Era importante lasciare una traccia.

L’esigenza di lasciare una traccia è un tema molto presente nel suo libro, questa necessità cui tutti tendiamo eppure spesso decidiamo di trascurare.

Sì, sa essere anche molto cattiva. Tutti ci siamo trovati o ci troveremo ad assistere alle lotte fra i parenti, dopo la scomparsa del “caro estinto”, per accaparrarsi i suoi oggetti, anche i più inutili, oggetti di cui non si percepisce il valore intrinseco, ma solo quello materiale. Spesso si combatte solo per l’appropriazione della memoria di una persona. Lì si scatena una parte tremenda dell’animo umano. Volevo che fosse un monito anche per me stesso. Per prepararsi a disporre una memoria di se stessi che non sia affidata alla casualità.

Penso subito all’io narrante che scopre, molto dopo la morte della signora A., all’interno di un mobile che lei gli ha lasciato in eredità, dei ritagli di giornale. Allora prova a metterli in connessione per capire qualcosa di più del mondo interiore di quella donna e pensa che quello stesso lavoro lo potranno fare anche i suoi discendenti e magari darsi una spiegazione diversa, ma cosa troveranno fra le sue cose? Un disco fisso di un PC che non riusciranno a leggere.

Ricordo che ero nel mio studio. Mi sono fermato a osservare ciò che avevo intorno. E ho pensato: cosa si capirebbe di me se in un momento non esistessi più e tutto rimanesse nelle “mani” degli oggetti che ho posseduto? Cosa capirebbero di me gli altri? Allora ho cominciato a riflettere sulla mia volontà di essere cremato, sul fatto che non vado mai in un cimitero, che non credevo in questo rituale. E mi sono chiesto: è davvero questo che vorresti? Forse quell'idea del contatto materiale fra i vivi e i resti di qualcuno è più forte e utile di quanto pensavi.

Qualche mese fa ero a Londra. Ero in visita al cimitero di Bunhill Fields a Islingtone, oggi completamente inglobato nel territorio urbano. Esemplificativo di un approccio anglosassone molto diverso dal nostro. E mentre mi avvicinavo alla tomba di William Blake, nel mio pellegrinaggio personale, osservavo le famiglie che facevano i pic-nic all’interno del parco del cimitero, una signora che dipingeva, qualcuno che appoggiava una piantina di rose gialle alla base della tomba di Blake. Intorno a me c’era vita, giunzione fra vita e morte, fra vita e ricordo molto forte.

A me è capitato di andare a passeggiare a Montparnasse, anche lì in piena città, alla ricerca di alcune tombe eminenti. Non ho provato angoscia, ma serenità, forse anche il non sentirsi recintato all’interno di un luogo che nessuno vorrebbe vedere o visitare, come accade spesso in Italia, ti cambia la prospettiva. Probabilmente il rapporto con la fine della nostra vita sarebbe un po’ più sano se avessimo questo approccio verso il luogo che testimonia la fine altrui.

Su Sul Romanzo e su minima & moralia la versione integrale dell'intervista a Paolo Giordano.

domenica 8 giugno 2014

Osservare una palude…di scrittori.

La fotografia necessita di osservazione. Fin qui nulla di eclatante mi direte. Ogni parola ha però la sua “soggettivazione” in chi la emette.
Per Henri Cartier Bresson osservare (e volutamente utilizza questo verbo ben più impegnativo rispetto a “vedere” o “guardare”) vuol dire dedicare tutta la propria attenzione all’oggetto dell'osservazione, trasformandoci in scienziati dalla curiosità insaziabile, capaci di seguire e analizzare il movimento esterno e interno dei corpi che incrociamo. Fare questo impone all’osservatore l’incognito. Guai a far sentire alla preda i nostri passi che si avvicinano, guai a pensare di essere più importanti dell'osservazione che si sta compiendo. Bresson si riferiva ad alcuni suoi colleghi, che riteneva così impegnati a impressionare il pubblico con il proprio lavoro, da fare troppo rumore, spaventare l'oggetto della loro osservazione, ritrovandosi così da soli a contemplare una brutta foto. Qualcosa del genere è accaduto con la pubblicazione su la lettura di un articolo di Franco Cordelli intitolato La palude degli scrittori, in cui l'autore, partendo da alcune metafore che proprio non digerisce nei libri di Giorgio Falco, definisce la letteratura italiana degli ultimi vent'anni «una palude, in cui il bello e il brutto sono detti e sostenuti secondo un percorso prestabilito: pubblicazione (ma pubblicano tutti), recensione, premio.» Il valore, le idee, i principi, la necessità di scrivere perché si ha qualcosa da dire, tutto sembra assorbito da una palude in cui piccoli gruppi di autori (e Cordelli suggerisce interessanti classificazioni) si autopromuovono per massimizzare la loro visibilità e quella dei loro simili, una palude dove sono ormai in pochi a guardare, ancora meno a osservare. All'articolo di Cordelli sono seguite sul corriere.it e in altre sedi molte prese di posizione (da Gilda Policastro, a Paolo Sortino, da Andrea Di Consoli a Gabriele Pedullà) pro o contro (per lo più contro) l’analisi proposta legate, come sostiene giustamente Paolo Di Paolo, più alla frustrazione per essere stati esclusi dalla classificazione ideata dall'autore che alla volontà di capire ciò che ha spinto Cordelli a paragonare quello che dovrebbe essere l'humus creativo di uno scrittore italiano contemporaneo (i libri che vengono pubblicati, recensiti e premiati) a una palude. Ancor meno si è percepita la volontà di spiegare a chi non fa parte di un qualsiasi gruppo di autori ed è solo un “umile lettore”, si dice ne esistano ancora in cattività, se la palude letteraria cui attingiamo può essere ancora bonificata e come.

Ma le risposte a Cordelli saranno ancora tante e c'è da sperare. Qualcuno si ricorderà di osservare, liberandosi dall'individualismo ipertrofico che proprio Bresson deplorava già nel 1961?

Link alla news su Sul Romanzo

domenica 1 giugno 2014

Nixon contro Frost: i media trasformati in armi di distruzione di massa.


Il nome di Richard Nixon, presidente degli USA dal 1968 al 1974, è associato dall’immaginario collettivo a uno degli scandali politici più famosi e famigerati di oltreoceano: il Watergate. Il tentativo dei Repubblicani di spiare con microfoni nascosti il quartier generale dei Democratici, costò a Nixon la presidenza e offrì una succosa storia ai media su cui per anni si disse tutto e il suo contrario, senza mai riuscire a ottenere da Nixon l’ammissione della sua colpa. Il presidente lasciò l’incarico “per il bene del Paese” e per evitare conflitti inutili, ricordando tutti i suoi grandi successi e accusando la magistratura e i media di essere stati al servizio dei Democratici.

La storia sembrava ormai conclusa senza un colpevole e certamente senza qualcuno che pagasse per i suoi errori (Nixon si era trasferito in una splendida villa in California e il Presidente successivo, nonché suo ex vice presidente, Gerald Ford, gli aveva anche garantito un’amnistia), come spesso accade negli scandali politici nostrani. Ma tre anni dopo, siamo nel 1977, un ex famoso presentatore televisivo (David Frost) decide di investire tutti i suoi soldi per pagare Nixon e farsi concedere quattro interviste con cui cambierà la storia della politica e dei media nel suo Paese. E da questa storia che parte per scrivere il testo Frost/Nixon (2006) Peter Morgan (sceneggiatore britannico cui dobbiamo film di forte impatto polito e sociale, come The Queen, L’ultimo re di Scozia e la stessa trasposizione cinematografica di Nixon/Frost il duello), soffermandosi non solo sull’abilità dissimulatoria di Nixon che era uscito dallo scandalo come il primo difensore del popolo americano, ma soprattutto su come il sistema dei grandi network americani fosse stato prima suo complice, in questo inganno, e poi avesse ritenuto inopportuno tentare di metterlo alle corde per ottenere una confessione. 

Dal testo di Peter Morgan, Fernando Bruni ed Elio De Capitani hanno tratto un adattamento teatrale per il pubblico italiano, da poco arrivata anche al Teatro Argentina di Roma, che dell’opera di Morgan mantiene titolo (Frost/Nixon), attualità e forza espressiva. La storia di questi due uomini, interpretati dagli stessi Bruni e De Capitani, simili in molte cose (volitivi, desiderosi di un riscatto per le loro umili origini e soprattutto bramosi di ritornare al centro dell’attenzione, politica per Nixon, mediatica per Frost), si confrontano, si studiano e si sfidano, sapendo che alla fine uno solo riuscirà a riconquistare ciò che ha perduto, in un dibattito fittissimo in cui parole come etica, popolo, giustizia, merito e responsabilità, diverranno solo paraventi dietro cui nascondere il proprio tornaconto. In poco meno di due ore, il pubblico seguirà questa partita di ping pong verbale, che in alcuni momenti mi ha fatto pensare a quella creata da un altro drammaturgo inglese (Rosencratz e Guildestern sono morti pièce di Tom Stoppard del 1966) per la capacità di rispondere sempre a una domanda con un’altra domanda o (ancora più importante per un politico) di riuscire a “dialogare” per ore senza rispondere mai alla domanda che è stata posta. Nixon certo ne era maestro, ma guardandoci in giro oggi sarebbero in molti a poter contendere il suo primato.