Pausa estiva

imago2.0 prende una pausa estiva a partire dal 28 luglio. Vi diamo appuntamento al 15 settembre.

domenica 25 novembre 2018

Severino Cesari, maestro dell'ascolto

Nel vorticare delle centinaia di proposte contemporanee con cui BOOKCITY ha invaso Milano nello scorso fine settimana, ne ho scelto una che non è dedicata a uno scrittore o a un editore, ma a un artigiano del romanzo che ha cambiato la storia editoriale italiana degli ultimi vent’anni. Mi riferisco a Severino Cesari, storico creatore della collana Einaudi Stile Libero insieme a Paolo Repetti nel 1996. Il progetto nasce da un’intuizione di Giacomo Papi, patron della scuola di scrittura creativa Belleville di Milano e a sua volta autore della collana Stile Libero di Einaudi, che, a un anno dalla scomparsa del grande editor, ha chiesto a un gruppo di persone che hanno lavorato o comunque conosciuto Severino Cesari di scrivere un ricordo sul loro rapporto con il creatore di Stile Libero


Il risultato è una raccolta a cura di Giacomo Papi (Maestro Severino - Quello che ci ha insegnato Cesari – edizioni Belleville) che vale più di mille corsi di scrittura creativa, perché in essa sono racchiusi consigli preziosi su come nascono i grandi romanzi. Dall’idea originaria, al suo sviluppo, fino ovviamente all’editing di Severino Cesari, capace di far sentire ogni autore capito e sostenuto, senza mai rinunciare a una critica spietata, offerta con la gentilezza che lo contraddistingueva. Davanti alla platea di BOOKCITY, Daria Bignardi, Giacomo Papi e Giancarlo De Cataldo ci descrivono un uomo capace di anticipare correnti, idee e gusti dei lettori, protagonista del cambiamento che portò lo stesso Einaudi a far cambiare rotta a una casa editrice che, prima della collana Stile Libero, divideva la cultura in ‘alta’, ‘media’ e ‘bassa’ (spesso quella di genere), così come identificata da MacDonald e ripresa da Umberto Eco in Apocalittici e integrati. Questa distinzione era così netta ancora agli inizi degli anni '90, tanto che nel 1991, quando un editor 'incosciente' fece pubblicare come esperimento la raccolta di battute Anche le formiche nel loro piccolo s’incazzano di Matteo Molinari, Gino&Michele, per la casa dello struzzo, l’Einaudi fu costretta a ritirarla, accusata dalla critica e da parte dei suoi lettori di sporcarsi le mani con questo tipo di libri. 


Eppure qualcosa stava cambiando e il duo Cesari-Repetti era pronto a creare una ‘piccola’ collana di esplorazione che sarebbe diventata uno dei tratti distintivi dell’Einaudi e avrebbe permesso ai lettori di scoprire autori come Marco Paolini, Tiziano Scarpa, Nicolò Ammaniti, Emanuele Trevi, fino allo stesso Gianfranco Di Cataldo con il suo Romanzo criminale. «La domanda da cui partimmo era che cosa sta accadendo di nuovo che le macchine editoriali non registrano? Avevamo la consapevolezza che un sacco di libri che non erano ancora stati fatti. Era uno spazio enorme che noi conoscevano benissimo perché era il frutto di anni di lavoro durante i quali avevamo incontrato molti dei nostri futuri autori e lettori […]»,  racconta lo stesso Cesari, «Non si trattava di essere antagonisti: controcultura era esattamente ciò che non volevamo fare perché la controcultura è da sempre il rovescio della cultura e poi di piccoli editori antagonisti come Castelvecchi ne esistevano. Per noi l’unica politica possibile era attivare energie culturali, ma per farlo bisognava essere dentro le leve reali della cultura e nei suoi meccanismi di funzionamento a tutti i livelli». Ed è esattamente quello che riuscirono a fare, posizionandosi con Stile Libero fra la fascia di 'lettori generalisti' (allora incarnata da Mondadori) e quella dei libri di approfondimento per una piccola élite (allora assorbita da Einaudi), comprendo un segmento di lettori potenziali (i giovani e chi desiderava affacciarsi a nuovi autori e nuovi modi di scrivere) fino allora poco curata dall’editoria. 



Ma più dei successi editoriali e dei (tanti) scrittori che Severino Cesari contribuì a creare, ciò che autori, editori, editor, giornalisti e ‘semplici’ amici del co-fondatore di Stile Libero ricordano con più piacere era il suo modo di leggere e ‘battere’ un libro, come un buon fabbro, pronto a martellare e modellare una storia finché non fosse perfetta. Accordatore del ritmo e sommelier della parola, Severino Cesari era capace di capire se una storia sarebbe stata amata o dimenticata leggendola a voce alta, come se fosse uno spartito di cui percepiva ogni imperfezione. Lo faceva astraendosi completamente dalla realtà che lo circondava, entrava in un palazzo mentale in cui c’era solo lui e la storia e ne usciva solo quando tutto era perfetto e pronto per accogliere il lettore. 

domenica 18 novembre 2018

Abbiamo bisogno delle storie ‘difficili’?

Trama solida, personaggi vividi e soprattutto ritmo, tanto, ma tanto ritmo: il lettore deve essere risucchiato dalla pagina, divorato dalla curiosità di sapere cosa accade al protagonista. A questo si unisce una lingua semplice, scorrevole, confezionata in una sequenza di punti ben assortiti che lasciano poco spazio ai flussi di coscienza. Se chiedeste a un agente o a un editor cosa cerca in un romanzo inedito, vi descriverebbero così la loro idea di romanzo. Una storia che scorre via rapida e piacevole, come una birra ghiacciata in una serata estiva, uno svago per il lettore che, grazie al libro, scappa per un po’ dalla propria vita. 

La settimana scorsa mi trovavo a parlare con uno scrittore che fa anche il talent scout per una importante agenzia letteraria italiana e mi diceva quanto fosse difficile trovare inediti del genere, con “storie intriganti e trame semplici, che possano facilmente aggregare intorno a loro un gran numero di lettori”. Ed è qui che il mio amore per la complessità ha dovuto attivare la sua persistente e pretenziosa difesa dei lettori che amano le storie dense in cui affondare lentamente, come sciroppo d’acero in un pancake. Ho fatto notare che lo scorso mese il Man Booker prize, uno dei più importanti premi letterari per gli autori di lingua inglese, è stato assegnato ad Anna Burn, scrittrice nord irlandese che con il suo Milkman racconta la storia di una ragazza senza nome che è risucchiata in una relazione con un uomo sposato (anch’egli senza nome) soprannominato Milkman. Un libro che è stato scelto fra i tanti candidati proprio per la sua complessità, per il suo essere ‘challenging’ (sfidante) per il lettore, sia per la lingua sia per la storia, non offrendogli mai cosa si aspetta e obbligandolo a tornare più volte indietro nella lettura per capire i vari livelli su cui è costruita la storia. Una bella differenza rispetto ai romanzi ‘page-turner’, che guidano il lettore alla fine della storia stando attenti a non dargli troppi scossoni. Qualche giorno fa Sam Leith in un articolo sul The Guardian si soffermava proprio su questo aspetto della scrittura: la ricerca della complessità. Leith parte dal presupposto che i libri possano anche essere difficili e non per questo essere ignorati. Gli esempi eccellenti vanno da complessità evidenti, come in Ulisse di Joyce a più nascoste come ne Il grande Gatsby di F. S. Fitzgerald, passando per il Dottor Faust di Thomas Mann e Gli inconsolabili di Kazuo Ishiguro, ricordandoci che la vita non è semplice, perché allora i romanzi dovrebbero esserlo?  

Vi svelerò subito che lo scrittore/talent scout mi ha perso appena ho nominato Anna Burn. Ha giochicchiato con la zip della sua felpa verde oliva per un po’ e poi ha sbuffato: “sai quante copie venderà la Burn in Italia? Semplicità, schemi narrativi replicabili, il lettore vuole continuità, essere rassicurato. Ritmo e  intrattenimento”. 
“Confondi letteratura e propaganda” Gli ho detto fiero di essere riuscito a verbalizzare il mio pensiero esattamente come era stato elaborato dalla mia mente.
Lui si è tolto la felpa e ha guardato il suo apple watch ad indicare che il mio tempo di ascolto, se mai era iniziato, si era definitivamente esaurito e mi ha detto: “Sei tu che confondi letteratura e mercato editoriale”.


Ed essendo lettore di complessità, il dubbio si è subito fatto strada fra le mie certezze: ero io a non capire?  Eppure i libri che ho amato sono sempre stati collegati a una sfida, alla capacità di ribaltare il mio mondo, a mettere in discussione ciò che ero e ciò che potevo essere. Mi ero complicato la vita inutilmente? Forse, ma ormai non posso farci nulla, sono un personaggio di J. M. Coetzee, di P. Roth, di J. Safran Foer, di D. Eggers, di A. Tyler, un personaggio che sa correre veloce da un punto all'altro della storia come piacerebbe all'editor moderno, ma solo se questa corsa lo porterà a scoprire se stesso. 

domenica 11 novembre 2018

Le lettere di Antonio Tabucchi al capitano Nemo


Mondadori dedica uno dei suoi Meridiani ad Antonio Tabucchi. Già questa potrebbe essere una notizia per i tanti lettori che, come me, sentono per le storie e soprattutto per la lingua che Tabucchi ricama intorno a un personaggio quel sentimento di ammirazione e fiduciosa attesa che pochi autori hanno garantito ai loro lettori. Nella raccolta realizzata da Mondadori, in due volumi, troviamo oltre al grande successo internazionale Sostiene Pereira, ai romanzi Notturno indiano, Requiem e alle sue pagine di saggistica e di teatro, un inedito che risale ai primi anni ’70 e che Mondadori pubblica per la prima volta in forma integrale. Tutto comincia nel 2014, quando Thea Rimini pubblica sulla rivista Filologia e Critica un saggio su un inedito di Antonio Tabucchi, un romanzo che è rimasto sospeso in un limbo per quarant’anni. Si tratta di Lettere a capitano Nemo, il cui primo capitolo viene pubblicato sulla rivista il Caffè nel giugno del 1977. Il testo viene descritto dallo stesso Tabucchi come “una cronistoria della nascita di una dissociazione psichica (ma anche metafora della Solitudine)” [1]. Il protagonista, Duccio detto Cino, si prepara a trascorrere il Capodanno insieme a una madre distante e triste in una vecchia villa di una Toscana persa fra la Versilia e Pisa che nasconde nelle sue viscere un segreto di sangue. Lasciato a se stesso e in preda a turbe psichiche per i traumi familiari subiti, Duccio trova nel suo unico amico (immaginario) una sponda per non crollare fin dalle prime pagine della sua storia. Il suo amico è proprio il capitano Nemo del titolo e con lui Duccio inizia un dialogo che serve al lettore per scavare nell’animo del protagonista. 

Fin qui la storia, ma come spesso accade con le opere di Tabucchi, il valore del testo sta nella lingua e nella rivoluzione del ritmo narrativo che ci propone l’autore. Tabucchi sovverte aspettative e dinamiche, lasciandoci preda dei flashback e delle digressioni della mente di Duccio. È il personaggio a guidarci, lui decide tempi e modi per raccontarci frammenti della sua storia e quando siamo sul più bello, pronti a dire: ‘ecco, sì, l’avevo detto che era questo il motivo’, Duccio sfuma, rallenta, sovverte la linea della narrazione, interrompendola lì dove le regole del romanzo perfetto (se mai davvero esistono) ce lo vieterebbero. 
Da ogni iato si genera, come da una fonte inesauribile, una storia nella storia, in un infinito e ipnotico effetto Droste che fa diventare la linea narrativa un cerchio che tutto assorbe e rigenera. La sequenza completa diventa il nemico e la curiosità sta non tanto nell’evento (che non si realizzerà mai), quanto nelle parole che vengono usate per descriverne i contorni. È un flusso che va assecondato, abbandonandosi ai labirinti fonetici che Tabucchi disegna per noi, dove l’ultimo indizio è la valigia che l’autore prepara per il suo protagonista prima della partenza per il suo viaggio nella pancia del Nautilus: “poco funzionale ma pittoresca come si addice a una valigia della fiction”. 



Nell’appendice del romanzo Lettera a capitano Nemo troviamo un altro regalo. Una postfazione dello stesso Tabucchi in cui, evento raro, scopriamo cosa accade dopo la fine del romanzo secondo il suo autore: “Fuori dalla visuale di questo romanzo, al di là della sua delimitazione testuale, oltre il cippo perentorio e definitivo dell’affabulato, mi pare lecito supporre un Nautilus che si metta in viaggio. E che tale viaggio, paradossalmente, sia il capitolo più importante di tutto il romanzo. Di esso, però, la scrittura tace. Non so se per malizia, per ritrosia, per incompetenza, per codardia o per deliberata complicità col Possibile. Come se il dépliant di una diligente agenzia, invece di illustrare il dove e il come di un viaggio programmato, impiegasse tutte le sue risorse professionali a dare istruzioni sul modo di fare la valigia. C’è in ciò qualcosa di stolto e di illogico, ma anche il sospetto di una vaga perfidia, di una bizzarra simbiosi: quasi un incrocio fra uno iato e una promessa. […] Viaggia ancora Duccio? Il Nautilus ha già attraccato? E dove? E quando? E in che modo? E, eventualmente, sotto quale forma? È un oggetto mostruoso che tutti riteniamo familiare solo per l’abitudine a vederlo, o un oggetto familiare che tutti riteniamo mostruoso solo per l’incapacità di guardarlo? È un incontro fortuito o un appuntamento mancato? È ciò che non credevamo potesse mai capitarci e che invece ci ha ribaltato la vita, o ciò che desideravamo tanto… ma poi stavamo per fare tardi in ufficio…? È un corpuscolo che tiene dell’infinitesimale e che sta sbucando proprio ora in un dente che fino a un momento fa non ci duoleva e che invece, guarda un po’, rivela una carie insospettata? Perché no, perché no. Il Nautilus, fondamentalmente, viaggia nel nostro Plausibile”. 


[1] -  Da lettera del febbraio 1977 di Antonio Tabucchi a Giambattista Vicari, fondatore del periodico satirico il Caffè.

domenica 4 novembre 2018

Quando Stendhal pubblicò Kafka

Cosa hanno in comune Stendhal e Kafka? Apparentemente nulla. 
Li dividono cento anni esatti (Stendhal nacque nel 1783 a Grenoble e Kafka il 1883 a Praga) e un modo completamente diverso di considerare la vita e la scrittura. 

Stendhal (nome d'arte di Marie - Henri Beyle) amava le persone, ne era incuriosito e da loro prendeva ispirazione per le sue opere, scriveva di getto, senza curarsi troppo della forma, attirando a sé critiche da gran parte del mondo letterario francese del XIX secolo. Era la storia a dover prevalere, a muovere, con il suo impeto, la curiosità del lettore. In cerca di continue ispirazioni, come un cane da tartufo, intercettava e si insinuava in tutti i salotti della borghesia e nobiltà di Parigi, dove era giunto all'inizio del secolo con il "fermo proposito di essere un seduttore", intessendo e usando le relazioni per sostenere la sua carriera letteraria. Queste continue osservazioni, servirono, insieme alle sue letture shakespeariane (era innamorato del bardo), da tavolozza per la costruzione di personaggi complessi e sfaccettati che rappresentarono al meglio le passioni e le meschine paure dei francesi del primo scorcio del XIX secolo. Personaggi he gli permisero di raggiungere il successo e la fama che aveva sempre desiderato.


Kafka aveva paura delle persone, temeva che lo trovassero strano, ossessivo, mentalmente e fisicamente ripugnante. Chi lo incontrava aveva l'impressione che fosse circondato da una parete di vetro. "Stava là, dietro il vetro trasparentissimo, camminava con grazia, sorrideva come un angelo meticoloso e leggero. [...] e sapeva qualcosa di cui gli altri uomini non sanno nulla'" 1
Senza contare che le persone fanno rumore e pretendono attenzione, che invece Kafka aveva bisogno di consegnare integra alla sua scrittura che esigeva da lui isolamento e dedizione monacale. La storia per Kafka era secondaria e strumentale all'analisi dell'angoscia esistenziale in cui erano immersi i suoi personaggi, l'angoscia di sentirsi staccati dal mondo, "fili d'erba che cominciano a crescere solo a metà dello stelo" 1. Questa scelta non fu apprezzata dagli editori a cui Kafka propose le sue opere che rimasero per lo più inedite fino alla sua morte. 


Eppure per una sorta di contrappasso dantesco (Dante era uno degli autori preferirti della madre di Stendhal che lo leggeva in italiano), oggi una delle piccole case editrici  più interessanti in circolazione, Edizioni Henry Beyle, ha dedicato una delle sue edizioni a tiratura limitata proprio a Franz Kafka e a una delle sue passioni: scrivere lettere. Kafka ne scrisse moltissime, ad amici e editori, era molto più facile per lui comunicare in maniera asincrona, senza dover sostenere l'ansia dello sguardo e del chiasso degli altri. Con la consueta maestria con cui questa casa editrice cura le sue pubblicazioni (i volumi sono lasciati con le pagine intonse, che il lettore avrà il piacere di dividere con un tagliacarte, facendo un salto indietro di secoli) ha pubblicato nella collana Piccola biblioteca degli oggetti letterari un volume dell'autore de La metamorfosi dal titolo Indubitabile è in me la brama di libri (a cura di Enrico Ganni con testo a fronte in tedesco), con cui è possibile provare a oltrepassare la parere di vetro dietro cui si nascondeva Franz Kafka. Un'opportunità che Stendhal avrebbe colto senza alcun imbarazzo. 




1 - da Kafka di Pietro Citati - Adelphi edizioni.