domenica 30 gennaio 2011

Tempo per scrivere?



Nel paese della furbizia e della mancanza di rispetto, della voce alta e delle file inutili (perché i pochi che le fanno non arrivano da nessuna parte), delle graduatorie fantasma e degli asili inesistenti, dell’oltranzismo e dell’individualismo senza limiti, della memoria corta e della eccessiva flessibilità delle convinzioni, ci sono ancora migliaia di persone che scrivono. L’entità del fenomeno è solo superficialmente apprezzabile dal numero di romanzi inediti che arrivano ogni giorno alle varie case editrici, serie e non, che sorgono oramai in ogni angolo del Paese. Basti pensare ai giornali, cartacei e virtuali, ai siti internet, ai blog, alle mail, ai vecchi e apprezzati cartelli ancora presenti durante le marce di protesta.

Vogliamo esprimerci, vogliamo spiegare, vogliamo chiedere aiuto, vogliamo essere famosi, vogliamo farci ascoltare senza che sia possibile per l’altro ribattere. Sarebbe interessante chiedersi perché e soprattutto a che scopo? Se siamo tutti impegnati a scrivere, tentando così di far arrivare il nostro messaggio a qualcuno che, a pochi centimetri da noi, sta facendo esattamente la stessa cosa, chi sarà disposto ad ascoltarci?

In un articolo dedicato ad alcuni autori esordienti, apparso qualche giorno fa su un importante settimanale di opinione italiano, si ricordava agli scrittori quanto fosse importante promuovere il loro lavoro perché le case editrici, soprattutto quelle minori, non erano più in grado di farlo. È necessario, sosteneva perentoriamente il giornalista, che un autore scriva anche sui blog, sulle riviste, su face book, su twitter, partecipi agli eventi in cui può conoscere e farsi conoscere e a tutto questo dedichi gran parte del suo tempo con periodicità e costanza. Lo scrittore esordiente deve costruirsi un suo pubblico prima che il suo libro sia disponibile, in modo che i suoi già affezionati lettori non abbiano bisogno dell’investimento in promozione della casa editrice per conoscerlo e comprarlo. Nel momento in cui l’autore ha “a disposizione” questa “base lettori/clienti” potrà proporsi alle case editrici, che a questo punto non avranno neanche la necessità di valutare il suo lavoro.

Sembra un discorso coerente con i tempi in cui viviamo, dove è la visibilità più che ciò che rendiamo visibile ad essere importante. E sebbene alcune case editrici continuano un serio lavoro di selezione sui contenuti (oltre che sull’immagine) del potenziale nuovo autore, ritorniamo alla precedente domanda: “Esiste una base lettori/clienti ancora disponibile a leggere e soprattutto ad ascoltare realmente tutte queste nuove voci? Perché se all’editore può bastare l’acquisto del “prodotto libro”, allo scrittore dovrebbe stare a cuore la reale lettura della propria opera e soprattutto l’impatto che essa potrebbe avere sui lettori, anche e soltanto nel fortificare idee contrarie a quelle dell’autore.

Lascio allora la parola a Anton Cechov: Leggere di se stessi qualsivoglia particolare e, ancor di più, scriverne per la stampa è per me un autentico martirio.”

domenica 23 gennaio 2011

Una parola, un verso: sedicesima - "perseverare"

perseverare v. intr. [dal lat. perseverare, der. di severus «severo»] (io persèvero, ecc.; aus. avere). – Persistere, mantenersi fermo e costante nei propositi, nelle azioni, nello svolgimento di un’attività: p. nel bene, in un’impresa, nel lavoro, nello studio, nella lotta; Meno com. con connotazione negativa: p. nel male, nel vizio, nella disonestà; prov., errare è umano, p. (nell’errore) è diabolico.


Distesi sul vostro divano, con il volume del televisore al minimo ed un plaid arancione sulle gambe, osservate la pioggia che colpisce nervosa i vetri delle vostre finestre, come se volesse romperli, come se si fosse unita alla folla di questuanti che vi circonda ogni giorno, chiedendovi tempo, lavoro, ascolto.

Voi tentate di resistere, di difendere quel ritaglio di passioni e progetti che ostinatamente vi trascinate dietro, chiuso in uno zaino che inizia a sembrarvi troppo malandato e orribilmente “giovanile”. Vorreste alzarvi, aprire la finestra ed urlare alla pioggia di smetterla. Vorreste aprire quello zaino e cercare di acchiappare quel desiderio che ancora si muove, schiacciato sul fondo dei vostri anni; vorreste svuotarlo quello zaino, rovesciando tutti i ritagli per terra, per poi farli volare, fuori dal tempo in cui persistete a vegetare. Volti di calce su corpi di velluto, si agitano sullo schermo di fronte a voi, pretendono la vostra attenzione, vi ordinano di riempire di nuovo lo zaino.

Vorreste spegnerla quella maledetta scatola, smettere di ascoltare chi ha realizzato i propri desideri triturando quelli altrui, dimostrando che ignorare le regole è la scelta migliore.

La pioggia intanto aumenta, i suoi colpi diventano più serrati, disturbando le vostre illusioni e costringendovi a rientrare in un corpo che, da tempo, non vi appartiene.

 
 

domenica 16 gennaio 2011

“Io e Te” di Niccolò Ammaniti

Quando diventa grande Lorenzo? Quando perde la tenace distanza dal mondo, da un mondo che non comprende e in cui si sente fatalmente diverso, per indossare quella patina di asettica borghesia in cui hanno trovato ospitalità i suoi genitori? L’arrivo della sorellastra Olivia, così affascinante nella sua battagliera diversità, è davvero il punto di non ritorno per la fanciullezza di Lorenzo? O forse nella sua corsa di azione e soprattutto di pensiero è l’incontro con  la morte a fare la differenza? La morte che tutti, prima o poi dobbiamo fronteggiare, come ci dice lo stesso protagonista all’inizio del testo: “Nasci, vai a scuola, lavori e muori.” È la morte a decidere in questo teso racconto di Ammaniti, che inizia e finisce sfiorandola, spiandola, sentendola muoversi appena sotto la superficie delle parole che si aggrappano, le une alle altre,  appiccicandosi ai vecchi scatoloni che popolano la cantina dove un ragazzo di quattordici anni (Lorenzo) cerca di fuggire al fluire inesorabile da lui stesso identificato in quel “Nasci, vai a scuola, lavori e muori.” e per il quale non si sente niente affatto portato. E così le osserva le morti che si muovono intorno a lui: annunciata quella di Olivia, desiderata quella della nonna, necessaria quella della contessa che ha permesso ai suoi genitori di prendere possesso della loro casa. In ognuna vi è la ricerca di una conferma di se stesso, già fatalmente diverso dai suoi perfetti ed integrati compagni di scuola, eppure già padrone dell’arte del camaleontismo silenzioso, quale unico espediente per arrivare a stendere la propria vita negli argini che quelle morti stanno disegnando, perché d’altronde “le cose, una volta pensate, che bisogno c’è di dirle?

domenica 9 gennaio 2011

Aria nuova

In piedi, uomo sardina fra migliaia di simili, tenta di sgusciare in una bolla di aria nuova che, compressa fra incenso ed odore di corpi, si muove sospesa sulle teste di una moltitudine di pellegrini.

Solo questo vede l’uomo sardina: teste.


Braccia, mani, gambe, bocche, parole, niente è rimasto, solo fronti o nuche, a seconda del verso in cui si guarda la mandria fluire. Teste protese in avanti, tutte d'accordo sul luogo da cui dovrebbe arrivare la realizzazione del desiderio più nascosto ed apprezzato. Puntano lente verso un'immensa porta rossa, che sembra muoversi nell'ipnosi del passo scandito, farsi più grande, più affamata.

Alla prima porta, l’uomo sardina scopre altri due cancelli, oltre i quali nuove regole, quelle dell'animo, attendono le teste, mentre conigli di carta rosa si godono lo spettacolo, pensando di essere appena nati, ma già più furbi di quel continuo fluire.

Intorno al fiume molle dell'uomo sardina, bancarelle di vecchi sapori e tintinnanti oggetti serrano le fila, castagne lesse a profusione e pesce. Pesce crudo, anche nei biscotti ammantati di zucchero, pesce fritto, pesce secco, glassato, sventrato, bollito per ore affinché sia quello l'odore del desiderio più importante; per ricordare alle teste che la fine che le attende è comune e allora meglio mangiare, a piccoli passi controllati, proseguire, fino a che il tamburo diventi insopportabile, lo spazio inesistente, il lancio di una moneta per chiedere ciò che nessuno deve sapere, un gesto liberatorio e violento che non si potrà scordare.

La mano dell'uomo sardina resta lì, come quella degli altri, sospesa in aria per tentare di far superare alla moneta la folla davanti a lui e finire nella grande rastrelliera che tutto ordinatamente sommerge.

Poi la folla spinge l’uomo sardina fuori dal tempio, tre ore si sono consumate e all’uomo sardina non resta che un biscotto di farina di pesce mordicchiato, con una glassa di alga marrone. Aveva desiderato che fosse cioccolata, ma non può protestare. Il suo desiderio più grande è un altro, c’è da aspettare. L’incenso si sperde, le teste non sono più così d’accordo su dove andare, vogliono uscire, vogliono scappare, vogliono Aria Nuova, ecco aria nuova per oggi potrà bastare.