mercoledì 28 ottobre 2009

Incipit 2

Dopo esserci riscaldati con le parole evocative, vi propongo un nuovo incipit per la nostra storia.
Il primo non ha suscitato particolari reazioni fra gli imagisti, allora ve ne propongo un altro, mantenendo solo il nome del nostro personaggio.

“Clarissa!”
“Clarissa, mi senti? Smettila di imbambolarti e vieni giù, c’è gente.”

“C’è gente.” Clarissa poteva vederli quei suoni. Si conficcavano nelle sue orecchie chiedendo attenzione. Pretendendo di essere decodificati in un pensiero, utilizzati per attivare un’azione.
“C’è gente.” Suo padre voleva un aiuto in negozio. Voleva che sua figlia smettesse di isolarsi, resistendo ore senza parlare, nascosta in una soffitta piena di vecchi pezzetti di legno. Archetti rotti, appartenuti al precedente proprietario del negozio.
Un archettista. Che strana parola. Clarissa pensava che le parole avessero un’anima. Ce n’erano di buone o cattive. Arroganti o timide. Gioiose, pronte ad esploderti in bocca spalancandosi in una risata o aspre, ideate per ferire l’interlocutore. “Archettista”. Clarissa doveva ancora decidere come classificare questa parola, ma di sicuro le piaceva.

martedì 13 ottobre 2009

nomi propri e termini

Si era detto nomi propri e termini.



La definizione in questione è stata coniata da Leopardi nel suo “Zibaldone”. Semplificando il pensiero del poeta, i suoi adoratori non me ne vogliano, egli sosteneva che esistono “nomi propri” e “termini”. I primi riescono a scuotere l’animo umano, generando tutta la serie di sensazioni e contrasti che ci portiamo dietro dalla nascita e che alimentiamo con la nostra esistenza, i secondi nascono dal tentativo di sterilizzare la parola, propria degli scienziati, privandola del suo contatto con le persone che l’hanno utilizzata ed integrata in una esperienza.


Esempio: per parlare di una casa potremmo usare la parola “focolare”. Ci troveremmo di fronte ad un “nome proprio” nella classificazione leopardiana, la casa in cui troviamo riparo, ma anche le origini, la famiglia, un luogo protetto, le esperienze vissute, etc.


Diverso il caso della parola “edificio”. Saremmo di fronte ad un “termine”, il tentativo di rendere asettica una parola, evitando o almeno riducendo le opportunità per la nostra immaginazione di attivarsi.



Ho letto un passo con questa teoria da poco e ne sono rimasto folgorato. Ciò che trasforma l’essere umano in libero pensatore è racchiuso in questo piccolo spazio di opacità?


Mi piacerebbe avere il vostro punto di vista.

martedì 6 ottobre 2009

Tempi complessi

Carissimi imagisti,

scusate per il ritardo con cui aggiungo un nuovo post, ma i tempi sono sempre più complessi.

O almeno è questo che molti ci dicono con aria perplessa, mentre fingono di rituffarsi in un pensiero profondo, nervoso, tagliente e fatalmente superiore ai nostri banali problemi.

Ma se tutti sono connessi a pensieri prioritari, eliminando dalla loro mente tutto ciò che considerano in eccesso rispetto ai "tempi complessi" e scortesemente ridotti con cui ci confrontiamo, chi penserà a coccolare le fantasticherie che ci permettono di sopravvivere ai suddetti "tempi complessi"?

Bel dubbio o nevrosi di una sera sbagliata?

Vi sto riempendo di domande lo so, ma non mi frequentate anche per questo?

Pensateci e scrivetemi.

La prossima volta riprenderemo a pensare alla storia della nostra povera Clarissa e parleremo un pò di nomi propri e termini.



Vi aspetto