venerdì 26 novembre 2010

Non parliamo di politica

Non lo facciamo infatti, diventa solo uno spunto per pensare…e questo ancora ci piace.

Stamane ho letto su un giornale un articolo scritto dal consueto “analista socio-politico” che infesta i nostri media, figura a metà strada fra un giornalista e un rabdomante alla ricerca di una fonte, seppur incerta e posticcia, di verità, davanti alla quale fugge, spezzando il suo bastone.

Di solito questo personaggio si limita a muoversi avanti e indietro nello spazio di deserto che gli è stato assegnato, lo rastrella, liberandolo dalle radici morte delle teorie dei colleghi; lo riempie di solchi di dubbi, impliciti naturalmente (per non correre troppi rischi) e poi semina sabbia di parole leggere e scontate, accuse generiche e retoriche, che si mischiano le une nelle altre, lasciando il lettore in perenne attesa di una fioritura di idee che non sono mai esistite.

Anche l’articolo che ho letto questa mattina non ha donato verità al lettore, limitandosi a riepilogare le principali carenze del nostro sistema politico: continuità, coerenza, competenza, affidabilità e dulcis in fundo “voglia di fare”.

Qualunque cittadino italiano, si sarà soffermato, almeno una volta, sugli stessi punti. Nelle discussioni domenicali post prandium, durante le quali, sigaretta fra le dita e tazzina del caffè in mano, ci sentiamo tutti più capaci e sicuri dei nostri politici, dettando al nostro dirimpettaio di tavolo, troppo ricolmo di cibo per dissentire, la ricetta per far vedere alle future generazioni un’Italia migliore.

Lo stesso cittadino, davanti a questo articolo avrà sospirato dicendo fra sé e sé: “Vedi, lo dicevo proprio ieri: voglia di fare, questo è quello che manca.”

Poi avrà richiuso il giornale, pensando che avrebbe fatto volentieri a meno di andare a lavoro, così come avrebbe piacevolmente rinunciato alla sua complicata famiglia, al mutuo, alla retta della scuola dei figli, alle ramanzine del capo, alle corse che continuamente si trova a fare per arrivare a fine mese, cercando di accontentare tutti, eccetto se stesso.

E allora si sarà arrabbiato il nostro cittadino, pensando alle auto blu, ai conti segreti alle Cayman, alle escort, ai festini, alle alleanze per mantenere la poltrona e dimenticare la gente, mentre il Paese scivola giù e nessuno, nemmeno il nostro cittadino, ha più voglia di fare.

giovedì 18 novembre 2010

Una parola, un verso – quattordicesima: raccogliere...parole

raccògliere (ant. e poet. raccòrre) v. tr. [der. di cogliere, col pref. ra-] (coniug. come cogliere). – 1. Sollevare, prendere o riprendere da terra cosa o persona 2.a. Mettere insieme, radunare, riunire: r. denaro, oboli, documenti, citazioni, esempî, argomenti, notizie, indizî; r. uomini, soldati, compagni; b. Captare, concentrare in un punto 3. Riunire insieme le parti di una cosa allargata, aperta o distesa, quindi stringere insieme, ripiegare: r. le ali, le gambe, il corpo, le vele, le sartie, le reti. Fig.: r. le forze, i pensieri; r. la mente, concentrarla in un pensiero, nella meditazione.

E’ questo che spesso fa uno scrittore: raccoglie parole.



Nadine Gordimer, che con il suo inseparabile taccuino scappa nel bush sudafricano per respirare nuvole e parole, scegliendo le più preziose da raccogliere in attesa che arrivi la storia migliore in cui piantarle e solo allora, con un po’ di malinconia, lasciarle andare.

Haruki Murakami, autore dalle leggiadre sfumature, che riesce a planare con dita da bambino sulle emozioni più impervie, distendendole piano; lo vediamo chino, sulla pagina bianca ad attendere che germoglino le volontà dei personaggi, poi le raccoglie in piccole frasi, che restano incagliate nei suoi dialoghi, come in un rullo inceppato di un vecchio film che non riusciamo più a vedere, anche se lo amiamo, perché scatta subito il ricordo amaro.

Michael Cunningham, che scompone famiglie in desideri finalmente comprensibili, regalandoli al lettore, intrappolati in pensieri aguzzi. Essi si burlano delle parole e le raccolgono, accatastandole le une sulle altre, in attesa della reazione di un personaggio, che non arriverà mai.

Ian McEwan, che sfida il tempo, affettandolo in precise parole che raccoglie intorno al personaggio, una pira pronta a prendere fuoco allo scoccare della volontà dell’autore.


Raccogliere parole, ancora, non bastano mai.
















martedì 9 novembre 2010

Alla ricerca di "strade bianche" di Enrico Remmert

Vittorio, Francesca e Manu: le voci narranti di un viaggio da Torino a Bari in compagnia della "baronessa", un vecchia Fiat Punto rubata ad una autoscuola; un’automobile con i doppi pedali, per far capire subito che la storia che sbirceremo fra le righe di questa edizione Marsilio del libro di Enrico Remmert “Strade Bianche” avrà più di una guida.


Tre schegge della stessa anima si cercheranno furiose per tutto il viaggio, alternando i loro punti di vista e la loro versione della storia per un itinerario che è diretto a Bari, ma potrebbe essere per Timbuctu. Quasi un giro del mondo, di più mondi, se si sommano le innumerevoli soste nello spirito, le improvvise accelerazioni dei desideri, i guasti delle parole e gli scontri della ragione. A tutto si assiste come se si fosse sballottati in quella Punto, stretti fra Vittorio e Francesca, fidanzati non più tali, sebbene nessuno dei due abbia dichiarato all'altro la sua scelta. A guidare e a guidarci in questo sconclusionato viaggi che costeggerà la pianura padana, si tufferà nell’Adriatico e ci farà saltare dalle Marche alla Puglia, ecco “Manu” nella sua apparente semplicità: l'amica, la confidente, molto più vicina a Vittorio che a Francesca e quindi formalmente amica di quest’ultima. Il nostro Cicerone verrà inseguito da un ragazzotto ben oltre lo stereotipo del possessore di cani grossi, guidatore di auto enormi e possessore di sovradimensionati ego. Probabilmente una scusa per fuggire, lontano da se stessi, per scoprirsi alla fine del viaggio ancora lì, più distanti gli uni dagli altri, sebbene attraverso la condivisione di alcune piccole interruzioni di tempo e di giudizio che, forse, valgono una vita.


Il finale non emoziona, probabilmente non vuole farlo e sebbene in alcuni passaggi il lettore potrebbe attendersi una sorpresa narrativa (che non c'è), rimane un libro interessante.

Vi segnalo la scena in cui Vittorio suona il violoncello nella neve, in mezzo a montagne di sale “alte come palazzi”. La mia mente è fuggita ad alcune immagini del film di Baricco su Beethoven (Lezione 21), chissà se Remmert si è ispirato a quel miracolo di sensi. Ci piacerebbe saperlo…

 

Buona lettura.



martedì 2 novembre 2010

Una parola, un verso – tredicesima: separare

separare v. tr. [dal lat. sepărare, comp. di se- «a parte» e parare «fare, approntare»]
1. a. Dividere, disgiungere persone o cose vicine o contigue, mescolate, materialmente o spiritualmente unite; b. Distinguere, sceverare: s. il buono dal cattivo; c. Con riferimento a contendenti, a persone che litigano, mettersi in mezzo tra loro, far cessare una lite o una rissa; 2. ant. Interrompere, far finire: una fratellanza e una amicizia sì grande ne nacque tra loro, che mai poi da altro caso che da morte non fu separata (Boccaccio). 3. rifl. Dividersi, staccarsi, allontanarsi da persone alle quali si era legati da interessi, idee, sentimenti e attività comuni.

Dalla famiglia, dagli amici, da se stessi. Parto dal terzo significato proposto dalla parola di questa settimana, quello riflessivo, quello egoistico: “separarsi”. Molto spesso sinonimo di legittimarsi, realizzarsi. Separarsi dal socio che non ci comprende, l’azienda che non ci apprezza, il compagno che non ci sostiene, gli amici che non ci ascoltano. Separarsi dagli errori che si continuano a compiere, nella speranza che divengano di qualcun altro e che guardandosi indietro, pochi passi più avanti, sia possibile dire: “Come si può essere così stupidi?”.
Sentirsi vittoriosi perché soli, non dipendenti da altri esseri umani, ma bisognosi della loro dipendenza. Affinché si possa dire di essere vincolati, controllati, indirizzati e ricominciare a separarsi.
Immersi in questo loop emotivo cerchiamo di ascoltarci senza avere più orecchie disponibili.