domenica 27 marzo 2016

Una gigantesca minoranza

Il poeta spagnolo Juan Ramón Jiménez Mantecón si definì parte di «una gigantesca minoranza» capace di vivere in due direzioni: osservare davvero chi si ha di fronte e ricambiarne il pensiero. Qualche giorno fa è capitato anche a me. 

Zona Quarto Oggiaro, periferia nord di Milano, più di 50.000 abitanti, spaccio, garage che si dedicano industriosamente allo smontaggio dei motorini rubati, baby gang, persone senza fissa dimora, ma anche case popolari, cinque parrocchie, una moschea, alcune ONLUS e una vecchia scuola in via Mambretti. 


È in questo luogo che il Progetto Arca ha creato un centro di accoglienza notturna per chi non ha un luogo dove dormire, dove mangiare, dove continuare a sentirsi “reale”: una persona come me e voi, una persona che ha ancora il diritto di fare delle domande, di aspettarsi delle cose, di sedersi vicino a un suo simile e ascoltare un po’ di musica condividendo un auricolare. 

Mentre le persone mi scorrevano davanti e io chiedevo cosa desiderassero mangiare, osservavo i loro volti, le loro mani, i loro occhi, quest’ultimi proprio non volevano concedermeli. Era lì che avevano risucchiato la loro storia. 
Non potevo fare a meno di guardarli, con quel senso di pudore e vergogna di chi invade uno spazio altrui, di chi si trova a osservare quello che a lui non è accaduto e, in fondo, a sentirsi grato per non essere costretto a mettersi in fila ogni sera per il lusso di un pasto. Li guardavo: uomini (perché il 75% dei senza fissa dimora sono uomini), donne, anziani, ragazzi, intere famiglie o soltanto frammenti di esse, che si agganciavano fra loro per immaginarsi ancora una cosa sola. Li guardavo e sorridevo mentre porgevo loro il piatto, forzando la mia ritrosia a esporsi. 
Cercavo di parlare con loro, di fargli capire che potevamo essere due persone qualsiasi che si erano ritrovate sedute vicine al bar per un caffè per scambiare un commento stupido sulla politica, il calcio, le tasse. Li guardavo, cercando di fargli capire che avevo scoperto la loro gigantesca minoranza quella sera e che mi sarei voluto unire a loro, solo per qualche ora. Ma non eravamo in un bar e non eravamo dalla stessa parte del bancone. 
Non conoscevo i loro nomi, così li ho creati: l’uomo dente, che ha sorriso in fila per tutto il tempo, con quei suoi canini accecanti; la donna cipolla, con i suoi capelli lunghi, fieno calpestato, raccolti in una grande crocchia sopra la testa; il ragazzo cuffiette, che non ha emesso un fiato, oscillando la testa come un metronomo stanco per tutto il tempo; l’uomo barba, con un fascio di rami secchi grigi appiccicati al mento e il ragazzo molla, che ha saltellato intorno al banco per la distribuzione dei pasti senza riuscire a prendere nulla. 
Mi illudo descrivendoli di averli conosciuti, almeno un po’, ma li ho solo creati  migliori, diversi da quello che sono, per acquietare il senso di ingiustizia che mi spaccava dentro, la domanda che mi sibilava dentro: "cosa li distingue da me?" 
Risposta: "nulla, solo il caso." 

«Quello che voi siete io ero, quello che sono ora voi sarete.» L’uomo dalle sopracciglia d’aquila mi ha fermato e mi ha detto questa frase: «una volta, era questo che si scriveva sulle lapidi al cimitero e vale anche per quello che sono ora. È una fase, un tempo ero lì fra di voi e guardavo un me che non c’era ancora.»

domenica 20 marzo 2016

Il più che degno indegno di Antonio Monda


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Qualche giorno fa a Milano, a pochi passi dagli insaziabili piccioni di Piazza Duomo e dal cliccare nervoso dei selfie matti e disperatissimi, monumento umano all’ingordigia di se stessi, Antonio Monda ha presentato, con l’aiuto di Gian Arturo Ferrari e Claudio Magris, il suo quarto romanzo “americano”: L’indegno (edito da Mondadori). Tema portante dell’opera è il peccato, la colpa che da esso di sprigiona e il significato che oggi diamo a entrambi. Il protagonista, padre Abram Singer, è un prete cattolico dal cognome ebraico, che ogni giorno si confronta con l’inadeguatezza dei suoi atti, se paragonati alla forza del suo credo. Capace di mentire, intrattenere rapporti carnali con una donna, metterla incinta e portarla ad abortire pur di liberarsi della scomoda prova della propria debolezza, padre Abram sembra ricordare al lettore che la fede consiste nell’esserci nel momento dell’abominio, del peccato e nel rimanere esposti ad essi, perdurando.

Se, come ci ha ricordato Gian Arturo Ferrari: «il libro parte dal presupposto che la colpa massima e il peccato massimo possano essere riscattati dalla fede», il rischio che si è assunto l’autore è quello di costruire un personaggio in cui interiorità ed esteriorità (intesa come attuazione nel mondo dell’interiorità) sono in continuo disaccordo, come due strumenti musicali che suonano in lotta fra loro a scapito della partitura di idee che li governa. Eppure questa lotta non fa pensare nemmeno per un secondo a padre Abram di lasciare andare la sua certezza, di togliersi l’abito talare per vivere, come fanno i suoi parrocchiani, la New York degli anni ’70 in cui Antonio Monda ha ambientato L’indegno.


La scelta di fare di un prete il protagonista, viene dalla conoscenza dell’autore di quella realtà. È lo stesso Monda a confidarlo ai lettori: «sono particolarmente legato al mondo del sacerdozio. Ho studiato dai gesuiti e conosco questo ambiente. Volevo ricreare il mondo della solitudine che può ammantare un prete. Gli abiti neri, i libri in ordine, il silenzio. E poi certo non poteva mancare la boxe, c’è in tutti i miei libri. Qui mi serve anche come fondale. Il lettore non guarda l’evento sportivo eccezionale che presento (Muhammad Ali contro Leon Spinks nel 1978), ma come i miei personaggi guardano quell’incontro. Un gruppo di preti e monache davanti a un televisore scassato in un refettorio, mentre mangiano un orrendo stufato, sorseggiando coca cola.»


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Antonio Monda
Ha ragione Claudio Magris quando dice che leggendo questo libro gli è venuto subito alla mente il filosofo austriaco MartinMordechai Buber e la sua idea di rapporto fra l’uomo e Dio. Buber diceva che bisogna servire Dio con l’impulso buono e con quello cattivo. È quello che fa il protagonista de L’indegno: da un lato accetta la vita con tutte le sue lacune e brutture e contemporaneamente le condanna, convinto che non c’è nessuna grandezza nel mondo del peccato. Dio è criticato, attaccato, ma mai disconosciuto. Attenzione però, padre Abram non fa della sua fede un’ipocrisia. Lui sa ciò che è e ciò che ha fatto, ciononostante crede nel sistema di regole e di fede in cui è immerso. Quando conclude una confessione di un fedele è sinceramente soddisfatto per il sostegno che ha offerto: «non c’è momento in cui non ringrazi chi mi ha creato. Non bisogna vergognarsi di nulla.»

L’indegno è un romanzo a sé e nello stesso tempo rappresenta il quarto volume di un unico progetto incentrato sul tema del peccato e della colpa cui Antonio Monda sta lavorando da anni. Per questo il lettore affezionato potrà ritrovare nel corso della narrazione alcuni personaggi di storie passate. Lo stesso Abram Singer nasce con questo nome perché figlio della protagonista del romanzo La veglia non esiste che lo mette al mondo dopo aver avuto una relazione con un attore di strada che si chiama Nathan Singer. Trent’anni dopo il lettore scopre cosa è accaduto a quel bambino: è diventato un uomo che crede fortemente e sinceramente in Cristo, nella bontà, nella salvezza, nella redenzione e quando fa del bene, perché lo fa, lo fa fino in fondo. Un uomo che ha compiuto la scelta di alienarsi dal mondo esterno e, pur ritenendola ancora giusta, non riesce ad adeguarsi alle conseguenze. L’indegno è la storia di un uomo che lotta contro se stesso e perde, ma non smette di credere in quello per cui sta lottando.


domenica 13 marzo 2016

Sospesi sui fili delle idee di Luca Ronconi


Laboratori Teatro alla Scala
Entrare nei laboratori del Teatro alla Scala di Milano è un privilegio che si comprende del tutto solo dopo esserne usciti. Per arrivare a visitare i 20.000 metri quadrati e i tre padiglioni di quelle che una volta erano le acciaierie Ansaldo e che oggi sono la sede dei laboratori di uno dei teatri più importanti del mondo, si deve attraversare un ponte.

Ponte Porta Genova
Da Porta Genova, la più antica stazione ferroviaria di Milano ancora in uso così come fu costruita nel 1858, si accede a un ponte di ferro giallo-verde con tanto di jeans colorati appesi sopra a sventolare. Mentre lo percorrete, ordinatamente come fanno i milanesi, all’andata sul pavimento dipinto di verde e al ritorno su quello colorato di giallo, capite che state facendo un salto da un mondo, il vostro conosciuto e misurato, a un altro, quello del teatro, dove tutto, ma proprio tutto è diverso da quello che appare. Un mondo dove bisogna rimanere sempre sospesi a mezz’aria. Per questo il palcoscenico è soprelevato rispetto agli spettatori, per permettere a tutti di vedere lo spettacolo, sì, ma anche perché chi percorre quelle tavole la terra non la deve toccare, altrimenti l’incantesimo in cui vive scoppierebbe come una bolla di sapone e noi perderemmo il regalo che attori, musicisti, comparse, scenografi e cantanti stanno per offrirci. Almeno è così che io l’ho sempre vista e non sono il solo. Luca Ronconi, alla cui capacità di regista visionario è dedicata una mostra proprio all’interno dei laboratori della Scala a un anno dalla sua scomparsa (febbraio 2015), diceva: “Il luogo dove dovrebbe avvenire la rappresentazione è la capacità ricettiva dello spettatore. Nego l’oggettività della rappresentazione e ritengo che la vera immagine si produca dentro lo spettatore e non sul palcoscenico.

Chi entrerà nei prossimi mesi nelle ex acciaierie Ansaldo (la mostra su Ronconi chiuderà il 24 maggio 2016) avrà la possibilità di vedere dall’alto gli artigiani che riescono a trasformare i materiali più impensati in alberi, muri, pavimenti, cieli e gigantesche statue con la maestria, l’attenzione e la passione dell’artista,  ma soprattutto potrà solcare sospeso dal suolo (la mostra si sviluppa su una passerella a qualche metro da terra) decenni di allestimenti scaligeri firmati da Ronconi. Dal Wozzeck di Alban Berg del 1977 diretto da Claudio Abbado e con le scene disegnate e realizzate da Gae Aulenti, al Don Carlo di Giuseppe Verdi con i disegni della processione degli inquisitori e i costumi con le pianete ornate di scheletri che vibrano nell’aria a pochi centimetri dal visitatore. Dall’allestimento del Donnerstag aus licht di Karlheinz Stockhausen del 1981 in cui riuscirono a far muovere una bicicletta da sola in scena usando un carrarmato giocattolo a quello dell’Elektra di Richard Strauss del 1994, diretto dal maestro Sinopoli, in cui la protagonista indossava un costume da pavone che lascerà il visitatore senza fiato.  

Vagando fra tale splendore, sforzandosi di capire come facesse Luca Ronconi a immaginare l’intero spettacolo partendo dalla piantina bidimensionale del palcoscenico, forse vi troverete a toccare un’immensa testa di polistirolo, copia di un lavoro fatto dagli artigiani del teatro nel 1985 per l’Aida diretta da Lorin Maazel o forse guarderete in basso, dove tre persone indaffarate stanno dipingendo un fondale di un bosco all’alba e sentirete i vostri piedi sollevarsi da terra. È il tempo di lasciarsi andare, è il tempo del teatro.  


domenica 6 marzo 2016

Unioni civili e non: come ha risolto il problema Tennessee Williams


Rispetto della diversità, diritto a viverla e a condividerla, a mostrarla senza doversene vergognare, senza che qualcuno ritenga strano, ingiusto o “contro natura” che due spiriti affini vogliano vivere insieme ed avere gli stessi diritti di qualsiasi altre due persone nella stessa condizione emotiva e spirituale, a prescindere dal sesso degli esseri umani in questione. 


Non ci riferiamo al Governo italiano, ai suoi più o meno degni rappresentanti e alla via crucis della legge sulle unioni civili, che di civile sembra aver conservato ben poco. No, qui parliamo di un uomo che di questi temi discuteva e scriveva già negli anni ’50 del Novecento, con molti meno tabù e molto più coraggio di fronte a una platea di conservatori che non condividevano il suo punto di vista e, ciononostante, non potevano smettere di andare ad ascoltare le sue parole. Non potevano smettere perché quest’uomo, che aveva vissuto la diversità fin da bambino e che per questa era stato messo da parte, dileggiato e ferito da familiari e amici, era riuscito a superare tutte le differenze di genere, dimostrando l’universalità dell’essere umano come portatore sano di ipocrisia, meschinerie, paure e debolezze. Universalità che con la sessualità ha poco a che fare. 

L’uomo in questione è uno scrittore e un drammaturgo che portava il nome di Thomas Lanier Williams, divenuto famoso con lo pseudonimo di Tennessee Williams. Con opere rappresentate nei teatri di tutto il mondo, poi trasformate in film, come ad esempio La gatta sul tetto che scotta (premio Pulitzer nel 1954), portata poi sul grande schermo da Richard Brooks con Paul Newman e Elizabeth Taylor, Williams ha sdoganato la libertà di sensazione e di pensiero, dimostrando che una coppia gay (mi riferisco per esempio all’amore mai confessato fra Brick e Skipper ne La gatta sul tetto che scotta, amore che porta Brick a sposare Maggie e quest’ultima a costringere Skipper a fare l’amore con lei per dimostrare di non essere innamorato di Brick) non è né migliore né peggiore di una coppia etero e spesso vive nella stessa ipocrisia, come se fosse l’unica strada per rimanere insieme. 

È qui la forza di Tennessee Williams, raccontare così bene la “normalità” dei rapporti umani e soprattutto le debolezze, i piccoli ricatti, le recriminazioni su cui questa si fonda, da far perdere di vista allo spettatore il genere di coppia che si sta osservando.  E quando iniziamo a seguire i suoi personaggi nella loro discesa verso la rovina, cercando di convincerci che noi che li spiamo siamo “diversi”, ecco che Williams ci assesta il colpo di grazia e fa dire al suo Brick frasi come: «A volte mi sento così poco vivo che devo proprio iniziare a dire la verità.» Se ne rammarica, finge di farlo, ma sorprende tutti comunque e parla. Parla davvero, rischia il suo ruolo di personaggio minore del gran ballo dell’ipocrisia regnante solo per cercare un contatto con un’anima affine, che poi dovrebbe essere l’obiettivo di ogni unione, civile e non.