domenica 31 gennaio 2016

Because Culture is the finest accessory? Quando il libro diventa necessità di design


Nel 1994 Prosper e Martine Assouline decisero di creare un libro dedicato al loro albergo preferito: La Colombe d’Or, piccolo rifugio appena fuori il paesino di Saint-Paul de Vence. Siamo in Provenza, a un passo da Nizza e dal confine con l’Italia, uno dei molti Saint-Paul presenti sul territorio francese, tanto da dover essere distinto dagli altri da quel «de Vence» che ne indica la collocazione geografica. Eppure non è un luogo che passa inosservato. Qui, si fermarono e vissero artisti, innovatori e scrittori come Picasso, Prévert, Chagall, Matisse, Braque, Léger, Calder, César e Jean Nouvel.


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Jacques Prévert soggiornò proprio in quella che allora era una piccola locanda: La Colombe d’Or, diventando amico dei primi proprietari, che certo non avrebbero mai immaginato che quel luogo si sarebbe trasformato, anche grazie all’interesse per l’arte e per le collezioni di quadri di Paul Roux (prima generazione di Roux a possedere l’albergo), in un country boutique hotel che può costare più di 400 euro a notte. Né avrebbero immaginato che alla fine del Novecento, una coppia lo avrebbe trasformato in un’icona di stile planetario.

Eppure quando il libro La Colombe d’Or (con i testi di Martine e le foto di Prosper Assouline) con le sue grandi dimensioni e la cura dei particolari (dalla brossura a filo di refe alla copertina) uscì per la casa editrice Assouline fu subito un successo, spingendo i coniugi a creare quella che sarebbe diventata un’icona della luxury publishing mondiale.


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La Assouline oggi ha boutique shop a Parigi, New York, Venezia e Londra, nella storica sede di Piccadilly, dimostrando che il libro d’arte di nicchia, con costi elevatissimi di pubblicazione e promozione, può diventare un business ricchissimo, andando a soddisfare il bisogno delle varie upper classes diffuse sul pianeta di possedere libri che siano non solo belli e curati, ma anche esemplificativi di uno status.


Il libro come ci ricorda proprio Prosper Assouline è il simbolo della cultura e «culture is the finest accessory», ossia la cultura è il più pregiato degli accessori. Molto più di un oggetto di design di plastica colorata o di una sedia su cui non è saggio sedersi. Certo poi l’assouline pensiero ci porta da bisogno a bisogno come api impazzite che hanno appena scoperto che spendere 250 euro per un libro non solo è giusto, ma necessario se averlo dà piacere ai proprio occhi e ancor di più a quelli altrui. Ma allora perché non possedere delle librerie personalizzate per contenerli o delle agende con copertina in cuoio con impresso sopra la frase del libro che più ci ha colpito? E magari la poltrona giusta su cui leggerlo o la candela al profumo giusto con cui predisporre le nostre narici al sommo piacere che una foto di un vestito di Valentino può regalarci?


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E se fossimo fra gli sventurati a non poterci permettere di acquistare questi ‘finest accessories’? Dovremmo allora accontentarci di miseri libri in edizione economica, senza scatti d’autore a impreziosirli, privi persino di sovraccoperta in cuoio personalizzato?

Saremo costretti a condividere il piacere di un libro letto solo attraverso delle misere e incorporee parole?


Niente paura, i coniugi Assouline hanno pensato anche a noi ‘poverelli’ iniziando a proporre art books anche a prezzi popolari (50 dollari), magari con rilegatura a spirale e una carta di diversa qualità rispetto ai volumi da 250 dollari, ma conservando scatti d’autore e curiosità sull’artista in questione. Un esempio è Dinner With Jackson Pollock: Recipes, Art & Nature in cui Robyn Lea, con tanto di prefazione della nipote del pittore, ci racconta l’impatto del drip painting sulle doti gastronomiche di Pollock che, da quanto ci racconta Robyn Lea, amava muoversi in cucina con la stessa libertà usata per i suoi quadri, unita alla necessità di recuperare e utilizzare ciò che per uno sguardo distratto poteva sembrare solo uno scarto.


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Va detto che l’idea di Assouline non è nuova, in Italia abbiamo realtà come la FMR che hanno iniziato parecchi decenni prima dei coniugi Assouline a lavorare sulla preziosità dei loro volumi come carattere di differenziazione, non solo estetica, ma anche contenutistica. Forse ciò che ha fatto la differenza è stata la strategia di marketing dei coniugi Assouline, perché non prendere spunto, preservando le nostre italiche peculiarità?

domenica 24 gennaio 2016

L’ansia del fare di Hemingway e i distillati d’autore.

Nel 1922 negli Stati Uniti muoveva i suoi primi passi una rivista che avrebbe, nel bene e nel male, aiutato la classe sociale con livello di istruzione più basso ad avvicinarsi ai classici della letteratura americana. Parliamo di Reader’s Digest. Nata da un’idea dei coniugi Wallace, che crearono una loro personale rassegna stampa per le famiglie americane che permetteva di tenere in mano (il formato della rivista era più piccolo di quello delle altre in commercio, da qui il nome ‘digest’, letteralmente sommario, riassunto) una sintesi di tutte le notizie che arrivavano dal mondo, in sette anni la rivista aveva raggiunto 290.000 abbonati ed era distribuita in tutto il Paese. Col tempo la rivista divenne una casa editrice e iniziò a pubblicare nel 1950 versioni riassunte dei grandi romanzi americani da Faulkner a Steinbeck, da Harper Lee a Truman Capote, provando a far avvicinare al libro milioni di persone che non avevano mai avuto la possibilità di dedicarsi alla lettura o che semplicemente ne erano sempre state messe in soggezione. Il progetto ebbe un enorme successo, puntando sulla distribuzione nelle edicole e piccoli chioschi vicini ai luoghi di transito per le migliaia di persone che ogni giorno prendevano treni, metropolitane e autobus per raggiungere il loro luogo di lavoro. 
Il progetto ebbe un tale ritorno in termini di ricavi da varcare rapidamente il confine americano arrivando prima in UK e poi nel resto dell’Europa. Anche l’Italia ricorderà la Selezione del Reader’s Digest che sollevava i lettori nostrani dal problema della scelta del titolo da acquistare inviando a casa la versione predigerita dei romanzi più interessanti del panorama internazionale. 

Facciamo un salto di sessant’anni ed eccoci nel 2016, le edicole esistono ancora e anche i libri che si trovano esposti in bella mostra per attirare i viaggiatori che stanno per salire su un treno che li porterà a casa dopo una lunga giornata lavorativa. Certo, ora sono davvero in pochi quelli che si fermano a comprarli. E non perché non si legga più. Nel 2016 si leggerà infinitamente di più del 1950, ma si leggeranno cose diverse. Social, blog, tweet, mail, whatsuppate, annessi e connessi. Si leggerà così tanto che spesso non si avrà più il tempo di parlare con il proprio vicino in treno, ponendo fine a quegli incontri sentimentali, intollerabili o semplicemente noiosi che tanti aneddoti hanno offerto alle generazioni precedenti all’arrivo dello smartphone. Chissà che storia inventerebbe Italo Calvino se dovesse scrivere oggi Se una notte d’inverno un viaggiatore, molti degli imprevisti che l’autore fa accadere al povero lettore-viaggiatore sarebbero da ripensare completamente. 

Questo cambiamento quantico delle abitudini di lettura ha portato con sé la crisi del comparto editoriale e se è vero che nel 2015 (dati Istat) 6 italiani su 10 non hanno mai nemmeno sfiorato un libro, le persone che utilizzano smartphone, tablet e pc sono in continuo aumento e sempre 6 italiani su 10 (sempre quei sei? Curiosità delle statistiche) navigano e navigando leggono. 4 su 10 navigano e leggono ogni giorno con regolarità. Quindi il tema non è se gli italiani leggono, lo fanno eccome, ma  cosa preferiscono leggere. Un romanzo, qualsiasi sia il suo formato o supporto, ha bisogno di dedizione assoluta per il tempo di lettura, nessuna distrazione, bisogna entrare dentro la storia e seguirne il protagonista, dedicandosi a lui e a niente altro durante il tempo di lettura. Il piacere che ne deriverà, soprattutto se ci troviamo fra le mani un romanzo solido per trama e struttura, sarà impagabile, ma non sarà immediato. 

«Quella eccitantissima perversione di vita: la necessità di compiere qualcosa in un tempo minore di quanto in realtà ne occorrerebbe.» Hemingway docet ed Apple non potrebbe che applaudire. E il romanzo? Resta lì a guardare? Per nulla, anzi prende strade inaspettate. A dicembre il Guardian ha pubblicato un articolo, a sua volta ispirato a uno studio sui best seller del New York Times, che ci dimostra che dal 1999 a oggi i romanzi pubblicati in lingua inglese che sono diventati best seller sono il 25% più lunghi dei loro predecessori. 500, 600, 700 pagine divorate da milioni di persone desiderose di allungare a dismisura il loro tempo di lettura a scapito delle ‘facebookate’ lampo.  Lettori che preferiscono, almeno in USA e in UK, romanzi poderosi e se possibile seriali (pensate solo alle 2.000 pagine dei 5 osannati e desiderati volumi del fenomeno da un miliardo di lettori After). Storie che permettono al lettore di rimanere il più possibile immerso nelle atmosfere e nelle sensazioni che i personaggi gli hanno offerto. 


Ancora una volta non sembra esistere una risposta sicura  nel mondo del romanzo. Sempre a dicembre, una casa editrice del gruppo Fabbri - RCS (Centauria) ha lanciato i distillati. Riduzioni alla maniera Reader’s Digest di best seller italiani e stranieri per chi «non legge perché non ha tempo». Ed ecco quindi invertito apparentemente il paradigma del Guardian trasformando volumi di 500 o 600 pagine (che guarda caso sono diventati best seller a dispetto della loro mole) in predigeriti di 200 pagine, eliminando trame, personaggi e descrizioni ‘secondarie’ per «condensare un romanzo nel tempo di un film», come ha dichiarato Giulio Lattanzi di Centauria al Corriere della sera in occasione delle prime due uscite della collana a fine dicembre 2015. Le polemiche su questa scelta sono state molte e il dibattito ha giovato anche al progetto, aumentandone la diffusione. Il claim dei distillati è «abbiamo ridotto le pagine, non il piacere», se questo sia possibile ce lo diranno i lettori, sperando che quelli che si troveranno a leggere questi condensati siano poi così affascinati dalla trama da volersi cimentare con la versione originale ‘lunga’. Ma se si tenta di acchiappare un pubblico di non lettori che ha portato all’estremo la convinzione di Hemingway  sui tempi stretti per fare ogni cosa, davvero si pensa che potranno poi dedicarsi a una seconda lettura che gli offrirebbe solo una serie di sfumature che con la velocità proprio non vanno d’accordo?

domenica 17 gennaio 2016

L’editoria italiana e l’anno che verrà

Dopo crisi, proclami di disfatta, riorganizzazioni, fusioni, acquisizioni e diaspore, il 2016 si apre per l’editoria italiana e per i lettori che in essa sperano, con molte attese per l’anno che verrà.

L’acquisizione di Rcs Libri da parte di Mondadori dovrebbe ricevere il parere dell’Autorità garante per la Concorrenza e il Mercato nel primo trimestre dell’anno, ma soprattutto vedremo i primi passi del gigante italiano dell’editoria che si troverà ad integrare marchi fino a poco tempo fa in lotta fra di loro (Mondadori, Einaudi da un lato e Rizzoli e Bompiani dall’altro, solo per citare i maggiori).

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Elisabetta Sgarbi


Ma il 2016 vedrà anche le prime pubblicazioni de La Nave di Teseo, nuovo soggetto editoriale di Elisabetta Sgarbi (ex direttore editoriali di Bompiani), che sembra aver riunito attorno a sé nella diaspora da «Mondazzoli» autori come Umberto Eco, Pietrangelo Buttafuoco, Mauro Covacich, Michael Cunningham, Viola di Grado, Hanif Kureishi, Nuccio Ordine, Carmen Pellegrino, Lidia Ravera e Susanna Tamaro, creando non pochi problemi alla Bompiani che dovrà capire come gestire la transizione e rinfoltire il suo parterre di autori.

Il nome della nuova casa editrice si ispira alle Vite Parallele di Plutarco. Teseo dopo aver salvato i prigionieri dal labirinto cretese e dal suo Minotauro, torna ad Atene con una triremi. Come ringraziamento gli ateniesi inviarono, ogni anno, la nave di Teseo per un viaggio rituale a Delo, Isola di Apollo. Questo viaggio durò per mille anni e gli ateniesi sostituirono, man mano che si usuravano, le parti della barca con sue copie perché apparisse sempre la stessa pur non essendo più costituita dagli elementi originali. Questo processo di continua rigenerazione ha dato luogo a un famoso paradosso (il paradosso di Teseo appunto) su cui i filosofi greci si sono a lungo interrogati: «la nave che appare la stessa che usò Teseo, poiché costituita da parti identiche a quelle originali, assemblate con la medesima perizia, capaci di lavorare all’unisono, è la nave di Teseo o è un’altra nave?» Non c’è risposta esatta al dilemma, dipende dal valore che date alla tradizione e alla sua possibilità di integrarsi con il cambiamento. Ma forse i lettori di questo nuovo marchio editoriale si porranno questa domanda. Quanto sarà diversa l’offerta delle due bande blu, simbolo prescelto per La Nave di Teseo, rispetto alla Bompiani dell’era Sgarbi?

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Riuscirà a creare un proprio tratto distintivo che porterà il lettore a ‘fidarsi’ di quelle bande a forma di chiglia di nave, perché garanti di una ricerca di nuovo che non può prescindere dalla qualità del testo (binomio sempre più a rischio nei successi editoriali del 2015)?
Riuscirà questa nave a fare ciò che spesso risulta difficile agli imprenditori e quindi agli editori italiani che vogliono giustamente guadagnare sul bene libro: puntare a fidelizzare i lettori nel lungo periodo?

La sfida è quanto mai avvincente e sarà un piacere vederne gli sviluppi.

Ma non sarà l’unica. Un altro marchio storico dell’editoria italiana ha fatto delle scelte nel 2015 che influenzeranno non poco l’offerta editoriale del prossimo biennio. Parliamo di Giunti, casa editrice dalle radici fiorentine, fondata nel 1841 come tipografia e poi diventata il terzo gruppo editoriale italiano. Nel giro di pochi mesi Mondadori ha perso due editor storici della narrativa italiana: Antonio Franchini (responsabile per anni della narrativa italiana in Mondadori e punto di riferimento per il marchio di Segrate) e Giulia Ichino (uno degli editor di punta della narrativa italiana e ‘allieva’ di Franchini). Entrambi sono passati in Giunti, dimostrando la volontà dell’editore fiorentino di rafforzare la sua quota di mercato nella narrativa italiana, puntando sulla grande esperienza e sulla capacità di anticipare le tendenze dei lettori da parte dei due editor.
Mondadori non è rimasto a guardare, affidando la narrativa italiana a Carlo Carabba (già da tempo editor per la case editrice di Segrate oltre che poeta e responsabile della storica rivista Nuovi Argomenti) e quella straniera a Marta Treves (altro editor storico della Mondadori, responsabile per anni del segmento young adult).
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Antonio Franchini e Giulia Ichino


Insomma l’anno che verrà ci fa sperare in molteplici cambiamenti nel panorama editoriale italiano e sono certo che non saranno tutti negativi. Ai lettori l’ardua sentenza.


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