domenica 24 novembre 2013

La letteratura americana si celebra – assegnati i National Book Awards 2013

Waldorf-Astoria New York
Waldorf-Astoria. Un nome che fa subito pensare a New York e alla Fifth Avenue (una volta era lì, ora è in Park Avenue), al glamour di Marilyn Monroe che vi abitò nel 1955, alla musica di Cole Porter che citò il Waldorf e la sua insalata nella sua famosissima canzone You’re the Top del 1934, alle prime trasmissioni televisive americane (nel 1926 la NBC vi trasmise il suo primo programma) o ai balli delle debuttanti che si tenevano proprio al Waldorf per presentare giovani ragazze dell’alta società newyorkese. I più romantici avranno subito pensato all’hotel dove non si incontreranno i due protagonisti del film Serendipity o alla stanza dove ha alloggiato un Al Pacino non vedente per il suo Scient of Woman. Gli altri avranno pensato a un costoso e storico hotel della grande mela, dalla moquette polverosa e dai lampadari scintillanti. Tutto esatto, ma il Waldorf-Astoria è anche il luogo dove si tenne la prima premiazione dell’NBA (che non sta per National Basketball Association, ma per National Book Award), uno dei più importanti premi letterari del mondo anglosassone, nato nel 1950 «to celebrate the best of American literature, to expand its audience, and to enhance the cultural value of great writing in America», ossia per celebrare il meglio della letteratura americana, aumentare il numero dei suoi lettori, accrescere il valore culturale della scrittura di qualità in America.  Il premio (che ha anche un’importante sezione dedicata alla poesia, oltre a quelle per la narrativa) è andato negli anni ad autori come Saul Bellow, Elizabeth Bishop, William Faulkner, Allen Ginsberg, Bernard Malamud, Marianne Moore, Flannery O’Connor e Gore Vidal, solo per citare alcuni fra gli scrittori e poeti più rappresentativi del Novecento ed è sempre stato caratterizzato da una particolarità: un premio per gli scrittori assegnato dagli scrittori. Fino al 2013, infatti, sono stati gli autori selezionati dalla
fondazione NBA fra i più rappresentativi nelle varie sezioni del premio a decidere quale autore meritasse il National Book Award, niente critici letterari, editori o esperti del settore, solo scrittori, perché, come ci ricorda uno dei finalisti all’NBA di quest’anno Rachel Kushner, addentrarsi in una nuova storia è come tentare di smuovere l’inamovibile, si entra in un’imponente empasse, e mentre chiunque altro dopo un po’ rinuncerebbe, lo scrittore persevera e persevera. Questo è stato l’anno del cambiamento per l’NBA, con giurati scelti anche fra librai, bibliotecari e critici letterari. Il risultato è stato una cinquina di finalisti per la sessione fiction che, oltre alla Kushner con il suo The Flamethowers (Scribner/Simon & Schuster, in uscita in Italia da Ponte alle Grazie con il titolo de I Lanciafiamme), storia ambientata negli anni settanta a New York, con impensabili escursioni nel mondo della politica italica, ha messo a confronto Jhumpa Lahiri (The Queen of Realism secondo la critica statunitense) con il suo The Lowland (storia di 4 generazioni fra l’India e il Rhode Island, pubblicato in Italia da Guanda con il titolo de La Moglie), George Saunders che, con la sua terza persona ventriloqua, sempre più dinamica e inattaccabile ci offre una nuova raccolta di racconti dal titolo Tenth of December (Random House, pubblicato in Italia da minimum fax Dieci Dicembre), Thomas Pynchon che, a cinquant’anni esatti dalla pubblicazione di V, ci offre il suo settimo romanzo (Bleeding Edge, in corso di pubblicazione in Italia con Einaudi), un’analisi della società americana post 9/11 con tutte le sue paranoie, attorcigliate in un sistema narrativo che ricorda L’incanto del lotto 49. E per finire l’autore che lo scorso 20 novembre ha vinto il premio: James McBride
James McBride
(compositore, sassofonista e scrittore, che forse conoscerete per il suo saggio Il colore dell’acqua – Rizzoli) che, con il suo romanzo The Good Lord Bird (storia di uno schiavo nel Kansas del 1857 in chiave immaginifica e caricaturale), sfida i suoi lettori sicuro che farli ridere e conoscere al contempo non sia un’impresa impossibile. Pur avendo tifato per George Saunder e per Jhumpa Lahiri, siamo pronti ora a leggere tutti e cinque i finalisti, sperando che qualche editore italiano osi proporci anche la traduzione di qualche autore della sezione poetry, altrimenti avremo una scusa in più per andare a prendere un aperitivo al Walforf, magari solo davanti al Waldorf, visti i prezzi, per immaginarcelo pieno di storie ancora da raccontare e da leggere.


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domenica 17 novembre 2013

Riscrivere se stessi, ma con la calligrafia adatta.

Beautiful Letters Handwriting. Che letteralmente potrebbe essere tradotto con “Servizio di scrittura a mano di belle lettere”, ossia una società che si sostituisce ai suoi clienti per scrivere le loro lettere più personali, usando la loro calligrafia riprodotta perfettamente dal computer attraverso un sistema di algoritmi. É in questa ipotetica società (ma non così futuristica) che lavora lo scrittore Theodore Twonbly, protagonista di her, nuovo film di Spike Jonze presentato in concorso e in anteprima europea al Festival Internazionale del Film di Roma, dopo aver ricevuto critiche entusiastiche al 51st New York Film Festival. Theodore è il miglior hand writer della società, perché è il più attento ai particolari, perché quando guarda il volto di una persona, che sia sullo schermo di un pc o dal vivo, cerca di percepirne il carattere, i desideri, le paure per condensarle poi nella pagina che sta per scrivere. E sebbene nessuno dei suoi destinatari saprà mai chi ha deciso di dedicare uno spazio dei propri sospiri a loro e solo a loro, Theodore continua a regalare un pezzetto delle sue emozioni a degli sconosciuti, senza aspettarsi nulla in cambio. E se per secoli l’uomo è dovuto ricorrere al supporto di altri esseri umani, custodi dell’arte della scrittura, in quanto, pur consapevole delle proprie emozioni, non era in grado di trasporle su carta perché analfabeta, con questo film Spike Jonze ci propone un prossimo futuro in cui l’analfabetismo non sarà sostanziale ma emozionale. Tutti saremo in grado di scrivere, anche perché assistiti da pc a comando vocale, che correggeranno dinamicamente la nostra grammatica senza interpellarci, ma non saremo più in grado di analizzare e comprendere le nostre emozioni, rischiando di dettare solo silenzi (o sospiri come fa spesso Thoeodore) a pc che ci incalzeranno con domande mirate a decodificare e trascrivere l’intrascrivibile.
Forse allora qualcuno inventerà un sistema operativo, come quello che scoprirà Thedore, capace di adeguarsi agli input emozionali del suo owner, diventando un risolutore emozionale, che organizza la vita e le speranze del suo partner corporeo, donandogli così l’inattesa sensazione che esista qualcuno (in questo caso qualcosa) in grado di comprenderlo e amarlo, un’entità cui è possibile rivelare tutte le proprie ansie, le insoddisfazioni, le recriminazioni, sentendosi “capiti” e spronati a migliorare. Incontreremo allora il partner perfetto, più sicuro, simpatico ed empatico, meno egoista e individualista. Ma, come ci dimostrerà Theodore (mirabilmente interpretato da Joaquin Phoenix che copre il 90% del film in solitaria, con solo la voce del suo sistema operativo a fargli compagnia), quel noi stessi non esiste davvero. Quella proiezione ideale, assoluta e perfetta di come dovrebbe essere la nostra vita per renderci davvero felici, è solo nella nostra testa e non riusciremo mai a trovare una persona corporea che ne sia la copia perfetta. Vivremo allora per anni con un’idea di altro da noi che non esiste e ci porterà a parlare con serenità del nostro dolore su Facebook, ma non alla persona che dorme vicino a noi da anni.

Il merito di questo film non è soltanto di portare, con estrema naturalezza e leggerezza, il pubblico a immaginare la propria vita in una versione 2.0 di se stessi, ma anche a farlo sembrare la cosa più necessaria per poter poi riscoprire cosa si ha davvero intorno e capire che si finisce sempre per deludere qualcuno e allora è meglio iniziare prima possibile, magari non da se stessi.      

domenica 10 novembre 2013

Rosso fuori, bianco e nero dentro: si apre l’ottava edizione del Festival Internazionale del Film di Roma.

I tre coleotteri giganti che circondano il Parco della Musica creato da Renzo Piano nel 2002, facendo di Roma uno dei centri più interessanti d’Europa  per l’offerta di musica classica (e non solo) e attirando più di un milione di persone all'anno, sono colorati di rosso nella notte dell’8 novembre. Riflettori giganti proiettano la parola “cinema” sulle corazze dei coleotteri, sui muri di mattoncini che li sostengono, sulle scale di travertino che li circondano. 

Coperte di una leggera nebbia rossa sembrano anche le teste delle persone stipate intorno al tappeto, anch’esso rosso, che accompagnerà le star all’ottava edizione del Festival Internazionale del Film di Roma, che è iniziato ieri sera con la proiezione de L’ultima ruota del carro di Giovanni Veronesi e si concluderà il 17 novembre  con le proiezioni dedicate ai film premiati dalle due giurie del Festival e dal pubblico. Il Festival di Roma ha previsto, fin dalla sua creazione, un forte coinvolgimento degli spettatori, offrendo loro la possibilità di scegliere quale fra i film in concorso meritasse un premio. 

Ma se il rosso è sempre stato il colore del festival, è entrando con un po’ di anticipo rispetto all’inizio delle proiezioni nel lungo corridoio che porterà gli spettatori nella pancia dei coleotteri che vi troverete immersi in una curiosa tranquillità, in un silenzio fatto di cordoni rossi ancora tesi e di guardaroba ancora vuoti, ma soprattutto di pareti di mattoni ricoperte di fotografie in bianco e nero. Fotografie di attori e registi, naturalmente. A cominciare da Massimo Troisi che nel 2013 avrebbe compiuto 60 anni

Una mostra lo fa parlare ancora attraverso i suoi profondi e imbarazzati silenzi, attraverso i suoi occhi scuri sempre sospesi fra i suoi mondi immaginifici. Bianchi e neri che non si possono proprio ignorare e accendono il ricordo, il pensiero, le domande che, dopo aver visto i suoi film, ancora gelosamente conserviamo. Avremmo voluto raccontarvi le prime sensazioni del pubblico dopo la proiezione de L’ultima ruota del carro di Veronesi, avremmo voluto dirvi se il suo regista è riuscito a trasformare la storia di un uomo qualsiasi che si trova a barcamenarsi negli ultimi quarant'anni di storia italiana in qualcosa in più di una base sottile su cui costruire l’ennesima commedia italiana. Insomma avremmo voluto raccontarvi se dietro il film di Veronesi si nascondeva anche un po’ di quel bianco e nero che lo avrebbe fuso alla memoria del suo pubblico. Purtroppo, a causa del sistema organizzativo del Festival, che ha bisogno di migliorare molto in fatto di comunicazione e gestione degli accrediti stampa e culturali, se vuole guadagnarsi un posto nel panorama dei festival cinematografici, insieme a tanti altri, il vostro uomo non è riuscito ad accedere alla sala dove si proiettava il film. 
Fuori, in una fila disordinata e inutile, con centinaia di persone, a parlare di cinema e a domandarsi il perché di un sistema così carente in fatto di comunicazione. Ma non è andata così male, qualcuno di noi ha riso e tanto alla fine, perché la fila era sotto le foto di  Massimo Troisi regista, mentre lavorava al suo Non ci resta che piangere
Forse l’organizzazione del Festival ha creato questo disguido per farci apprezzare meglio i suoi bianchi e neri. 
Per la prossima edizione consigliamo qualche sfumatura di grigio in meno.  

domenica 3 novembre 2013

Libri da gustare e cibo da leggere. Siamo davvero pronti per la "gastroletteratura"?


Vi siete mai trovati ad assaporare l’aria, come se fosse una ghiottoneria? O a capire come si diventa matti davanti a una fetta pane con sopra pancetta e uova? O ancora a fare di un’aragosta il centro delle vostre ossessioni oppure a pensare che le dita di una persona di fronte a voi siano fatte di panna?
Se la risposta è affermativa, siete pronti per un assaggio di gastro-lettura, fenomeno commercial-letterario che si sta spandendo per l’Europa e gli USA a ritmo sempre più insistente. L’idea è (non così nuova in verità) tentare di risollevare le sorti del mercato librario attraverso la contaminazione fra cibo e libri. Se anche Kafka, che di certo non era un feticista del buon cibo (era vegetariano e considerava nutrirsi come un’interruzione necessaria), immaginava di vivere in una cantina dove dedicarsi alla scrittura, mentre qualcuno gli portava con regolarità del cibo, il passo verso le libro-gastronomie o i gastro-bookshops è assai breve.
Il cibo ha sempre offerto spunti interessanti alle trame narrative e di gastroletteratura si discute fin dall’antichità, pensiamo al Simposio di Platone, per non parlare di più recenti gustosissimi testi come La zuppa di Kafka di Mark Crick (Ponte alle Grazie – 2006, in cui Calvino, Omero o Proust vi elencano i loro ricordi culinari) o i Racconti Gastronomici curati da Laura Grandi e Stefano Tettamanti per Einaudi (2012), in cui sono raccolti tutti i testi a sfondo culinario che la loro insaziabile golosità narrativa è riuscita a scovare.
Così proprio nel 2012 Feltrinelli lanciava a Roma il suo book-gastro-shop con il
brand “RED”(acronimo di Read Eat Dream), libreria con spazio ristorante annesso, dove era possibile gustare la sinuosità di un tiramisù intinto in una metafora di Maupassant. Il progetto ebbe un grande successo, anche se poi la sede romana ha dovuto chiudere per problemi strutturali dell’edificio in cui era ospitato. Prontamente lo scorso settembre è stata aperta una RED anche a Milano e altre ne seguiranno. Sempre a Roma troviamo la libreria-ristorante-cafè Settembrini, altro esempio di commistione libro-enogastronomica in cui è possibile scoprire le caratteristiche del personaggio omonimo (l’umanista Settembrini appunto) creato da Thomas Mann per la sua Montagna incantata, mentre si degusta un buon rosso.
Se però, prima di iniziare la vostra ricerca di gastro-librerie, volete essere preparati al meglio sulle manie mangerecce dei vostri autori preferiti, fate un salto su Paper and Salt o su Alimentum, siti specializzati su tali prelibatezze, oppure provate a visitare il Food&Book festival che si terrà a Montecatini dall’8 al 10 novembre.
Oppure potreste tentare di indovinare a quali scrittori fanno riferimento le domande che ho utilizzato a inizio post. Buona ricerca e buon appetito.