domenica 25 maggio 2014

La prossima Anna Karenina. Viaggio nella narrativa russa contemporanea.


Avete mai provato a passeggiare per le strade di San Pietroburgo in una notte che stenta ad arrivare, rileggendo la descrizione che Dostoevskij dà della città in Le notti bianche?  C’è una mia vecchia amica che lo faceva regolarmente. Si piazzava sulla Prospettiva Nevskij, proprio in questo periodo dell’anno, quando la sera è ancora giorno (fra fine maggio e i primi di luglio si possono superare le 18 ore di luce in un giorno a San Pietroburgo) e iniziava a leggere e a camminare. Avanti e indietro. Forse, come la protagonista femminile del romanzo, Nasten'ka, in attesa di un suo antico amore che prima o poi le sarebbe apparso, dandole un’altra opportunità. Se qualcuno se lo stesse domandando, no, il suo antico amore non è arrivato, però la mia amica ha rimediato numerosi spintoni dai passanti, una corposa manciata di pali in piena faccia e soprattutto una conoscenza maniacale del testo di Dostoevskij. 
Non parlatele di Tolstoj però. So che ha fatto fare davvero una brutta fine ad Anna Karenina, non peggiore di quella che il grande romanziere russo ha decretato per la sua protagonista, ma decisamente più umida. La copia della mia amica dovrebbe essere ancora nel fiume Neva a sciogliersi e ghiacciarsi, anno dopo anno, turbamento dopo turbamento di una delle protagoniste femminili più famose della narrativa del XIX secolo. Ma se le opinioni possono essere fortemente antagoniste sul valore dei personaggi di Dostoevskjy e Tolstoj (è un po’ come chiedersi se siano più importanti i Beatles o i Rolling Stone nella storia della musica contemporanea), non si può negare che tutto il XX secolo e almeno l’inizio del XXI siano ancora influenzati dalla grande letteratura russa di Dostoevskij, Tolstoj, Gogol’, Pasternak, Puskin, Cechov, Majakovskij, Solženicyn. Così, a poche settimane dall’assegnazione del Puskin House Russian Booker Prize 2014 (premio letterario inglese dedicato al mondo della cultura e letteratura russa) e in concomitanza con i fitti scambi culturali dell’UK-Russia Year of Culture, evento dedicato alla cultura di quella che Putin ritorna a definire Eurasia (per enfatizzare che l’unica strada possibile per il suo paese sia quello di porsi come terza via fra Europa e Asia), in Gran Bretagna  ci si interroga su chi siano (e se esistano) gli eredi di questi grandi narratori. E se qualcuno inizia già a fare i primi paragoni fra Cechov e Michail Šiškin, scrittore russo, trapiantato a Zurigo, tradotto in italiano da Voland, ricordando poi autori già consolidati come Ludmila Ulitskaya, che con il suoDaniel Stein traduttore (tradotto in Italia da Emanuela Guercetti per Bompiani nel 2010) ha venduto più di 250.000 copie solo in Russia, iniziano a diffondersi fuori dai confini nazionali anche altri nomi. A cominciare da Elena Čižova e le sue ricerche del passato (tradotto in italiano da Denise Silvestri per Mondadori nel 2011 il suo Il tempo delle donne) o da Boris Akunin e i suoi gialli con protagonista uno Sherlock Holmes in chiave russa (pubblicato in Italia da Frassinelli). Se ci siano davvero fra questi autori i discendenti artistici dei romanzieri russi del XIX secolo, lo dirà il tempo, anche se parte della stessa intellighenzia russa non sembra pensare che ne valga la pena perché privi (i nuovi autori) del necessario coraggio di turbare le autorità.


Noi nel frattempo una lettura curiosa e aperta potremmo comunque concederla.

domenica 18 maggio 2014

Il Salone Internazionale del libro di Torino? È come giocare ad acchiapparella.

Nel post di domenica scorsa, ricordavo che i libri non sono corpi morti, ma universi viventi. Possono diventare il nostro Dio personale e consigliarci nelle scelte, anche in quelle più difficili. Qualche giorno fa camminavo per i padiglioni ancora chiusi al pubblico del XXVII Salone Internazionale del libro di Torino. Erano passate da poco le 9 del mattino e il salone avrebbe aperto al grande pubblico solo di lì a un’ora. Il silenzio rimbalzava sui soffitti a griglia, si muoveva veloce come un serpente di vento sul pavimento, per attorcigliarsi corposo alle travi di cemento beige, retaggio dello stabilimento di produzione FIAT che qui ha dimorato per cinquant’anni, assemblando pezzi di storia automobilistica come la Topolino. Poi, d’un tratto, il silenzio si è fermato al mio fianco ad ascoltare il sospiro dei libri. Incerottati, ingabbiati e “incopertati” (a secondo del materiale usato dai singoli standisti per tentare di proteggere i libri da mani estranee) erano lì tutti a fremere, perché fossero liberati e così il loro respiro si ingrossava, come se qualche fanatico manuale di fitness li avesse costretti a tenersi in esercizio per apparire più sottili e luminosi, attirando su di loro gli occhi di un lettore.
La tentazione, forte, è stata di liberarli, avrei aiutato anche gli standisti, cui tocca coprire e scoprire le loro offerte al lettore ogni mattina e ogni sera delle cinque giornate del Salone. E poi avrei parlato con tutti quei libri, con i “retati” del Gruppo editoriale Mauri Spagnol e di Sellerio, con gli incerottati Adelphi, i “tendati” Speling & Kupfer e persino con gli intoccabili Einaudi (gli unici liberi e comunque ansiosi). Gli avrei detto che non dovevano spingersi gli uni con gli altri sugli scaffali e che non c’era verso di perdere pagine per apparire sottili e leggibili a chi si spaventa per gli over 300. Gli avrei detto che il fine settimana è il periodo più pesante per il Salone ma anche quello che dà a un numero sempre più alto di loro la possibilità di essere acquistati e poi, magari, anche letti. Gli avrei raccontato delle corse che avrebbero dovuto fare i loro creatori, palline da ping pong umane, lanciati a velocità di doppia curvatura fra presentazioni, autografi, interviste, “presenziate” (orrido termine di cui rifiuto la paternità, molto usato in Salone a intendere la necessità/dovere per gli scrittori di partecipare a presentazioni di libri altrui per tentare di avere indietro il favore).
Gli avrei ricordato che dietro gli autori avrebbero corso, anche di più, i referenti degli uffici stampa delle varie case editrici, quelli dei singoli autori (per i più importanti e presunti tali) e relativo stuolo di astanti devoti in cerca di un parere su un manoscritto che l’autore non leggerà mai. Per non parlare di chi avrebbe rincorso i responsabili degli uffici stampa per confermare un’intervista che: «…sì, doveva essere per le 15:00, ma forse alle 14:30 è meglio, così posso inserire alle 15:00.., magari la mattina presto che c’è meno casino. A distanza? Sì, a distanza, forse. Quando torniamo a Milano?» per poi ritrovarsi a condensare venti minuti d’intervista in una chiacchierata in piedi di 45 secondi.
Insomma, perché i libri si stavano affannando tanto? Ero io a dovermi preoccupare. A me toccava iniziare a camminare, a fare file e a rincorrere chi rincorreva gli autori in fuga, solo per provare a fare qualche intervista.



domenica 11 maggio 2014

La colazione di Proust al Salone Internazionale del libro di Torino




Ci sono dei libri che vanno tenuti sul comodino. E non per far vedere agli amici che leggete Proust. In pochi leggono Proust e nessuno, di certo, insiste a leggerlo in maniera continuativa per anni come dimostra anche la spessa polvere che si è depositata sopra la copertina della vostra copia de La ricerca del tempo perduto. Cessate di fingere e smettete anche di ingozzarvi di madeleine, Marcel ne usava solo una e ne bastava un boccone intinto nel tè per scatenare i suoi ricordi. Spolveratelo quindi e riponetelo nella libreria, ricordando l’insegnamento di Roberto Roversi: i libri non sono corpi morti, ma universi viventi. Vanno trattati con la dovuta attenzione non solo mentre li si legge, ma anche mentre ci si prepara a farlo, predisponendo la mente al pensiero e alla conoscenza della divinità del momento, ossia quella che teniamo sul comodino perché venga letta e non usata come poggia bicchiere d’acqua. Prima di scegliere il vostro prossimo Dio, pensateci bene e, per allinearci al vostro Proust, ricercate. Non fermandovi soltanto alla pila dei best seller, ma osando andare oltre. Perlustrate le librerie e visitate le fiere del libro. 






Proprio in questi giorni a Torino si sta tenendo il più importante evento editoriale del mercato italiano: Il Salone Internazionale del Libro. Giunto alla XXVII edizione, il Salone del 2014 è dedicato al bene. Bene morale, culturale, inteso soprattutto come necessità di ridisegnare le regole del gioco del vivere sociale. Regole che negli ultimi anni hanno subito non poche inversioni di paradigma, portando prevaricazione, mancanza di responsabilità e immediatezza  (dei risultati desiderati e delle conoscenze che si vogliono acquisire) a modulare le nostre giornate. L’obiettivo del salone è di riuscire a tradurre le idee dei tanti scrittori, filosofi e critici che interverranno in una prima road map (per usare un termine molto in auge nella politica odierna) concreta che permetta ai lettori che non si accontentano delle proprie idee ma sono desiderosi di confrontarsi con quelle altrui, di porsi domande, di diventare elementi attivi in questa nuova ricerca di consapevolezza che il bene dovrebbe imporci. Madrina di questa edizione del Salone Internazionale del Libro di Torino è Susanna Tamaro, con cui poco tempo fa abbiamo avuto modo di parlare piacevolmente proprio della necessità del lettore di porsi domande.  Domande che sono la chiave di volta di ogni libro che si rispetti e del romanzo in particolare. Domande che, Proust insegna, vanno cercate anche quando si sta facendo colazione, magari a uno dei punti ristoro del Lingotto.


domenica 4 maggio 2014

Henri Cartier-Bresson: Il grado zero di un viso. Un libro raccoglie quarant'anni d’interviste.

Il 30 aprile è uscito in libreria un libro molto particolare. Non è un romanzo e non è un saggio, non è un mémoire e non è una raccolta di poesie, ma ha al suo interno frammenti di tutte queste forme di espressione. Parliamo di Vedere è tutto (edito da Contrasto, collana Logos Lezioni di fotografia, 2014) raccolta delle interviste rilasciate da Henri Cartier-Bresson tra il 1951 e il 1998. Fotografo, disegnatore, prigioniero evaso, feticista dello sguardo, uno dei pochi artisti dell’immagine a poter dire di aver visitato la propria mostra postuma (al MoMA nel 1946 quando era stata dato per disperso) quasi sessant’anni prima di morire “davvero” all’età di novantasei anni. 
Parlare di Henri Cartier-Bresson (HCB) è parlare della storia della fotografia in generale e della street photography in particolare, ma vuol dire soprattutto tentare di entrare nella sua ricerca del «grado zero di un viso», di cosa, citando Roland Barthes, si nasconde sotto almeno quattro diversi livelli di percezione: quello che il soggetto crede di essere; quello che vorrebbe si credesse che fosse; quello che il fotografo crede che il soggetto sia; e per finire quello che serve al fotografo per far mostra della sua arte. A questa complessa e infinita ricerca HCB non si è mai sottratto, cercando di passare inosservato per poter osservare senza pregiudizi, pur sapendo che, «a volte, bisogna rinunciare a capire e a spiegare. Si deve guardare e basta.» Magari con la fidata Leica con l’obiettivo da 50mm (e non con il 35mm che fa pensare a ogni fotografo di essere il Tintoretto)[1] per catturare la frazione di tempo che si è rotta proprio davanti a voi, come una provetta di emozioni montate al rovescio, non perché meritevoli, ma solo incredibilmente fortunati. 
A questo tipo di epifanie io credo ancora, le aspetto e qualche volta le incontro. Sulla mia scrivania campeggia per i momenti bui Il silenzio interiore – I ritratti di Henri Cartier-Bresson (edito da Contrasto nel 2006), raccolta di ritratti di HCB di cui il mio preferito è quello di Ezra Pound. Mi sembra di averlo lì, in quel momento, con i  suoi capelli arruffati, covoni candidi distrutti da un tornado, e i suoi occhi pronti a scavarti dentro, a osare ribaltare sull’obiettivo di HCB la sua stessa ricerca. A fine settembre una grande mostra retrospettiva di HCB arriverà a Roma  al Museo dell’Ara Pacis, dopo essere stata inaugurata a Parigi al Centre Pompidou a dieci dalla scomparsa di questo disegnatore di umane tensioni. Non vediamo l’ora di vederla, senza leggere i cartellini vicino alle opere e senza cuffie nelle orecchie, mi raccomando, lui non avrebbe apprezzato.




[1] Si fa riferimento a un commento di HCB apparso in articolo di Pierre Assouline (Cartier-Bresson _ Locchio nascosto) su LEspresso del 30 aprile 2014.