domenica 26 maggio 2013

Cina: dai ventilatori alle Adidas, passando per Amélie Nothomb.

Vi è mai capitato di conoscere qualcuno che ha vissuto in Cina?


Magari mentre vi trovavate a cena con degli amici vi ha chiesto di passargli il sale e poi, mentre vi restituiva la saliera, guardando con disappunto un qualsiasi oggetto sul tavolo davanti a voi, ha detto qualcosa come: “Quando vivevo a Pechino, questo non accadeva”.

Voi allora lo avrete guardato con un’espressione smarrita, domandandovi per quanto tempo vi eravati distratti a fissare la dimensione sconvenientemente smisurata della vostra pizza, per non esservi resi conto di aver iniziato una conversazione sulla Cina con uno sconosciuto.

Non vi preoccupate, stavolta non è colpa vostra, avrete soltanto incontrato un seguace di quella che Amélie Nothomb definisce «una proprietà specifica della Cina», ossia il suo essere «un classico, l’assoluto, Chanel n.5»[1], detentrice di un fascino senza tempo, capace di rendere cechi coloro che vi entrano e che racconteranno sole le cose belle che hanno visto. «La Cina è come un’abile cortigiana capace di far dimenticare le innumerevoli imperfezioni del corpo senza neppure nasconderle e di far innamorare tutti i suoi amanti[1]
Questo almeno è il Paese che la scrittrice belga ci racconta nel suo libro Sabotaggio d’amore in cui, attraverso gli occhi di una bambina di 7 anni, descrive la Cina degli anni settanta: quella del comunismo “cattivo”, delle divise grigie, dei campi e dei ghetti, della sorveglianza maniacale e del cemento armato (quest’ultima caratteristica ancora più presente nella Cina attuale, sebbene dotata di scintillanti rivestimenti), ma soprattutto la Cina dei ventilatori.

Sì, avete capito bene, proprio dei ventilatori, perché il caldo umido in Cina non è mai mancato, ma a differenza del vicino Giappone da cui proviene la piccola eroina belga del romanzo della Nothomb (che guarda caso è di famiglia belga, ma è nata a Kobe) la Cina sembra essere sprovvista di molte e necessarie comodità di base, come l’aria condizionata, le bibite gassate o un bel giardino in cui passeggiare. È zeppa invece d’immondizia, odora di «vomito di bambino» ed è costellata di orridi cubi di cemento senza ascensore. In uno di questi verrà confinata la famiglia della protagonista insieme ad altri diplomatici stranieri: siamo nel ghetto di San Li Tun (che in cinese vuol dire più o meno “luogo a un chilometro e mezzo da lì”, dove il “lì” si riferiva al ponte Dongzhimen), molto lontani dai colori e dai fasti dell’obiettivo di Bernardo Bertolucci del suo L’ultimo imperatore, molto lontani dalla Città Proibita, dal Tempio del Cielo, dalla Collina Profumata. È qui che Amélie Nothomb ambienta una nuova guerra mondiale, ben più ampia e complessa di quelle che la Storia ci racconta, una guerra che è durata tre anni e ha coinvolto decine di nazioni, producendo atroci effetti sugli eserciti coinvolti, la cui età media si aggirava intorno ai dieci anni.


Bambini. La guerra di Amélie Nothomb è fatta di bambini, non per questo è meno dura e spietata. Ma ciò che colpisce il lettore di Sabotaggio d’amore è il paragone fra la Cina anni settanta e quella attuale, fra il San Li Tun del 1974 e quello del 2013. Se piccoli frammenti del fascino da Chanel n.5 di cui ci parla Amélie Nothomb rimangono ancora oggi, il resto sembra essere stato assorbito dal cemento. Da una smania tentacolare di inglobare tutto il peggio possibile dall’Occidente e dell’Oriente, mischiandolo con l’immondizia, la disperazione e l’ingordigia.


Chissà quanti dei turisti che oggi vanno a visitare San Li Tun e il suo Village di 19 palazzi splendenti, il cui simbolo sono i grandi logo di UNIQLO (azienda giapponese di abbigliamento di design) e di Adidas, sanno che un tempo lì c’erano solo dei vecchi cubi di scuro cemento, con alte mura e soldati pronti a controllare che nessuno dei diplomatici ospiti della Cina potesse uscire e vedere? La sostanza non è cambiata molto, solo la forma delle trappole è mutata, le guardie sono diventate più astute, lasciando un margine di movimento appena un po’ più ampio ai loro prigionieri, mentre la guerra continua, tra un acquisto e l’altro...

La prossima volta, quando incontrerete il signor “Quando vivevo a Pechino, questo non accadeva” provate a scoprire da che parte sta.


domenica 19 maggio 2013

Il catalogo di Baricco.

Qualche giorno fa avevo un appuntamento con un amico scrittore per confrontarci su un romanzo cui sto lavorando e, come d’abitudine, sono arrivato trafelato e poderosamente in anticipo. Per perdere, anzi per guadagnare qualche minuto, mi sono subito infilato in libreria. Cerco sempre di scegliere come luogo d’incontro con una persona un posto che abbia nel raggio di cento metri una libreria, così riesco a farci un salto ed è forse per questo che arrivo in anticipo agli appuntamenti.


Entrato in libreria, mi sono messo a piluccare fra gli scaffali delle novità Feltrinelli, incontrando subito l’ultimo lavoro di Alessandro Baricco: Una certa idea di mondo [1]. Si tratta della raccolta degli articoli usciti su La Repubblica nel 2012 in cui lo scrittore ci presenta la propria idea di mondo attraverso i cinquanta libri che ha più amato negli ultimi dieci anni.
Tendo a diffidare delle raccolte di articoli di scrittori trasformate dalle sapienti mani del marketing nel “nuovo libro di”, tuttavia penso che Baricco sia uno degli scrittori italiani viventi con la maggior padronanza della lingua, del ritmo narrativo e dei piccoli “trucchi” che possono trasformare un buon libro in un successo. Perciò l’ho raccolto dallo scaffale (vittoria del marketing!) e ho iniziato a sfogliarlo. Volevo proprio scoprire cosa ha letto Baricco negli ultimi dieci anni e soprattutto cosa gli è piaciuto, per dilettarmi in uno degli esercizi più amati dai lettori forti e fortissimi: vedere se scovano una scheggia dei libri che l’autore ha amato in quelli che ha scritto.

Risultato? Beh, intanto ho scoperto che Baricco negli ultimi dieci anni ha catalogato i libri con un metodo che potremmo definire “libero sequenziale”, ossia ogni nuovo libro veniva affiancato al precedente sugli scaffali della sua libreria, senza curarsi dell’ordine alfabetico per autore o per titolo, in modo che sarebbe poi bastato scorrere i dorsi dei suoi libri da sinistra a destra per ripercorrere le emozioni e gli eventi che la vita gli aveva offerto in corrispondenza di ogni volume. Scorrendo i suoi dorsi, Baricco ha pescato una cinquantina di libri che ha deciso di condividere con i suoi lettori.

E voi? Come li catalogate i libri? In ordine alfabetico? Per titolo? Autore? Periodo storico? Colore? Dimensione?

Io l’ho sempre fatto in “modalità mista”. Nella mia libreria si segue in parte l’ordine alfabetico per autore, in parte la tipologia di libro (romanzo, racconti, poesia, saggi), in parte l’ordine di acquisto, lasciando alcuni ripiani alle letture in gestazione. Certo, ho anche delle mensole dove raccolgo e unisco libri apparentemente inconciliabili, dal teatro di Sartre a quello di Stoppard, dalla poesia di Majakovskij a quella della Szymborska, da Fitzgerald a De Laclos, da Coetzee alle vecchie guide di Londra dei primi del Novecento, da una vecchissima edizione di Robison Crusoe ai diari di viaggio di un diplomatico inglese in Giappone alla fine dell’Ottocento, fino ad consumato tomo sui rapporti epistolari di John Keats. Non ci crederete, ma ciononostante riesco (quasi) sempre a trovare i libri che cerco e cui ritorno, anche solo con il tatto. Tutte letture indissolubilmente connesse fra loro (solo per me), amate anche per il momento preciso della vita in cui sono state lette.

Va detto che in fatto di catalogazione non sono certo il più originale. Tempo fa ho avuto la fortuna di visitare la casa museo di un famoso linguista, dove i libri erano catalogati per affinità estetica con l’arredamento che avevano intorno, così come ho visto un editor divedere i suoi libri sui due piani della casa: quelli che meritavano una seconda lettura (al piano terra dove viveva di più) e quelli che non avevano raggiunto l’obiettivo per cui erano stati scritti (al piano superiore). È inutile dirvi che le librerie del piano superiore erano straripanti, mentre quelle al piano terra erano semi vuote. Leggendo un articolo di Javier Cercas (tradotto da Elena Rolla su La Lettura) sull’opera di Roberto Bolaño (autore presente con il suo 2666 anche nella lista di Baricco di cui parlavamo all’inizio del post) mi ha colpito il riferimento a Cyril Connolly che ha scritto «la vera missione di uno scrittore è creare un capolavoro», secondo Cercas in pochissimi ci riescono e uno di questi è stato sicuramente Bolaño, per gli altri rimane una vita di tentativi di insoddisfazione a prescindere dal numero di copie che si riesce a vendere e dai premi che si riescono a vincere.

L’editor con i suoi due piani di libri avrebbe di certo apprezzato.

domenica 12 maggio 2013

"I advance for as long as forever is" (Io vado avanti per quanto è lungo il sempre) [1] .



Maree a Laugharne
Il Galles, aspro e malinconico, dalle continue suggestioni che salgono e scendono nell’animo del viaggiatore che si perde in queste terre come la marea, che lenta e gelatinosa tutto inghiotte ed espelle.



Vicino a una delle infinite rovine di castelli che presidiano questa protuberanza di muschi, mucche e isole nell’oceano atlantico, sorge la cittadina di Laugharne (la pronuncia corretta dovrebbe essere ‘larn) dove ha vissuto a fasi alterne, dal 1938 al 1953, Dylan Thomas in una minuscola boathouse. Pochi passi più in là, in qualcosa di molto simile a un capanno per gli attrezzi, il poeta gallese aveva creato uno studio. Poco più di una finestra sulle maree e le sabbie melmose e grigie[2], cui era addossata una piccola scrivania e una scalcagnata stufa, che poco avrà potuto fare contro l’umidità e i venti pungenti dell’inverno gallese.





studio di Dylan Thomas
Laugharne
Da quella finestra il poeta osservava e scriveva, poi usciva a passeggiare nelle strade di Laugharne, registrava, sistematizzava, dimenticava, setacciava parole, le reinterpretava, creando così la Llareggub in Under Milk Wood e molti dei suoi versi.


Proprio da un verso di Dylan Thomas (quello usato come titolo di questo post) parte il romanzo Mandami tanta vita [3] di Paolo Di Paolo, un viaggio attraverso un frammento delle esperienze di Piero (personaggio ispirato alla figura di Piero Gobetti) e di Moraldo, due ragazzi poco più che ventenni agli antipodi.



Piero è sicuro di sé, capace di destreggiarsi tra riviste letterarie da fondare e dirigere, articoli da scrivere, libri da pubblicare, discorsi politici da preparare, perfettamente consapevole del ruolo di rottura e rinnovamento che la società chiede alla sua generazione. Moraldo invece è irrisolto e incerto, a questo richiamo non sa come rispondere e così guarda a Piero, perché lo ammira e lo invidia e lo segue. E il lettore segue Moraldo che spia Piero e così facendo entra nei dubbi del primo e nelle certezze del secondo che osano anche mischiarsi e sovrapporsi, ma che saranno inghiottiti dalla vita che scorre e che attende di capire chi sarà pronto a lottare contro ciò che per tutti gli altri è “giusto” e “deve essere” e chi invece aspetterà che sia qualcun altro a sacrificarsi.


Lottare, sempre, "per quanto è lungo il sempre"[1], come ha fatto Dylan Thomas. Contro l’establishment, contro ogni forma di imposizione, contro la cultura ufficiale del suo tempo che rifiutava la personalizzazione a favore dell’intellettualizzazione del verso. E proprio nella dicotomia fra emozione e intelletto, è racchiuso uno degli elementi più interessanti del libro di Paolo Di Paolo, che si sofferma anche sulla parte più nascosta di Piero, ossia quella emozionale, quella che nel Piero in carne e ossa (Gobetti) spesso era difficile da identificare e che invece nel Piero descritto con l’occhio “moraldesco” non solo esiste, ma a volte decide.


domenica 5 maggio 2013

Sony World Photography Awards 2013, una possibilità per cambiare obiettivo.



from advertising campaign for the sneaker brand Jim Rickey
Christian Aslund - Sweden
Londra è la capitale europea dell’innovazione. 
Dall’architettura, che si evolve e osa costruire nonostante la crisi, alla musica che si diffonde nella città infiammando quartieri e orecchie, dalla danza che si mette costantemente alla prova, al teatro che trova nella scrittura il suo rifugio più luminoso e più rischioso, dimostrando che chi osa può anche riuscire a ottenere il giusto riconoscimento. Londra, così pronta a cambiare punto di vista sulle persone che la formano e la agitano, da passare senza sosta da obiettivo in obiettivo (soprattutto se il risultato lo si vedrà a lungo termine), senza aver paura di muovere avanti e indietro il suo zoom, se questo potrà attirare gli occhi del mondo su una nuova idea. E allora Londra e nessun’altra poteva essere scelta dalla World Photography Organisation (WPO) come sede per l’esposizione al pubblico dei vincitori dei Sony World Photography Awards  (la più ampia e rinomata gara di talenti in ambito fotografico al mondo). 122.000 partecipanti (professionisti e non) da 170 paesi ne fanno una competizione globale che punta il suo focus su alcuni temi ritenuti dominanti dal WPO. Dal lifestyle alle persone, dal viaggio alla vita che ancora resiste assediata dall'uomo, dal tema sociale a quello politico, flussi di emozioni che i vincitori spesso sono riusciti a concentrare in un piccolissimo spazio, in un’immagine, da cui è stato tagliato tutto il grasso su cui i nostri occhi sono stati abituati a planare veloci per scivolare via, senza fermarsi. Hemingway sarebbe stato un grande fotografo, accanito pulitore del linguaggio fino all'ossessione,  fino a quell'unica inquadratura verbale che, da sola, offriva al suo lettore un nuovo mondo da esplorare. 
Mirella - 3rd place lifestyle
Fausto Podavini - Italy
Sfogliando il catalogo della mostra i vostri occhi si potranno soffermare su diverse immagini e su altrettanti squarci che mostreranno gli infiniti livelli di mondo che abbiamo sotto i piedi, dimostrando che mai nome più adatto fu scelto per chi cerca di farci osservare il mondo con un occhio diverso: fotografo. “Fotografia” deriva infatti dalle parole greche: luce ς | phôs) e grafia (γραφή | graphè). Fotografia significa quindi scrittura con la luce e il fotografo non è altro che uno scrittore di racconti brevi, immediati. 
Un racconto di mutamento lo può narrare anche la sede che per la mostra è stata scelta. Un altro simbolo del rinnovamento londinese: Somerset House, cupa e imponente sede istituzionale britannica, divenuta negli ultimi anni luogo di contaminazione fra diversi tipi di arti, nonché suggestivo pensatoio, dotato di una immensa corte in cui l’acqua sbuca dal terreno in maniera stupendamente discontinua. 
La mostra resterà aperta fino al 12 maggio, ecco il link con tutte le informazioni, per chi stesse pensando a cambiare obiettivo e punto di vista: http://www.somersethouse.org.uk/visual-arts/world-photo-london