domenica 27 dicembre 2015

La ricetta di Naomi Kawase per respirare ogni attimo che ci passa accanto

Molti ottimi film nascono da un eccezionale libro. Non abbiamo ancora avuto la possibilità di leggere An di Durian Sukegawa, ma il successo del film omonimo tratto dal romanzo di questo autore, all’ultimo Cannes prima e al Toronto Film Festival poi, potrebbe spingere (e ce lo auguriamo) anche un editore italiano a seguire le orme del collega francese Albin Michel (la storica e ricercata casa editrice che pubblica fra gli altri i romanzi di Amélie Nothomb), traducendo dal giapponese la storia della signora Toku. 

Di sicuro la regista Naomi Kawase il libro lo ha letto e ne è rimasta folgorata, trasformandolo in un film uscito da poco nelle nostre sale con il titolo di Le ricette della signora Toku. Ogni gesto dei suoi personaggi sembra in bilico su un burrone di sensi che si muovono nella storia sotto un tappeto di petali di ciliegio. Passeggiarvi sopra sembra facile e dolce, ma l’essere umano ha imparato a ricoprire il dolore di strati di ‘presentabilità' per gli occhi esterni. Ha imparato che la più piccola diversità lo può far esiliare dal gruppo in cui gli è toccato vivere e sa che la vita al di fuori del gruppo può essere assai lunga, oltre che molto dura. La signora Toku di diversità ne sa abbastanza, portandosi dietro deformità dalla fanciullezza, deformità che le hanno negato molti fra i più naturali e scontati diritti degli ‘altri’. Eppure la signora Toku, a 76 anni, è ancora alla ricerca di qualcosa che le possa restituire un pezzetto di gioia. Quel qualcosa lo trova impropriamente in un quarantenne infelice e solo che è costretto a gestire un piccolo forno per ripagare un debito. Il piccolo forno offre ai suoi clienti un unico prodotto: il dorayaki, un dolce composto da due piccoli pancake tenuti insieme da una speciale composto di fagioli rossi (a metà strada fra una marmellata e una purea - l’An del titolo originale del libro e del film). 


Diventato famoso ben al di fuori dei confini nipponici grazie al gatto robot Doraemon, cartone animato giapponese degli anni ’80, ghiotto di questi speciali dolcetti, il dorayaki diventa nel film di Kawase l’unico vero sistema di comunicazione fra diverse solitudini: quella obbligata della signora Toku,  segregata in un sanatorio per decenni, quella voluta di Sentaro, fornaio insoddisfatto che non è goloso di dolci eppure non fa che prepararne e quella da cui non sembra possibile uscire di Wakana, ragazzina che ha come unico amico un canarino giallo che tiene in gabbia per non ritrovarsi senza nessuno con cui condividere le proprie paure. 



Mentre i ciliegi perdono i loro petali, i fagioli rossi si consumano sotto un coperchio di legno e le foglie di olmo si scuotono cercando di dirci che è tempo di partecipare al cambiamento in cui siamo immersi da quando siamo nati, lo spettatore si troverà ad astrarsi, se saprà approfittare del ritmo volutamente rallentato di questo film, cercando di capire dove lo sta portando la propria mutazione.


domenica 20 dicembre 2015

I migliori libri del 2015? L’opinione del The New York Times.



Mettete insieme Michiko Kakutani, Dwight Garner e Janet Maslin e avrete la pagina della critica letteraria del The New York Times, uno dei giornali più influenti nel mondo anglosassone per decretare o far sfiorire un best seller. 

Lo scorso 10 dicembre il giornale americano ha pubblicato un articolo che, partendo dal lavoro dei tre i critici, prova a esprimere un ‘verdetto’ sulla narrativa del 2015 in lingua inglese (comprese le traduzioni da autori non anglosassoni). Chiaramente i tre non sono d’accordo su tutto (su ben poco in realtà), tanto che lo stesso The New York Times ci dice che «non è stato possibile chiuderli in una stanza e fargli scegliere una loro ‘Top 10 list’ dei migliori libri del 2015», così il prestigioso giornale ha preferito presentare al lettore le preferenze dei tre separatamente. Prima la «temibile» Kakutani, poi Janet Mislen e per finire Dwight Garner.

Scopriamo che il caso Elena Ferrante e il suo inarrestabile successo in UK (definita ‘geniale’ dal Telegraph e addirittura ‘tolstoyana’ dall’Independent, portando alcuni critici britannici a paragonarla a Jane Austen in chiave ‘esplosiva’), ha convinto anche gli USA e la Kakutani, che pone il suo The Story of the Lost Child (Storia della bambina perduta - pubblicato in Italia da edizioni e/o) al top della sua classifica personale del 2015, dimostrando che è possibile creare un best seller seriale italiano che riesca a valicare i confini nazionali

E sebbene il mistero che avvolge l’identità dell’autrice (un uomo, una donna o un gruppo di autori che si alternano nella scrittura?) e il caso che attorno a esso è stato costruito ad arte, abbia aiutato la diffusione dei suoi libri, va detto che, pur non brillando per innovazione e puntando più a cullare il lettore nelle sue certezze che a farlo confrontare con i propri dubbi, il libri della Ferrante sono costruiti molto bene, con un impianto narrativo coeso e capace di mantenere elevata la curiosità del lettore per il ‘seguito’. In più speriamo che i romanzi della Ferrante abbiano l’effetto di aumentare l’attenzione degli autori stranieri sulla fiction made in Italy

Assieme alla Ferrante la Kakutani cita M Train  di Patti Smith (edita da Knopf), mémoire sull’amore e la sua perdita, dedicato al marito della musicista e poetessa americana. Un testo che la Kakutani definisce lirico e ‘pittorico’ nel suo flusso narrativo, che parte dalla fanciullezza della Smith, permettendoci così di entrare in ‘comunione’ con la sua idea di mondo. 

Abbiamo poi City on Fire (in uscita con Mondadori con il titolo Città in fiamme), opera prima mastodontica (1.200 pagine) di Garth Risk Hallberg, ambientata nella New York degli anni ’70, romanzo caleidoscopio che si muove su una miriade di personaggi, offrendo al lettore la possibilità di immergersi in una città dove stava nascendo il movimento punk, una città in fiamme che oggi non esiste più. 

Janet Maslin  si sofferma sul successo The girl on the train di Paula Hawkins (La ragazza del treno - edito in Italia da Piemme) . Il libro ha avuto un successo planetario ed è già in produzione un film tratto dal romanzo. Personalmente ho avuto difficoltà a concluderlo e l’ho trovato ricco di banalità, sapevo esattamente dove l’autrice mi avrebbe portato e che strada avrebbe usato per farlo. Due qualità che non amo in un romanzo, ma Janet Maslin non sarebbe d’accordo con me. Altro libro di cui la critica del NYTimes rimane invaghita è The Cartel di Don Winslow (pubblicato in Italia da Einaudi con il titolo de Il Cartello) che, insieme al precedente The Power of the Dog,  rappresenta la conclusione di un’epopea sullo stile de Il Padrino, che ha come sfondo la guerra della droga in Messico e negli USA nell’arco di quarant’anni.


Dwight Garner ci presenta una top list 2015 che sembra preferire di gran lunga biografie e mémoire, soffermandosi sulla storia di James Merril (James Merrill: Life and Art di Langdon Hammer - edito da A. Knopf), biografia letteraria del figlio del cofondatore della Merrill Lynch che è diventato uno dei più importanti poeti americani del Novecento e sul mémoire della fotografa Sally Mann (Hold still: a memoir with photographs), finalista al National Book Award


domenica 13 dicembre 2015

L'uomo davvero consapevole sarà libero di agire? Il punto di vista di Boris Pahor

Conoscere Boris Pahor è come incontrare un secolo di storia: classe 1913, scrittore e libero pensatore sloveno, membro delle truppe partigiane slovene negli anni’40, internato dai nazisti nei campi di concentramento di Dachau e Bergen-Belsen, Legion d’onore del governo francese e Premio Viareggio-Versilia, la sua opera è tradotta in decine di lingue.

Boris Pahor

Quando l’incontro, mi ritrovo davanti a un signore dai capelli bianchi come il ghiaccio della sua terra, infagottato in una sciarpa carta da zucchero, come se si aspettasse a Roma, in un pomeriggio domenicale che vedrà il suo intervento a Più libri più liberi, la stessa bora che batte la sua Trieste. Confrontarsi con lui è come confrontarsi con un’enciclopedia vivente, pronta a dispiegare le proprie pagine se la domanda che gli sarà posta è quella che ritiene giusta, adatta a testimoniare un adeguato livello di conoscenza del mondo da parte dell’intervistatore.

E vi assicuro che qualche brivido il vostro intervistatore l’ha provato nel misurare il valore delle sue domande.
Nel libro Quello che ho da dirvi, pubblicato proprio in questi giorni da nuovadimensione editore, il Boris Pahor sloveno-triestino, fedele alle sue radici geografiche e culturali (egli stesso si definisce «uno sloveno che scrive in sloveno in Italia») si confronta con un gruppo di ragazzi che hanno novant’anni meno di lui e cercano di forare la coltre dei decenni per “servirsi” della sua conoscenza ed esperienza.
E quello che abbiamo provato a fare anche noi, partendo subito con l’attualità sociopolitica in cui ci muoviamo, pensando che un secolo di storia potesse esserci davvero utile per interpretare meglio il presente. 

Come vede Boris Pahor gli ultimi eventi drammatici che hanno toccato Parigi e l’Europa. Eventi che sembrano enfatizzare il forte agonismo che muove gli stati nazionali fra di loro e nei confronti dei migranti che spingono sulle frontiere?
L’Europa è stata sempre dominatrice e colonizzatrice nei confronti degli altri continenti. Questa mentalità rimane ancora salda al potere, anche se sotto altre forme. Il presidente francese farebbe un’opera intelligente se oggi dicesse che quello che è accaduto a Parigi, la morte di questi innocenti, è connesso a ciò che ha fatto la Francia e l’Europa con il colonialismo (geografico prima ed economico poi) ai popoli che ha cercato di controllare. È importante non perdere questa percezione. Questo non vuol dire certo giustificare i fatti tragici di Parigi, ma solo essere consapevole di cosa ha mosso quelle persone a fare ciò che hanno fatto. Così penso che la reazione militare della Francia non cambierà niente. Con i bombardamenti non muoiono solo le persone che hanno organizzato azioni violente contro l’Occidente, ma anche tanti altri innocenti e questo rischia di innescare un movimento circolare. 

Lei ha vissuto l’estremizzazione della diversità, usata come baluardo di un nazionalismo feroce, come quello del fascismo in Italia nei confronti delle minoranze. Pensa stiamo assistendo a qualcosa di simile oggi in paesi come la Francia, dove l’estrema destra sembra irrefrenabile? 
Non ho un’opinione positiva della Francia odierna. Io ho avuto la Legion d’onore in Francia per il mio libro Necropoli in cui ho parlato della vita in un campo di concentramento, ma sia in quell’occasione, sia in altri momenti pubblici, ho evidenziato come la Francia tenda a soffocare le differenze culturali a favore di una propria idea di nazionalismo esclusivo. In questo la Francia è l’ultima in Europa per riconoscimento di rilevanza a lingue autoctone francesi che non siano il francese stesso. Queste lingue “secondarie” non hanno necessità di morire, tanto più se non vogliono morire. Ogni lingua esistente è una ricchezza e va preservata. Quando L’Italia fascista ha iniziato la sua persecuzione nei confronti delle minoranze presenti sul territorio non ha detto agli italiani: “la popolazione slovena deve perdere la lingua e la sua cultura ed essere integrata nella nostra”. Ha detto: “questi sono terroristi che combattono contro il popolo italiano per ferirlo”. Nessuno ha spiegato al popolo italiano che gli sloveni combattevano perché il fascismo aveva iniziato un’aggressione nei loro confronti. Quando ho assistito all’età di sette anni all’attacco, con mia sorella Evelina, all'incendio del Narodni dom (il 13 luglio del 1920, la casa di cultura slovena a Trieste, edificio polivalente, progettato dall'architetto Max Fabiani, simbolo dell'ascesa economica e culturale della borghesia slovena triestina, venne distrutto dalle fiamme della furia squadrista. [ndr]), è nata in me una voglia di rivalsa nei confronti di chi era responsabile di quell’atrocità. L’Occidente parla spesso di terroristi, ma bisogna stare attenti e provare a vedere la cosa sempre da diversi punti di vista. Come si è comportato l’Occidente nei confronti di queste persone negli ultimi decenni? Quando c’è stata l’occasione di prendere e dominare non si è tirato indietro.
Narodni Dom distrutto

Parlava prima di Necropoli, in cui lei ha descritto la condizione dei campi di concentramento. Uno dei meriti di questo libro è quello di far conoscere al lettore la diffusione del sistema del campo non solo nei confronti degli ebrei, ma verso qualsiasi sistema di valori ritenuto «diverso» rispetto a quello Nazifascita e quindi «sbagliato». Quanto è importante per lei che si diffonda questa consapevolezza?

Sembra che tutto il male fatto dai nazisti si limiti alla distruzione degli ebrei, ma accanto a questo orrore ce ne sono stati altri. C’erano anche tutti coloro che resistevano in qualche modo al nazismo. Con i miei libri ho voluto far scoprire anche il resto di questa volontà azzerante. Penso che sia importante per i giovani soprattutto. 

Questo libro nasce dall’incontro con un gruppo di ragazzi e dalle loro domande. Quasi novant’anni li separavano dall’oggetto della loro curiosità, quanto consapevoli li ha trovati del mondo in cui vivono? 

Li ho trovati…sprovvisti. Si arrangiavano, cercando di raccapezzarsi fra quello che io dicevo e quello che avevano imparato fino a quel momento. Pensavano che alcune cose erano più importanti di altre, ma non è sempre così. Noi abbiamo bisogno di giovani bisognosi di conoscere la verità, giovani che si arrangiano da soli e non aspettano la conoscenza proposta dagli altri. 

Pensa che la scuola possa aiutare i ragazzi a essere “meno sprovvisti” di sapere? 
Potrebbe. I ragazzi oggi hanno compreso che possono cambiare la società. Per farlo però non può bastare la conoscenza scolastica. È un punto di vista. Ma un solo punto di vista non è sufficiente. Bisogna andarsi a creare la propria cultura, cercandola in luoghi diversi: nelle biblioteche, in casa degli amici e dei nemici, all’interno dei punti di vista dei perdenti come dei vittoriosi. E poi, bisogna stare attenti ai detentori del potere, del denaro. È lì che si nascondono le bugie più grandi, quelle che interi Paesi possono considerare come l’unica verità. Solo l’uomo davvero consapevole sarà libero di agire.

E lei come è arrivato ad ampliare il suo sistema di saperi?
È successo in seminario. Fu lì che scoprii che bisognava essere due persone in una. Ero un bravo studente, avevo sempre otto in italiano, ecco cosa dovevo essere: un bravo studente italiano. Se non finivamo il liceo non potevamo avere un documento, non esistevamo per il fascismo e non c’era altro tipo di idioma che l’italiano a scuola. Nello stesso tempo non mi fermai al sistema culturale che mi presentavano come unico. Mi procuravo di nascosto libri in sloveno per mantenere salda la mia cultura, cercavo di creare un mio personale sistema di conoscenza. Capii che dovevo combattere il fascismo e non gli italiani. Il primo, ero sicuro, non sarebbe durato per sempre.

domenica 6 dicembre 2015

Dicembre: Più libri Più Liberi, RadioLibri.it e i bilanci da evitare


Ci siamo, è dicembre. Abbiamo fatto di tutto per evitarlo, usando quel lunedì 30 novembre per proteggerci da un mese che non era ancora arrivato e non doveva arrivare. Come il mantello dell’invisibilità di Harry Potter, avevamo ancora quel lunedì, ben piantato nelle nostre agende a dimostrare che non era ancora arrivato il momento per la fine dell’anno. E invece eccolo attorno a noi, ci ha chiuso in un angolo fatto di dolciumi accatastati nei corridoi dei supermercati e strenne natalizie che tentano di sollevare le sorti di un Paese e del suo PIL sempre in affanno.



Guardare in cagnesco, in "orsesco" o in "tigresco" (animali ben più adatti per dimostrare il nostro malcontento), chi sta addobbando gli alberi di Natale nelle vetrine o i bambini che canticchiano a ciclo continuo le canzoncine che toccherà ai loro genitori ascoltare inebetiti alle recite e i saggi di cui saranno disseminati i prossimi giorni, non servirà a nulla. Dicembre è fra noi ed è meglio prepararsi ad affrontare tutte le insidie che ci presenta: la scelta dei regali, i pranzi e le cene con parentame asfittico sempre uguale a se stesso ("l’unica cosa che può cambiare nei pranzi di Natale è il colore dei vestiti dei parenti di turno", parola di Nick Hornby), l’IMU, il divertimento obbligatorio di San Silvestro e soprattutto, se tutto questo non ci fosse bastato e il mix di alcolici e dolciumi ingurgitato non ci avesse stremato, anche il bilancio che ogni fine d’anno presenta. Cosa volevamo fare e cosa abbiamo fatto. Leopardi e Pirandello insegnano: i bilanci sono merce avariata. 

Distraetevi! Provate allora con una passeggiata, magari fra gli stand della quattordicesima fiera della piccola e media editoria, che è in corso al Palazzo dei Congressi a Roma in questi giorni (dal 4 all’8 dicembre). Con i suoi 1.000 relatori, 380 marchi editoriali e più di 300 incontri e interviste con autori, editori ed esperti del settore, offrirà di certo qualche appiglio alla nostra mente per non pensare alla fine dell'anno. Se poi girare fra gli stand e far scorrere fra le mani centinai di libri non dovesse bastare e la nostra mente si rifiutasse di leggere, anche perché nel delirio della fiera non è semplice isolarsi davanti a un buon libro, niente paura: c’è sempre la radio. 

È nata da poco Radio Libri (www.radiolibri.it), una web radio che punta a portare l’amore per i libri e il piacere che il lettore trova nel porsi davanti e dentro l’oggetto libro anche a coloro che non possono, per loro ‘sfortuna’, vivere in continua simbiosi con i mondi paralleli che un romanzo o una raccolta di poesie rappresenta. Questo nuovo soggetto ci permetterà di girare per la fiera con le nostre adorate cuffiette collegate allo smartphone, ascoltando ciò che sta accadendo dalla parte opposta del Palazzo dei Congressi, regalandoci così il dono dell’ubiquità. E se non basta ancora, potremo ascoltare una delle ottanta rubriche che gli ideatori di questo progetto (Matteo Fago, Carlo Mancini e Giorgio Gizzi) si sono inventati per parlare di libri da tutti i punti di vista, parlando di chi i libri li produce, li pubblica, li vende e naturalmente li legge.   

Distratti abbastanza per evitare bilanci pericolosi? Bene, nel caso abbiate ricadute, oggi alle 12:00 in fiera sarà presente Annie Ernaux, alle 14:00 Dacia Maraini, alle 15:00 Carola Susani, Lidia Ravera ed Elena Stancanelli sul concetto di «classico» e alle 16:00 Boris Pahor.

domenica 29 novembre 2015

National Book Awards 2015: Adam Johnson e i best seller per pensare.

Adam Johnson, docente di scrittura creativa a Stanford e scrittore amato persino dalla temutissima critica letteraria Michiko Kakutani, è stato protagonista della premiazione dei National Book Awards, istituzione fra le più longeve e rappresentative della letteratura made in USA (la prima edizione risale al 1950). 

Ottenere il mitico bollino dorato del NBA può cambiare il destino di un libro, trasformandolo in un best seller (nel mercato anglosassone non è considerata una “parolaccia”), sebbene i finalisti di questo premio abbiano già rivelato le loro potenzialità nell’attrarre i lettori. Sono proprio questi ultimi, infatti, insieme a librai, bibliotecari e critici letterari, a designare i finalisti e poi i vincitori delle quattro categorie del premio: Fiction (narrativa), Nonfiction (saggistica), Young’s people literature (narrativa per ragazzi), Poetry (poesia).
Il National Book Award, nato per «celebrare il meglio della letteratura americana, espandere il numero dei suoi lettori e accrescere la consapevolezza del valore di un testo di qualità» esemplifica l’approccio del mercato editoriale americano, in cui qualità del testo e quantità di volumi venduti non sono concetti antitetici. E se anche in USA esistono best seller nati sulle ceneri di trame e intrecci da telenovele brasiliane anni ’70, in cui le “sfumature di colore” sono presenti solo nel titolo, non mancano casi di best seller in cui la qualità letteraria, l’ambizione dell’autore e l’innovazione della struttura narrativa viaggiano di pari passo.


Un caso emblematico è stato il romanzo di Adam Johnson Il signore degli orfani (edito in Italia da Marsilio). Ambientato in Corea del Nord, una terra dove «non esistono librerie e dove i cittadini non possono confrontarsi liberamente su niente […] un mondo dove esiste una sola ed unica versione ufficiale della Storia e dove la propaganda è talmente martellante che in ogni casa c’è una radio obbligatoriamente accesa e sempre sintonizzata sul canale di Stato che trasmette 24 ore su 24 i discorsi dell’unico leader politico», unisce reportage narrativo (Johnson è uno dei pochi americani ad essere entrato in Cora del Nord, spacciandosi per l’aiutante di un raccoglitore di mele) al romanzo di formazione (il romanzo segue la crescita di Pak Jun Do e la sua lotta interiore alla propaganda di regime), con innesti di proiezione fantastica, che sembrano avvisarci della striscia sottile che divide quel mondo dal nostro. Finalista del National Book Award e vincitore del premio Pulitzer nel 2013, è definito da Zadie Smith, scrittrice regina degli incastri narrativi, un autore che «sa perfettamente come si racconta una storia. Questo libro di 554 pagine, che apre la vista su realtà spiacevoli e di difficile digestione, che pone molte domande scomode ed è lontano anni luce dalla “narrativa di intrattenimento” (necessaria ma non sufficiente a colmare le esigenze dei lettori) è diventato un best seller, portando al suo autore una grande visibilità e la possibilità di scegliere due anni dopo, un genere poco amato, almeno dall’editoria nostrana, come i racconti. 


Il suo ultimo libro Fortune Smiles ha vinto l’edizione 2015 del National Book Award per la Fiction e i relativi 10.000 dollari di premio, unendo il nome di Adam Johnson a quelli di autori come Don DeLillo (anche lui premiato al NBA con un riconoscimento speciale alla carriera), Saul Bellow, Toni Morrison, John Updike, Arthur Miller, Philip Roth, Flannery O’Connor, Wiliam Faulkner e Gore Vidal.



Johnson propone ai lettori sei storie, affrontando i temi della sorveglianza tecnologica che riduce i diritti del cittadino, della perdita emotiva, della violenza sui bambini, delle differenze culturali e dei loro impatti sulla nostra vita. Temi duri, affrontati senza paura di infastidire il lettore, che confermano la capacità di Adam Johnson di costruire una storia che assorbe il lettore, costringendolo a riflettere sul mondo che ha intorno, il National Book Award può essere soddisfatto della scelta di quest’anno.

domenica 22 novembre 2015

Basterà Ajaan Hirsi Ali a cambiare l’Islam?


Basterà Ajaan Hirsi Ali a cambiare l’Islam? È la domanda che si è posto Max Rodenbeck sul numero 19 del The New York Review of Books  partendo dall’ultimo romanzo dell’autrice somala (Heretic - Why Islam Needs a Reformation Now, Harper Collins 2015, pubblicato in Italia da Rizzoli), in cui Ajaan Hirsi Ali cambia il suo punto di vista sul mondo islamico.


Se è proprio Ajaan Hirsi Ali a dichiarare nell'introduzione le intenzioni di questo nuovo libro: «far sentire molte persone - non solo i mussulmani ma anche i tanti apologhi dell’Islam presenti in Occidente – a disagio.», non siamo più di fronte alle certezze dei suoi lavori precedenti, in cui sosteneva, senza tentennamenti, che: «l’Islam non è una religione di pace» e che non c’è alcuna speranza di trasformare l’Islam che ha prodotto gli attacchi terroristici in Occidente in un sistema moderato. In Heretic (uscito lo scorso aprile in USA), in cui molti hanno visto, dopo l’attacco terroristico di Parigi del 13 novembre, una sorta di cassandra rivelatrice, l’autrice ha identificato alcuni punti cardine dell’Islam che, se riformati, potrebbero portare a una riduzione della spirale di violenza che si è innescata negli ultimi decenni. Spirale che ha come obiettivo non soltanto quello di destabilizzare le nazioni occidentali, ma anche e soprattutto di alimentare gli adepti dei gruppi xenofobi della destra europea contro i migranti e il mondo islamico tout court, aumentando il divario d’incomprensioni fra tutto ciò che è dentro l’Islam e ciò che ne è fuori.

Riepiloghiamo i punti chiave da riformare secondo la visione di Ajaan Hirsi Ali per trasformare l’Islam in un soggetto con cui sia possibile dialogare:
  • L’infallibilità di Maometto;
  • La priorità e l’importanza che si dà alla vita oltre la morte rispetto a quella terrena;
  • La legge della Sharia;
  • La Jihad.


Sebbene l’autrice stessa si renda conto che definire una lista del genere sia un compito arduo, ha certamente raggiunto lo scopo di far discutere del tema non soltanto gli “Occidentali”, ma anche parte dei tanti mussulmani che considerano gli attacchi come quelli avvenuti a Parigi un’atrocità, quei mussulmani che proprio Ajaan Hirsi Ali definisce seguaci di La Mecca, distinguendoli dagli estremisti, seguaci di Medina. L’autrice si riferisce al divario che esiste fra i 68 capitoli (sure) del Corano scritti da Maometto a La Mecca, sua città natale, incentrati sui miracoli della creazione, sull’unicità di Dio e la saggezza dei profeti e i successivi 28, scritta da Maometto nel suo esilio a Medina, in cui si sente l’effetto del suo nuovo ruolo da comandante militare e amministratore della giustizia, capitoli in cui si incitano i mussulmani a combattere e uccidere gli infedeli. Per l’autrice di Heretic sono proprio questi ultimi a focalizzarsi solo sulle parole di lotta e prevaricazione presenti nel Corano, mettendo in pratica una lettura selettiva del testo sacro dell’Islam che giustifica o addirittura  sostiene i loro atti di violenza. Ajaan Hirsi Ali con Heretic punta sulla capacità dei mussulmani seguaci di La Mecca di attuare le riforme necessarie all’Islam.

Ayaan Hirsi Ali

È un punto di vista interessante e se va detto che anche le altre due religioni Abramitiche (Ebraismo e Cristianesimo) hanno dovuto attraversare lunghi secoli di mutazioni e violenze per arrivare al sistema di regole che permette la loro convivenza, bisogna ricordare che l’Islam non ha dei centri decisionali definiti come avviene per esempio per i Cristiani, non esistono sistemi gerarchici ampiamente riconosciuti all’interno del mondo mussulmano che possano farsi portavoce della “corretta” interpretazione del Corano e ciò indebolisce in parte la tesi di Ajaan Hirsi Ali.


Su un articolo di Alessandro Coppola apparso su Il Corriere della Sera qualche giorno fa, si misura il tasso di paura, diffidenza e islamofobia di alcuni paesi Europei all’indomani dell’attentato di Parigi. I numeri drasticamente sbilanciati a favore delle posizioni dei partiti della destra xenofoba ci fanno capire che la strategia dell’Isis è efficace. Accrescendo la diffidenza e l’aggressività degli europei nei confronti dei mussulmani (parliamo qui dei mussulmani di seconda generazione, quelli nati in Europa) se ne blocca l’integrazione. Questa strategia del terrore li fa sentire diversi e soli, facile preda della propaganda degli estremisti islamici. Non sappiamo se la proposta di Ajaan Hirsi Ali sia la più “giusta” per evitare che questa strategia abbia successo, ha però il merito di non farci dimenticare che sull’Islam (e sui rapporti che abbiamo con chi dell’Islam fa parte) esiste più di un punto di vista.   

domenica 15 novembre 2015

Amazon editore è arrivato anche in Italia



Amazon in Italia? E-commerce, creatore del kindle (che da solo copre più del 60% del mercato USA dell’e-reader), mastodontica libreria virtuale. Il grande gruppo di Jeff Bezos, temuto dai grandi marchi dell’editoria mondiale per gli sconti che “propone” sulla sua piattaforma e amato da milioni di consumatori/lettori che con l’abbonamento mensile a 9,99 euro/mese possono leggere tutto quello che vogliono (solo all’interno del catalogo amazon), è anche un editore
Durante l’ultima fiera del libro di Francoforte, proprio amazon, attraverso uno dei suoi marchi (amazoncrossing) ha annunciato che investirà 10 milioni di dollari nei prossimi cinque anni nella pubblicazione di autori non di lingua inglese in USA. La notizia in sé non desta particolare scalpore per la somma (Simon & Schuster, una delle più antiche e grandi case editrici statunitensi, ha sborsato una somma simile per aggiudicarsi i diritti del libro di Amy Schumer) ma per l’oggetto dell’investimento. Negli USA solo il 3% dei titoli è relativo ad autori non di lingua inglese, come ci ricorda Alex Shepard (Culture News Editor del New Republic) e questo avviene non soltanto per i costi di traduzione e i diritti d’autore da pagare alle case editrici straniere, ma soprattutto perché questi costi aggiuntivi non assicurano quasi mai un rientro in termini economici, a meno che non si tratti di nomi già molto famosi fuori dagli Stases (un caso per tutti quello di Murakami Haruki). E se in Italia dire che un libro è commerciale è quasi un’offesa, negli Stati Uniti è un bel complimento e stare attenti ai ritorni economici di un libro non vuol dire necessariamente ignorarne la qualità. 

Perché allora amazon vuole investire in questa nicchia di mercato e diventare il maggior editore americano di narrativa straniera? Perché ha un’arma molto potente. Negli anni ha sistematizzato un’enorme quantità di dati su chi acquistava libri attraverso il suo portale, analizzandone i gusti e le preferenze. Così quando si trova a decidere se tradurre o meno in inglese un autore si domanda: che caratteristiche e stili di “consumo librario” ha l’autore? Che libro ha scritto? È un genere che ha trovato acquirenti nell’ultimo anno? Che tipo di persone comprerebbe questo libro? Poi va nel suo database e trova le risposte. Questo che è stato definito un “consumer-brand approach” è solo la punta dell’iceberg della “amazon way” che cerca di insediarsi fra l’editoria classica e il self-publishing (pescando spesso dai successi di quest’ultimo), scoprendo autori che sono sì un rischio perché poco conosciuti, ma non rappresentano un salto nel buio assoluto, perché passati al vaglio del DB amazon sui gusti dei lettori. Ad oggi non sappiamo se amazon vincerà questa sfida, nel frattempo apre anche in Italia la divisione editoria (ha iniziato le vendite dal 3 novembre), prima con titoli stranieri e poi con autori italiani, pescando anche in questo caso a piene mani dal self-publishing (amazon possiede due piattaforme di self-publishing: Kdp e CreateSpace). 

Jeff Bezos
Se alcuni di questi titoli avranno successo potrebbero diventare i volumi che amazoncrossing proporrà ai lettori statunitensi, dimostrando i vantaggi di un sistema integrato e onnipresente come quello della creatura di Bezos, ma sarà anche un modo per testare un modello di offerta di contenuti che non passa per le librerie. Il sistema amazon, infatti, seppur immenso e globale, è un sistema chiuso che fa della sua piattaforma virtuale e del kindle, gli unici strumenti per accedere ai suoi contenuti. Non vedrete quindi i titoli italiani di amazoncrossing in libreria, ma secondo l’acquisition editor di amazon Italia (Alessandra Tavella), intervistata da Alessia Rastelli su La Lettura, questo non rappresenterà un limite all’arricchimento dell’offerta editoriale cui amazon punta come editore.

domenica 8 novembre 2015

Il prezzo di Arthur Miller


È un anno particolare il 2015 per ricordare Arthur Asher Miller, uno dei più interessanti e acuti drammaturghi del XX secolo. Ricorrono i cento anni dalla nascita (New York, 17 ottobre 1915) e sono passati dieci anni dalla sua scomparsa (10 febbraio 2005). A lui si legano alcuni dei titoli più conosciuti del teatro americano del secolo scorso, anche da chi non è mai andato a vederli, ma ne ha sentito parlare, li ha visti trasposti al cinema o in televisione o semplicemente li ha sentiti citare da qualche attore con tono reverenziale. 
Erano tutti miei figli (del 1947, che gli valse due Tony Awards e il premio New York Drama Critics Circle, trasposto poi  al cinema nel 1948), Morte di un commesso viaggiatore (del 1949, che gli valse il premio Pulitzer e tre Tony Awards, che ha visto numerosi adattamenti tra cui vale la pena ricordare quello del 1985 della CBS con Dustin Hoffman nel ruolo di Willy Loman), Uno sguardo dal ponte (del 1955 che ha visto fra i tanti anche un adattamento di Luchino Visconti) fra i titoli più famosi e ricordati di Arthur Miller che negli ultimi anni della sua produzione drammaturgia si confrontò sempre più con la sua storia familiare, arrivando a scrivere nel 1968 Il Prezzo. Storia dei fratelli Victor e Walter Franz che, ormai cinquantenni,  si incontrano dopo sedici anni di rispettivo silenzio, per trovare un accordo sulla vendita del mobilio appartenuto al padre morto. 
Umberto Orsini e Massimo Popolizio
È l’occasione per scavare in una famiglia che ha vissuto, come quella di Miller, il crac del 1929, passando da una certa agiatezza alla miseria più oscura, portando alla luce vecchi e sedimentati rancori e anni di non detto. Il testo, rappresentato per la prima volta in Italia nel 1969 con Raf Vallone e Mario Scaccia, è ancora capace di offrite agli spettatori la sua dote di amarezza e brillante crudeltà inalterata a distanza di quasi cinquant’anni, dimostrando quanto l’intuizione di Umberto Orsini e Massimo Popolizio di riproporlo nel 2015, in prima nazionale al Teatro Argentina di Roma, fosse giusta. 
Davanti a una catasta infinita di mobili e di anni, i due fratelli Franz si stuzzicano, attaccano e feriscono, come se tutta la pièce fosse un’avvincente gara di fioretto in cui entrambi i contendenti hanno tolto il pallino protettivo dalla punta delle loro spade. Testimone della carneficina di parole e memorie sarà Gregory Salomon (interpretato da un perfetto Umberto Orsini), ultranovantenne antiquario che uno dei fratelli Franz (Victor, interpretato da un Massimo Popolizio in stato di grazia, che conferma la sua abilità a portare se stesso in ogni personaggio senza risparmiarsi) ha chiamato per una stima del valore del mobilio.  

Il pubblico non può staccare gli occhi dai due fratelli Franz, prendendo le parti di Victor o di Walter a seconda del proprio vissuto e dei propri valori, non riuscendo a rimanere semplice spettatore della ricerca di un prezzo giusto a cui vendere la propria memoria. Questo ad Arthur Miller sarebbe piaciuto.

domenica 1 novembre 2015

Intervista a Gianluca Foglia, direttore editoriale di Feltrinelli Editore

Pasternak, Grass, Blixen, Lowry, Tabucchi, Allende, Baricco, Vonnegut, Whitman, Lessing, Gordimer. Se cercate la connessione fra questi autori, in Italia è presto detta: si chiama Feltrinelli, la casa editrice che con Giangiacomo prima e con Inge poi ha contribuito, in sessant'anni di storia, a far scoprire ai lettori italiani autori capaci di scuotere e smantellare certezze, creando la propria cifra stilistica. Per conoscere meglio questi primi sessant'anni e curiosare nei prossimi, ho intervistato il direttore editoriale di Feltrinelli: Gianluca Foglia.


Inizio questa chiacchierata chiedendogli un parere sull’ultima edizione della Fiera internazionale del libro di Francoforte, la sessantasettesima, che si è chiusa lo scorso 18 ottobre. Com'è andata la fiera quest’anno?

È stata una Fiera mite. Non è stata movimentata da grandi libri e sono ormai lontani gli anni in cui la Fiera era il luogo di aste al rialzo per acquisire i diritti di un libro. Questa non è certo una buona notizia, perché indice di un mercato meno ricco a livello internazionale, ma presenta pur sempre degli aspetti positivi perché quella febbre da rialzo non portava sempre a buoni risultati. Oggi la Fiera è un momento di incontri e di scambio di informazioni su testi la cui lettura avviene nelle settimane successive. Abbiamo ricevuto molti riscontri positivi sui nostri autori: Per i nuovi libri di Michele Serra e di Giuseppe Catozzella, autori ampiamente tradotti all’estero, abbiamo avuto molte richieste.

Come sta andando il mercato editoriale nel 2015 rispetto all’anno precedente? Sente anche lei una lieve ripresa?

Va un po’ meglio. La situazione si è stabilizzata e le librerie hanno trovato un proprio nuovo assetto post crisi e di conseguenza anche noi editori. Per Feltrinelli è un anno molto positivo: il nostro piano editoriale è molto ricco anche per la concomitanza con i nostri primi sessant’anni di storia. Abbiamo pubblicato molti autori di successo, davvero un anno positivo. 


Gianluca Foglia

Proprio a inizio anno, lanciando i festeggiamenti per i 60 anni di Feltrinelli, ha detto che contava molto su alcuni grandi ritorni e qualche novità: Baricco, Benni, Recalcati, Capossela, Missiroli. Aspettative rispettate? Qualche sorpresa inattesa?

Se devo segnalare due sorprese importanti nel campo della narrativa italiana per Feltrinelli, che hanno superato le nostre aspettative in termini di vendite, devo citare Marco Missiroli che ha raggiunto le 60.000 copie e il cui romanzo è stato acclamato come uno dei  più importanti del 2015 e Concita De Gregorio che con il suo libro si avvicina alle 100.000 copie e sta continuando a crescere. Un ritorno particolare, molto significativo per noi, è stato il nuovo romanzo di Maurizio Maggiani, uno dei grandi romanzi italiani dell’anno. Per quanto riguarda la saggistica, lei citava giustamente Recalcati, ma molti sono i riscontri anche per il libro di Gabriele Romagnoli Solo bagaglio a mano, che sta andando davvero bene. Abbiamo fatto cinque ristampe in poco più di un mese. È andato molto bene anche il libro di Carlo Cottarelli sul debito pubblico italiano.

C’è qualcosa che accomuna questi libri che hanno avuto un successo superiore alle vostre aspettative?

Quello che li accomuna è l’autorialità delle nostre proposte. La nostra ricerca si basa sull’identità autoriale, sia nel campo della narrativa italiana e straniera sia in quello della saggistica. Noi puntiamo molto sull’autore, sulla sua identità, sul rapporto fra autore e lettori. È ciò a cui noi cerchiamo di dare più risalto nelle nostre proposte editoriali. È l’opzione Feltrinelli: il libro d’autore.

Feltrinelli ha contribuito negli anni a creare tanti nuovi classici della letteratura, compiendo anche scelte coraggiose. Mi viene in mente la famosa decisione di Giangiacomo Feltrinelli di pubblicare Il dottor Živago, inimicandosi così gran parte del partito comunista italiano di cui faceva parte. C’è qualche scelta ardita che si è trovato a dover prendere quest’anno e a cui tiene particolarmente?

Mi vengono in mente due testi stranieri che abbiamo pubblicato nell’ultimo anno che penso continueranno ad essere letti a distanza di dieci anni, perché diventeranno dei classici della letteratura come è avvenuto per Il dottor Živago, un romanzo che viene letto a prescindere dalla sua dimensione temporale; mi vengono in mente a questo proposito anche  Novecento di Alessandro Baricco o Sostiene Pereira di Antonio Tabucchi.
Il primo libro pubblicato nel 2015 che vorrei citare è Giuda di Amos Oz e il secondo è Riparare i viventi di Maylis de Kerangal:sono due libri straordinari, sono stati pubblicati adesso, ma recano già le stigmate della classicità.

Inge e Giangiacomo Feltrinelli
In un suo articolo sull’«Huffington Post» in occasione dell’acquisizione da parte di Feltrinelli dei diritti di Go Set a Watchman di Harper Lee, sosteneva che uno dei motivi per investire e pubblicare un libro è che possa durare, che possa diventare un oggetto che un padre non vede l’ora di condividere con il proprio figlio. Lei quale libro vorrebbe tramandare alla prossima generazione?

Vorrei che un giorno, pensando al catalogo Feltrinelli, le persone leggessero Una storia di amore e di tenebra di Amos Oz, perché penso sia un libro mondo come solo un grande romanzo è in grado di essere, in cui c’è la storia, ci sono i rapporti familiari e generazionali, c’è una storia di formazione. È un testo di grande poesia e di grande verità. Ecco, mi piacerebbe tramandare alle prossime generazioni questo libro.

Non è certo un caso che in occasione dei 60 anni di Feltrinelli, avete inaugurato la nuova sede della libreria in Galleria Vittorio Emanuele a Milano. Quanto sono importanti oggi le librerie e perché Feltrinelli continua a investire su questo settore?

Penso che le librerie non sono e non siano destinate a essere solo spazi di vendita, ma sono e saranno sempre di più  spazi culturali di esperienza e incontro. Incontro con gli autori certo, ma anche con la fisicità del libro,  una dimensione che non scomparirà. Sono dei luoghi vivi, dove si possono avere scambi di idee e dove si possono trovare stimoli per arricchire il proprio pensiero. Quella delle librerie è una dimensione che resta fondamentale non solo per il mercato del libro, ma anche per mantenere viva l’esperienza della lettura. La lettura è un atto solitario, ma è un atto solitario che chiama condivisione e la libreria è il luogo ideale per questa condivisione. Certo non è l’unica, ma resta un luogo insostituibile per chi ama i libri, per chi discute e si confronta sui libri. Investire nelle librerie vuol dire aggiungere un tassello importante per tenere viva l’esperienza della lettura e della cultura che questa genera.

Inge Feltrinelli ha dichiarato: «Sono una vecchia ottimista, anche se non saprei immaginare la Feltrinelli e l’editoria fra dieci anni.» Lei ci vuole provare?

Bisogna stare molto attenti con questi giochi d’immaginazione. Non è difficile immaginare che gli assetti editoriali saranno molti diversi dagli attuali, non è difficile pensare che ci saranno attori nuovi e che alcuni degli attori attuali non esisteranno più. Va detto però che il sogno o l’incubo della disintermediazione, a seconda dei punti di vista, non è destinato a diventare realtà. Il ruolo dell’editore, capace di orientare, offrire, stimolare il lettore non scomparirà, l’editore che dialoga con il lettore continuerà a esistere. Probabilmente sarà meno legato al prodotto fisico, che continuerà a essere proposto, ma sarà accompagnato anche da altre aree d’azione, altri formati, altri supporti, altri modi di fruizione.


Gli ultimi dati ISTAT ci dicono che abbiamo perso 800.000 lettori nell’ultimo anno. Lettori che si erano appena avvicinati al mondo del libro. Come pensa Feltrinelli di recuperare almeno una parte di questi lettori?

Io penso che esistano cicli di espansione e contrazione. Prima dell’attuale contrazione, abbiamo vissuto un ciclo di espansione in cui, anche grazie a nuovi canali distributivi, il libro è entrato in nuovi spazi commerciali e questi gli hanno permesso di entrare in contatto con fasce di popolazione che non frequentavano le librerie (penso per esempio alla grande distribuzione). La vera grande sfida per guadagnare nuovi lettori si gioca però con le nuove generazioni, con i giovani lettori, in ambito scolastico. È lì che deve accadere qualcosa che cambi il livello d’interesse nei confronti del libro. Gli editori dovrebbero essere più presenti nelle scuole, prendendo parte a iniziative, collaborando con associazioni e istituzioni. Lì si gioca la grande sfida per guadagnare nuovi lettori. Ogni volta che abbiamo un libro che si presta a questo genere di iniziative, cerchiamo in ogni modo di lavorare per costruire un rapporto con le scuole. Non c’è modo migliore per guadagnare un nuovo lettore che portare un autore a scuola perché racconti il proprio lavoro, la sua storia, la sua scrittura.


Autori noti a parte, come decide se pubblicare un libro di un autore con Feltrinelli? Quante persone leggono un testo in Feltrinelli prima che venga presa la decisione di pubblicarlo? Ci racconta come funziona il vostro processo di selezione?

Intanto lo leggiamo, sembra logico ma non lo è. Il libro viene letto almeno da 3 o 4 persone differenti prima di essere selezionato per la pubblicazione. Abbiamo delle “spie” dislocate sul territorio che ci segnalano autori interessanti. A quel punto cominciamo con la prima lettura e poi se questa va bene procediamo con  la seconda e poi con la terza e così via. Decidiamo di pubblicare nuovi autori nel campo della narrativa quando abbiamo la sensazione di essere davanti a uno scrittore capace di esprimere un mondo particolare. Ogni autore è portatore di un “suo” mondo. C’è un mondo Baricco, un mondo Benni, può piacere o meno, ma non si può negare che sia caratterizzante. Nella scelta di un nuovo autore c’è la promessa che sia in grado di esprimere un suo mondo e di portarlo avanti nel corso degli anni, anche  oltre il primo romanzo. Noi preferiamo la continuità, preferiamo puntare sul lungo periodo, su una voce, che magari non esiste ancora, ma che ha le potenzialità per poter crescere negli anni. Originalità di voce e di ispirazione: questo conta per noi.

Riuscite a leggere tutto quello che ricevete?

No, ovviamente no. Selezioniamo sulla base dei primi avvicinamenti a un testo e ai commenti che su un testo riceviamo da persone che riteniamo capaci di individuare il talento.

Nadine Gordimer
Inge Feltrinelli è riuscita spesso a creare dei rapporti personali con i suoi autori. Penso a Nadine Gordimer o a Doris Lessing, ma anche a Isabel Allende o ad Antonio Tabucchi. È molto affascinante vedere come si crea un rapporto personale che va ben oltre il rapporto di lavoro fra autore e editore. Secondo lei c’è ancora questo rapporto fra Feltrinelli e i suoi autori?

L’editoria la fanno le persone; quando è fatta bene è il risultato di incontri di persone. La vita editoriale è intrisa di rapporti personali. Non solo fra editore e autore, ma anche fra editor e autore o fra redattori e autori. Il ciclo di un libro è un’esperienza che si basa sui rapporti e gli incontri fra le persone. Quando non esiste questo rapporto personale non c’è quasi niente. Per me è una componente imprescindibile del rapporto editoriale. Il compito dell’editore è quello di portare una voce al lettore e per farlo deve essere il primo a conoscerla, apprezzarla, comprenderla. Questo è il modo di fare editoria di Feltrinelli che ha una visione d’autore del libro e di chi lo crea. È un raro privilegio fare questo mestiere proprio perché mi ha permesso di incontrare e conoscere autori straordinari.

Quando ha deciso che avrebbe lavorato con i libri?

Quando ho finito gli studi universitari, ho messo per la prima volta piede con un contratto part-time in una case editrice. Dopo pochi giorni ho capito che non poteva esserci altro lavoro per me.

Non si è mai pentito della scelta?

Mai.

Cosa ama di questo lavoro?

Gli incontri con le persone, con i creatori di mondi nuovi, il contatto con il talento.

Cos’è il talento per Gianluca Foglia?

La capacità di alcune persone di vedere il mondo da un altro punto di vista a te estraneo e di fartelo vedere, toccare. È un’esperienza di scoperta continua. Una scoperta che spesso passa attraverso il tormento e la sofferenza. Le persone di talento il più delle volte sono persone insicure e tormentate, da questo insieme di  sentire però nascono cose straordinarie.

Cosa non le piace invece del suo lavoro?

Non mi piace un’idea che tende un po’ a diffondersi in Italia sulla base di un’errata importazione di modelli anglosassoni. Una certa idea di aggressività che tende a diffondersi in Italia. L’idea che chi urla di più, chi paga di più,  ha ragione. È l’importazione sbagliata di un modello che ha invece alle spalle una civiltà ben diversa dalla nostra.

Riesce a leggere libri per puro piacere?

Certo. Un libro che ho letto recentemente, edito da Iperborea, s’intitola L’arte di collezionare mosche, di uno scrittore svedese che ho trovato geniale (Fredrik Sjöberg [ndr]). Avventure di entomologi che l’autore racconta in modo particolarmente vivo e potente, facendone metafora della vita che viviamo e delle scelte di vita più difficili che l’uomo si trova a fronteggiare. Un libro che consiglio.

Ha mai deciso di pubblicare un libro che poi non ha avuto il successo sperato o di non pubblicare un libro che poi è diventato un best seller?

Sì, capita spesso. Un autore che meriterebbe un successo molto più ampio di quello che ha avuto fino ad ora è Piersandro Pallavicini che esplora un genere desueto, quello della commedia, e lo fa con grande finezza e poesia. Libri sfuggiti e poi diventati un successo, mi viene in mente l’ultimo libro di Svetlana Aleksievic che abbiamo letto anche noi ma che alla fine non abbiamo pubblicato.

Ha mai pensato di scrivere un romanzo? Capita sempre più spesso che si passi dall’altra parte della barricata?

No. Non è il mio campo. Preferisco fare bene il mio lavoro.