domenica 13 dicembre 2015

L'uomo davvero consapevole sarà libero di agire? Il punto di vista di Boris Pahor

Conoscere Boris Pahor è come incontrare un secolo di storia: classe 1913, scrittore e libero pensatore sloveno, membro delle truppe partigiane slovene negli anni’40, internato dai nazisti nei campi di concentramento di Dachau e Bergen-Belsen, Legion d’onore del governo francese e Premio Viareggio-Versilia, la sua opera è tradotta in decine di lingue.

Boris Pahor

Quando l’incontro, mi ritrovo davanti a un signore dai capelli bianchi come il ghiaccio della sua terra, infagottato in una sciarpa carta da zucchero, come se si aspettasse a Roma, in un pomeriggio domenicale che vedrà il suo intervento a Più libri più liberi, la stessa bora che batte la sua Trieste. Confrontarsi con lui è come confrontarsi con un’enciclopedia vivente, pronta a dispiegare le proprie pagine se la domanda che gli sarà posta è quella che ritiene giusta, adatta a testimoniare un adeguato livello di conoscenza del mondo da parte dell’intervistatore.

E vi assicuro che qualche brivido il vostro intervistatore l’ha provato nel misurare il valore delle sue domande.
Nel libro Quello che ho da dirvi, pubblicato proprio in questi giorni da nuovadimensione editore, il Boris Pahor sloveno-triestino, fedele alle sue radici geografiche e culturali (egli stesso si definisce «uno sloveno che scrive in sloveno in Italia») si confronta con un gruppo di ragazzi che hanno novant’anni meno di lui e cercano di forare la coltre dei decenni per “servirsi” della sua conoscenza ed esperienza.
E quello che abbiamo provato a fare anche noi, partendo subito con l’attualità sociopolitica in cui ci muoviamo, pensando che un secolo di storia potesse esserci davvero utile per interpretare meglio il presente. 

Come vede Boris Pahor gli ultimi eventi drammatici che hanno toccato Parigi e l’Europa. Eventi che sembrano enfatizzare il forte agonismo che muove gli stati nazionali fra di loro e nei confronti dei migranti che spingono sulle frontiere?
L’Europa è stata sempre dominatrice e colonizzatrice nei confronti degli altri continenti. Questa mentalità rimane ancora salda al potere, anche se sotto altre forme. Il presidente francese farebbe un’opera intelligente se oggi dicesse che quello che è accaduto a Parigi, la morte di questi innocenti, è connesso a ciò che ha fatto la Francia e l’Europa con il colonialismo (geografico prima ed economico poi) ai popoli che ha cercato di controllare. È importante non perdere questa percezione. Questo non vuol dire certo giustificare i fatti tragici di Parigi, ma solo essere consapevole di cosa ha mosso quelle persone a fare ciò che hanno fatto. Così penso che la reazione militare della Francia non cambierà niente. Con i bombardamenti non muoiono solo le persone che hanno organizzato azioni violente contro l’Occidente, ma anche tanti altri innocenti e questo rischia di innescare un movimento circolare. 

Lei ha vissuto l’estremizzazione della diversità, usata come baluardo di un nazionalismo feroce, come quello del fascismo in Italia nei confronti delle minoranze. Pensa stiamo assistendo a qualcosa di simile oggi in paesi come la Francia, dove l’estrema destra sembra irrefrenabile? 
Non ho un’opinione positiva della Francia odierna. Io ho avuto la Legion d’onore in Francia per il mio libro Necropoli in cui ho parlato della vita in un campo di concentramento, ma sia in quell’occasione, sia in altri momenti pubblici, ho evidenziato come la Francia tenda a soffocare le differenze culturali a favore di una propria idea di nazionalismo esclusivo. In questo la Francia è l’ultima in Europa per riconoscimento di rilevanza a lingue autoctone francesi che non siano il francese stesso. Queste lingue “secondarie” non hanno necessità di morire, tanto più se non vogliono morire. Ogni lingua esistente è una ricchezza e va preservata. Quando L’Italia fascista ha iniziato la sua persecuzione nei confronti delle minoranze presenti sul territorio non ha detto agli italiani: “la popolazione slovena deve perdere la lingua e la sua cultura ed essere integrata nella nostra”. Ha detto: “questi sono terroristi che combattono contro il popolo italiano per ferirlo”. Nessuno ha spiegato al popolo italiano che gli sloveni combattevano perché il fascismo aveva iniziato un’aggressione nei loro confronti. Quando ho assistito all’età di sette anni all’attacco, con mia sorella Evelina, all'incendio del Narodni dom (il 13 luglio del 1920, la casa di cultura slovena a Trieste, edificio polivalente, progettato dall'architetto Max Fabiani, simbolo dell'ascesa economica e culturale della borghesia slovena triestina, venne distrutto dalle fiamme della furia squadrista. [ndr]), è nata in me una voglia di rivalsa nei confronti di chi era responsabile di quell’atrocità. L’Occidente parla spesso di terroristi, ma bisogna stare attenti e provare a vedere la cosa sempre da diversi punti di vista. Come si è comportato l’Occidente nei confronti di queste persone negli ultimi decenni? Quando c’è stata l’occasione di prendere e dominare non si è tirato indietro.
Narodni Dom distrutto

Parlava prima di Necropoli, in cui lei ha descritto la condizione dei campi di concentramento. Uno dei meriti di questo libro è quello di far conoscere al lettore la diffusione del sistema del campo non solo nei confronti degli ebrei, ma verso qualsiasi sistema di valori ritenuto «diverso» rispetto a quello Nazifascita e quindi «sbagliato». Quanto è importante per lei che si diffonda questa consapevolezza?

Sembra che tutto il male fatto dai nazisti si limiti alla distruzione degli ebrei, ma accanto a questo orrore ce ne sono stati altri. C’erano anche tutti coloro che resistevano in qualche modo al nazismo. Con i miei libri ho voluto far scoprire anche il resto di questa volontà azzerante. Penso che sia importante per i giovani soprattutto. 

Questo libro nasce dall’incontro con un gruppo di ragazzi e dalle loro domande. Quasi novant’anni li separavano dall’oggetto della loro curiosità, quanto consapevoli li ha trovati del mondo in cui vivono? 

Li ho trovati…sprovvisti. Si arrangiavano, cercando di raccapezzarsi fra quello che io dicevo e quello che avevano imparato fino a quel momento. Pensavano che alcune cose erano più importanti di altre, ma non è sempre così. Noi abbiamo bisogno di giovani bisognosi di conoscere la verità, giovani che si arrangiano da soli e non aspettano la conoscenza proposta dagli altri. 

Pensa che la scuola possa aiutare i ragazzi a essere “meno sprovvisti” di sapere? 
Potrebbe. I ragazzi oggi hanno compreso che possono cambiare la società. Per farlo però non può bastare la conoscenza scolastica. È un punto di vista. Ma un solo punto di vista non è sufficiente. Bisogna andarsi a creare la propria cultura, cercandola in luoghi diversi: nelle biblioteche, in casa degli amici e dei nemici, all’interno dei punti di vista dei perdenti come dei vittoriosi. E poi, bisogna stare attenti ai detentori del potere, del denaro. È lì che si nascondono le bugie più grandi, quelle che interi Paesi possono considerare come l’unica verità. Solo l’uomo davvero consapevole sarà libero di agire.

E lei come è arrivato ad ampliare il suo sistema di saperi?
È successo in seminario. Fu lì che scoprii che bisognava essere due persone in una. Ero un bravo studente, avevo sempre otto in italiano, ecco cosa dovevo essere: un bravo studente italiano. Se non finivamo il liceo non potevamo avere un documento, non esistevamo per il fascismo e non c’era altro tipo di idioma che l’italiano a scuola. Nello stesso tempo non mi fermai al sistema culturale che mi presentavano come unico. Mi procuravo di nascosto libri in sloveno per mantenere salda la mia cultura, cercavo di creare un mio personale sistema di conoscenza. Capii che dovevo combattere il fascismo e non gli italiani. Il primo, ero sicuro, non sarebbe durato per sempre.





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