domenica 29 aprile 2012

Sogni o realtà? Parola a Jay Gatsby

Non c’è lotta, anche se i sogni saranno di qualcun altro, diventeranno la nostra migliore realtà. Parola di Jay Gatsby. 

Un famoso linguista, filologo, critico letterario, nonché professore universitario di fama internazionale e per questo in Italia velocemente dimenticato, Salvatore Battaglia (fondatore del grande dizionario della lingua italiana della UTET), ha definito i romanzi di Elsa Morante splendide, ingombranti e irrinunciabili carrozze. A guardarle dal di fuori, possono spaventare il lettore moderno. Rumorose, scomode, apparentemente lente, prive di ammortizzatori emozionali, ma senza di esse che viaggio avventuroso sarebbe? 
Mi perdonerà Battaglia se userò la sua idea per un altro autore che invece di carrozze costruiva splendide decapottabili, color crema e con i sedili in pelle verde, come quella che il suo personaggio più famoso, Jay Gatsby, sfoggiava nelle sue corse vietatissime  (per tutte tranne che per lui) fra i pilastri della sopraelevata di New York. Parliamo di Francis Scott Fitzgerald e dei suoi testi dal ritmo alternato e morbido, come quello impresso dall'auto di Gatsby, in grado di regalare al lettore lente carrellate su chiunque non fosse il protagonista della storia, per poi accelerare, nervoso, inatteso  e invadente tra le emozioni più nascoste dei personaggi. Reggere l’andatura di Fitzgerald può non essere semplice e lo sa chi si è cimentato con quel piccolo ma densissimo libro pubblicato nel 1925 (Il Grande Gatsby) e salutato da T.S. Eliot come “il primo passo avanti per la narrativa americana dai tempi di Henry James”.

La storia è semplice e certamente non nuova, l’idealizzazione di un amore mai consumato, lo struggimento del protagonista, il suo tentativo di costruirsi una nuova vita sulla sottilissima e per questo meravigliosa possibilità di rivivere il passato, migliorandolo. Ma la storia non conta o meglio serve solo all'autore per farci salire sulla sua splendida macchina color crema, illudendoci che sarà un viaggio breve e dalla meta conosciuta. Ci affideremo a lui, cullati dal calore dei sedili verdi, appena riscaldati da una giornata di maggio e dalle giuste coppie di aggettivi a massaggiarci la testa, dalle sublimi carrellate di emozioni e cappelli, degni dei migliori schizzi di Boldini, dalla certezza che con Fitzgerald, come con Jay Gatsby, saremo sempre al sicuro, perché nessuno oserà mai fermare la sua storia. Sarà allora che il narratore cambierà marcia, di scatto, senza preavviso, costringendo il lettore a reggersi con forza, rischiando di graffiare con le unghie i sedili di pelle verde e con essi le proprie idee sui personaggi. Non sarà un viaggio facile e spesso il suo andamento a scatti invoglierà una facile discesa alla ricerca di un altro libro e un’altra storia. Non rinunciate però, se volete di più, se volete la vita di sogno e quella reale insieme, se volete tutto e ancora di più, resistete e leggete. E se proprio sarete costretti a cedere, consideratela solo una pausa e riprovate qualche anno più tardi, magari quando la vita vi avrà costretto a desiderare un po’ di più. Buona lettura.


P.S. vi segnalo una recente traduzione di Tommaso Pincio de Il Grande Gatsby con prefazione di Sara Antonelli (minimum fax, 2011).

domenica 22 aprile 2012

Il 66° Premio Strega e la blasonata dozzina.


Ed eccoci qui, di nuovo.
Il gran serraglio del premio dei premi letterari italiani (Lo Strega) entra nel vivo con la selezione della dozzina (non “sporca” ma blasonata o in via di "blasonazione"). I nominativi sono stati ufficializzati lo scorso 18 aprile (link alla lista completa  - fonte Il Corriere della Sera ) e già le orecchie e gli sguardi sono corsi a giugno, quando dalla dozzina si passerà alla cinquina, per poi portarci a scoprire il vincitore in una Benevento abbastanza indifferente, troppo impegnata a soffrire un luglio certamente rovente e umido (clima tipico di questa sonnacchiosa cittadina campana), pressoché trascurata da turisti (sbagliando, solo la visita di Santa Sofia, raro esempio italico di chiesa longobarda fondata nel 760 d.c. varrebbe il viaggio) e letterati, ma famosa per aver dato i natali ad un particolarissimo liquore dal colore paglierino e dal sapore dolciastro (lo Strega appunto)  e poi, dal 1947, al premio letterario omonimo.
Nato all’interno del salotto letterario di Goffredo e Maria Bellonci, dove si riunivano i suoi frequentatori gli "Amici della Domenica". Oggi il gruppo degli "Amici della Domenica" è composto da oltre 400 membri, gli unici che hanno la possibilità di votare e quindi decidere a chi debba andare il premio più desiderato dagli scrittori italiani. Sopra di loro un Comitato Direttivo con un ruolo di “guida e coordinamento”, che quest’anno sarà presieduto da Tullio De Mauro e ha fra i suoi membri autori come la Mazzucco e Riccarelli.  
A differenza di premi letterari presenti in altri paesi (pensiamo per esempio al Pulitzer) non si ci può candidare allo Strega. Lo dico per lo scrittore esordiente in ascolto, anzi in lettura, che sta già andando a verificare sul sito del premio se sia possibile proporsi per la sessantasettesima edizione. Sta solo ai membri degli “Amici della Domenica” proporre un testo per concorrere al premio Strega, così come sta solo a loro la scelta, a maggioranza, del vincitore. In questo particolare, non trascurabile, si nasconde tutto il nostro amore, come italiani, per i gruppi chiusi, per le piccole elites che decidono in base ad un ruolo che esse stesse si sono assegnate. Non pensate infatti di potervi candidare a diventare uno degli “Amici della Domenica” o che esista un esame di qualche tipo per riuscire ad entrare in questo blasonato gruppo, spetta solo al Comitato Direttivo decidere se sia necessario ampliare il numero dei membri, decidendo poi a chi offrire questo privilegio. 
Niente application form qui, mi spiace.
Noi lettori, nel frattempo, speriamo sia possibile gustare qualche buon e soprattutto innovativo libro. 


P.S. se intanto qualcuno volesse ripercorrere la storia del premio Strega e curiosare fra i nomi di tutti i vincitori per vedere se hanno retto all'urto del tempo...ecco qui il link 

domenica 15 aprile 2012

L’imprevisto. Appuntamento con Tom Stoppard


«QUI C’È MARCO TULLIO GIORDANA?»
Un ragazzo stretto e lungo, teso come la sua voce, invade lo spazio senza preavviso. Poi tace, aspetta e ricomincia a volume ancora più alto. «QUI C’È MARCO TULLIO GIORDANA?»
Non muove un muscolo, eppure sembra continuare ad allungarsi, su delle spalle sottili, decise a arrivare il più vicino possibile alle orecchie di chi ha intorno, come l’asta di quelle vecchie radioline portatili, che sembrava essere sempre sul punto di spezzarsi e spesso lo faceva, ma la musica continuava a spararla fuori, senza tentennamenti.  Urla la sua domanda, ancora e ancora, con rabbia, di quelle controllate, di quelle che senti a pelle essere pericolose.
Nessuna risposta dalla relatrice che stava utilizzando un aneddoto per introdurre il libro che la Sellerio ha appena dedicato alla trilogia di Tom Stoppard The Coast of Utopia  (Faber and Faber, 2002, tradotto in italiano da Giordana e Perisse con il titolo La sponda dell’utopia, Sellerio 2012). Nessuna risposta da Marco Tullio Giordana, venuto a presentare quello stesso testo che il 10 aprile è sbarcato all’Argentina di Roma in uno spettacolo che rappresenta la prima importante prova teatrale dell’impegnato regista cinematografico (fra le sue opere ricordiamo certamente I cento passi e La meglio gioventù).  Le voci dei seguaci si mischiano al silenzio del pubblico che si preparava ad ascoltare un bel racconto di Giordana sulla forza del teatro, sulla volontà degli attori di portare in scena la trilogia del grande drammaturgo inglese (d’adozione, ma nato in Cecoslovacchia) Tom Stoppard contro ogni ragionevole ostacolo, sebbene durasse circa nove ore divise in tre serate e necessitasse di ben 31 attori, 200 costumi e 68 quadri differenti, in un periodo disastroso per le finanze dei teatri in Italia; sul coraggio della Sellerio nell’aver raccolto la sfida di Giordana e compagnia, decidendo di pubblicare la prima traduzione del testo di Stoppard in italiano, sperando forse nella stessa fama che altre pièce hanno avuto alla fine dello scorso secolo (prima fra tutte l’indimenticabile Rosencratz e Guildestern sono morti (1966), tramutatosi nell’ancor più apprezzato film omonimo (1990) diretto dallo stesso Stoppard, con tanto di Leone d’oro al Festival di Venezia e eccezionale interpretazione di Tim Roth e Gary Oldman). Niente di tutto questo, l’imprevisto si è infiltrato nella storia che mentalmente ciascuno dei partecipanti alla presentazione di La sponda dell’utopia si era creato nella sua mente e in un attimo nessuno pensava più al libro, a cosa doveva fare dopo la presentazione, a quanto era tardi o presto, a quanto avrebbe parlato ogni relatore, alle domande che avrebbe voluto fare e a quelle che poi avrebbe fatto, tutto cancellato dall'imprevisto, magnifico livellatore di destini. L’imprevisto che può rendere protagonista la comparsa e pubblico silente il primo attore. Ho pensato allora che a Tom Stoppard tutto ciò sarebbe piaciuto. È stato allora che Giordana ha riconquistato il suo ruolo, il contestatore è passato dalla verbalizzazione delle sue idee alla verbosità priva di ascolto e tutto e tornato più o meno come era prima. La relatrice è ripartita dal suo aneddoto e il pubblico si è chiesto se davvero aveva senso quel parlare.
Del libro e della rappresentazione teatrale vi parlerò in seguito. Per ora concentriamoci sull'imprevisto e se non avete mai sentito parlare di Tom Stoppard è l’ora di andare a teatro o almeno noleggiare un film (http://www.youtube.com/watch?v=abKFIhxPxe4&feature=related).    

domenica 8 aprile 2012

La similitudine che leggerete potrebbe diventare la vostra.


Andare per libri è uno sport fortemente sottovalutato. E visto che siamo ormai abbondantemente in primavera e l’ansia della prova costume avrà contaminato molti di voi, ecco la soluzione: Andate per libri! Vi assicuro che perderete almeno un chilo di grassi corporei a settimana, allenando corpo e mente all’unisono (e sfido qualsiasi altro regime dietetico a offrirvi altrettanto).  Ok più la mente del corpo, ma sapete quante calorie è in grado di consumare un cervello quando lo utilizzate bene?  Soprattutto se insieme al cervello fate muovere anche i piedi alla ricerca di un libro. Non parliamo dell’ultimo best seller proposto da un grande editore, per quello basta andare alla libreria sotto casa,  magari una mega libreria, con tanto di bistrot interno, così vi sedete subito e per di più mangiate un paio di dolcetti al burro. In questo modo la dieta non funzionerà, vi avverto subito e non prendetevela con me per le gambe sempre più pesanti e gli occhi sempre più stanchi, costretti a leggere un libro che sembra essere stato scritto dallo stesso scanzonato, piatto, familiare, ripetitivo autore.  Scegliete invece di andare per libri, che è un po’ come andare per  funghi o per fragole (certo, i libri sono un po’ più pesanti, ma questo per la dieta non è che un vantaggio). Non conterà soltanto ciò che alla fine avrete portato a casa ma anche la ricerca che sarà stata necessaria per arrivare al libro che vi eravate posti come obiettivo.  Prima di tutto quindi il libro che sceglierete per la vostra caccia non dovrebbe essere nuovo, diamo qualche chance ad un autore che è stato ignorato dalla critica o dalla televisione, potrebbe anche valerne la pena. Magari edito da una piccola casa editrice, di quelle serie e per questo sempre in difficoltà (quelle che non prendono contributi dall’autore per capirci). Vedrete che per entrare in possesso del titolo prescelto dovrete girare più di una libreria, andando spesso in quelle più piccole o fuori dai grandi circuiti di distribuzione e per questo decisamente fuori mano (da raggiungere a piedi, mi raccomando). Le sfide per la bilancia e per il cervello non mancheranno, inizierete a scontrarvi con similitudini inattese, metafore ardite, personaggi troppo complicati, dialoghi troppo poco serrati, storie troppo corte o troppo lunghe, libri che abbandonerete, odierete, ignorerete e poi, inaspettatamente, qualcosa di davvero “nuovo” vi capiterà fra le mani e il vostro cervello vi ringrazierà. Ricordate che è  lui a decidere cosa mangiate, forse quando vi fa sbagliare il bilanciamento delle calorie ce l’ha con voi perché lo alimentate a reality show e letture sempre uguali a se stesse. Ci avevate mai pensato? Cominciate ad andare per libri, vedrete che qualcosa  cambierà e la più ardita similitudine che leggerete potrebbe diventare la vostra.

P.S. il titolo di questo post si ispira ad un racconto di Flannery O'Connor. A questo proposito un consiglio per la vostra dieta La vita che salvi potrebbe essere la tua (1955), praticamente introvabile (e non ripiegate sulla raccolta di tutti i racconti, altrimenti la dieta non funzionerà).

domenica 1 aprile 2012

“Fu prendendo sul serio i romanzi che imparai a prendere sul serio la vita” - Orhan Pamuk


È forse in questa frase che si nasconde uno dei segreti che Orhan Pamuk ha voluto condividere con i suoi lettori all’interno del saggio Romanzieri ingenui e sentimentali (Einaudi, 2012 – trad. Anna Nadotti), un testo di poco più di cento pagine, da cui difficilmente potrete tornare indietro. 
Dopo averlo letto non riuscirete più ad avvicinarvi ai grandi classici dell’Ottocento e del Novecento con la stessa incosciente leggerezza. 
Dovrete sminuzzarli, soppesarli e contestarli, per capire se vi trovate di fronte ad un sicuro, saggio, crudele e spontaneo scrittore ingenuo o ad un emotivo, riflessivo, problematico e dubitante scrittore sentimentale, secondo la dicotomia che Schiller prima e Pamuk poi ci presentano e, da bravi sentimentali, cercano subito di mettere in discussione. E sarà l'inizio di un viaggio fra boschi narrativi molto più fitti e suggestivi di quelli che eravate abituati a frequentare. 
Vi imbatterete in Tolstoj e Dostoevskij, Mann e Woolf, Joyce e Yourcenar, riscoprendo l’intima connessione fra pittura e scrittura che già Orazio, nell’Ars poetica, adottava per paragonare le due arti, evidenziando il potere visivo della narrazione. Vi aggirerete fra le pagine dei romanzi prediletti da Pamuk, esercitando l’immaginazione e la meraviglia di un visitatore smarrito in un museo sconosciuto, in cui ogni oggetto, gesto o parola sarà capace di metterlo in connessione con personaggi così simili a lui da apparir reali, anzi migliori. Così “migliori” da cercare di modificare la propria vita per competere con loro.
Niente paura, non perderete il gusto per la lettura e sarete quanto più ingenui o sentimentali vorrete in futuro come lettori, ma con una maggiore consapevolezza nella vostra scelta, e non è poco.
Buona lettura.