domenica 23 febbraio 2014

Scuole di lettura: il libro e il multi-tasking.

Provate a digitare “scuola di scrittura” su Google: avrete l’imbarazzo della scelta. Dalla rinomata Holden di Baricco, alla storica Omero (creata nel 1988), fino al sistema integrato di laboratori e seminari minimum fax coordinati dalla coppia genialmente imperfetta formata da Carola Susani e Giordano Meacci. Senza contare il rigoroso schema didattico di Raul Montanari o l’intensa bottega di narrazione di Giulio Mozzi e Gabriele Dadati.
Provate ora a digitare “scuola di lettura” su Google. Molte meno pagine, vero? Da anni non si fa che ripetere che gli italiani sono un popolo di scrittori e non di lettori, che di lettori forti (chi legge almeno un libro al mese) ce ne sono sempre meno e che lo stato non investe nella cultura, ma cosa si fa per provare a invertire la tendenza? Se la politica negli ultimi anni è passata dall’apatia al disprezzo per la cultura, il trend delle vendite dei libri si è contratto anche a causa di una modifica sostanziale nel sistema di comunicazione interpersonale. Ogni italiano trascorre in media 2 ore e mezza al giorno sui social networks. E se riusciamo a cucinare, guardare la TV, far finta di ascoltare l’inquilino emotivo dei nostri affetti, mentre stiamo caricando su FB il nostro ultimo selfie, sfido chiunque a immergersi nella lettura di romanzo, riuscendo contemporaneamente a rispondere a una mail. Il libro pretende attenzione. In cambio ci offre “emoti-porte” che, al pari dell’armadio de Le cronache di Narnia o del binario 9 ¾ di Harry Potter, ci permettono di visitare universi a noi paralleli, cambiando carattere e personalità. Si tratta però di viaggi in solitaria, senza amici, stolker o sfuggenti lettori del nostro insoddisfatto ego. Non possiamo dire: “ho fatto questo e quello ed ecco la foto a dimostrarlo” a un popolo di presunti ascoltatori. In un libro dobbiamo essere noi lettori a metterci in ascolto. 


Il libro pretende una connessione dedicata in un mondo (Serra ci insegna) dove il parallelismo della multi–connessione è non solo la regola ma la necessità. E allora? Dobbiamo pensare che il racconto autobiografico di Vittorio Sermonti ne Il vizio di leggere (un dodicenne che per leggere Guerra e pace tutto di fila finge una febbre fulminante di sedici giorni) sia destinato a diventare un aneddoto incomprensibile alle generazioni future? Penso di no. L’alternanza fra multi-tasking e mono-tasking è non solo possibile, ma auspicabile, perché rappresenta quella fra conoscenza diffusa e approfondimento.
A pensarla così ci sono proprio le scuole di lettura, realtà che hanno creato dei piccoli universi paralleli al multi-tasking in cui spiegare che le “emoti-porte” dei libri possono apparire lente nel trasferire i dati di cui abbiamo bisogno per orientarci nella loro realtà virtuale, solo perché ci offrono la possibilità di leggere quei dati in modo diverso a seconda dello stato emotivo di chi con loro si connette e del personaggio che si decide di seguire. Le “emoti-porte” poi, senza preavviso, divengono a doppia via, consentendoci di disegnare tutti i particolari che il creatore della storia ha lasciato da parte.

A cominciare dal prossimo post (2 marzo 2014) scopriremo come funziona una scuola di lettura e quanto può essere utile anche per frequentare una scuola di scrittura, qualsiasi sia la vostra scelta. A domenica prossima.


domenica 16 febbraio 2014

Se è necessario un selfie per emozionare se stessi – libertà di espressione a confronto: Snapchat vs. Facebook

Segnaposti esistenziali. È questo che sarebbero diventate le nostre presenze sul social network più famoso del mondo (Facebook) secondo Nathan Jurgenson, sociologo ed esperto del mondo digitale. Su Facebook – sostiene Jurgenson nell’articolo di Alessandro Longo - ci sei perché ci devi essere, per dimostrare di esistere, per possedere un’identità che venga riconosciuta all’esterno. Ma proprio il successo di questo strumento d’interconnessione di massa, che lo scorso 4 febbraio ha festeggiato i suoi dieci anni di vita con il suo miliardo e duecentotrenta milioni di utenti medi mensili, ne starebbe attivando la crisi, portando soprattutto i più giovani (il segmento core di Facebbok) a spostarsi verso altri lidi virtuali dove si avrebbe una maggiore libertà di espressione (Snapchat, Ask.fm, We Heart it, Instagram). Accanto quindi alla propria vista convenzionale e pubblica su FB, soprattutto agli under 30, piacerebbe attivare altre possibili viste di se stessi rivolte o a un gruppo di utenti ridotto e conosciuto con cui chiacchierare liberamente dei temi che più li preoccupano (Snapchat) oppure  a uno o più gruppi anonimi davanti ai quali ci s’impegna a dire la verità e, perché no, a sottomettersi a ogni forma di pegno che venga inflitto (Ask.fm). Sempre più spesso capita di limitarsi alle sole immagini, abolendo le parole. E allora Instagram con i suoi selfie (ossia autoscatti di se stessi da condividere in rete) o We heart it con le sue foto emozionali.
La vista di Jurgenson, che essendo anche collaboratore di Snapchat, potrebbe essere un po’ di parte, apre nuove possibilità alla netnografia (neologismo che combina internet ed etnografia), metodo di analisi che consente a ricercatori come Jurgenson di immettersi/partecipare alle comunicazioni on line degli abitanti dei social networks per estrarne informazioni utili a sviluppare i social networks stessi e perché no, i prodotti con cui intervallare il flusso emotivo dei naviganti. Non ci sorprenderemmo se da qui a pochi giorni fosse pubblicata un’altra vista, magari di un etnografo che collabora con FB, in controtendenza. Che questa variante esista o meno sembra diventare sempre meno importante, perché iniziata a fluire sulla rete, utilizzando i canali e le modalità più adatte a interagire con gli utenti che si vuole recuperare, ha buone chance di diventare in ogni caso reale. Viene alla mente Stephen Glass, giornalista del prestigioso New Republic, che inventava le sue storie perché riteneva che la realtà non fosse abbastanza interessante. Ebbene aveva ragione. I suoi articoli aprivano possibilità al lettore di entrare in così tante viste della realtà e in altrettante emozioni da rendere il quotidiano mondo corporeo assai noioso. I suoi lettori divennero dipendenti dalla vista di Glass e quando si scoprì che era falsa, in molti soffrirono per la perdita di quelle incorporee e briose realtà più che per la bugia in esse nascosta.  

domenica 9 febbraio 2014

Georgians Revealed – l’Inghilterra ai tempi di Jane Austen in una mostra alla British Library.


«Quando un uomo è stanco di Londra, è stanco della vita.» Così nel XVIII secolo ci ammoniva Samuel Johnson, sicuro che Londra racchiudesse ogni cosa di cui l’essere umano potesse aver bisogno e molte altre arrivate troppo presto per lui. A distanza di circa duecento anni la sua affermazione è ancora attuale e vivida. Londra è un continuo tumulto, nel bene e nel male, non si ferma Londra. Si estende in lunghezza, altezza e brusio, alla ricerca di qualcosa di più, di qualcosa di diverso. Londra è una città adatta agli impazienti, a chi fa del cambiamento e della ricerca continua la propria ossessione, anche a scapito della propria anima, che brucia troppo rapidamente per fermarsi a capire cosa stia accadendo. Non c’è tempo, c’è troppo da fare e immaginare. Persino nella immensa portaerei, beg your pardon, biblioteca britannica, che della portaerei ha l’aspetto e l’imponenza e si estende per un intero block (isolato) a ridosso della neogotica e “potteriana” stazione di St. Pancras, al limite del quartiere di Bloomsbury. Entrarci è come muoversi in un’agorà di travertino e mattoni, dove la luce regna sovrana anche con la pioggia, permettendo al pensiero di vagare fra i suoi 14 milioni di libri. Se vi capitasse di passare per Londra e di svegliarvi presto (quasi un ossimoro), arrivate poco prima che i cancelli della British Library si aprano. Scoprirete che con voi ci saranno molte persone, tutte in fila (the queue in UK, non provate a dire line mi raccomando), con i loro zainetti, con tanto di termos ricolmi di caffè o tè al seguito, pronti a ripassare, consultare, leggere e perché no, persino imparare, magari cosa facevano i Georgians per godersi la vita.
Proprio in questo periodo e fino all’11 marzo 2014, la British Library presenta con il titolo di Georgians Revealed una delle più ampie rassegne dedicate al periodo georgiano (libri, riviste, disegni, pubblicità e oggetti di design dal 1714 al 1830, ossia il secolo che ha visto i vari “George” alternarsi sul trono del Regno Unito). Questa fetta cospicua di storia britannica ha decretato la nascita della cosiddetta middle class, ma soprattutto ha fatto entrare sempre di più nella vita degli inglesi il concetto di sociability: la capacità di interagire con piacere con altre persone. Dove era opportuno naturalmente. E quindi teatri, musei, concerti, balli, passeggiate sociali e eventi alla moda di qualsiasi genere. E allora fra i fashion places c’erano, pensate un po’, anche biblioteche e librerie. A rendere necessario il fruscio di un abito di mussola sul parquet allora nuovo di Hatchards (libreria londinese fondata nel 1797) bastava anche una nuova e semi-sconusciuta rivista letteraria. In questo crogiolo di occasioni mondane si muovono anche i personaggi dei romanzi di Jane Austen, scrittrice georgiana e preromantica nata alla fine del Settecento (1775) e divenuta icona dell’ironia femminile nel primo quarto dell’Ottocento. Pur ambientando molte delle sue storie nella campagna inglese, disegnerà spesso negli occhi e nei cuori delle sue eroine il desiderio per i più pirotecnici eventi mondani londinesi. Per gli Austen-dipedenti segnalo che, proprio alla British Library, è in mostra permanente lo scrittoio di Jane Austen e molti dei suoi manoscritti. Siete ancora lì?

domenica 2 febbraio 2014

“Ballata di uomini e cani” – Jack London secondo Marco Paolini

Fa freddo. Il fumo si muove denso oltre le nostre bocche la mattina quando usciamo e la sciarpa non basta mai a coprire tutto ciò che dovrebbe: il collo, le orecchie, il naso, i pensieri. Forse dovremmo comprare una tuta termica.


La mattina non ci piace perché non ci piace il giorno che ci attende. Perché, per dirla con Jack London, siamo accerchiati da Bastardi che non appena avviciniamo mano o parola ci azzannano per strappare. E non perché abbiamo fatto loro qualcosa, ma per prevenire la voglia di picchiarli che la loro tenacia ci tirerà fuori. Perché siamo stanchi e vedere che c’è qualcuno che riesce ancora a lottare, magari solo per se stesso, solo per prevaricare un altro cane che gli passa accanto, ci può far arrabbiare e parecchio.

Chi non ha incontrato un Bastardo questa mattina? Ecco, appunto, non mi sembra di vedere molte mani alzate. Ma se tutti abbiamo incontrato il nostro Bastardo, è possibile che siamo stati anche noi i bastardi di qualcun altro? Questa è solo una delle tante domande che Ballata di uomini e cani (in scena fino al 2 febbraio al teatro Argentina di Roma e poi in tournée nel resto d’Italia) ci offre. L’idea è venuta a Marco Paolini cantastorie, attore, drammaturgo, musicista e soprattutto uomo attento al mormorio che si annida nelle pance delle persone, su cui si addensa la contraddizione dell’agire quotidiano che fa a botte con il parlato e ancor più con il desiderato.

Partendo da alcuni racconti di Jack London (Macchia, Bastardo e Preparare un fuoco) e accompagnato da sonorità tra jazz club e balera, Paolini espone l’uomo al ludibrio della sua temporaneità e della sua stupidità nel pensarsi controllore della Natura, così come magistralmente ha fatto Leopardi con le sue Operette Morali e Martone con la loro messa in scena proprio all’Argentina nel 2011. Il punto di vista in questo caso è però mobile, passando di racconto in racconto, dall’uomo alla Natura e soprattutto ai cani, che della Natura sono in questo caso gli occhi increduli sulle limpide certezze dell’uomo. Con un allestimento essenziale fatto di qualche bidone e una manciata di tavole (tutto funzionale ai “rumori” di scena), Paolini dimostra, come aveva già fatto in ITIS Galileo, che da un testo (da un buon testo) conosciuto fin nelle sue viscere si possono tirare fuori sempre nuove idee. Idee spesso spiazzanti, poco apprezzate all’inizio, ritenute di scarso successo e interesse per un pubblico teatrale (Paolini passa tutto il tempo a verbalizzare i testi scritti di London), idee che hanno bisogno di una lunga maturazione (all’inizio Paolini ha sperimentato questi racconti-rappresentazioni fra i boschi e solo dopo ha pensato di unire musica a parole), ma che sono degne di essere sostenute.
E se lo spettacolo in alcuni momenti ha delle lievi ridondanze, dovute alla prolifera e spesso puntigliosa vena descrittiva “londoniana”, ripresa da Paolini nella sua drammatizzazione, alcuni passaggi, da soli, ripagano il tempo dedicato dallo spettatore a questo interessante esperimento.