martedì 29 dicembre 2009

Cosa hanno in comune Virginia Woolf, Alexander Solženicyn e Jean Paul Sartre?

Negli ultimi giorni, pensando a come far continuare la nostra storia, mi sono trovato a coltivare l’idea di nuove relazioni fra questi tre grandi autori.

Intanto hanno noi in comune. Non soltanto devoti lettori, ma anche scrittori che hanno costruito, anche su di loro, un’idea di racconto che non può accontentarsi.

Penso che questi autori abbiano in sé, profondamente radicata, la volontà di cambiare e di quel cambiamento abbiano fatto, nello stile e nel tema, la loro patria, la loro riserva di sensi scomodi cui attingere per scuotere il mondo.

Come cultori dell’imago non possiamo però evitare di chiederci quale sia il limite fra volontà e possibilità.

Quanto ci sarebbe oggi della Virginia scrittrice senza la Virginia generatrice di immaginazione? Senza la donna che era capace di creare nella sua mente milioni di alternative di vita per un personaggio, per sopperire all’insoddisfazione della sua. L’instancabile Clarissa le faceva crescere, cambiare, sbagliare e poi sparire, alla ricerca dell’unico vero carattere giusto per incarnare quel pensiero.

E Solženicyn? Quanta dose d’immaginazione gli sarà servita per sfuggire alla pazzia, caldo rifugio per chiunque altro avesse subito i gulag, l’esilio, la malattia, l’odio e l’amore della sua apparentemente imperturbabile patria?

Eppure l’immaginazione di Solženicyn è lì, imperterrita, in ogni sua pagina, in ogni attesa fremente di Kostoglotov e sospiro rassegnato di Vera Gangart, attori imperterriti del suo Padiglione Cancro.

È lì e non si sposta per fare spazio alla vita che incombe.

E Jean Paul Sartre? Diceva che nessun tribunale al mondo era in grado di giudicare la sua opera. Non dirò nulla quindi della forza della sua voce, della volontà di rottura con tutto e con tutti che ha iniettato nelle parole dei suoi personaggi. Dirò soltanto che alcuni viaggiano ancora nella mia mente, anche a distanza di mesi dalla loro scoperta, cercando spazio per proliferare in idee.

Lascio a voi come al solito la parola e aspetto idee per far andare avanti la storia della nostra Clarissa, del pasticciere Sebastiano e del fantomatico archettaio.

venerdì 11 dicembre 2009

Il Pasticciere e il suo rumore





Ve la ricordate la nostra storia?


Dopo aver scelto a maggioranza il secondo incipit, siamo alle prese con la piccola Clarissa, che pensa che le parole abbiano un’anima e non sa come Catalogare “archettista” e con Sebastiano, il padre di Clarissa, un pasticciere.



Riprendiamo proprio da lui la nostra storia:

(Ultimo passaggio del post “la scelta” del 10 novembre 2009)

Un vecchio pasticciere che si preoccupava di cose talmente concrete da sfigurare dinanzi agli arguti silenzi di sua figlia. A volte, durante la notte, si svegliava di soprassalto. Si trattava sempre dello stesso sogno. Sebastiano si vedeva a lavoro, nella sua piccola bottega, mentre preparava la sua famosa crema pasticciera al mandarino, la ricetta che aveva reso inimitabili le sue minuscole millefoglie. Delizie impalpabili di tre centimetri per cinque, così friabili e leggere, da sciogliersi al primo contatto con l’interno della bocca, senza però rompersi quando venivano prese in mano. Il passaggio dalle mani alla bocca, senza alcun contrattempo, era fondamentale per Sebastiano. Era in quel secondo che il dolce rilasciava la sua promessa di sapori ed era allora che la mente del suo compratore avrebbe ipotizzato la sensazione che quel minuscolo oggetto avrebbe creato a contatto con la sua lingua, aspettativa che veniva regolarmente superata dalla realtà. Nel suo sogno però Sebastiano scopriva che la crema che stava preparando prendeva vita e lo inghiottiva, sputandolo poi poiché era rimasta delusa dalla fragranza del suo creatore. Sebastiano si ritrovava allora seduto al centro del letto,con la coperta sopra la testa, non riuscendo a controllare i suoi piedi che avrebbero continuato a tremare fino all’alba.



Era allora che lo sentiva.



Prima soffuso, poi sempre più potente. Legno che scricchiolava, troppo fragorosamente e ritmicamente per essere casuale. “Il rumore di chi non vuole fare rumore.”



mercoledì 2 dicembre 2009

Non è l'inizio di una barzelletta

Cosa ci fanno sei scrittori che più diversi non si può in un mercatino vintage di giovedì pomeriggio?

a) Sono lì per caso, alla ricerca di una bussola in finta madreperla che li possa guidare verso una parola nuova?

b) Si sottopongono ad una violenza gratuita, nel vedere quanti soldi è disposta a spendere una persona per un paio di occhiali di plastica viola dalla foggia improbabile, invece di comprare un loro libro?

c) Hanno deciso di impossessarsi dell’”anima” di un espositore, per forgiare un caleidoscopico personaggio per uno dei loro racconti?

d) Sono lì per incontrare un pittore che espone le sue opere e che forse gli potrebbe concedere un piccolo spazio per declamare ad una folla di maniaci dello shopping versi di insopprimibile tristezza?

Se avete scelto la riposta a) siete persone con un certo equilibrio mentale, nonché con un notevole senso di autoironia. Di fatto quindi non siete degli scrittori.

Se invece vi siete avventurati a preferire la risposta b) siete dei sostanziali sadomasochisti, il che vi fa già guadagnare qualche punto nella lunga marcia verso il set di nevrosi in continua lotta fra di loro, proprie di ogni scrittore che si rispetti, ma non abbastanza da scegliere la risposta giusta.

Se avete tentato di stupirmi, scegliendo la c), cercando di sfoggiare un’attenta analisi del personaggio che parte dalla realtà per trasformare il vero in verosimile, siete degli esibizionisti, desiderosi di continua approvazione. Ottima cosa, intendiamoci, ogni scrittore, seppur pronto a negarlo fino alla morte, è un po’ esibizionista, altrimenti terrebbe tutto quello che scrive per sé. Non sareste però ancora arrivati alla verità.

Se avete infine scelto la d), eravate uno degli scrittori che ha movimentato con me quel fatidico giovedì pomeriggio. Uno dei folli che, senza alcun esitazione, almeno non abbastanza forte da fermarlo, è salito su una scalinata nel bel mezzo del mercato e aggrappandosi ad un traballante microfono ha iniziato a declamare la sua più incresciosa analisi introspettiva ad una folla, decisamente ridotta vista la crisi , di compratori annoiati.

Risultato: non siamo andati oltre la seconda lettura. Diciamo che a causa di un approccio limitante delle più sacre libertà d’espressione dell’essere umano siamo stati invitati a lasciare il mercato in questione, rei di aver proposto un testo troppo aderente al linguaggio corrente.

Depressione? Rammarico? Senso di impotenza per l’ennesima difficoltà sulla via della promozione dei nostri lavori? Nulla di tutto questo.

Dopo aver trascorso una buona mezz’ora a riepilogare l’accaduto fra di noi, in modo da dare a tutti la possibilità di aggiungere un particolare interessante, inventato o non, iniziando già a tessere la trama di una storia, l’euforia, generata dal fallimento, aveva preso possesso del nostro spirito, pronti a combattere insieme contro il mondo che ci obbligava al silenzio.

Vi sembra folle?

Avete scelto allora la risposta a)