domenica 26 febbraio 2017

Finnegans Wake: una lettura ad alta voce, pardon ad ‘altra’ voce



Jorge Louis Borges sosteneva che «la veglia è un altro sogno che sogna di non sognare». In questa definizione forse c’è il cuore dell’opera di James Joyce Finnegans Wake che Enrico Terrinoni e Fabio Pedone hanno affrontato con tutta l’esplosiva e coraggiosa creatività necessaria a chi vuole tradurre Joyce. Lo hanno fatto raccogliendo l’eredità di Luigi Schenoni che ha iniziato a lavorare per Mondadori al progetto di traduzione in italiano di Finnegnas Wake nel 1982, curando i primi due libri di cui è composto il testo. Ma di cosa parla Finnegans Wake? Gli studiosi di Joyce vi direbbero che a questa domanda c’è più di una risposta. Certo, è la storia di un uomo, Earwicker, della sua famiglia, della sua terra (l’Irlanda), narrata attraverso i suoi sogni ed alcune veglie che il protagonista ha durante questi sogni. Ma questo è solo il fondale dell’opera. Il vero protagonista, quello su cui ha lavorato Joyce nei 17 anni che ha impiegato per scrivere Finnegans Wake, è il linguaggio. Un flusso di parole che condensa e disaggrega sensazioni, generando un metalinguaggio che, a un certo punto della lettura, sembra vivere per sé e di sé, fornendo al lettore una tavolozza infinita di sfumature con cui liberare la propria immaginazione.

Ma non ci fermiamo qui. Per comprendere meglio i livelli narrativi con cui deve cimentarsi il lettore di Joyce, abbiamo incontrato, in una libreria milanese, Fabio Pedone e Enrico Terrinoni.


Per tradurre il Libro Terzo di Finnegans Wake avete investito 3 anni della vostra vita, lavorando cinque ore al giorno, tutti i giorni, per arrivare a consegnare a Mondadori 70 pagine di testo. Una sfida che in pochi avrebbero accettato, quali principi hanno guidato le vostre scelte nel trasporre in italiano il ‘Joyce-linguaggio’ e come avete organizzato praticamente il lavoro? 

La traduzione ha a che fare con due scelte. Quella di essere un servo del testo o quella di servire il testo. Noi abbiamo scelto la seconda opzione. Per Finnegans Wake ha voluto dire farlo esplodere in tutti i modi possibili e immaginabili. Spesso un lettore, leggendo la nostra scelta traduttiva, potrebbe aver difficoltà a trovare il corrispettivo esatto nell’inglese [la traduzione ha il testo originale a fronte ndc]. Noi abbiamo cercato di seguire l’esempio stesso di Joyce, quando si è auto-tradotto in italiano. L’ultima cosa che Joyce ha pubblicato è proprio l’auto-traduzione, fatta insieme a Nino Frank, del Libro Primo (capitolo VIII). Questa traduzione ci dimostra che Joyce non era interessato solo ed esclusivamente alla resa del testo per come era stato scritto, ma a riprodurre i suoi significati, anche se ciò voleva dire spostarli, modificarli, pur di mandare il suo messaggio al lettore. Per tradurre le nostre 70 pagine abbiamo suddiviso il testo in micro unità e abbiamo lavorato singolarmente, annotando fittamente le nostre soluzioni e poi ce le siamo scambiate. Ogni traduttore annotava i suoi commenti vicino alle note dell’altro, creando cimiteri di segni e alternative abbandonate, fino ad arrivare alla soluzione condivisa, leggendo le varie soluzioni ad alta voce.  

Finnegans Wake va letto a voce alta?

Assolutamente, allo stesso modo in cui Joyce lo leggeva agli amici. E quando incrociava dei pezzi in cui aveva inserito degli estratti di una canzone, li canticchiava. Se cercate su Youtube, scoprirete che Joyce ha registrato nel 1930 a Londra una sua lettura di Finnegans Wake. Se l’ascoltate con attenzione, noterete che ha una sua musicalità. Quindi sì, leggetelo ad alta voce e iniziate da qualsiasi punto la vostra lettura. Joyce voleva che ogni lettore potesse iniziare a leggere la sua opera dal punto che preferiva. Finnegans Wake è un libro che più che una fine e un inizio ha un ‘finizio’.




Leggere Joyce è come fare una sorta di traduzione collaborativa, in cui ogni lettore interpreta la serie infinita di neologismi joyciani a suo modo?

Direi proprio di sì. Le parole sono sempre in movimento ed è per questo che facciamo questo lavoro. Anche se una parola viene fissata sulla carta con una traduzione che ne segna l’interpretazione, questa non è immutabile. È questo che fa Finnegans Wake: combatte contro la fissità delle parole. Il fatto che qualcuno abbia decodificato in un modo una serie di parole o di suoni non significa che non ve ne possa essere un’altra, tante altre interpretazioni. Questo è un testo che mette il lettore al centro della triade testo-autore-lettore. È il lettore che scrive il testo, ecco perché Joyce è un autore per tutti, ma per tutti individualmente. Ognuno ha il suo Joyce e quindi ognuno ha la sua interpretazione dei suoi testi. Grazie a Finnegans Wake torniamo bambini perché possiamo inventare parole e il loro senso.

E ora veniamo al titolo. Si presta, al pari del contenuto del libro, a diverse interpretazioni, grazie all’utilizzo spregiudicato della polisemia. Finnegans Wake. ‘Wake’ qui sta per risveglio o per veglia? E quella ‘s’ finale di ‘Finnegans’ è l’elisione di un genitivo sassone o è un incitazione ai Finnegans, agli irlandesi, per ridestarsi? Qual è la vostra visione?

Finnegans Wake è una ballata anonima irlandese di metà ottocento, ma è scritta con l’apostrofo del genitivo sassone (Finnegan’s Wake = la veglia per Finnegan). Chi è questo Finnegan? Il protagonista di questa ballata, un muratore che cade da una scala e muore. Durante la sua veglia, particolarmente alcolica, come tutte le veglie irlandesi, qualcuno getta in faccia al cadavere del whisky. Finnegan allora si risveglia, meravigliandosi per la veglia che si sta svolgendo intorno a lui, che presto si trasforma in una festa. In questo storia Joyce trova la chiave di tutti i miti: la rigenerazione. Su questo tema si divertirà a creare molti giochi di parole. Per esempio Joyce trasformò il singolare ‘Finnegan’ in ‘Finnegans’ plurale. È come se dicesse: voi Finnegans, voi irlandesi, voi persone a cui hanno tolto parola, che state dormendo, svegliatevi.


Joyce ha un rapporto particolare con Giambattista Vico, il cui pensiero filosofico studiò a fondo. Si ritrova questa presenza anche nel Finnegans Wake?

James Joyce creava il caos ma solo per rimetterlo in ordine. Suo padre diceva che se si fosse perso nel deserto da piccolo, la prima cosa che avrebbe fatto sarebbe stata sedersi e fare una mappa. Per orientarsi nella sua opera, Joyce ha usato due filosofi italiani: Giordano Bruno e Giambattista Vico. Finnegans Wake è diviso in quattro parti, come le quattro epoche di cui parlava Vico: l’età degli Dei; l’età degli eroi, l’età degli uomini e la quarta epoca: il ricorso, in cui tutto si rigenera. Quindi sì, possiamo dire che Vico è stato uno dei suoi numi tutelari. Ed è per questo che Finnegans Wake si trasforma in un discorso sulla storia. Con questo libro è come se Joyce dicesse: se la storia di Irlanda è andata male, proviamo a riscriverla. Proviamo a prendere chi ha vinto e a torcergli il collo, prendendo le sue parole per trasformarle in qualcos’altro. Quindi Finnegans Wake è un libro di vendetta storica. Costruita alla maniera di Joyce, con ironia.

Finnegans Wake è costruito su errori e incomprensioni, vocali o uditive. È qualcosa che accade anche oggi e non sempre per errore. Quest’opera è anche un incitamento a fare attenzione al significato che vogliamo dare alle parole?

Joyce crea un corto circuito semantico fra quello che vogliamo dire e quello che diciamo. Quante parole noi subiamo? Il primo programma che si inventa uno slogan, lo impone agli altri che subito lo adottano, diventando marionette di ventriloqui lontani, che spesso neanche si conoscono o, peggio, di cui non si percepisce l’esistenza. Finnegans Wake disarticola la parola rigida, facendo scoprire al lettore che è mobile e la si può metamorfosare. In questo modo Joyce ci toglie dalla testa il ‘già pensato’.



domenica 19 febbraio 2017

L’orso affamato e Il corvo buongustaio

Ieri mattina, all’alba, perlustravo la cucina come un orso miope alla ricerca di miele. Qualcuno aveva interrotto il mio letargo e mi aveva rubato gli occhiali. Un orso nervoso, si sa, non è mai un buon inizio. Un orso nervoso cieco più di Milton e Joyce messi assieme, può diventare un cataclisma. 

Ciotole, cucchiaini, barattoli, strofinacci, tutto finiva per terra a rallentatore, ma del miele nessuna traccia. Lo stomaco protestava e la testa scoppiava, tutto per colpa di un ospite indesiderato che aveva fatto il nido sul mio collo. Un corvo. Non pensate a quello del poema in versi di Poe, né a quello de La macchia umana di Philip Roth, no, il mio corvo era più vicino a quello di Lewis Carroll in Alice nel paese delle meraviglie. Avete presente quando il Cappellaio Matto chiede ad Alice: «Why is a raven like a writing desk?» (Perché un corvo è come uno scrittoio?). Ecco, l’uccellaccio che mi aveva svegliato, iniziando a beccarmi il collo come se volesse staccarlo dal resto del corpo, era come il corvo del Cappellaio Matto. Un depistaggio, quel tipo di riferimento letterario che sembra totalmente folle e che fa innervosire il lettore, spingendolo a girare pagina alla ricerca del filo narrativo che lo porterà in quel verosimile cui tanto è affezionato. Ma è proprio nel dettaglio più incomprensibile che spesso si nasconde la verità e poi il corvo si stava impegnando così tanto nel suo lavoro che mi sembrava poco cortese scacciarlo. 

Mi sono trascinato verso una lunga chaise longue ricoperta da una ipnotica tappezzeria a quadretti bianchi e neri, in modo da far cadere la mia testa su qualcosa di morbido, non appena il corvo avesse finito il suo lavoro. Gli orsi semi addormentati hanno la stessa eleganza di un gruppo di Capponi di manzoniana memoria (ve li ricordate? Legati per le zampe e trascinati a testa in giù da un Renzo agitato?). Per questo, finire muso a terra a contemplare le venature del parquet, a pochi centimetri dall’agognata chaise longue, non mi è sembrato un cattivo risultato. In fondo mi stavo riposando e al corvo era bastato conficcare il becco in profondità nella mia carne per non perdere la sua posizione. Sentivo che il becco aveva quasi compiuto il suo lavoro, solo un paio di colpi e… nulla, il corvo aveva lasciato la presa. Aveva rinunciato? 


Non io mio corvo! Qualcosa doveva aver attirato la sua attenzione, ma non c’erano altri colli in giro da beccare, non aggrovigliati e ricolmi di vertebre succulente come il mio, di questo ero certo. Stavo per convincermi che il corvo avesse trovato la soluzione alla domanda del cappellaio matto e fosse andato subito a vantarsene con il gruppo di sostegno per ‘corvi beccatori di colli altrui’ a cui era affiliato, quando un colpo secco mi ha liberato da una delle vertebre cervicali. È rotolata a terra, lasciando dietro di sé un siero biancastro, sembrava una lumaca senza corna. Il corvo ha cominciato a rincorrerla e l’ha ingoiata. 
«Com’è?» Ho chiesto ansioso. Il corvo si è girato verso di me, pulendosi il becco con le ali. 
«Ottima, io non mangio di tutto». 
Io sì, pensai, io sì. 
Un’ora dopo ero davanti allo specchio. Il mal di testa era sparito ed anche la fame. Dovevo proprio ringraziare quel corvo, è stato il miglior osteopata che abbia mai avuto, anche se ho avuto la lingua nera tutto il giorno a causa sua. 
Ma forse è colpa mia, io non sono un buongustaio.



domenica 12 febbraio 2017

Palindromi temporali



Un palindromo è una parola o una frase che si può leggere sia da sinistra verso destra sia da destra verso sinistra. ‘Anna’, ‘Otto’, ‘Ossesso’, ma anche intere frasi o scioglilingua a partire dai latini: ‘In girum imus nocte et consumimur igni”. Palindromo deriva dal greco antico: palindromos, ossia che corre all'indietro, composto di ‘palin’ (di nuovo, all'indietro), e ‘dramein’ (correre). Guardando Arrival il film di Denis Villeneuve, enfant prodige del cinema franco-canadese e regista del sequel di Blade Runner, ci rendiamo subito conto di trovarci di fronte a un palindromo che non si limita alle parole, ma assorbe e ingloba l’intero flusso temporale della storia narrata, sfidandoci a percorrerla in tutti sensi che osiamo scoprire fra le micro fratture delle trama.


Dodici navi aliene di pietra nera sono in sospensione su luoghi che non hanno nulla in comune fra loro, aspettando che gli esseri umani si avvicinino e riescano a comprendere qual è il messaggio di cui questi monoliti sono portatori. Per aiutare il ‘consueto’ esercito pronto a spazzare via tutto per dimostrare la superiorità della razza umana, viene chiamata una linguista e un fisico che dovrebbero scoprire le reali intenzioni degli alieni, prima che l’ansia da bombardamento compulsivo prenda il sopravvento.





Attenzione però a etichettare questo film come un Blockbuster fantascientifico sul modello di Indipendence Day, sebbene spesso oggetti di pietra dalla forma arrotondata sono entrati nell’immaginario collettivo come archetipi di vita aliena, come se solo ampliando il punto di vista ben oltre la nostra piccola sferra terraquea si potesse concepire una realtà priva dei nostri meschini spigoli comportamentali e relazionali. Il cerchio è il simbolo della perfezione ed evidentemente la specie umana soffre di forti complessi di inferiorità, perché a memoria non ricordo (ma spero di essere smentito) film in cui l’incontro ravvicinato è con una forma di vita molto più arretrata della nostra. Persino in Alien di Ridley Scott, gli xenomorfi predatori sono più veloci, forti e spesso furbi dell’uomo.

Anche Arrival risponde a questa regola. I giganteschi ‘eptapodi’ che la linguista Louise e il fisico Ian incontrano nel monolite hanno sviluppato un sistema di comunicazione basato su simboli, anch’essi sferici, che racchiudono un’intera sequenza di idee in un unico simbolo grafico.  Simboli grafici che sono mutevoli e relativi, come sono le idee che li hanno prodotti. Da qui parte la scoperta di Louise di un sistema di comunicazione che va ben oltre le parole e i simboli e se Aristotele sosteneva che “vi sono momenti indivisibili e la linea che li connette si chiama tempo”, Arrival , tratto da un racconto dello scrittore Ted Chiang, prova a dimostrare che questa linea è percorribile in entrambe le direzioni, facendo della nostra vita un palindromo temporale. 


domenica 5 febbraio 2017

Luca Mastrantonio: giornalista culturale e cercatore del sorprendente


Prima di incontrare Luca Mastrantonio, giornalista culturale de Il Corriere della Sera, mi è capitato fra le mani un suo artico dello scorso agosto, sull’uso del neologismo «webete», crasi fra ‘web’ ed ‘ebete’, che Enrico Mentana ha contribuito a far diventare virale nel 2016. Quando parliamo di webeti, ci riferiamo a chi ha reagito all’impatto della diffusione di informazioni e delle reti perdendo in intelligenza, consapevolezza e cultura. Creduloni pronti a condividere un’esperienza e una conoscenza di cui non sono mai stati davvero in possesso e che non hanno provato in prima persona. Leggendo l’articolo di Mastrantonio, attento osservatore dei tic linguistici raccolti in Pazzesco! Dizionario ragionato dell’italiano esagerato (Marsilio, 2015), mi sono venuti in mente i subprime, i prodotti finanziari costruiti su altri prodotti finanziari che poggiavano a loro volta su altri prodotti finanziari. Scatole vuote che hanno fatto crollare il sistema economico mondiale. 

Parto proprio da qui per iniziare la nostra intervista con Luca Mastrantonio: stiamo assistendo alla creazione di subprime culturali? E se sì, come possiamo evitare di ‘acquistare’ conoscenza senza contenuti? 
Penso che ancor di più oggi la testata giornalistica e la firma del giornalista possano essere due garanzie importanti, da porre sempre a verifica certo, ma requisito irrinunciabile per dare una maggiore certezza sui contenuti letti.  Per il web vale la capacità di rimandare a link puntuali e sintetici, a documenti che rafforzino quello che viene detto. Ma anche in questo caso mi fido più del fattore umano, delle persone che ci sono dietro le firme e alle testate in cui lavorano, piuttosto che degli algoritmi che in fondo rispondono a criteri quantitativi e relazionali, almeno per ora: Facebook porta su le notizie che piacciono ai tuoi contatti, non quelle verificate. Le rubo l’immagine dei subprime per gli intellettuali italiani, cui ho dedicato un saggio qualche anno fa, Gli intellettuali del piffero, il cui ruolo è mantenere un ruolo, ritagliarsi uno spazio mediatico, per il quale sono disposti a provocazioni e contraddizioni di ogni sorta. L’intellettuale impegnato non impegna più il valore delle sue opere per una battaglia pubblica, ma spesso usa l’impegno per aumentare il suo valore. Si tratta di una speculazione.
Cosa rappresenta per lei l’esperienza de La Lettura, il supplemento domenicale de Il Corriere della Sera?
È stata ed è tuttora un segnale importante. L’esperienza de La Lettura è partita nel 2011 e ha festeggiato i suoi cinque anni proprio in questi giorni. È nata da un’idea del direttore Ferruccio de Bortoli, che l’ha fortemente voluta, ma deve molto anche ai lettori che l’hanno apprezzata, è stata una sfida. Una sfida vinta con i numeri dell’epoca e rilanciata e rivinta dall’attuale direttore Luciano Fontana, quando La Lettura è diventata a pagamento. Io venni assunto dal Corriere nel 2011 proprio per la progettazione e realizzazione de La Lettura e ho avuto il privilegio di lavorare a quel progetto per 4 anni. All’inizio fu una specie di start up di linguaggi nuovi, firme nuove… dentro una struttura istituzionale come il Corriere. Un piccolo miracolo.


Cosa le ha dato umanamente questa esperienza e cosa ha ereditato, se l’ha fatto, dalla storica e omonima rivista mensile pubblicata nella prima metà del XX Secolo?
Come tutte le sfide, mi ha confermato la necessità di dover immaginare sempre qualcosa che non c’è. In questo caso è stato immaginato qualcosa che un secolo prima già esisteva, ovvero la Lettura, calandolo però in una realtà molto diversa, con bisogni diversi. A dimostrazione che fantasia, immaginazione e creatività sono necessarie ma non devono per forza concretizzarsi in qualcosa di lontano dalla tradizione, ma, come in questo caso, possono trovare in essa la fonte per una nuova modalità espressiva. 
Quando è stato contattato per questo progetto cosa ha pensato?
A un piacevole scherzo del destino. Lavoravo a Il Riformista dalla sua fondazione. Nel 2003, quando ho cominciato da stagista. Anno dopo anno, ho iniziato a curare le pagine e gli inserti culturali e di spettacolo del quotidiano arancione diretto da Antonio Polito. Si è trattato di una palestra incredibile di idee, stili e relazioni, per me e tutti i collaboratori che riuscivamo a coinvolgere. Dicevo un piacevole scherzo del destino perché mi stupì che Il Corriere della Sera volesse portare dentro via Solferino quel tipo di esperienza comunque più corsara. Il Riformista era in difficoltà e io mi ero un po’ distratto, cioè ero troppo concentrato sul lavoro, non mi stavo dando molto da fare per cercare lavoro altrove, quindi è stata una bellissima sorpresa quella chiamata. 


Nel suo libro del 2013, Gli intellettuali del piffero, edito da Marsilio, citava una frase di Vittorini “noi siamo contro gli errori, non contro le persone” come premessa a un’analisi dissacrante dell’intellettualismo dominante in Italia in cui fra ‘schizofrenia cognitiva’ e ‘ninfomoralismo’ sembrava che tutto lo spazio per la creatività fosse assorbito dall’ego degli autori, lasciando i lettori orfani di uno stimolo sincero al pensiero. Pensa che gli autori oggi siano più consapevoli dei loro errori e soprattutto abbiano interesse a mettersi in discussione? 
Grazie per aver colto il riferimento a Vittorini. Quando studiavo alla Sapienza ho amato autori come Vittorini, Pasolini, Bianciardi, studiati nei corsi che ho frequentato, per poi laurearmi con Walter Pedullà, correlatrice Mirella Serri, che ha dedicato molto tempo alle avventure intellettuali di Vittorini. Da giovane lettore di libri, saggi e riviste, seguivo con passione un po’ ingenua gli interventi e i dibattiti degli intellettuali italiani nel ventennio della seconda repubblica. Annotavo e seguivo tutto quello che di rilevante veniva detto su vari media, dai giornali ai talk show e quindi la televisione. Mettendo insieme vent’anni di ritagli, testi ed estratti di partecipazioni di questi personaggi a quella che è stata la vita pubblica nell’epoca berlusconiana, mi resi conto che avevo ben più di una raccolta di idee per le mani e così nacque questo libro, che ha provato a raccontare un ventennio di cambiamenti nelle modalità espressive e nelle prese di posizione pubbliche degli intellettuali italiani. Un ventennio che ha visto la trivializzazione delle categorie più alte della cultura italiana. Tra queste, appunto, l’intellettuale. Feticcio sempre più simile alla caricatura di C’eravamo tanto amati.
Qualcosa è cambiato in questi ultimi anni? 
Da quando è uscito quel libro a oggi il processo di ‘ombelicizzazione’ (volendo creare l’ennesimo neologismo) della figura dell’intellettuale, che oggi chiamiamo influencer, è andato avanti. Una trivializzazione anche digitale, pensiamo appunto allo ‘webete’ di cui parlavamo all’inizio. Il problema è che la figura di mediatore culturale sta oggi a metà fra il testimonial pubblicitario e il critico narciso. Questo processo va avanti in maniera euforica e dolorosa. Oggi gli influencer sono persone come Fedez o altri cantanti che sono molto abili a impegnarsi in battaglie e su posizioni che garantiscono un certo ritorno d’immagine. Concludevo il mio libro dicendo che il compito dell’intellettuale era quello di riuscire a ritagliarsi un ruolo attraverso i vari mezzi di comunicazione, oggi che questi mezzi sono a disposizione di tutti, il fine dell’influencer è divenuto la popolarità, il numero di like che ha e quindi il fine coincide spesso con il mezzo.  


Prima definiva ‘doloroso’ il processo di evoluzione della figura dell’intellettuale. Ci può dire perché?
Doloroso perché la digital-mediazione ha fatto sì che chi non è stato al passo con questi cambiamenti ha dolorosamente visto indebolirsi il proprio ruolo. Doloroso perché oggi il ruolo degli intellettuali non è più quello di un tempo e devono giocarsela con tantissime altre persone che per meriti e motivi diversi dai loro possono diventare influencer ben più importanti di scrittori, critici e giornalisti. Abbiamo assistito a un esempio lampante in America con Hillary Clinton che ha segnato l’ennesima sconfitta del ruolo degli intellettuali. La candidatura di Hillary Clinton a Presidente degli USA era appoggiata da Kardashian in su (o in giù a seconda di come si voglia considerare il peso e il ruolo di questa influencer globale), scrittori come Jonathan Safran Foer si sono impegnati in prima persona, eppure c’è stata un débâcle totale. Non è che non era stata prevista la vittoria di Trump, ma era stata derisa anche solo come ipotesi, prevedendo invece una schiacciante vittoria di Hilary. Sembra l’Italia che si sveglia con la vittoria di Berlusconi
Quanto utilizza e legge i blog letterari o a tema culturale?
Ho scoperto tardi i primi ambienti che raggruppavano i blog culturali come Clarence, ma già ai tempi de Il Riformista, nel 2005, curavo un inserto dei best of de Il Cannocchiale, una piattaforma trasversale su cui c’erano blog di varia natura. Poi ho allargato l’orizzonte a blog come Nazione Indiana, Letteratitudine e Sul Romanzo, poi Finzioni e Quattrocentoquattro… e ho notato questo: mentre all’inizio i blog facevano emergere voci che prima non trovavano spazio nelle pubblicazioni tradizionali, oggi hanno più difficoltà a percorrere questa strada, diventando ottime rassegne stampa. Penso a realtà come minima & moralia che è il dagospia della cultura italiana, raccogliendo e ripubblicando articoli e informazioni interessanti in ambito culturale già usciti altrove. Certo c’è un tasso di litigiosità altissimo fra chi scrive sui blog culturali e ‘gruppettarismo’ da ricreazione scolastica di cui farei volentieri a meno. 


Quali sono le caratteristiche che dovrebbe avere un blog per attirare la sua attenzione? 
Se è nuovo, deve subito farmi capire dal titolo di cosa stiamo parlando. Su Finzioni magazine non andrò mai a cercare come sta cambiando la cronaca politica, ma riflessioni sulle forme di rappresentazione di una storia. Se invece è una realtà che conosco già, mi soffermo sulle modalità usate per comunicare i contenuti sui social. È lì che vado a vedere cosa c’è di nuovo, valutando come i blog sanno adeguare il linguaggio al canale utilizzato. Mi piacciono i blog che lavorano per offrire una personalizzazione autentica sugli argomenti proposti. Non amo i blog ideologici o logorroici, preferendo quelli informativi ed esistenziali. 

So che lei è anche docente all’università IULM. Come ha affrontato questa sfida?
Mi sono sempre posto con curiosità. Rifacendomi al film Jules et Jim di François Truffaut, posso dire che la curiosità è un mestiere sempre attuale, il problema è trovare qualcuno che paghi le tue scappatelle intellettuali. Un altro elemento per me imprescindibile è la cura, anche perché la cura è l’area di sovrapposizione perfetta fra la mia attività quotidiana come giornalista e la necessaria profondità dei temi trattati in ambito culturale. Con i miei studenti di comunicazione e narrazione multimediale analizziamo e studiamo format complessi e innovativi come Snow Fall del New York Times. Poi mi interessa molto il nostro orizzonte percettivo. Per esempio abbiamo fatto leggere delle pagine di Fabio Volo alle persone senza rivelare il nome dell’autore verificando che in pochi erano in grado di identificarne l’origine, mettendo in scena i loro pregiudizi.

Qual è la parte più affascinante del suo lavoro?
La cosa più bella è quando puoi andare a verificare persone e fatti, trovandoti ad osservare l’inatteso. Per La Lettura intervistai Slavoj Žižek a Lubiana e quando arrivai a casa sua scoprii tante cose inattese sull’uomo. Questo filosofo di sinistra, marxista hegeliano, bene-comunista aveva un feticismo di accumulo tutto borghese in casa sua, parlava in italiano e usava la nostra lingua per raccontare barzellette sconce su Mussolini. Ricordo che si è fatto il primo selfie con me, lui che odiava i selfie. Ecco possiamo dire che il motore primo di ogni mia ricerca è il sorprendente. 


Prima di salutarla, mi piacerebbe chiederle cosa sta leggendo.

Meditazioni sullo scorpione di Sergio Solmi edito da Adelphi. L’ho iniziato a leggere in un ristorante cinese di Chinatown con Marco Cubeddu e Alcide Pierantozzi. Con il cibo cinese mi è sembrata la lettura migliore. Per me libri e persone vanno assieme. Il libro è un momento di solitudine e mi piace condividerla con altri. Parlare di libri senza altri scopi, solo per il piacere della condivisione.