domenica 25 settembre 2011

Una parola, un verso: ventiquattresima - memoria, il punto di vista del "New Yorker"

memòria s. f. [dal lat. memoria, der. di memor -ŏris «memore»].

1. la capacità di ritenere traccia d’informazioni relative a eventi, immagini, sensazioni, idee di cui si sia avuto esperienza e di rievocarle quando lo stimolo originario sia cessato, riconoscendole come stati di coscienza trascorsi; 2. l’atto e il modo con cui la mente ritiene o rievoca singole e determinate immagini, nozioni, persone, avvenimenti; 3. tracce che persone o fatti lasciano nella mente degli uomini; 4. in memoria di, per onorare il ricordo di persone o anche di fatti.

 

Anche l’edizione della prestigiosa rivista giornalistica dal forte taglio letterario New Yorker del 12 settembre scorso è stata dedicata alla memoria dell’11/9 (anzi del 9/11 come lo ricordano gli americani, invertendo rispetto a noi latini giorno e mese in una data), ossia all’attentato che ha colpito le torri gemelle del World Trade Center a Manhattan dieci anni fa. Fra i tanti, forse troppi giornali che hanno voluto ricordare (spesso sfruttare) uno degli eventi più forti che ha colpito le pupille e le memorie di milioni di persone in tutto il mondo, portando alla morte di circa tremila persone in quella insensata mattina, il New Yorker è stato quello che forse ha saputo meglio condensare le paure e le speranze (poche) delle memorie che, a volte con parecchia e comprensibile difficoltà, si sono obbligate a ricordare e soprattutto a riflettere sul 9/11, ponendosi e ponendoci molte domande, alcune doverose, altre particolarmente scomode, ma decisamente necessarie.

Molti dei più rappresentativi scrittori di lingua inglese (americani e non) hanno espresso, in un paio di colonne, il loro punto di vista, partendo dalla memoria personale, dal “dov’ero in quel momento” che tutti noi avremo esercitato lo scorso 11 settembre. Il risultato si condensa in 12 pagine dalla carta molto sottile e leggera, caratteri piccoli e senza fronzoli in cui si fanno spazio dubbi pesanti, di chi ha visto in quel “dies horribilis” il distillato di tutte le nostre paure (dichiarate e non dichiarabili), di chi ha visto i barbari, i diversi (e per questo automaticamente incomprensibili e immediatamente estirpabili) che attaccavano la città che più di tutte ha fatto della diversità di pensiero, religione e cultura la sua essenza. Con quelle torri sono cadute molte delle speranze di convivenza che avevano illuso (?) gran parte degli scrittori che oggi si domandano, dalla pagine del New Yorker, quanto sarà ancora lungo quell’arco che costituisce l’universo morale a cui Martin Luther King si riferiva. Arco che, come ci ricorda Zadie Smith, sebbene sembri essere sempre troppo esteso per farci percepire il cambiamento mentale necessario a rendere possibile ogni convivenza, dovrà piegarsi di fronte alla giustizia. A quella, soprattutto oggi, ben saldi sulla nostra memoria, dovremmo tendere.

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domenica 18 settembre 2011

Cose dell’altro mondo


Il film di Francesco Patierno, il regista di Benvenuti al Sud per capirci, è appena uscito nelle sale con una soggetto che promette di far vedere “cose dell’altro mondo”, il nostro appunto.

La storia è semplice quanto geniale (e non originale, si ispira ad un film di Arau del 2004): scompaiono tutti gli stranieri. Prima dal Veneto, poi dall’Italia intera e con essi si smaterializzano colf, badanti, carpentieri, operai, raccoglitori di frutta e verdura e tutte le persone che spesso (in Veneto sembrerebbe sempre) fanno i lavori che a noi “vecchi” italiani non piace più fare. Le preghiere di un “imprenditur” razzista, qualunquista, volgare e eccezionalmente ignorante (nel senso che ignora tutto ciò che gli sta attorno perché preso solo da se stesso) vengono accontentate e una mattina un piccolo borgo in piena Padania si sveglia in un “day after” di silenzio e incredulità.

La domanda che pervade la città è: “E ora come faccio senza il tizio/a che mi stira, lava, pulisce e bada a quei rimbambiti dei miei genitori o a quei rumorosi dei miei figli?”

Poco importa che fine abbiano fatto queste persone (perché di esseri umani si tratta, anche se tutti sembrano dimenticarlo) e perché questo evento immaginifico sia accaduto. Quello che conta è sostituire la mandria operosa, sebbene crudelmente e necessariamente diversa.

Quando i greci parlavano di “barbaros” si riferivano a qualcuno che non utilizzava la loro lingua, i loro abiti, il loro cibo, il loro (cosa più importante) sistema sociale di regole prestabilite e universali (l’ellenismo). Ma anche perfette e insostituibili? Sembra essere questa l’idea sottostante al film di Patierno, che sceglie uno stile al limite del grottesco e immaginifico per trasportarci in una realtà dove l’unico desiderio che viene esaudito da un’entità superiore (scegliete voi quella che preferite) è quello di odio e intolleranza. Inaspettatamente si apre uno spiraglio fra l’Italia che si “arrangia”, cercando di “fregare” tutto e tutti (soprattutto se più deboli, extra comunitari o terroni non fa molta differenza) ed un possibile universo alternativo, in cui è necessario ricominciare a rimboccarsi le maniche, senza sperare sempre che qualcun altro risolva il problema.

Certo molto è lasciato all’interpretazione o alla creatività dello spettatore (se vi confronterete con chi ha visto il film, vedrete che ognuno avrà distillato il suo personale significato e in molti non sapranno ripetervi una frase o un momento specifico del film che li ha colpiti), ma ciò che è interessante del film non è certo il suo sviluppo e tantomeno il finale o le interpretazioni di Mastandrea o Abatantuono, a volte bloccate in un demagogismo di facciata, condito con un’incertezza di fondo su dove il film volesse davvero andare.

Ciò che conta è che qualcuno abbia sentito il bisogno di mostrarci ciò che vediamo ogni giorno, così normale da diventare invisibile: il silenzio. Il silenzio di centinaia, migliaia di persone che fanno il loro lavoro, magari anche bene, con serietà e professionalità, senza cercare una via più rapida per arrivare a rubare qualcosa ad un altro. E’ questo il silenzio che dovremmo ascoltare ed è a questo silenzio a cui dovremmo tendere.

In un articolo di qualche settimana fa de Il Sole 24 Ore Gianni Toniolo ci raccontava di uno dei tanti casi di silenzio eccellente di cui, (strano ma vero!) è costellato il nostro Paese e di cui ancora ci sorprendiamo o ci beiamo. E allora sembrerebbe il momento di far diventare “cose di questo mondo” quelle che nei nostri “vicini” europei sembrano ovvie, addirittura normali.

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domenica 11 settembre 2011

chi è Howard Jacobson?

Ma chi è Howard Jacobson?

Professore di letteratura inglese nella brumosa Inghilterra, nonché giornalista (columnist per dirla all'anglosassone), documentarista e scrittore.

A questo punto la vostra immaginazione, a meno che non siate fra i pochi italiani che hanno avuto l'opportunità di incontrare dal vivo questo distinto sessantenne (o almeno di leggere uno dei suoi libri), sarà già partita, delineando la figura di un distinto signore alla David Niven, con tanto di ombrello e giacca in tweed, magari anche con la pipa, che disserta dell'innegabile influenza shakespeariana su qualsiasi autore abbia osato scrivere dopo, a volte anche prima, del Bardo.

Sbagliato! Osate di più, con questo autore è assolutamente necessario.

Howard Jacobson si è presentato al Festivaletteratura (www.festivaletteratura.it) di Mantova in camicia di lino e capelli arruffati, invadendo letteralmente i pensieri dei boccheggianti spettatori (la sua presentazione era fissata in un bollente e umidiccio sabato mantovano alle due del pomeriggio) con una miriade di battute "sull'ebraicità" (se mi permettete questo neologismo), affermando di essere stanco dello "scambismo" (secondo neologismo…) fra scrittori ebrei e non. I primi che non sanno essere ebrei e i secondi che farebbero di tutto pur di diventarlo, perché pensano che essere scrittore ed ebreo sia una combinazione decisamente cool.

Cosa significa, allora, per uno dei più autorevoli scrittori ebrei di lingua inglese essere ebreo oggi?

"Sposare una donna ebrea." Almeno questa era la chiave dell'ebraismo secondo il padre di Jacobson, a cui ovviamente va aggiunta l'indissolubile capacità materna di prepararlo sempre al peggio, per poi sorprendersi, quasi infastidirsi, dinanzi all'eventuale meglio che si fosse ostinato ad arrivare.

Da qui Howard Jacobson parte per presentare in Italia il suo ultimo libro (L'enigma di Finkler - vincitore del prestigioso Man Booker Prize in UK), dimostrando un'impareggiabile disposizione all'ironia e soprattutto all'auto-ironia, riuscendo a scuotere gli animi e i sudori del pubblico assiepato a Palazzo Ducale e provocando numerosi applausi a scena aperta, anzi a "battuta aperta".

Accompagnato nella presentazione dall'attento osservatore dell'animo umano, nonché grande attore e drammaturgo, Moni Ovadia, Jacobson ha dimostrato di essere ben più del Philip Roth o del Woody Allen britannico (come spesso è stato etichettato), spiegando che l'indole ironica è insita nell'ebraismo, perché a suo giudizio nasce dalla sofferenza e dall'abitudine a convivere con le cattive notizie.

Dopotutto, ci dice Ovadia, l'ebraismo stesso nasce da una barzelletta: un centenario che mette incinta una novantenne sterile, dando vita ad Isacco (letteralmente "figlio del riso" - la risata di sua madre Sara alla notizia che sarebbe rimasta incinta).

Ma Jacobson non è solo ironia al vetriolo. Le sue parole scuotono il lettore con una miriade di dubbi e domande (spesso senza risposta) e per questo ancor più degne di essere poste, perché contribuiscono a far affiorare i vizi e le (poche) virtù dell'uomo, ma soprattutto la colpa che entrambe spesso possono generare.

Se cercate quindi un libro che vi porti alla parola "fine" senza scossoni, senza farvi capire che siete davvero partiti alla scoperta di qualcosa di diverso, senza che neanche un dubbio si sia infiltrato nella vostra mente, beh, scegliete un'altra guida per il vostro viaggio e decisamente un altro libro.

Per conto mio sto per iniziare il viaggio armato di funi...

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domenica 4 settembre 2011

Il nome giusto

Che gioia trovare un romanzo che sobilli continuamente la voracità di un lettore onnivoro per la “parola”. E che gioiosa e inattesa opportunità l’imbattersi in fonemi dimenticati da buona parte degli italiani (“endiade”, “scotomizzare”, “nisofili”, “adorcismo”, “ierofania”, solo per citarvene alcuni dei più interessanti), che sembrano rivendicare il diritto alla vita (e soprattutto all’utilizzo), in ogni pagina de Il nome giusto di Sergio Garufi.

Il protagonista del romanzo è un uomo che muore in un incidente e rimane bloccato in una sorta di limbo senza conoscerne il motivo. Inizierà così a seguire le persone che compreranno i libri che amava e collezionava “da vivo”, usando le loro storie per raccontarci la sua di storia, in un caleidoscopico rullare di normali e confortanti (per il lettore che vi si ritroverà) errori che lo hanno portato, per puro caso(?), alla morte.

Ma l’interesse per il romanzo di Garufi non nasce dalla trama o dai dubbi e i rimpianti in cui sembra crogiolarsi il protagonista, bensì dalla sapiente miscela di citazioni letterarie, ricostruzioni di dipinti perduti e visite di città d’arte che sanno essere anche vive e pulsanti testimonianze di amori perduti, senza mai cadere nel didascalico.
Tanto che, ad un certo punto, la trama diventerà per il lettore qualcosa di superfluo, se si appassionerà, come è accaduto a me, all’indomabile necessità del Garufi “libromane” di disseminare perfette parole fra le pagine del romanzo. Una sorta di dichiarazione d’amore per la nostra lingua che si mescola ad una necessaria curiosità per l’inconsueto e che mi ha fatto pensare al taccuino che Nadine Gordimer portava sempre con sé durante le sue corse nel bush sud africano e in cui annotava ogni nuova parola di cui si impossessava; poi la custodiva con cura, in attesa di poterla usare nella frase perfetta.

E sebbene il libro sconti, a volte, un eccessivo dilungarsi della storia e dei suoi flashback nel passato del protagonista, rimane il merito di aver proposto un linguaggio nuovo, perché intinto nelle centinaia di vecchie parole che la nostra lingua conserva nel vocabolario, in attesa della nostra frase perfetta.

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