domenica 25 novembre 2012

Il demone della lettura: rischio necessario.

Il momento migliore per incontrarli è quella sezione leggera e densa che divide la notte dal mattino, durante le poche ore che pulsano nella vostra testa, costringendovi a tenere le mani sulla carta, gli occhi sulla pagina e l’anima fra le dita. Fermi a rigirarla, avanti e indietro, come fosse una stecca morbida di liquirizia, che non osate ancora mordere o succhiare, fermi ad aspettare che si stacchino dal quel supporto che profuma di colla e mani altrui, per toccarvi.
E allora non vi sarà più luogo o tempo dove recarsi, senza che essi siano con voi. Personaggi. Parliamo di loro. Quelli di cui Primo Levi diceva: «Non hanno pelle né sangue né carne, hanno meno realtà di un dipinto o di un sogno notturno, non hanno sostanza che di parole, […] eppure puoi intrattenerti con loro, conversare con loro attraverso i secoli, odiarli, amarli, innamorartene.» Quelli su cui Fabio Stassi ha pubblicato, un paio d’anni fa, un prezioso lavoro che raccoglie i personaggi che l’hanno accompagnato e segnato fra quelli “pubblicati” fra il 1946 e il 1999 (Holden, Lolita, Živago e gli altri. Piccola enciclopedia dei personaggi letterari, minimum fax 2010), allacciandosi al lavoro di Gesualdo Bufalino e il suo Dizionario dei personaggi di romanzo. Da Don Chisciotte all’Innominabile (Il Saggiatore, Milano 1982), vera e propria miniera di scoperte e atto di devozione nei confronti della “Terra del Romanzo”, come Stassi la definisce.

Sfogliando il lavoro di Stassi resterete intrappolati nella sua rete di autopresentazioni, singole pagine in cui il personaggio di turno vi racconta di sé come se lo aveste davanti, lì, in quel momento, sulle tavole di un palcoscenico durante uno spettacolo davvero speciale, perché rappresentato solo per voi e le emozioni che foraggiate in quel preciso momento, sapendo che in un altro giorno, forse attimo, quelle stesse righe vi avrebbero potuto portare da un’altra parte. Perché il bello del demone della lettura è che siete voi a crearlo, volerlo e disegnarlo, aggiungendo un pizzico di voi stessi in ogni frammento di personaggio che offre lo scrittore.

Grazie allora a Fabio Stassi per avermi fatto rincontrare dopo anni il Corrado da La casa in collina del mio amato Pavese, la Micòl intangibile e forte come mai poteva apparire da Il giardino dei Finzi Contini di Giorgio Bassano, la famiglia un po’ speciale di Natalia Ginzburg e il suo Lessico Familiare, il serioso, pomposo, afflitto dai sensi di colpa Mr. Stevens da Quel che resta del giorno di Kazuo Ishiguro, l’etereo, solitario e dolcissimo Danny T.D. Lemon Novecento da Novecento di Alessandro Baricco, senza dimenticare il visionario inventore dello skaz (vedi post di imago2.0) Holden Caulfield da Il giovane Holden di J.D. Salinger e potrei continuare per molte righe.

domenica 18 novembre 2012

Cinema d'incresciosa normalità - cambiare punto di vista al Festival del Cinema di Roma

Molte coppie si vantano di conoscere così bene il partner da potersi muovere all’unisono. Questo accade anche a Hélène e Joachim (i due protagonisti di Main dans la main film di di Valérie Donzelli – Francia 2012 - presentato in anteprima al Festival internazionale del Film di Roma) e fino a qui nulla di nuovo, se non fosse che i due in questione non si amano, non si conoscono, non si sono mai visti prima del loro casuale incontro all’Opéra di Parigi, momento dal quale sono costretti a muoversi all’unisono, come in una coreografia surreale e grottesca a metà fra Il favoloso mondo di Amélie di Jean-Pierre Jeunet e Burn After Reading dei fratelli Coen. Ogni movimento che fa Hélène, Joachim lo deve replicare, conferendo ai primi venti minuti di pellicola l’aspetto di un semplice divertissement, seppure gradevole e di “alleniana” impostazione. La sfida della giovane regista è stata però quella di trasformare questa coppia inopportuna in un insieme che funziona, perché riesce a far vedere all’altro ciò che non vuole vedere, accompagnando il pubblico in un inatteso e temuto momento di scavo fra macerie di decisioni passate e doveri inalienabili nei confronti di persone che non esistono più. E sebbene ci saremmo aspettati un approfondimento più coraggioso dei personaggi nella seconda parte del film, che prova invece ad indagare anche chi ruota intorno ai protagonisti, condensando così troppe verità non dette in 90 minuti di pellicola, Main dans la main ha il merito di dimostrarci che lo scavo in noi stessi e il cambiamento che da esso può derivare non hanno mai una scadenza e che a volte abbiamo solo bisogno di qualcuno che compia il viaggio con noi. Certo, se si è entrambi disposti a perdersi nel viaggio stesso.

A un ritmo sincopato e a un’arguzia fuori misura, si è affidato invece P.J. Hogan (regista australiano de Le nozze di Muriel del 1994 e de Il matrimonio del mio migliore amico del 1997) presentando, fuori concorso al Festival Internazionale di Roma, il suo Mental che assorbe e centrifuga lo spettatore in un dialogato che non si lascia scappare nessuna delle nostre insane, pazze, incresciose presunte normalità, facendone coriandoli da spargere in cielo mentre cantiamo Edelweiss, proprio come avrebbe fatto Julie Andrews nel film Tutti insieme appassionatamente.
Partendo da alcuni riferimenti autobiografici, il regista sembra operare in uno stato di grazia sardonica e incontrollabile, che spinge lo spettatore a solcare acque sconosciute dai ritmi inarrestabili, come se fosse bastata la canzone della “matta” Shirley, con cui si apre il film, a generare una cesura insanabile fra il nostro mondo e quello di Hogan, con la sua “matta” Australia e la scintillante e rabbiosa “pazzia” di Toni Colette, protagonista e deus ex machina di tutta la pellicola. Portatrice di cataclismici cambiamenti nella vita di una famiglia non abbastanza “matta” per accettare di conformarsi alla normalità, Shaz (il personaggio di Toni Colette) osa mostrare alle persone i loro errori, le loro meschinerie, le loro ottusità e se le parole non bastano…beh, saranno i fatti a parlare. Anche Shaz ovviamente ha le sue nascoste paure, il suo senso d’inadeguatezza a minacciarla, il giudizio altrui a consumarla, ma questo ce la fa apprezzare ancora di più, ricucendo nel corso del film lo strappo fra i due mondi, che non sono solo nella stessa galassia, ma spesso appena sotto il nostro naso. 

domenica 11 novembre 2012

L’ansia di fare, sì, ma di chi è la colpa?


"Qualche tempo fa mi sono trovato fra le mani un suono e non l’ho ignorato."

Sarebbe un incipit molto interessante per un romanzo. Una sinestesia da cui far partire la curiosità del lettore per l’Io narrante in prima persona che, evidentemente, ha deciso di iniziare da una particolare sensazione provata per raccontare la sua storia. Ma in questo caso la sinestesia non sussiste o meglio la sinestesia, metafora per cui si uniscono in stretto rapporto due parole che si riferiscono a sfere sensoriali diverse, non è altro che una perfetta intuizione.
A collegare udito e tatto ci ha pensato il nostro cervello ben prima della semantica, sembra infatti che un'equipe dell’università di Georgetown abbia presentato ad una sessione della Society for Neuroscience uno studio chedimostra che la percezione di ciò che ascoltiamo varia al mutare dell’utilizzodel nostro sistema motorio, a cominciare proprio dalle mani. Facendo ascoltare dei suoni ad un campione di individui, è stato chiesto loro di premere un bottone ogni volta che percepivano una variazione. Lo studio ha dimostrato che alcuni suoni venivano percepiti solo se il campione utilizzava la mano destra per premere il bottone, restando incompresi e ignorati se si usava la sinistra. Questo perché il nostro emisfero sinistro (che gestisce la mano destra) è più attento alla velocità del suono, mentre il destro (che gestisce la mano sinistra) si occupa dei suoni più lenti, facendo maggiore attenzione a qualità e intonazione.
Vi guardate le mani? State pensando che è colpa del vostro emisfero sinistro se tentate di leggere due libri in contemporanea, di svolgere due lavori nello stesso giorno, di usare il tempo per osservare ciò che vi circonda e siete divorati dall’ansia di non fare mai abbastanza? Sì, è colpa di questo malnato emisfero sinistro, che evidentemente il destro, con il suo pensiero laterale, non fa che fomentare, illustrandogli centinaia di possibilità per moltiplicare il suo “da fare”, sfidandolo a iniziare sempre nuove attività, da incastrare le une con le altre. Aspettate! Allora forse la colpa è del vostro emisfero destro. Quel furbone creativo e girovago che prospetta sempre nuove idee e possibilità di osservare se stessi e gli altri.

Bisogna depistarli. Entrambi, magari provando a sedervi sopra la vostra mano destra fino a non sentirla più, rendendo così meno operoso il vostro emisfero sinistro e la “sua voglia di farvi fare”. Cercate anche di gesticolare forsennatamente con la mano sinistra, questo lo farà impazzire. Anche se così si attiverà l’emisfero destro, che vi suggerirà una soluzione creativa per uscire dall’empasse; sarà allora la volta di invertire la posizione e l’utilizzo delle vostre mani e ricominciare tutto d’accapo. Certo, c’è il pericolo di essere scambiati per dei pupi siciliani in piena battaglia o per persone affette da forti disturbi ossessivo-compulsivi, ma non importa, l’avrete fatta vedere al vostro cervello!

domenica 4 novembre 2012

Una parola, un verso: trentunesima - pellegrino


Vi siete mai avventurati sull'antica via Francigena, con lo zaino in spalla e il cuore leggero? 
La via in questione era il collegamento per eccellenza fra Canterbury in Inghilterra e Roma e fu percorsa, fra i primi uomini in cerca di luoghi lontani che potessero fortificare la propria fede, dal vescovo Sigerico nel 990 d.c. che, oltre a ricevere un premio squisitamente terreno (l'investitura a vescovo appunto) al suo arrivo in una delle tre città sante dell'epoca (Roma, che si divideva il titolo con Gerusalemme e Santiago), dimostrò che l'uomo ha in sé da sempre il germe sublime della narrazione
Sigerico decise infatti di annotare nel suo diario di viaggio tutto il percorso di ritorno da Roma, con dettagliate descrizioni dei luoghi e dei rifugi utilizzati durante un pellegrinaggio di ben 1.600 chilometri, compiuto in soli 79 giorni per rientrare nella sua amata Inghilterra. Qualche giorno fa, per caso, mi sono trovato a percorrere un piccolo tratto di questa antico itinerario delle fede e sulla mia strada ho incontrato uno dei tanti luoghi sorti su tale via di contatto e contaminazione culturale durante il Medioevo. 

Mi riferisco alla basilica paleocristiana di San Salvatore (sorta nei primi secoli dell'era cristiana e poi ampliata fra il IV e l'VIII secolo d.c. dai Longobardi) alle porte di Spoleto in Umbria. Nella sua possente essenzialità, è uno di quei luoghi che costringe il viaggiatore a silenziare il mondo d'improvviso e a osservare se stesso e la propria essenza. Il viaggiatore diventa allora "pellegrino", ossia straniero in una terra in cui in pochi scientemente si avventurerebbero: il proprio animo. 
Per quanto riuscirà a esporsi a tale vista? E ciò che vedrà, quanto sarà difforme dall'immagine che il pellegrino avrà sempre avuto di se stesso? Quanto strano, fuori dal comune e originale gli apparirà ciò che ha fatto, creduto e perseguito fino a quel momento? 

L'essenzialità bruciante di questo luogo sembra sospesa fra il nostro tempo e quello delle parole migliori che sono state scritte sulla ricerca della propria verità. Penseremo allora  a Hermann Hesse e alle sue poesie che scandagliano i sensi, a John Maxwell Coetzee e ai suoi percorsi negli errori umani, a Virginia Woolf e alla sua necessità di scavare nelle miniere racchiuse nei suoi personaggi, a Franz Kafka e alla sua instancabile ricerca del silenzio indagatore. Poi distoglieremo lo sguardo e guarderemo le colonne lattee di San Salvatore, accettando la sua sfida, il nostro pellegrinaggio comincerà sorretto da personaggi e scrittori che hanno conficcato paletti inviolabili nel nostro sentire e, insieme a loro, sceglieremo il prossimo pensiero, la prossima parola, il prossimo verso.


 Una parola, un verso: pellegrino
[lat. peregrīnus "straniero", riferito nel lat. tardo a chi veniva a Roma per scopo religioso]. - ■ s.m. (f. -a) 1. (relig.) Chi si reca in pellegrinaggio a un luogo santo. 2. (estens.) Viandante, persona che va errando qua e là fuori della propria patria. ■ (fig.) Strano, fuori del comune, e quindi nuovo, originale. 

(fonte: Treccani).