domenica 27 aprile 2014

I dissidenti, nostri e di Jonathan Lethem

«La vita è come una scatola di cioccolatini: non sai mai quello che ti capita
Ve la ricordate? Era il 1994 e un uomo vestito di bianco dall’aria serena si godeva il caldo. Era  seduto su una panchina vicino a una fermata dell’autobus, a Savannah in Georgia. Sulle ginocchia aveva una scatola di cioccolatini, anch'essa bianca, tenuta insieme da un fiocco arancio. Senza curarsi di chi aveva intorno, l’uomo iniziava a raccontare. È l’incipit di Forrest Gump film di Robert Zemeckis, tratto dall'omonimo romanzo di Wisnton Groom del 1986.
Nel racconto si condensano trent’anni di storia americana che sono poi i veri protagonisti del film, in cui Forrest appare per caso, riuscendo a conoscere John F. Kennedy, Lyndon Johnson, John Lennon e Richard Nixon e, sempre per caso, a partecipare ad alcuni dei più importanti e sofferti eventi della storia americana che va dagli anni ’60 agli anni ’80. Proprio a Forrest Gump fa riferimento Jonathan Lethem in un’intervista al The Daily Telegraph dello scorso gennaio in occasione dell’uscita sul mercato editoriale britannico del suo nuovo romanzo Dissident Gardens.
Lethem ci racconta che il suo ultimo lavoro è stato costruito in maniera speculare rispetto a quella che egli stesso definisce la «Forrest Gump history», ossia una narrazione che diventa semplice fondale a grandi eventi storici. In Dissident Gardens (appena uscito in Italia con il titolo I giardini dei dissidenti – Bompiani – traduzione di Andrea Silvestri) Jonathan Lethem attua l’operazione inversa. I suoi protagonisti, a cominciare da Rose e Miriam, due donne che mettono al servizio di un’idea la propria vita e quella delle persone che da loro dipendono, si muovono attraverso cinquant’anni di storia americana (dagli anni ’30 fino alla nascita del movimento Occupy Wall Street), dimostrando che il loro narrato è più potente del fondale storico in cui si muovono. Le scelte di rottura difese e attuate da queste due donne, causeranno la loro espulsione persino da mondi fatti di persone all’indice. Così accadrà alla poderosa Rose Zimmer, ebrea comunista del Queens, appartenente al leggendario quartiere di Sunnyside Gardens (luogo mito della sinistra americana disegnato da Lewis Mumford alla fine degli anni ’20 per la comunità utopica comunista), che da questa enclave di “dissidenti” verrà espulsa a causa di una relazione con un poliziotto di colore.
In questo romanzo di ricerca (di un ideale inattaccabile, di un luogo dove poterlo esprimere, di una persona con cui poterlo condividere) Jonathan Lethem mette anche molto del suo vissuto (sua nonna ha abitato al Sunnyside Gardens), offrendo al lettore un’occasione per «capire come alcune ideologie e divisioni possano (e debbano [ndr]) tradursi nella vita delle persone.»[1]



[1] Dall’intervista su La Lettura di Livia Manera.

domenica 20 aprile 2014

Il Pulitzer, i premi letterari e la scelta di Donna Tartt.

Vi ricordate il pomodoro?
Ne parlavamo qualche settimana fa osservando il mercato editoriale inglese che si sta chiedendo (in Italia lo facciamo ahimè da tempo) se lo scrittore sia una forma di vita a rischio. Eravamo partiti da Dustin Hoffman e dalle sue peripezie da attore disoccupato in una New York anni '80 nel film Tootsie. Per lavorare e quindi mangiare, aveva accettato di interpretare il pomodoro in uno spot pubblicitario, prima di mandare tutto a monte perché non voleva sedersi, in quanto pomodoro fedele alla propria natura (i pomodori non si siedono!). 
Lo scrittore oggi deve affrontare lo stesso tipo di prove, deve trasformarsi in attore, affabulatore, venditore, intrattenitore, predicatore, tuttologo e magari anche in esaminatore o produttore di pensieri in versione sms o emoticon per un pubblico che difficilmente leggerà un suo testo (l’esperienza di Masterpiece è emblematica). Tutto pur di essere “acquistato” dal lettore. Lo scrittore lo sa, a volte non gli piace, ma lo ha accettato, perché sembra essere l’unico modo per contendersi qualche giorno di attenzione sugli scaffali (per averne di più, rimangono solo le armi di distruzione di massa). 
Poi certo ci sono i premi e anche per questi bisogna essere pronti a “farsi pomodoro”. Scrittori come Rupert Thomson, Hanif Kureishi e Joanna Kavenna ammettono quanto sia importante entrare nella cerchia del Booker prize britannico in termini di vendite, sebbene il premio letterario più importante della Gran Bretagna non abbia più l’effetto monetario di un tempo. E gli americani sanno quanto possa fare la differenza entrare solo nella short list del National Book Award o del Pulitzer. Proprio qualche giorno fa è stato assegnato il Pulitzer per la fiction a Donna Tartt e al suo terzo immenso romanzo (784 pagine) The Goldfinch (Il cardellino - Rizzoli 2014). Il titolo si riferisce a un quadro che il tredicenne protagonista del romanzo raccoglierà da terra dopo un attentato terroristico al Metropolitan che ha causato la morte della madre. Inizierà così una lunga (secondo alcuni critici “troppo lunga”) storia a metà strada fra Dickens e Salinger, narrata con l’utilizzo di flashback dal protagonista ormai adulto. Il romanzo della Tartt ha sconfitto gli altri pretendenti, tra cui Philipp Meyer con The Son, per la qualità del testo e (citando la commissione per il Pulitzer) «per l’abilità a disegnare i personaggi, che seguono dinamicamente l’evolversi del rapporto che lega il protagonista al dipinto». Ma non dobbiamo dimenticare l’attenzione mediatica, ai limiti dell’ossessione, che i lettori e molta della critica internazionale concedono a Donna Tartt. Scrittrice che, per scelta, pubblica un libro ogni dieci anni (il suo primo romanzo The secret Hhistory  nel 1992 e il secondo The little friend nel 2003), lavorando in completo isolamento. 
Donna Tartt non ama mostrarsi in pubblico, generando un tale livello di attesa per i suoi libri (apparentemente contrari a molte leggi del marketing editoriale contemporaneo: sono lunghi, costruiti su più livelli, pieni di citazioni letterarie, poco frequenti), da far pensare a una precisa strategia più che a una scelta dettata da un profondo rispetto (e una potente autostima) per il proprio lavoro di scrittrice.

Nell’esclusiva intervista alla CBS Donna Tartt, con la sua voce controllata e il suo onnipresente caschetto nero, sembra porgere all’interlocutore ogni sua parola come se fosse il più prezioso dei gioielli. E l’interlocutore sembra crederle, sempre. Certo, Donna Tartt viene da una famiglia molto particolare, dove la passione per il libro è stato un filo conduttore di molte sue scoperte ed è stata molto vicina al literary brat pack, un gruppo letterario le cui storie sull’uso della droga e sulla disintossicazione hanno creato non poco interesse fra gli ’80 e i ’90 in America (Bret Easton Ellis era uno dei leader del movimento e un amico della Tartt). Questo, unito alla necessità dichiarata dell’autrice di vivere da sola per lunghi periodi (anni) per scrivere, al suo look molto severo e controllato, al suo modo di scrivere decisamente cesellato, ha contribuito a creare la passione dei lettori per lei oltre (o più?) che per i suoi libri. Che Donna Tartt sia un’ Amélie Nothomb in grande? Probabilmente la vincitrice del Pulitzer 2014 ha scelto il suo pomodoro, invece di indossarne molti altrui e per questo a lungo sarà invidiata. 

domenica 13 aprile 2014

L’Italia è in attesa di un nuovo Riccardo III che la “salvi”? Alessandro Gassmann ci prepara all’impatto.

«Più è grande la bugia, più è difficile confutarla.»
No, non siamo riusciti a entrare nella mente di uno dei politici che governano questo paese, né in quelle dei loro collaboratori. La frase è tratta da uno dei monologhi interiori di Riccardo III, protagonista dell’omonima tragedia di Shakespeare. Questa piccola frase ha in sé la chiave del successo di quest’ uomo politico, che, alla fine, sarà ucciso proprio a causa della sua arte di far apparire giusto l’ingiusto e vittima il supremo carnefice (e qui noi contemporanei potremmo sorprenderci).
Siamo alla fine del XV secolo, al termine della guerra delle due rose (fra York e Lancaster) per il controllo del trono d’Inghilterra, che porterà all’insediamento sul trono della dinastia dei Tudor al posto dei Plantageneti. Insediamento che avverrà proprio grazie alla sconfitta del “perfido” Riccardo III. Capace di qualsiasi azione pur di raggiungere i suoi obiettivi, appare al pubblico come la rappresentazione di un uomo deforme nell’animo, ancor più che nel corpo (Riccardo III aveva molti problemi fisici, fra cui la famosa gobba). Riccardo uccide mariti e figli, per poi sposarne le mogli e le madri, solo per farle diventare pazze e ricominciare da mariti e figli più importanti. Riccardo usa l’amicizia come passepartout per il potere e il tradimento, come un’arte non solo necessaria, ma addirittura piacevole. Riesce a convincere le folle e i singoli che il suo bene è il bene del paese e, somma astuzia, alla fine si farà pregare per “scendere in campo” e conquistare il potere che ha sempre sognato. È così abile nel farlo da diventare affascinante. Il pubblico è curioso di scoprire le sue geniali idee, conscio che il potere più grande di Riccardo non è la spada, ma la parola. È con essa che Riccardo convince i suoi nemici e prepara la morte dei suoi amici ed è con essa che il pubblico si è dovuto confrontare anche nell’ultima rappresentazione del Riccardo III diretta e interpretata da Alessandro Gassmann che dopo il Piccolo di Milano è sbarcata a Roma al Teatro Argentina.

Il teatro è già pieno dieci minuti prima dell’inizio dello spettacolo, cosa assai rara per l’abitudine di farsi attendere che a teatro ha persino il pubblico. È l’ultimo sabato in cui l’opera è in cartellone e tutti vogliono vedere Alessandro Gassmann.  L’attore ha scelto la sua personale strada per la deformità fisica di Riccardo III, puntando a potenziare la sua già imponente mole, con tacchi e sopralzi, presentandosi in scena come un novello Frankenstein (a metà fra il Lurch della famiglia Addams e il personaggio creato da Mary Shelley) dai movimenti rigidi, sofferti e il volto coperto da un pesante trucco bianco e grigio. Il pubblico inizia a pensare di essere venuto ad assistere alla rappresentazione di attori fantasmi, fuorusciti, solo per alcune ore, dalle persone aggressive e rabbiose con cui ci confrontiamo ogni giorno e che certo sono più abili a nascondere le proprie deformità. Alessandro Gassmann si cala nel personaggio di Riccardo III con abilità, evitando di ricalcare illustri predecessori (a cominciare da suo padre, diretto da Luca Ronconi nel 1968). Cerca una nuova strada interpretativa, partendo da un testo rivisitato e attualizzato nel linguaggio, senza eccessi, da Vitaliano Trevisan, che lo fa entrare subito in simbiosi con lo spettatore. Come al tempo di Shakespeare, la gente vive immersa negli intrighi politici, di cui spesso non capisce le logiche, ma soffre gli effetti. Questa rappresentazione ha il merito di sollevare il sipario sui retroscena, facendo scaturire il dubbio nel pubblico di potersi comportare allo stesso modo di Riccardo, trovandosi a pochi passi dal potere. Anche il pubblico, come Riccardo, è stanco di sentirsi considerare inferiore a chi gestisce il potere e anche il pubblico, come Riccardo, è pieno di rabbia, perché si sente deriso e perennemente escluso dal tavolo delle decisioni. Questo Riccardo III smuove le coscienze e la sua visione sarebbe consigliata vivamente ai “nostri York e ai nostri Lancaster” che si sfidano a colpi di minuti televisivi, senza accorgersi che di novelli Riccardi ne hanno già parecchi intorno pronti a colpire e non tutti saranno “deboli” come quello creato da Shakespeare


domenica 6 aprile 2014

Un deserto di librerie…anche dall’altra parte dell’oceano.

Provate a immaginare una serie di scaffali infiniti su cui milioni di libri sono in attesa di un vostro tocco sul dorso per offrirvi la loro versione dei fatti. Non pensate a scaffali in mogano e antiche scale di legno, ma a scaffali “simil-Ikea”, di quel giallognolo indefinito che sa di caramella mou sbocconcellata. Apparentemente troppo sottili per reggere il peso della carta che li spinge da ogni lato. Non avremo dorsi di cuoio, sebbene ci sia una sezione dedicata anche ai libri rari, ma, per lo più, tascabili, anche usati, che si spintoneranno gli uni con gli altri per tentare di saltarvi fra le mani e farsi iniziare a leggere.


Non state sognando, un luogo del genere esiste veramente ed è a New York. A Manhattan per la precisione, fra Broadway e la East 12th, e si chiama Strand Bookstore. Il loro slogal è: 18 miglia di libri. Ossia quasi 30 km di libri a vostra disposizione. Presidio fisico della letteratura in America, a dimostrazione che Manhattan è uno dei grandi centri culturali del nostro pianeta (secondo i newyorkesi il più grande), almeno fino ad oggi. Il New York Times, in un articolo di Julie Bosman intitolato Literary City, Bookstore Desert, ci elenca tutta una serie di storiche librerie di Manhattan che hanno dovuto impacchettare i loro libri e trasferirsi a Brooklyn o nel Jersey, non potendo più sostenere i costi degli affitti nell’isola più desiderata e invidiata al mondo. Altri ancora hanno chiuso e basta, portando l’ABA (American Booksellers Association) a lanciare l’allarme sul numero di librerie presenti a Manhattan scese del 30% dal 2000 al 2012. E se la crisi prima toccava solo le piccole realtà indipendenti (vi ricordate C’è posta per te? Film di Nora Ephron del 1998 che raccontava l’assedio delle grandi catene di librerie agli indipendenti?), ora il fenomeno tocca anche giganti come Barnes & Noble, che ha dovuto chiudere la sua libreria sulla Fifth Avenue proprio lo scorso gennaio o Rizzoli (dove si incontrano Meryl Streep e Robert De Niro nel film Innamorarsi del 1984) che sarà costretta a lasciare la sua storica location sulla 57th, perché il proprietario del palazzo ha deciso di demolirlo. Michael Pietsch, CEO di Hachette Book Group (il secondo gruppo editoriale al mondo), ha dovuto ammettere che New York non è più una città di librerie, come era in passato e Esther Newberg (famoso agente letterario) si è più volte rammaricata per la trasformazione che ha colpito la città, che ormai è diventata “un immenso centro commerciale per ricchi”. Lo Strand per ora resiste, ma non conosciamo la scadenza del suo contratto d’affitto.

È possibile che fra qualche decennio, vedendo un film di Woody Allen (uno per tutti Hannah e le sue sorelle del 1986) e una delle tante riprese che il regista ha dedicato alle librerie piccole e grandi che popolano Manhattan, diremo: «Davvero c’erano in giro tutti quei libri a NYC?»  Poi il sarcastico di turno ci risponderà: «Certo che no, è solo un fondale, in quella strada c’è sempre stato Manolo Blahnik.»