domenica 29 marzo 2015

Cosa sono i corsi di scrittura creativa

Cosa sono i corsi di scrittura creativa? Seminari, laboratori, stage, story telling, full immersion, writing coaching: chissà cosa avrebbe pensato Giuseppe Pontiggia (scrittore, critico letterario e inventore dei primi corsi di scrittura creativa in Italia) di questo proliferare di etichette linguistiche volte a trasformare in una somma algebrica di strumenti (creativi e non) l’idea romantica dello scrittore ottocentesco? Mi riferisco all’autore illuminato dal sacro fervore dell’arte che, sotto una pioggia battente, osserva, dall’alto di una rupe, l’oscurità compressa fra cielo e oceano in cerca dell’idea perfetta per il suo romanzo. Forse Pontiggia avrebbe detto che era giunto il momento di spingere giù dalla suddetta rupe lo scrittore in questione, in modo che inizi a osservare la vita che gli scorre attorno e il lettore che la vive e che vorrebbe poi rileggerla più grande, migliore, ma comunque sua. È questo che oggi cercano di fare i corsi di scrittura creativa.

Giuseppe Pontiggia
«Scrivo narrativa quando sono spinto dalla necessità di raccontare qualcosa che sento importante non solo per me, ma potenzialmente anche per il lettore. Prima di affrontare un romanzo ho bisogno di crederci veramente, invece i racconti possono nascere da uno spunto immediato.» In tre righe Pontiggia chiariva il presupposto fondamentale per scrivere, agganciandosi a quanto grandi autori prima di lui (uno per tutti F. S. Fitzgerald) avevano già stabilito come punto di partenza irrinunciabile per la narrativa: avere qualcosa d’importante da dire, non solo per l’autore, ma anche per il lettore che di quel testo si sarebbe nutrito.


È da qui che partono quasi tutti i corsi di scrittura creativa che oggi sovrappopolano la Rete con offerte intriganti non soltanto dal punto di vista dei testimoni di mestiere (scrittori famosi, editor di grandi realtà editoriali, firme del giornalismo culturale, registi, sceneggiatori, esperti di comunicazione digitale e televisione, perché la contaminazione fra le forme di comunicazione è sempre più un elemento ritenuto fondamentale dalle scuole di scrittura), ma anche nel format che agli aspiranti scrittori viene offerto. Percorsi frontali e a distanza, college all’americana in cui condividere anche il bagno e il campo da baseball con il vate scrittorio di turno e navi da crociera in cui ascoltare rapiti letture per tutta la notte, full immersion monografiche di un fine settimana per sapere tutto sul punto e virgola e percorsi biennali con tanto di esame finale e  reading di un condensato del proprio lavoro (secondo Alessandro Baricco sette minuti sono sufficienti a raccontare il proprio progetto di scrittura e a catturare l’attenzione della platea, altrimenti non sarà il progetto su cui investire) davanti a un pubblico di tecnici.

Alessandro Baricco
Studiare, osservare chi sa più di noi e impossessarsi dei ferri del mestiere, come si faceva nelle botteghe dei grandi pittori e scultori nella Firenze rinascimentale o nella Roma barocca. Niente ispirazione estatica quindi, ma tanta pratica e messa in discussione dei propri schemi mentali e narrativi. Questi i fondamenti di un buon percorso di scrittura creativa. Ma come scegliere quello più adatto a noi? Dipende da cosa vorremmo scrivere e perché.

Prima di avventurarci nella ricerca del corso più adatto a noi, pensiamo bene al progetto che in questo percorso vorremmo vedere germogliare. Abbiamo già un’idea, una trama, dei personaggi, una struttura credibile? Qual è la necessità che ci spinge a raccontare proprio questa storia? Come lettore cosa vorremmo trovare in una storia del genere? Se non abbiamo ancora tutte le risposte, proviamo a pensarci un po’, magari partendo da un’altra pietra miliare per qualsiasi corso di scrittura: la lettura. Per capire cosa funziona e cosa no, cosa ci attira e cosa ci annoia, quali strumenti l’autore ha messo in atto per generare quella sensazione nel lettore o almeno per provare a generarla.


Alessandro Piperno
Per rispondere a tutte queste domande avremo bisogno della lettura. Una lettura che non si limiterà più a spingere il protagonista nella corsa verso il finale, ma a sezionare, analizzare, mettere in discussione il sistema narrativo che l’autore del libro che ci troviamo fra le mani ha messo in campo. E quindi ecco la prima trasformazione: da lettore spensierato e lettore “religioso” (come lo ha correttamente definito Alessandro Piperno), ossia un lettore che ha fatto della lettura la sua religione e che in ogni rigo analizza grammatica, sintassi, lessico, messa in scena, composizione, originalità. E allora controlliamo che nel programma del nostro prossimo corso di scrittura creativa ci sia tanta buona lettura critica dei testi e che i titoli proposti, spesso si anticipa una lista ai corsisti, vadano nella direzione stilistica che abbiamo scelto per il nostro prossimo progetto narrativo. Cosa sono i corsi di scrittura creativa e perché frequentarli? Cominciano a cercare nelle nostre sempre più numerose e insaziabili letture una risposta.

domenica 22 marzo 2015

Zadie Smith: scrivere è una sfida al proprio talento


Con il consueto turbante rosso e un orologio di plastica dello stesso colore, Zadie Smith appare sul palco della sesta edizione di Libri come, Festa del libro e della lettura, per presentare il suo ultimo lavoro L’ambasciata di Cambogia edito da Mondadori nella collana Libellule con la traduzione di Silvia Pareschi.

Zadie Smith
Occhi enormi incastonati in zigomi sporgenti, Zadie Smith sembra osservare tutto da lontano, come se avesse bisogno di un punto di vista più ampio da cui partire per comprendere davvero chi la circonda. Come se per costruire le misurate strutture narrative cui ha abituato il suo lettore, dovesse trovare un punto di osservazione in bilico fra il mondo che ruota intorno alla storia che l’ha colpita e quello che continua a ignorarla appena un passo al di fuori. Essere dentro la storia senza esserne assorbita del tutto. 
Zadie racconta al lettore la sua idea di scrittura, partendo dalle aspettative dell’autore. La lettura può creare un legame molto forte e personale fra autore e lettore, ma il risultato non sarà mai quello pensato dallo scrittore, per questo, ci ricorda Zadie, non si dovrebbe mai scrivere avendo in mente il lettore ideale per il proprio lavoro, quello che meglio capirà il nostro pensiero. Si rischierebbe di scontentare i lettori in carne ed ossa che potremmo avere la fortuna di incontrare. È facile pensare a David Foster Wallace e alla sua concezione di talento, che è componente importante ma non sufficiente a fare una buona scrittura. «Il talento – sostiene Wallace - è solo uno strumento, è avere una penna che scrive rispetto a una che non scrive», ma la grossa distinzione fra grande arte e arte mediocre si nasconderebbe nello scopo da cui è mosso il cuore dell’autore di quell’arte. Anche Zadie Smith pensa che possedere un talento nel padroneggiare il proprio linguaggio, nello scegliere una frase, un aggettivo rispetto a un altro è un grosso vantaggio, ma essere uno scrittore è molto di più. Vuol dire «utilizzare il proprio talento per fare qualcosa che sia una sfida per se stessi, uscendo dalla propria area di comfort e mantenendo la determinazione continua a rimanere creativi e attivi nel proprio contesto sociale».
E quando Zadie Smith parla di contesto sociale molto probabilmente ha già davanti agli occhi la sua principale fonte di ispirazione, il quartiere di Willesden ambientazione del suo Denti Bianchi, area nord occidentale di Londra, parte di quel London Borough of Brent, dove la scrittrice ha abitato per anni e dove è ambientato anche il suo romanzo NW, che prende il nome dal codice postale della zona. Quartiere dove ha ambientato anche L’ambasciata di Cambogia, un luogo misterioso dove giocano a badminton e davanti al quale passa la protagonista di questa storia: Fatou. Attraverso gli occhi di Fatou, che il lettore scoprirà, se possibile, più attenti e indagatori di quelli di Zadie Smith, comprenderemo l’importanza di non fermarsi davanti alle apparenze, mettendo in discussione tutti i dogmi che incontriamo sulla nostra strada. 

Prima di salutare i lettori di Libri come, Zadie Smith si cimenta in una lettura, in italiano (ha vissuto due anni nello storico rione Monti di Roma e padroneggia molto bene la nostra lingua) di alcune pagine de L’ambasciata di Cambogia e attraverso le sue parole ci mettiamo al fianco di Fatou. Ma lascio a voi la scoperta dell’ultimo libro di Zadie Smith. Ne riparleremo.     

domenica 15 marzo 2015

Libri come – Festival del libro e della lettura


Image result for libri comeCi sarà stato il consueto libro gigante a sfidare gli scarabei di Renzo Piano al Parco della Musica di Roma per la sesta edizione di Libri come? La festa del libro e della lettura, ormai diventata un punto di riferimento per chi i libri non solo li scrive, ma soprattutto (e per fortuna) li legge, dedica l’edizione 2015 (dal 12 al 15 marzo) alla scuola. D’altronde uno dei punti di forza di questa manifestazione è sempre stato quello di diventare strumento di avvicinamento alla lettura, ancor più che alla letteratura, dimostrando cosa accomuni gli scrittori di ogni parte del mondo e di qualsiasi estrazione sociale e culturale: leggere, leggere, leggere. Che vi piaccia farlo distesi in religioso silenzio, con un gatto che vi fa le fusa sulla pancia o “cuffiettati” in mezzo al più straripante dei mezzi pubblici, che usiate la profumata carta o il leggerissimo e contenitivo e-reader, ciò che conta è la passione per il mondo altro in cui la lettura ci trasporta nello spazio di una riga.


Molti gli appuntamenti da gustare, a cominciare dal doppio incontro dedicato a Umberto Eco (che giovedì ha aperto ai lettori lo scrigno delle sue memorie parlando dei suoi maestri e venerdì ha tenuto una lezione di filosofia con Roberto Cotroneo e Riccardo Fedriga). A seguire l’intervento di Gianrico Carofiglio Come non diventare scrittori, che ha raccontato ai lettori cosa evitare a tutti i costi mentre si tenta di scrivere il romanzo che ci renderà scrittori (sogno condiviso dalla maggioranza degli italiani a giudicare dalla mole di romanzi inediti e tristemente editi che stagnano nei nostri cassetti), senza dimenticare le lezioni di storia dell’arte di Melania Mazzucco, quelle di poesia di Walter Siti, per giungere alla performance di Alessandro Baricco, che già in passato ha partecipato a Libri come, disseminando, va detto, un genuino entusiasmo per la lettura fra i suoi assiepatissimi spettatori.  

Ma a Libri come quest’anno è arrivata anche Zadie Smith, autrice del caso editoriale Denti bianchi che nel 2000 uscì in UK quando l’autrice aveva solo ventiquattro anni, attirando immediatamente l’interesse di critica e pubblico e facendola entrare nella lista dei migliori scrittori in lingua inglese under 40 stilata dalla rivista The New Yorker. Zadie Smith ha una grande abilità nel raccontare la sua scrittura, ne ha dato prova nei numerosi articoli apparsi sulle riviste letterarie americane dell’ultimo decennio, nonché nelle trascrizioni di alcune sue lezioni nelle università inglesi e americane. Un’ottima insegnante di lettura quindi per la sesta edizione di Libri come, festival del libro e della lettura. 


Link alla news su Sul Romanzo.

domenica 8 marzo 2015

Le migliori librerie di Roma – parte sesta: Simon Tanner e lo slow-reading

Un gatto tutto occhi e criniera mi guarda perplesso, senza muoversi dalla poltrona di velluto azzurro che mi accoglie all’ingresso della libreria Simon Tanner. Per l’ottava tappa fra le migliori librerie di Roma, ci siamo allontanati dal centro storico, andando a scovare una piccola gemma nel mondo del libro usato. Siamo nel quartiere Appio Latino, a pochi minuti di cammino dal Parco della Caffarella e dall’Appia Antica, in una viuzza (via Lidia) di palazzi anni’ 70, fatta di carrozzerie, vecchie latterie e poco altro. È in questo luogo che si trova la libreria Simon Tanner, storico ritrovo per lettori curiosi e maniaci del libro usato.

Rocco Lo Russo e Vincenzo Goffredo

Ma torniamo al gatto, anzi alla gatta, che si chiama Tina «pomposa e orgogliosa come Tina Turner» ci dice Rocco Lo Russo, fondatore della libreria insieme a Vincenzo Goffredo. Un felino che insieme alla sua compagna Marylin «sinuosa e smorfiosa come l’inimitabile attrice», sembra regnare incontrastata sui piccoli salotti con tanto di poltroncine, lampade a piantana e tavolini che, insieme a decine di metri di scaffali e a 200 mq di libri, costituiscono il cuore della Simon Tanner. Rocco e Vincenzo si sono conosciuti nei primi anni ’90 a Porta Portese, dove avevano un banco di libri usati e dove hanno unito alla reciproca passione per i libri («Vincenzo è un lettore accanito e onnivoro, il libro è una malattia e una dipendenza per lui, io leggo quello che mi piace» ci dice Rocco) l’amore per le passeggiate in montagna e nei parchi cittadini. Dodici anni dopo, hanno deciso di “stabilizzarsi” creando un luogo dove far germogliare la loro passione: «La passione per i libri la si ha o non la si ha. Per me è un elemento naturale, come l’aria che respiro.» ci dice Rocco, mentre setaccia le pagliuzze più preziose dei suoi ricordi per noi.  
  
Perché hanno scelto questo posto così nascosto agli occhi di un potenziale lettore? Rocco allarga le braccia e subito Marylin, che mi era saltata sulle ginocchia per farsi accarezzare, lo raggiunge, non degnandomi più di uno sguardo. «Dovevamo trovare un ambiente abbastanza ampio per permettere al lettore di girovagare fra i libri liberamente e vederli nella loro massima estensione, senza dover ricorrere a noi per capire se avevamo questo o quel titolo in magazzino. Poi un magazzino temporaneo lo abbiamo dovuto creare ugualmente, ma con i suoi tre piani, questa libreria permette al lettore di prendersi tutto il tempo che merita la scelta di un libro. Chi viene qui, viene solo per i libri. Non ci sono negozi, monumenti, distrazioni. A pochi metri però c’è il parco e ci piaceva pensare che il lettore, con un nostro libro in mano, potesse andare a leggere in mezzo al verde, a camminare e a leggere, come piace fare a noi. E se non vuole uscire, resta qui da noi, si siede su una delle nostre poltrone e legge. Questa è una libreria dove si viene per dedicarsi al libro e a null’altro

Che tipo di libri avete e qual è il vostro lettore ideale? «Narrativa, poesia, ma anche musica, cinema, uno spazio tematico dedicato alla città di Roma e al fumetto. Noi ci siamo sempre occupati di libri usati e abbiamo avuto prevalentemente un pubblico di ragazzi e di giovani che venivano da noi a comprare al 50% tutti i libri che avevamo, con l’eccezione delle edizioni di pregio. Sono stati propri i nostri giovani e affezionati lettori che ci hanno portato a fare una riflessione, a pensare di creare un luogo stabile per questo tipo di lettore, con molto entusiasmo e passione per la lettura, ma con pochi soldi. Questa è la più grande libreria di usato a Roma per spazio espositivo (più di 200 mq) e penso sia l’unica priva di catalogo.»

Come fate senza un catalogo? Ricordate tutti i libri che avete a memoria? Marylin vorrebbe saltar giù, forse spodestare Tina dalla sua poltrona, non si è mai mossa, ma Rocco sembra affascinare anche lei e perciò rimane, leccandosi lievemente l’orecchio mentre il suo padrone si guarda intorno, come se assorbisse dai suoi libri le informazioni per rispondere alle mie domande, stupendosi per la mia sorpresa. «Quando arriva una nuova partita di libri, li valuto con attenzione, scelgo quali tenere, li sfoglio e li risfoglio, poi li metto a terra e ci penso per un po’ e li riprendo. È così che il mio cervello li registra.»

Come decidete se un libro farà parte della vostra libreria? «Partiamo dal nostro gusto personale, che è poi affine a quello del pubblico che decide di frequentarci. Noi proponiamo dei titoli, la nostra idea di ciò che riteniamo vada letto, indipendentemente dal successo editoriale che uno specifico titolo può aver avuto. Noi non trattiamo best-sellers, non ci interessa avere quel tipo di pubblico, che trova maggiore soddisfazione in altre realtà. Qui non troverà mai Dan Brown o E. L. James. Ci sono degli autori che noi amiamo e nonostante non abbiano un pubblico vasto, meritano, ed è importante promuoverli e proporli al lettore. Quando parlo di autori come Alba De Céspedes al lettore che mi viene a trovare, lo vedo scuotere la testa. In pochi sanno di chi stiamo parlando, eppure la De Céspedes è una scrittrice e una poetessa che ha contribuito in maniera rilevante a far prendere coscienza alle donne del ruolo che potevano avere nella società italiana della prima metà del Novecento. Questo è il valore aggiunto che posso dare ai nostri lettori, incuriosirli

Come mai avete scelto questo nome per la libreria? «La libreria è dedicata allo scrittore svizzero Robert Walser l’autore de I fratelli Tanner, capolavoro spesso dimenticato della letteratura del Novecento.  È una passione comune fra me e Vincenzo. Walser è l’autore che ci unisce di più, sia per stile che per pensiero. In occasione dei cinquant’anni della morte di Walser abbiamo organizzato due mesi di eventi con musica e filmografia.»

Dopo l’intervista sono rimasto in quest’angolo dello slow-reading per molto tempo. Il tempo l’ho perso, entrando in quello dei romanzi e delle poesie che si muove a ritmi sincopati e mirabilmente sconnessi dal nostro vorticare nella ruota da criceto che ci è stata assegnata. Grazie allora a Rocco e a Vincenzo per la libreria Simon Tanner che chiude, per ora, il nostro girovagare fra le migliori librerie di Roma e se ve lo siete chiesto, sì, sono uscito con l’idea di tornare e carico di doni in formato libro che sapranno incuriosirmi.

domenica 1 marzo 2015

Danza-Teatro o Teatro-Danza? Cristiana Morganti al festival della nuova danza di Roma

Le luci si spengono nel teatro studio del Parco della Musica a Roma. È di scena Cristiana Morganti, che prende parte alla nona edizione del festival della nuova danza Equilibrio (a Roma dal 7 febbraio al 2 aprile 2015). E proprio il conto alla rovescia del “chi è di scena” scandisce lo spettacolo Jessica and me che Cristiana ha creato partendo da un’idea Pina Bausch del 2003 (Cristiana è un membro della storica compagnia Tanztheater Wuppertal da oltre vent’anni), poi sviluppata e personalizzata per potenziare il legame che la storica coreografa riusciva a creare con il suo pubblico.

Se uno dei grandi meriti del teatro-danza di Pina Bausch fu di presentare i suoi danzatori come “persone che danzano”, dotate sì di tecnica, ma soprattutto in grado di riempire ogni loro gesto di un significato che potesse essere compreso e assorbito dal pubblico che avevano di fronte, Cristiana Morganti amplia ulteriormente il campo di azione del danzatore, che si “permette” di condividere con il pubblico il suo vissuto e ciò che accadeva dietro le quinte della più innovativa compagnia di danza del XX secolo.

In Jessica and me Cristiana usa soprattutto l’ironia, a partire dall’autoironia, chiacchierando con il pubblico come se fossero seduti davanti a una tazza di caffè, quello lungo che si beve in Germania, a un primo assaggio diverso da quello cui siamo abituati, ma in grado di scaldarci per un tempo molto più lungo del solito espresso. E Cristiana il suo pubblico lo scalda senza sforzo apparente, riuscendo ad alternare parole e movimento, come se fossero i due piatti della bilancia del ricordo che ha voluto condividere. Dai suoi prima passi nel mondo della danza a cinque anni, ai reggiseni “schiaccia seno” necessari a contenere un fisico poco adatto alla danza classica, fino all’incontro con Pina Bausch e alla sua compagnia di danzatori meravigliosamente imperfetti.

Si potrebbe pensare che in questo spettacolo c’è troppa parola e poca danza, così come siamo abituati a immaginarla. Eppure, mentre racconta, Cristiana non si lascia sfuggire l’occasione di dare un assaggio della sua abilità nel trasformare piccoli, insignificanti gesti in una sequenza di emozioni visuali velocissime e pulsanti che catturano gli occhi del pubblico.

Fra “Cristiane” giganti che si muovono dietro quella “vera” a velocità asincrona, vestiti che diventano schermi cinematografici in fiamme e scarpe giganti che servono a ricordarci che non sta a noi scegliere il percorso che ci aspetta e gli strumenti che avremo a disposizione, questo spettacolo ha il pregio di essere fruibile da un pubblico a digiuno di danza così come da un appassionato, ricordando a tutti che la danza non è una forma d’arte d’élite, ma un mezzo espressivo molto potente, in cui l’immedesimazione del pubblico con le “persone che danzano” non è soltanto possibile, ma necessaria. E se per questo bisogna contaminare la danza con il teatro, la parola e la risata, ben venga. Come ha ricordato Cristiana Morganti in un’intervista alla Biennale di Venezia del 2012: «per Pina non esisteva il teatro-danza, ma la danza-teatro», il teatro era quindi un mezzo per far avvicinare il pubblico alla danza, che restava l’unico vero fulcro dell’attività del Tanztheater Wuppertal.


Mentre gli ultimi applausi si consumano e Cristiana Morganti scompare dal palcoscenico, molti fra il pubblico aprono il programma del festival, vogliosi di provare ancora l’emozione di essere parte di uno spettacolo di danza-teatro. E questo a Pina sarebbe piaciuto.