domenica 22 marzo 2015

Zadie Smith: scrivere è una sfida al proprio talento


Con il consueto turbante rosso e un orologio di plastica dello stesso colore, Zadie Smith appare sul palco della sesta edizione di Libri come, Festa del libro e della lettura, per presentare il suo ultimo lavoro L’ambasciata di Cambogia edito da Mondadori nella collana Libellule con la traduzione di Silvia Pareschi.

Zadie Smith
Occhi enormi incastonati in zigomi sporgenti, Zadie Smith sembra osservare tutto da lontano, come se avesse bisogno di un punto di vista più ampio da cui partire per comprendere davvero chi la circonda. Come se per costruire le misurate strutture narrative cui ha abituato il suo lettore, dovesse trovare un punto di osservazione in bilico fra il mondo che ruota intorno alla storia che l’ha colpita e quello che continua a ignorarla appena un passo al di fuori. Essere dentro la storia senza esserne assorbita del tutto. 
Zadie racconta al lettore la sua idea di scrittura, partendo dalle aspettative dell’autore. La lettura può creare un legame molto forte e personale fra autore e lettore, ma il risultato non sarà mai quello pensato dallo scrittore, per questo, ci ricorda Zadie, non si dovrebbe mai scrivere avendo in mente il lettore ideale per il proprio lavoro, quello che meglio capirà il nostro pensiero. Si rischierebbe di scontentare i lettori in carne ed ossa che potremmo avere la fortuna di incontrare. È facile pensare a David Foster Wallace e alla sua concezione di talento, che è componente importante ma non sufficiente a fare una buona scrittura. «Il talento – sostiene Wallace - è solo uno strumento, è avere una penna che scrive rispetto a una che non scrive», ma la grossa distinzione fra grande arte e arte mediocre si nasconderebbe nello scopo da cui è mosso il cuore dell’autore di quell’arte. Anche Zadie Smith pensa che possedere un talento nel padroneggiare il proprio linguaggio, nello scegliere una frase, un aggettivo rispetto a un altro è un grosso vantaggio, ma essere uno scrittore è molto di più. Vuol dire «utilizzare il proprio talento per fare qualcosa che sia una sfida per se stessi, uscendo dalla propria area di comfort e mantenendo la determinazione continua a rimanere creativi e attivi nel proprio contesto sociale».
E quando Zadie Smith parla di contesto sociale molto probabilmente ha già davanti agli occhi la sua principale fonte di ispirazione, il quartiere di Willesden ambientazione del suo Denti Bianchi, area nord occidentale di Londra, parte di quel London Borough of Brent, dove la scrittrice ha abitato per anni e dove è ambientato anche il suo romanzo NW, che prende il nome dal codice postale della zona. Quartiere dove ha ambientato anche L’ambasciata di Cambogia, un luogo misterioso dove giocano a badminton e davanti al quale passa la protagonista di questa storia: Fatou. Attraverso gli occhi di Fatou, che il lettore scoprirà, se possibile, più attenti e indagatori di quelli di Zadie Smith, comprenderemo l’importanza di non fermarsi davanti alle apparenze, mettendo in discussione tutti i dogmi che incontriamo sulla nostra strada. 

Prima di salutare i lettori di Libri come, Zadie Smith si cimenta in una lettura, in italiano (ha vissuto due anni nello storico rione Monti di Roma e padroneggia molto bene la nostra lingua) di alcune pagine de L’ambasciata di Cambogia e attraverso le sue parole ci mettiamo al fianco di Fatou. Ma lascio a voi la scoperta dell’ultimo libro di Zadie Smith. Ne riparleremo.     




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